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    Predefinito [Iraq] Il baathismo iracheno: tempo per una revisione?

    Il baathismo iracheno: tempo per una revisione?











    1 gennaio 2008
    Gianluca Bifolchi
    Ho avuto di recente una lunga conversazione email sull'Iraq con una persona che non citerò, dato che ha sicuramente la capacità e l'opportunità di esporre le proprie idee in prima persona, nei modi e nelle forme che ritiene più acconce. Di preciso si parlava del passato baathista e del regime di Saddam Hussein, e dei canoni interpretativi invalsi tra gli analisti di diversi orientamenti politici.

    Non essendo mai stato in discussione che Saddam si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, restava da chiarire se la somma delle sue colpe poneva la recente storia irachena (prima dell'invasione americana del 2003) in un unicum di atrocità che faceva assurgere il leader iracheno tra i grandi criminali della storia, o se, in definitiva, l'Iraq del passato baathista non sia stato troppo diverso da altri paesi dell'area come la Giordania, la Siria, l'Egitto, o i paesi del Golfo.

    Nella discussione mi sono trovato a sostenere quello che a me sembra il punto di vista ampiamente maggioritario, e che effettivamente giudica con estrema severità le responsabilità di Saddam Hussein, anche considerando gli standard non propriamente scandinavi degli altri regimi arabi. Viceversa, il mio interlocutore, con copia di argomenti, raccontava una storia diversa, tendente a relativizzare, e di conseguenza ad alleggerire, il valore delle accuse che fondatamente e in modo provato possono essare mosse al regime baathista.

    Per quanto abbia riconosciuto la ben più ampia informazione del mio interlocutore sulla storia recente dell'Iraq, non posso dire di essere stato completamente convertito alle sue tesi. Non per orgoglio o partito preso, ma per l'enorme mole dei documenti che andrebbero attentatamente riconsiderati per poter arrivare ad un cambiamento delle interpretazioni correnti; lavoro che ognuno deve compiere per proprio conto, che richiede molto tempo, e che non può essere svolto attraverso uno scambio di email, per quanto articolato ed approfondito. A ciò si aggiungono le difficoltà di chi come me non è certo un esperto dell'argomento.

    L'impressione che però questa discussione mi ha lasciato è che il problema è di primaria importanza, e che se una "riabilitazione", per quanto cauta e parziale, di Saddam può essere fatta documenti alla mano, è senza dubbio un lavoro necessario.

    Le ragioni che spingono a ciò hanno poco a che fare con la presente condizione di occupazione del paese da parte dell'esercito USA, dato che non vi è mai stato dubbio che il più grande massacratore di Iracheni è un criminale che siede alla Casa Bianca e si chiama George W. Bush. Ma il giudizio sul passato baathista continua ad affiorare nell'analisi dei fatti del presente e a condizionare la percezione degli eventi. Facciamo qualche esempio.

    Nel fronte antiamericano vi è una notevole tendenza a giudicare positivamente l'operato dell'Iran nella regione, in quanto leggibile in chiave antimperialista. Naturalmente qualunque osservatore distaccato non fa fatica a scorgere nella condotta di Teheran i segni di una politica di potenza regionale, tutt'altro che chiusa alla trattativa con Washington per dividersi le rispettive sfere di influenza. Ma questo secondo elemento sembra alleggerirsi e svanire nell'interpretazione di quanto avviene in Iraq in misura direttamente proporzionale alla cattiva opinione che si ha di Saddam, che per riflesso mette in una luce migliore i suoi storici rivali persiani.

    Come corollario, per quanto al-Maliki e il governo di Baghdad possano essere bollati come fantocci del'America, la nuova egemonia sciita sul paese appare come una cosa positiva, giustificata dal risentimento di questa componente etnica per la passata persecuzione da parte del regime baahtista (persecuzione di cui, a questo punto, occorrerebbe bene precisare i termini e la portata, senza fermarsi agli slogan). In questo contesto le manovre politiche di Moqtada al-Sadr e dell'esercito del Mahdi ricevono generale plauso da chi vede sempre in esse una manifestazione di sano nazionalismo iracheno, e mai le logiche del signore della guerra che ha agito e agisce spietatamente contro la minoranza sunnita, di cui vuole tarpare ogni possibile protagonismo politico futuro.

