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    Predefinito un vecchio articolo di marco bassani

    Intervento di Marco Bassani al convegno di Monza il 27/02/2005.

    Io non ho mai fatto autentica attività politica, di mestiere studio, ricerco, insegno. Però se uno accetta di andare a parlare di politica, cortesia vuole che si parli di politica. E senza autocensure o infingimenti, quindi è proprio esattamente quello che farò.
    Sono portato a valutare in senso storico, almeno in parte perché insegno “storia del pensiero politico federalista” (credo sia l’unico corso di questo genere in Italia) come si è arrivati a questo punto a questo pastrocchio sulla devolution. Sono tutte cose che molti di voi ricordano perfettamente, ma forse messe in rapidissima successione ci spiegheranno meglio di cosa è figlio questo ginepraio. Infatti questo testo di riforma costituzionale è il risultato di ormai quasi vent’anni di battaglie, talvolta generose, assai più spesso pasticciate, di un unico movimento politico. La devolution, quella che oggi si chiama così e prima era il “federalismo”, per un certo periodo è stata anche “l’indipendenza del Nord”. Ma pur cambiando i nomi, la sostanza è sempre quella : non interessava né interessa a nessun altro movimento politico che non sia la Lega Nord. Quindi in questo mio intervento sono costretto a parlare molto sommessamente del movimento politico che ha reso possibile che si arrivasse ad un voto in aula su questa materia.
    L’idea di una riforma costituzionale in Italia prende piede tra gli intellettuali alla fine degli anni Settanta, diciamo per dare un’immagine un po’ forte, davanti al cadavere di Aldo Moro. Lì c’è veramente, in un certo senso, l’dea che la repubblica dei partiti, - nella quale le segreterie di Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista facevano tutto ciò che volevano al di sopra e al di fuori della Costituzione – in realtà stava facendo acqua da tutte le parti. Questa cosa l’aveva già detta proprio il professor Miglio nel 1964 fra lo stupore di molti, ma 14 anni dopo incominciarono ad accorgersene tanti studiosi politici, costituzionalisti e talvolta anche la gente comune. Un gruppo di studiosi al principio degli anni Ottanta incominciò a riunirsi a Milano per riflettere sul da farsi e cercare di dare una spinta al mutamento costituzionale. ( Si trattava di Gianfranco Miglio e altri costituzionalisti). Il professore (che a quell’epoca io non conoscevo ancora e del quale mi onoro di essere stato uno dei pochi collaboratori insieme ad Alessandro Vitale nell’ultimo periodo creativo della sua luminosa esistenza) mi disse di aver accennato in quel contesto dei primi anni Ottanta al problema di una scelta di un’opzione federale per la riforma costituzionale. Ebbe quattro no immediati dagli altri cinque componenti il gruppo e si proseguì per una diversa strada escludendo a priori l’idea di una riforma federale.
    Poco tempo dopo si insediò in Parlamento la commissione Buozzi che propose invero modifiche assai lievi alla Costituzione, ma si rivelò un buco nell’acqua.
    Però improvvisamente verso la fine degli anni Ottanta venne fuori un movimento che cominciò a raccogliere consensi intorno a un termine, quello del federalismo, e che faceva della battaglia per un nuovo assetto costituzionale il punto qualificante di tutta la sua politica. L’idea di riforma diventò talmente popolare tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, che molti credettero, giacché si stava anche assistendo al crollo dei consensi nei confronti dei partiti tradizionali, di essere all’inizio di una stagione costituente. Pensate che i veri contraenti del patto sul quale si fonda la Costituzione del ’48, ossia il vecchio Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, obbiettivamente erano scomparsi. I loro eredi raccoglievano alcuni punti percentuali ma erano talmente mutati dal 1948 ai primi anni Novanta da far dubitare che si potesse parlare di una vera continuità storica.
