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Discussione: Giuseppe Fava

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    Predefinito I 100 padroni di Palermo

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", giugno 1983

    Camminare a Palermo. Il viale bianco di sole. Le grandi nuvole che arrivano da Punta Raisi, la loro ombra corre sul viale più veloce delle auto. Il cielo sul mare è abbagliante, il cielo sulle montagne a sud, è nero di tempesta. Il gelato da Roney. Tre signore di mezza età stanno sulle poltroncine verdi, con le sopracciglia alte e le boccucce delle signore di Tolouse Lautrec, sedute al divano rosso. Fumano con boccate avide, l'una racconta e continuamente ride, scuote la cenere in aria, l'altra sorride melliflua, la terza annuisce. Sorbiscono granita di mandorla. Tre boccucce eguali come fossero state dipinte dalla stessa mano.
    Camminare a Palermo. Il cuore del vecchio mercato a mezzogiorno. Almeno cinquemila persone in un groviglio di vicoli che affondano tutti verso la piazzetta. Cento bancarelle sormontate dai giganteschi ombrelloni rossi, pesce, verdura, carne, mele, noci, aragoste, i quarti insanguinati di vitello, i capretti sventrati che pendono dagli uncini, i banditori urlano tutti insieme, lottano così l'uno contro l'altro, in mezzo alla folla.
    Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l'odore della catacomba, il buio, la luce verde del bigliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l'identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d'ombra all'altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d'argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo' di saluto: "Ho fatto tardi!". Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: "Debbo morire!".
    Camminare a Palermo? Gli osceni edifici a dodici, quindici piani, che si affollano l'uno sull'altro, lungo la riva del canalone che scende dalla collina al mare, con un rivolo d'acqua putrida al centro, e giù in basso i tuguri dove si ammassano venti persone, a due metri da quel rigagnolo giallo. I bambini che giocano da una riva all'altra. Bambini così, anche cani così che corrono in mezzo ai bambini, li ho visti solo a Palma di Montechiaro. Anche il colore, anche il fetore di quel rigagnolo è lo stesso di quel liquame che scorre orribilmente fra le rupi di Palma. Tutto questo è retorica, lo so. A Palma di Montechiaro però tre bambini su dieci muoiono prima di arrivare all'età scolare. E da qualche parte, in questa immensa città, c'è qualcuno che sta discutendo quale sarà il destino di questi bambini di Palermo per i prossimi venti o trent'anni. E quale sarà il suo guadagno.
    Palermo è una delle città più belle d'Europa e certamente una delle più infelici. Forse più della stessa Napoli. Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le reggie favolose dei maharajà e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. A Palermo la corruzione è fisica, tangibile ed estetica: una bellissima donna, sfatta, gonfia di umori guasti, le unghie nere, e però egualmente, arcanamente bella. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c'è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell'isola si assoggettano perché non possono altrimenti, si riconoscono sudditi ma non vorrebbero mai esserne cittadini. Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un'altra razza: quelli sicani e noi invece siculi, quelli cartaginesi, saraceni, andalusi, napoletani; noi greci, romani, svevi, milanesi. I catanesi hanno proposto due capitali dell'isola per due popoli diversi, si tratta di uno sberleffo, ma nella realtà in cosa potranno mai essere rassomigliati (concetto dell'uomo o pensiero sulla vita) Verga e Tomasi di Lampedusa, oppure Vitaliano Brancati e Leonardo Sciascia? Pirandello, che stava in contemplazione a metà strada fra questi due concetti dell'essere, probabilmente dovette pensare quanto l'essere siciliano in definitiva fosse fantastico e improbabile.
    I siciliani non amano Palermo e Palermo lo sa perfettamente ma non se ne cura. I siciliani non amano Palermo poiché essa è la capitale che esige soltanto tributi e obbedienza, e in verità Palermo vuole questo soprattutto, come è giusto che sia il rapporto fra sudditi e sovrano. Il catanese, il siracusano, il messinese, il ragusano, si azzannano a vicenda, ma se qualcuno forestiero gli chiede la provenienza, dicono: Siciliano! E basta. Il palermitano dice: palermitano, che a parer suo è cosa inimitabile e sovrana.
