Ritengo interessantissimo quando leggo sull'ESPRESSO DI OGGI E,LO POSTO DI SEGUITO A PUNTATE (Sperando che mi sia perdonata la lenzuolata!!!)
Era cominciato tutto con una telefonata. Una conversazione breve, quasi in codice. Poche frasi secche pronunciate nel settembre 2005 da un uomo dal forte accento palermitano che si era presentato al banchiere svizzero Nicola Bravetti come "il signor Moro". "Allora ci vediamo da Paolo giovedì", aveva detto l'uomo prima di chiudere la conversazione. E agli investigatori della Guardia di Finanza di Como, che avevano messo sotto controllo i telefoni di Bravetti per sgominare una banda di spalloni specializzata nell'esportazione di valuta, gioielli e lingotti d'oro, era rimasta la curiosità di capire chi mai fossero Paolo e il signor Moro.
Nel giro di tre giorni la risposta: Moro era Francesco Zummo, un importante costruttore siciliano legato a Cosa nostra e all'ex sindaco Vito Ciancimino. Un imprenditore a cui quei rapporti pericolosi erano già costati una condanna per favoreggiamento e un processo che di lì a pochi mesi si sarebbe concluso con un verdetto di colpevolezza per il reato di concorso in associazione mafiosa. Paolo, invece, era Paolo Sciumè, uno dei più noti avvocati d'affari milanesi, all'epoca membro del consiglio di amministrazione della Banca Mediolanum, di quello del Teatro alla Scala su nomina della Regione Lombardia guidata da Roberto Formigoni (Sciumè è considerato di area Comunione e liberazione), e per 13 anni amministratore della Parmalat di Calisto Tanzi. Negli uffici ovattati dello studio Sciumè, Bravetti e Zummo s'incontravano di nascosto per parlare di soldi. Tanti soldi. Un tesoro da 13 milioni di euro, frutto di traffici di mafia, che Zummo stava tentando di sottrarre alla confisca. 1^ puntata




Rispondi Citando