    Insomma, se chi aveva siglato il patto del 1948 non c’era più, si poteva ragionevolmente supporre che speditamente si sarebbe dato il via alle riforme. Nulla di più sbagliato : questa Costituzione trovava i difensori più accaniti tra gli esperti di Diritto Pubblico, i politici e naturalmente il sottobosco che vive di paghe pubbliche. Iniziarono a circolare tesi surreali, solo abbozzate nei decenni precedenti, quali quella dell’assoluta immutabilità di questo ordinamento costituzionale, almeno nella sua parte essenziale. Ma i politici incominciarono a gettare fumo negli occhi ai cittadini che chiedevano comunque una qualche modifica per sancire la rottura con il passato.
    Come sapete in Parlamento abbiamo assistito al costituirsi di una commissione dietro l’altra che ha portato al fallimento di una a quello dell’altra. Ne 1997 si sparse addirittura la voce che si potesse mutare il sistema senza toccare la Costituzione e si lanciò l’idea di un federalismo a costituzione invariata. Rob de matt.
    La Lega non era in realtà un’accolita di scaltriti costituzionalisti, era nata per mutare il volto dello Stato Italiano, per segnalare che il vero conflitto non era quello tra destra e sinistra, ma era quello tra Nord e Sud. Questa sembrava a tutti la ragione sociale della Lega : costituirsi come gruppo forte rappresentativo degli interessi del Nord in un sistema fortemente polarizzato dal punto di vista territoriale. In sostanza si trattava di ridurre enormemente il peso dello Stato nella vita dei cittadini. Soprattutto quello che la Lega voleva segnalare, anche se in modo molto vago e confuso all’inizio, era che questo Stato si fondava su un patto tra il grande capitale parassitario del Nord e la classe politica meridionale con le sue clientele di cacciatori di paghe pubbliche. Certo, ci sarebbe voluta ben altra lucidità di analisi per far percepire la novità e la sostanziale correttezza di un’impostazione di questo genere, ma all’epoca solo Gianfranco Miglio riusciva a chiarire bene queste cose. Insomma i semplici cittadini del Nord, quelli che non hanno mai avuto alcun rapporto con il potere politico e neanche con le grandi realtà industriali assistite, si sentivano (per carità potevano forse sbagliarsi) come le vittime sacrificali del sistema, destinati ad essere gli schiavi fiscali si uno Stato in cui la classe politica li disprezzava e accusava di essere rozzi, ignoranti e razzisti. Poveretti, diceva Miglio riferendosi ai cittadini del Nord, sono tarantolati dal lavoro e continuano a produrre per gli altri. In ogni caso attraverso la Lega avevano cominciato a farsi sentire, per la prima volta in questo paese che sempre pronto a inseguire e spesso a inventare rivolte delle plebi meridionali o del proletariato urbano, si trovava ora con una pacificissima valanga di schede elettorali che rappresentava una sorta di insurrezione di coloro che maggiormente faticano. Ecco era questo tipo di Lega il vettore delle forze produttive del Nord che aveva proposto il termine federalismo nella sua battaglia politica, quella che tanto piaceva al professor Miglio e, non posso negarlo, anche a me. Cioè di fronte a un mondo intero che crollava, la Lega con le parole d’ordine del federalismo cercava, se vogliamo con grande rozzezza propositiva e incoscienza dei complessi meccanismi della politica ma con generosità, di organizzare la rivolta dei produttori e delle brave persone lontane dal potere. Non è vero, come si diceva allora e come dicono ancora oggi, che la gente non avesse capito cosa voleva dire federalismo, forse lo aveva semplificato, ridotto all’osso, ma aveva capito una cosa fondamentale : federalismo voleva dire meno soldi al Sud, allo Stato, agli apparati burocratici. Dietro lo slogan cattaneaneo “padroni a casa propria”, si celava il desiderio di controllare le risorse prodotte, di ribadire che la ricchezza in questo come in ogni altro paese, non sorge dal nulla, ma dalle fatiche di generazioni di individui che posseggono le proprie facoltà e devono essere considerati i legittimi proprietari dei frutti del proprio lavoro. Ecco per un lungo periodo la Lega ha rappresentato la voce politica di un’idea molto semplice, ma che si faceva strada per la prima volta in Italia un fermo no alla pretesa dei governanti di disporre liberamente e senza freni dei soldi dei loro governati.