    Nel nord del paese le pretese curde sulla città petrolifera di Kirkuk trovano giustificazione nelle politiche di arabizzazione forzata della città condotta per decenni dal regime baahtista. Ma anche in questo caso, le responsabilità di Saddam andrebbero commisurate alle mire di una classe dirigente curda che lega le proprie prospettive di potere a pericolose derive secessioniste nelle quali diventa difficile distinguere quanto vi è di nazionalismo autentico e quanto di gioco di potere innescato dalle possibilità di controllo dei pozzi di petrolio del nord, in uno scacchiere in cui si confrontano mire geopolitiche molteplici. E' evidente che esagerare le colpe di Saddam diventa politicamente comodo in vista di presentare una situazione di ostilità incancrenite che possono essere risolte solo con una separazione di fatto o di diritto del territorio del nord.

    Inoltre, la disinvoltura con cui gli apparati propagandistici dell'Occidente negano o inventato genocidi e pulizie etniche, dalla Cambogia all'ex Yugoslavia, dall'Indonesia alla Palestina, da Timor Est al Centro-America, è stata in passato un formidabile strumento di pubbliche relazioni che faceva apparire come improntare al rispetto dei diritti umani e alla promozione della democrazia politiche di sconcertante cinismo e spietatezza. Basterebbe la conoscenza di questi precedenti per non dare niente per scontato, e, di fronte alla caratterizzazione di Saddam come megacriminale, per porsi l'elementare domanda: "Dove sono le prove"? E cercarle in prima persona, se in passato ci si è basati eccessivamente sui sentito dire.

    Non mancano i fan club di Saddam Hussein, e io credo che non sarò mai affiliato ad alcuno di essi. Ma la crisi irachena è caratterizzata da parti in commedia che potrebbero essere state assegnate da una lettura di comodo del passato, accettata troppo affrettatatamente anche da parte di chi è in buona fede. Un serio lavoro di revisione delle fonti documentali su cui si basa questa lettura sarebbe altamente apprezzabile.

    http://achtungbanditen.splinder.com/post/15338083/Il+baathismo+iracheno%3A+tempo+p

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Il baathismo iracheno: tempo per una revisione?











    1 gennaio 2008
    Gianluca Bifolchi
    Ho avuto di recente una lunga conversazione email sull'Iraq con una persona che non citerò, dato che ha sicuramente la capacità e l'opportunità di esporre le proprie idee in prima persona, nei modi e nelle forme che ritiene più acconce. Di preciso si parlava del passato baathista e del regime di Saddam Hussein, e dei canoni interpretativi invalsi tra gli analisti di diversi orientamenti politici.

    Non essendo mai stato in discussione che Saddam si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, restava da chiarire se la somma delle sue colpe poneva la recente storia irachena (prima dell'invasione americana del 2003) in un unicum di atrocità che faceva assurgere il leader iracheno tra i grandi criminali della storia, o se, in definitiva, l'Iraq del passato baathista non sia stato troppo diverso da altri paesi dell'area come la Giordania, la Siria, l'Egitto, o i paesi del Golfo.

    Nella discussione mi sono trovato a sostenere quello che a me sembra il punto di vista ampiamente maggioritario, e che effettivamente giudica con estrema severità le responsabilità di Saddam Hussein, anche considerando gli standard non propriamente scandinavi degli altri regimi arabi. Viceversa, il mio interlocutore, con copia di argomenti, raccontava una storia diversa, tendente a relativizzare, e di conseguenza ad alleggerire, il valore delle accuse che fondatamente e in modo provato possono essare mosse al regime baathista.

