Quando vedevamo la tv alla Casa del Popolo
di Pilade Cantini
su redazione del 08/01/2008
Vedere la televisione alla Casa del Popolo è sempre stato uno spettacolo nello spettacolo. Le partite di pallone più che altro, ma anche i telegiornali. Raramente i film, se non quelli con la Fenech, un po’ ammiccanti, particolarmente graditi ai giocatori di biliardo, gli unici che restavano a far chiusura col gestore del bar.
Ma il calcio dominava anche se, a ricordare la solennità della sede, proprio sotto la televisione c’era un piccolo mezzobusto di Togliatti con una frase ammonitrice incisa sul piedistallo: “Sia l’acre sapore delle lacrime, per non piangere inghiottite, stimolo aspro al lavoro, alla lotta…”; la leggevo ogni volta con una certa inquietudine. Ma subito ero distratto dalle urla dei telespettatori per un goal sbagliato che avrebbe fatto anche un bambino, o per un rigore non concesso contro quei ladri della Juventus. I nuvoloni di tabacco e le bollicine della spuma bionda erano i sapori di ogni domenica sportiva, ma il massimo si raggiungeva con le competizioni internazionali, quando politica e pallone si intrecciavano. Campionati Europei 1988, Italia e Unione Sovietica in semifinale, un delirio. Qualcuno sostenne che non bisognava mischiare le due cose e che si poteva tranquillamente fare il tifo per la nostra nazionale ma fu immediatamente zittito dal Galletto, che sulle note dell’Inno russo si alzò in piedi con la mano sul cuore. Durante il primo tempo si sentirono frasi incredibili: il portiere italiano deviò un tiro sovietico e dopo il boato qualcuno urlò: “angolo nostro!”; un giocatore italiano stramazzò al suolo dolorante e in coro: “rìzzati, non t’ha fatto nulla!”.
Una coppia di turisti fermatasi per caso a vedere la semifinale se ne andò dopo la prima mezz’ora, decisamente intimorita. Al goal di Protassov ci fu il finimondo. Dopo la partita fu spiegata la bandiera del Pci dal balcone della Sezione.
Anche le tarsmissioni di informazione erano seguite, spesso senza volume perché le urla contro il Gobbo (Andreotti) o la Fettunta (De Michelis) coprivano completamente l’audio del commentatore; oppure le battute soddisfatte quando inquadravano i soldati in marcia sulla Piazza Rossa di Mosca (“guarda come vanno precisi!”) o le medaglie sul petto di Breznev (“per vestirlo gli ci vuole il muletto!” – e giù risate, a immaginarsi i carrelli elevatori usati nelle concerie che scorrazzano per le stanze del Cremlino durante la vestizione del Presidente). Nella mia Casa del Popolo Breznev piaceva molto, dava sicurezza, e con affetto era chiamato Ciglioni, per la folta peluria sopra gli occhi (non era proprio Baffone come Stalin ma insomma ci si poteva contentare…) mentre Berlinguer non era proprio amatissimo, un po’ per l’aspetto fragile e mite, un po’ per il compromesso storico ma soprattutto perché non gli era stato perdonato il fatto di essersi recato in chiesa durante i funerali di Moro (“ma guardate che si deve vedere! Il nostro Segretario a puppare l’incenso! Se si va avanti così finisce tutto!”) e infatti veniva epitato in modo meno virile, qualche volta Ciuffino, per la capigliatura un po’ scarruffata, altre Grinzine, per le lèggere rughe sul volto.
Dopo il decesso di Breznev, i telegiornali alla Casa del Popolo si guardarono in serioso silenzio e ci furono smorfie di approvazione per l’elezione di Andropov: uno del Kgb dava ampie garanzie di solidità. Quando morì Berlinguer andai col mio babbo a mettere lo straccio nero sulla bandiera della Sezione; il sole di giugno era alto e forte, ma piovve qualche minuto, per inumidire la stoffa rossa e farla risplendere meglio. E nemmeno i compagni più rudi, quelli che scuotevano un po’ la testa davanti a Grinzine, riuscirono a trattenere i lucciconi, che asciugarono svelti con la pezzola della domenica.
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