    Questo era quello che capivano allora le persone e che per loro in qualche modo voleva anche dire una cosa molto chiara : la fine della loro condizione di sfruttati e di schiavi fiscali delle due componenti forti del sistema, vale a dire il capitalismo parassitario del Nord e la classe politica meridionale, si potrebbe aggiungere anche, naturalmente, con un retroterra enorme di genti del Sud assistite. Ecco quando la Lega è riuscita a rimanere ancorata a questa precisa visione produttivistica del mondo, ad una sorta di rivolta della ragione contro i privilegi, questo movimento è riuscito a cogliere un successo elettorale dietro l’altro fino ad arrivare nel ’96 al 35% nel lombardo-veneto, che francamente non è poco. Il punto è importantissimo, perché un grosso progetto, quale quello di guidare la rivolta dei produttori per rovesciare dalle fondamenta un patto statale che li vedeva soccombere, richiede veramente il massimo consenso possibile. Quando ci si mette in quest’ottica a volte il 50% non basta e quindi bisogna andare avanti per la propria strada puntando magari non a questa generazione, ma alla prossima. Invece è stato proprio a quel punto, dopo le elezioni del ’96, che la Lega ha dimostrato di essere la figlia del CAF, di essere, tutto sommato, la vera erede di Bettino Craxi. E’ venuta fuori la cosiddetta “strategia dell’ago della bilancia” che non ha nulla a che vedere con la ricerca del consenso, anzi ne rappresenta l’opposto : si tratta di un accordo di palazzo che fa sì che per quanto piccolo sia il consenso di un movimento lo si possa utilizzare a livello “governamentale” romano. Quindi il sogno non era più, SE MAI LO E’ STATO PER QALCUNO, l’idea di avere il consenso del Nord per poi negoziare un diverso patto, evidentemente federale o paraindipendentista. Ma il sogno (e il progetto politico) diventò immediatamente quello di diventare l’ago della bilancia e di poter schierare tutta la propria forza dal punto di vista della indispensabilità politica nei confronti di uno schieramento di governo.
    E’ questo è esattamente quello che è accaduto, anche se il dimagrimento della Lega è stato il prezzo da pagare per ottenere le briciole del potere romano. Siamo arrivati a questa situazione perché qualcuno ha perseguito in tutta coerenza questa strategia : il 35% nel lombardo-veneto era un consenso congelato e inutile, (non andava bene soprattutto perché ottenuto con un programma di tipo indipendentista o comunque di federalismo autentico) bisogna scendere di molto nei consensi per poterli far valere al tavolo delle trattative.
    L’attuale riforma costituzionale è allora il classico topolino partorito da una montagna di vent’anni di lotte : è anche il frutto dell’abbandono della via della ricerca del consenso per raggiungere invece quella che è la strategia dell’ago della bilancia. Cioè oggi la Lega incassa esattamente quello che vale, avendo perso circa i due terzi dei voti che aveva meno di dieci anni fa, incassa esattamente ciò che vale perché questa è un’illusione politica, un voto conta per un voto, cioè si conta esattamente per ciò che si rappresenta nel paese reale e non all’interno di una coalizione. Insomma il gioco al ribasso su quella che era la ragione sociale della Lega l’ha vista passare dal federalismo-indipendenza del Nord alla devoluzione.
    I temi specifici della riforma saranno sicuramente affrontati da altri, io li conosco benissimo, ma non me la sento di prendere sul serio questa legge costituzionale che andrà definitivamente in porto tra un lustro se tutto va bene. Intendevo solo dire qualche parola sul partito che si è fatto promotore e che oggi agita questa riforma come una vittoria : la devolution di oggi è figlia della strategia dell’ago della bilancia di ieri, è il frutto della perdita di consensi che questa ha comportato. Naturalmente il Ministro delle riforme costituzionali sicuramente ci dirà che era il massimo che si poteva ottenere, e ha perfettamente ragione. Era il massimo che si potesse sperare quando si passa da quattro milioni di voti a un milione e mezzo. Forse bisognerebbe chiedersi come è accaduto tutto ciò. Il Ministro Calderoli affermerà che, date le premesse, era il massimo che si poteva ottenere.