    Per quanto abbia riconosciuto la ben più ampia informazione del mio interlocutore sulla storia recente dell'Iraq, non posso dire di essere stato completamente convertito alle sue tesi. Non per orgoglio o partito preso, ma per l'enorme mole dei documenti che andrebbero attentatamente riconsiderati per poter arrivare ad un cambiamento delle interpretazioni correnti; lavoro che ognuno deve compiere per proprio conto, che richiede molto tempo, e che non può essere svolto attraverso uno scambio di email, per quanto articolato ed approfondito. A ciò si aggiungono le difficoltà di chi come me non è certo un esperto dell'argomento.

    L'impressione che però questa discussione mi ha lasciato è che il problema è di primaria importanza, e che se una "riabilitazione", per quanto cauta e parziale, di Saddam può essere fatta documenti alla mano, è senza dubbio un lavoro necessario.

    Le ragioni che spingono a ciò hanno poco a che fare con la presente condizione di occupazione del paese da parte dell'esercito USA, dato che non vi è mai stato dubbio che il più grande massacratore di Iracheni è un criminale che siede alla Casa Bianca e si chiama George W. Bush. Ma il giudizio sul passato baathista continua ad affiorare nell'analisi dei fatti del presente e a condizionare la percezione degli eventi. Facciamo qualche esempio.

    Nel fronte antiamericano vi è una notevole tendenza a giudicare positivamente l'operato dell'Iran nella regione, in quanto leggibile in chiave antimperialista. Naturalmente qualunque osservatore distaccato non fa fatica a scorgere nella condotta di Teheran i segni di una politica di potenza regionale, tutt'altro che chiusa alla trattativa con Washington per dividersi le rispettive sfere di influenza. Ma questo secondo elemento sembra alleggerirsi e svanire nell'interpretazione di quanto avviene in Iraq in misura direttamente proporzionale alla cattiva opinione che si ha di Saddam, che per riflesso mette in una luce migliore i suoi storici rivali persiani.

    Come corollario, per quanto al-Maliki e il governo di Baghdad possano essere bollati come fantocci del'America, la nuova egemonia sciita sul paese appare come una cosa positiva, giustificata dal risentimento di questa componente etnica per la passata persecuzione da parte del regime baahtista (persecuzione di cui, a questo punto, occorrerebbe bene precisare i termini e la portata, senza fermarsi agli slogan). In questo contesto le manovre politiche di Moqtada al-Sadr e dell'esercito del Mahdi ricevono generale plauso da chi vede sempre in esse una manifestazione di sano nazionalismo iracheno, e mai le logiche del signore della guerra che ha agito e agisce spietatamente contro la minoranza sunnita, di cui vuole tarpare ogni possibile protagonismo politico futuro.

    Nel nord del paese le pretese curde sulla città petrolifera di Kirkuk trovano giustificazione nelle politiche di arabizzazione forzata della città condotta per decenni dal regime baahtista. Ma anche in questo caso, le responsabilità di Saddam andrebbero commisurate alle mire di una classe dirigente curda che lega le proprie prospettive di potere a pericolose derive secessioniste nelle quali diventa difficile distinguere quanto vi è di nazionalismo autentico e quanto di gioco di potere innescato dalle possibilità di controllo dei pozzi di petrolio del nord, in uno scacchiere in cui si confrontano mire geopolitiche molteplici. E' evidente che esagerare le colpe di Saddam diventa politicamente comodo in vista di presentare una situazione di ostilità incancrenite che possono essere risolte solo con una separazione di fatto o di diritto del territorio del nord.

    Inoltre, la disinvoltura con cui gli apparati propagandistici dell'Occidente negano o inventato genocidi e pulizie etniche, dalla Cambogia all'ex Yugoslavia, dall'Indonesia alla Palestina, da Timor Est al Centro-America, è stata in passato un formidabile strumento di pubbliche relazioni che faceva apparire come improntare al rispetto dei diritti umani e alla promozione della democrazia politiche di sconcertante cinismo e spietatezza. Basterebbe la conoscenza di questi precedenti per non dare niente per scontato, e, di fronte alla caratterizzazione di Saddam come megacriminale, per porsi l'elementare domanda: "Dove sono le prove"? E cercarle in prima persona, se in passato ci si è basati eccessivamente sui sentito dire.

