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  1. #1
    Austrian libertarian
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Predefinito L'errore di Adam Smith: Aver aperto la strada a Marx

    Se il liberismo ha una faccia, è quella di Adam Smith. Sta persino sulle cravatte, ce ne sono diverse versioni. Una più sobria, coi faccini di Smith piccoli piccoli su fondo bordò, commercializzata dall’Institute of Economic Affairs di Londra (con gemelli coordinati). Un’altra, più ruspante, fondo blu scuro, dell’Adam Smith Institute sempre di Londra. Un’altra ancora elegantissima, seta italiana, dell’Adam Smith Society di Milano, cenacolo di professionisti presieduto da Alessandro De Nicola e lontana discendente della Società Adamo Smith fondata nel 1874 da Francesco Ferrara - per promuovere gli studi economici nell’Italia di allora.

    L’identificazione fra Smith, la sua “Ricchezza delle nazioni” e il liberismo è talmente forte che “smithiano” è uno dei pochi sinonimi che la lingua dei colti conceda per “liberista” - pochi perché l’economia è argomento greve, e i colti non se ne impicciano. Hayekiano, misesiano, cobdeniano, spenceriano, friedmaniano sono per iniziati, gente che ha già completato l’album Panini dei liberali.

    Ecco perché è sconvolgente l’arrivo in libreria (per i tipi di Rubbettino e Leonardo Facco) di un libro che si intitola “Contro Adam Smith” (pp. 188, € 15) e reca la firma di Murray Newton Rothbard: economista americano e libertario, cioè ultra-liberista, si supporrebbe quindi ultra-smithiano. Invece per Rothbard la “Ricchezza delle nazioni” è “un tomo immenso, dispersivo, incoerente, confuso, pieno di affermazioni vaghe e ambigue, ricco di profonde contraddizioni”. Egli descrive un “mistero di Adam Smith”, che risulta dall’ “immenso divario fra una reputazione mostruosamente gonfiata e la triste realtà”. Il tono è quello tipicamente esagitato di Rothbard, autore che raramente si perita di evitare l’esondazione delle proprie intuizioni. Parte del volume assume la forma, sgradevole, di un attacco ad hominem contro Smith. Dice Rothbard che “copiò male, aggiungendo nuovi errori alle verità che rubò”, e poi si accanisce sul fatto che apparentemente apprezzasse anziché passivamente subire il proprio impiego come commissario delle dogane. Un’occupazione tranquilla, che tuttavia torce le budella ad un sostenitore del laissez faire. Peggio ancora, furono i suoi “consigli come consulente del governo britannico su imposte e bilancio” a valergli quel posto, e pertanto la tranquillità economica. L’accusa non è lasciata intendere, ma scritta a chiare lettere: “venduto”!

    Superato lo scoglio di questa piccata e antipatizzante sezione biografica, il testo di Rothbard è più interessante e meno indigesto - anche al liberista smithiano. Il saggio è estrapolato dalla maestosa Storia del pensiero economico cui lo studioso newyorkese lavorava prima di morire. Opera di grande erudizione, la Storia di Rothbard non arriva al marginalismo austriaco, ma valuta i precursori sul metro di quello: per cui le opere del passato sono pesate sulla loro capacità di avvicinarci o meno alle grandi verità (sul valore, sulla moneta, sullo scambio) scoperte dagli autori di scuola austriaca. Il criterio è discutibile, ma è un criterio. E spiega perché se i tardoscolastici della scuola di Salamanca, l’irlandese francofono Richard Cantillon (anche per Hayek, il vero padre della scienza economica), e i fisiocrati sono per Rothbard riveriti progenitori, Smith è un cugino un po’ tocco.
    Il nodo cruciale è la teoria del valore. Perché, prima di Smith, era già chiaro che “il valore e il prezzo di un prodotto erano determinati prima di tutto dalla sua utilità soggettiva nelle menti dei consumatori e, in secondo luogo, dalla relativa scarsità o abbondanza del bene in questione”. La spiegazione sarebbe stata perfezionata dai marginalisti, ma il grosso dell’argomento già c’era, era presente nella tradizione intellettuale della “proto-economia”. Ma, nella “Ricchezza delle nazioni”, valore e prezzo vengono separati dall’utilità soggettiva, che “praticamente sparisce dall’economia così come fanno il consumo e la domanda del consumatore”. Di qui si innesca una catena di problemi, che ci conduce al contributo originale di Smith - una visione nella quale “il rilevante costo di produzione che determina il prezzo di equilibrio è semplicemente la quantità di lavoro incorporata nella produzione”. E’ Adam Smith ad introdurre nel pensiero economico la teoria del valore-lavoro, e pertanto - scrive Rothbard - a “dare ospitalità” a socialismo e comunismo, preparando il terreno a Marx.

    Altri punti sollevati da Rothbard sono più dubbi. Citando Schumpeter, egli ritrova le ragioni della popolarità di Smith nel suo “progressismo” - dando ad intendere che lo scozzese sarebbe stato issato sugli scudi da un ambiente culturale già dominato dai socialisti, cosa davvero improbabile prima della rispettabilità intellettuale che diede loro in effetti solo Marx. Ancora, Rothbard insiste su un’interpretazione poco contestualizzata delle caratteristiche attribuite da Smith allo Stato, immaginando un’enfasi su una tassazione aggressiva e addirittura “predatoria” dove, per non raggiunti limiti storici per così dire, non poteva esserci. Da ultimo, egli in un certo senso smentisce se stesso, salvando talora lo Smith delle opere precedenti la “Ricchezza delle nazioni”, e presentandone dunque un ritratto meno bidimensionale di quanto vorrebbe.
    Sia come sia, gli argomenti di Rothbard “contro Smith” sul valore da soli valgono il libro - che è corredato da una densa introduzione di Paolo Zanotto e da una ispirata postfazione di Carlo Lottieri.

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6156

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  2. #2
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    non esagererei, in ogni caso è verità storica che la teoria del valore lavoro aprì il vaso di pandora

    l'insensatezza di quella teoria fu l'inizio della demenziale separazione dell'economia dalla prassi concreta dell'agire umano, verso una modellistica del tutto inutile a spiegare alcunchè e fondata su indici autocostruiti e separati da qualsiasi base reale, una specie di inganno collettivo analogo a quello che è stato costruito da molte classi intellettuali per giustificare l'esistenza di innumerevoli cattedre pagate con soldi pubblici ovunque nella storia degli Stati.
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  3. #3
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    Uno che insegnava filosofia morale non poteva immaginarsi certo tutto questo.

  4. #4
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    rothbard secondo me ha pisciato fuori dal vaso in questo caso, anche mingardi è stato molto critico verso questo libro.

  5. #5
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    mingardi ha scritto quell'articolo
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  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Ronnie Visualizza Messaggio
    mingardi ha scritto quell'articolo
    appunto..
    che poi la teoria del valore lavoro sia da correggere dopo 250 anni è un altro discorso..
    ma da qua a dire che smith sia un alleato di marx o qiualcosa di simile è una boiata clamorosa

  7. #7
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    La colpa di Adam Smith è che è stato un Utilitarista come i suoi seguaci e continuatori Riccardo e Mills. Da l'Utilitarismo ha preso corpo la giustificazione morale del Socialismo. Come se l'utilità fosse un sacro principio a cui non si può dire di no. Quindi un bel vaffanculo a tutti gli Utilitaristi, da Smith a Marx.

 

 

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