    Però vi è un punto che vorrei mettere in risalto, e con questo concludo. La strategia “ago della bilancia” è stata immaginata dal leader maximo durante una fase molto particolare, non appena egli ha capito che l’Italia sarebbe entrata nella moneta unica. Tutti i calcoli di una certa fase politica precedente, nella quale erano state lanciate le parole d’ordine indipendentiste, erano fondati sulla “granitica certezza” nel mancato ingresso dell’Italia nella monete unica. Dal momento che i conti non erano in ordine, si credeva, l’Italia non potrà entrare nell’euro e a quel punto tutto sarebbe stato possibile. Che illusione, come se la decisione sulla moneta unica non fosse politica, tutta politica, ma realmente tecnica. Entrati a far parte dell’area euro, i leader del partito ne hanno concluso che ogni ipotesi indipendentista o di federalismo autentico sarebbe stato impossibile e quindi, con un opportunismo che ha rari precedenti nella storia politica anche in questo paese, ha cambiato totalmente impostazione, ha abbandonato l’idea della libertà di mercato per scagliarsi contro i produttori di altri paesi che invaderebbero i nostri mercati, ha mutato definitivamente quella che era la linea politica liberista - che voleva liberare i cittadini del Nord dall’enorme peso dello Stato – per aggricciare slogan obsoleti e consumati e chiedere dazi e barriere invece di libertà. L’ingresso dell’Italia nella moneta unica ha mutato la ragione sociale della Lega. Ecco questo, secondo me, è stato un errore clamoroso. In realtà dieci anni fa la Lega si batteva in Italia per cose che diventeranno in brevissimo tempo i cavalli di battaglia di centinaia di movimenti per tutta l’Europa.
    Cioè questa Europa unita non è altro che una grande Italia, piena di Padanie, ma soprattutto di Mezzogiorni. E in ogni caso l’Unione Europea non è altro che il cartello dei governi europei che vogliono continuare a considerare i cittadini come i propri schiavi fiscali, e la battaglia contro il parassitismo, contro coloro che vogliono e riescono a vivere alle spalle degli altri è ormai su scala continentale. La Lega in questo senso dieci anni fa era all’avanguardia, poi ha rinunciato alla primogenitura dei movimenti dei produttori europei, e oggi è assolutamente in retroguardia a blaterare contro i lavoratori cinesi, proprio come i contadini francesi e tutte le categorie improduttive d’Europa. In Italia la battaglia contro il parassitismo è stata totalmente abbandonata : il federalismo veniva considerato una chiave di volta per scardinare il sistema del parassitismo italiano, il passaggio che vi ho sommessamente ricordato è stato lungo e complesso dal punto di vista politico, ma può essere sintetizzato nell’abbandono da parte della Lega della battaglia contro il parassitismo. Una riforma federale autentica, perseguita con coerenza, sarebbe servita a mostrare a tutti chi paga e chi spende, chi riceve e chi contribuisce. E siccome, come diceva un grande economista dell’Ottocento, Bastiat, “ lo Stato è quella grande finzione secondo la quale tutti credono di poter vivere alle spalle degli altri”, una riforma capace di mettere a nudo tale finzione (e di mostrare che qualcuno paga e altri non solo non pagano, ma vivono dei soldi che vengono procacciati da altri) avrebbe avuto il salutare effetto di mettere il Re nudo alla finestra del palazzo.
    Questa piccolissima riforma che abbiamo sotto gli occhi non ha nulla a che vedere con una battaglia capace di smascherare la nostra forma specifica di parassitismo. Anzi sancisce che in Italia la battaglia contro il parassitismo è finita, mentre in Europa questa sarà la prossima battaglia politica.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito io c'ero...