    Non mancano i fan club di Saddam Hussein, e io credo che non sarò mai affiliato ad alcuno di essi. Ma la crisi irachena è caratterizzata da parti in commedia che potrebbero essere state assegnate da una lettura di comodo del passato, accettata troppo affrettatatamente anche da parte di chi è in buona fede. Un serio lavoro di revisione delle fonti documentali su cui si basa questa lettura sarebbe altamente apprezzabile.

    http://achtungbanditen.splinder.com/post/15338083/Il+baathismo+iracheno%3A+tempo+p


    Molto interessante. sinceramente le mie conoscenze sull'Iraq sono molto poco approfondite per poter avere un'opinione certa nel merito.
    Tuttavia un libro letto di recente, ha sollevato in me moltissimi dubbi sulla visione generale che si è avuta del regime baathista, non solo da parte dell'ovvia controparte occidentale, ma anche da parte del variegato mondo della sinistra anticapitalista ed antimperialista.
    Il libro, la cui autrice è Valeria Poletti, porta con grande chiarezza anche se con un pizzico di vena propagandistica ( l'autrice non nasconde affatto la sua presa di posizione netta difensiva verso il baath iracheno e la sua storia e verso Saddam Hussein) argomenti a legittimazione della storia del Baath come una storia cruda e difficile, ma segnata da un'azione tutto sommato vocata alla salvaguardia della sovranità nazionale irachena, contro ogni ingerenza imperialistica, all'appoggio incondizionato alla causa palestinese, e ad un'atteggiamento inflessibile verso ghli occidentali nel momento dell'aggressione mediatica e poi bellica.
    E in tale contesto l'autrice si propone di disvelare l'inganno celtao dietro alle accuse più in voga citate contro saddam Hussein: in primis il supposto masacro dei curdi nel 1988 ( mi sembra) e l'uccisione degli sciti ( per cui saddam fu barbaramente impiccato dalle belve occupanti il 30 dicembre 2006. entrambi i fatti mortiferi vengono negati con argomenti dall'autrice del libro.
    In particolare il libro mostra come il regime baathista fosse laico, dunque estraneo a logicvhe settarie e del tutto integrato da governanti sciti, sunniti, cristiani, ebrei, nonchè plurinazionali. Nel 1972 ( credo) fu concessa inoltre amplissima autonomia ai curdi ( come in nessun altro stato dove risiede il popolo curdo ) e fu riconosciuto esplicitamente la binazionalità dello stato iracheno.
    L'unica parte che mi ha lasciato insoddisfatto è la spiegazione della guerra con L'Iran e con il Kuwait dove a mio avviso l'autrice tende a mostrare un atteggiamento alquanto fazioso attribuendo sempre ad altri le colpe per entrambe le guerre ( quando probabilemte vi furono corresponsabilità).
    Poi ci sarebbe da fare il discorso sulla politica interna del Baath di saddam: uno stato sociale piuttosto avanzato e ricnosciuto persino dalle nazioni unite; la quasi sconfitta dell'analfabetismo, strutture sanitarie ottime , politiche per l'occupazione.
    insomma di pane per i denti dello studioso interessato alla questione c' è n' è tantissimo. Onestamente ho difficoltà ad esprimere pareri. L'unica cosa certa è che non bisogna cadere nell'inganno della demonizzazione del personaggo cui hanno contribuito anni e anni di incredibile ( senza pari, nenahce on Milosevic) propaganda occidentale.

    Fa bene bifolchi a sollevare la questione ed a dire che essa ha un'importanza strategica nel giudizio del presente, specie in riferimento alla politica iraniana.

 

 

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