    caspita se me lo ricordo questo intervento. Poi arrivò in megaritardo il dentista che accusò tutti del Trappolone

  3. #3
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    Intervento di Marco Bassani al convegno
    di Monza il 27/02/2005.

    In realtà dieci anni fa la Lega si batteva in
    Italia per cose che diventeranno in brevissimo
    tempo i cavalli di battaglia di centinaia di
    movimenti per tutta l’Europa.
    Cioè questa Europa unita non è altro che una
    grande Italia, piena di Padanie, ma soprattutto
    di Mezzogiorni.

    E in ogni caso l’Unione Europea non è altro
    che il cartello dei governi europei che vogliono
    continuare a considerare i cittadini come i
    propri schiavi fiscali, e la battaglia contro
    il parassitismo, contro coloro che vogliono e
    riescono a vivere alle spalle degli altri è ormai
    su scala continentale.

    La Lega in questo senso dieci anni fa era
    all’avanguardia, poi ha rinunciato alla
    primogenitura dei movimenti dei produttori
    europei, e oggi è assolutamente in retroguardia
    a blaterare contro i lavoratori cinesi, proprio
    come i contadini francesi e tutte le categorie
    improduttive d’Europa.




    pregevole e condivisibile intervento,
    anche se viziato da un improbabile
    fideismo sul turbocapitalismo,
    e sulla globalizzazione, che ritengono
    del tutto legittima la presenza in europa di torme
    di disperati del terzo o quarto mondo,
    in funzione di "calmiere" del costo del lavoro.

    no,
    ogni paese o comunità di paesi,
    che esprimono determinate legislazioni
    a tutela del lavoro e dei lavoratori,
    hanno il sacrosanto diritto di tutelarsi,
    da inaccettabili forme di concorrenza;
    i commerci e gli scambi, non sono
    certo impediti dalle frontiere e dai dazi,
    il mondo ha funzionato così per
    millenni.........

  4. #4
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    c'ero anch'io là. per me è stato il momento della svolta : ho cominciato finalmente a capire.
    domando scusa a giovanni fgf per la mia imbecillità, ma io abito all'estremità dell'impero belleriano e sono sempre stato lontano da ogni carica. figuratevi che credevo al senatore gabana.

  5. #5
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    dime can, sentinella della patria

  6. #6
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    ho postato l'articolo di bassani per aprire gli occhi di quelli che ancora persistono nel culto della lega, pensando che non sia cambiato nulla da quella volta.

  7. #7
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    C'ero anch'io a quel convegno con Pagliarini e Chiti. Mi sono sorbito 700 Km con la febbre per sentire Chiti parlare di federalismo di cui NON SA NIENTE. Marco Bassani, al quale mi ero rivolto per poter parlare su quello che Chiti aveva detto, non ha ottenuto il consenso degli organizzatori. Potevano parlare solo quelli del palco. La cosa si è ripetuta l'anno scorso, a Bergamo, mi pare, ma con un finale leggermente diverso. Tutte e due le volte sono tornato a casa con l'ennesima delusione nel cuore. A Monza Marco è stato veramente grande. Peccato che uomini simili non si interessino di politica. Proprio di loro ci sarebbe bisogno per cambiare. Continuo a credere in un futuro cambiamento della Lega e di un ritorno alle origini, Del resto se scompare la Lega chi resta ancora a parlare di federalismo? Le sinistre con il centralismo democratico e Berlusconi che non conosce la differenza fra stato federale e stato moderno?

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da dime can Visualizza Messaggio
    ho postato l'articolo di bassani per aprire gli occhi di quelli che ancora persistono nel culto della lega, pensando che non sia cambiato nulla da quella volta.
    haimè è vero , non per nulla la mia tessera non vide più rinnovo

 

 

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