    I Siciliani non amano Palermo. C'è qualcosa che impaurisce e respinge. Io ho visto per le strade di Catania auto sbucare di colpo, e uomini balzare fuori con le armi in pugno e cominciare a sparare addosso ad altri uomini, e chinarsi urlando a sparare il colpo di grazia alla nuca. Ho visto corpi insanguinati di ragazzi uccisi, giacere in mezzo alla strada e la gente che continuava ad andare, le auto a correre. Ho visto cortili fracassati dalle raffiche di mitra e dalle schegge delle bombe a mano, e colava dai muri e le polpette ancora fumanti sulla mensa. Ho visto madri avanzare piangendo verso i corpi degli uccisi, sostenute pietosamente da parenti che però avevano la sigaretta fumante in bocca. La morte a Palermo è diversa, la morte violenta. Più profonda, più arcana e fatale. Esige contemplazione: una fila di sedie tutt'intorno al corpo insanguinato, in mezzo alla strada, e ai parenti seduti immobili, in silenzio, a guardare. I ragazzini immobili e attenti. La morte è spettacolo da non perdere. La morte ha sempre una ragione d'essere. A Palermo essa va meditata e capita.
    Chi sono i padroni di Palermo? Coloro che hanno nel pugno il destino di questa grande, splendida e infelice capitale del Sud? E' una domanda essenziale poiché essere padroni di Palermo non significa soltanto governare taluni giganteschi affari per migliaia di miliardi, ma per infinite, invisibili vie governare anche lo sviluppo politico dell'isola e quindi del Meridione: per esempio stabilire in quali banche debba essere depositato il pubblico denaro, e chi debba dirigere queste banche; per esempio indicare quali funzionari meritino carriera per propiziare e garantire giganteschi affari di vertice; e via via, sempre per esempio, spirali sempre più difficili e più alte e segrete, designare coloro i quali dovranno essere deputati, assessori, sottosegretari, ministri. Bisogna stare attenti. In Sicilia, e quindi naturalmente a Palermo, si verifica un fenomeno straordinario: e cioè che in Italia tutto quello che accade, nel bene e nel male, dipende dai partiti oramai despoti della vita nazionale, ma questo potere nel Sud si sgretola, degrada, corrompe, privatizza. Un uomo politico può diventare presidente o ministro, e la gente pensa che sia domineddio, ma nella realtà egli è diventato ministro o presidente per amministrare una situazione, una proposta, un compromesso che altri hanno discusso e deciso prima di lui e gli hanno semplicemente affidato. Altrove, a Torino, Milano, Bologna, persino a Napoli, un ministro può essere il padrone. Qui, non essere nessuno.
    Chi sono dunque i padroni di Palermo? Badate bene: i padroni, non il padrone, poiché a Palermo accade anche questo fenomeno straordinario, e cioè che non è ammesso il tiranno, il condottiero, colui il quale per carisma, per virtù propria di talento o violenza, possa emergere su tutti gli altri ed al quale tutti gli altri debbano rispetto e obbedienza. Se spunta un Cesare ci sono subito le Idi di marzo. Palermo rassomiglia alla Roma del basso impero con le congiure, i pretoriani, i Caligola che fanno senatori i loro cavalli, le clientele che fluttuano dall'uno all'altro vincente. Ma più ancora Palermo rassomiglia all'Atene della decadenza, con gli oligarchi, oratori, guerrieri, reggitori che in mezzo a loro non permisero mai venisse fuori un capo. Le virtù che contano a Palermo non sono quelle di un Pericle, ma piuttosto di un cardinale Mazzarino, di chi sappia intrigare, unire, collegare, non conoscere mai la vera identità dell'assassino e tuttavia da quell'assassinio trarre sicuro vantaggio, né mai essere in prima persona nell'affare da cento o mille miliardi, ma amabilmente avere la certezza di un dieci per cento, metà del quale da distribuire ad amici, confidenti, alleati e delicatamente anche a taluni avversari. Né Pericle, né Alcibiade.
    La storia moderna di Palermo, che è anche la storia politica del Sud e in gran parte anche della violenza che ciclicamente scuote la nazione, si potrebbe raccontare attraverso storie esemplari di alcuni uomini. Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.
    Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell'ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiedevano un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.
    Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile ed infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.
    Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l'affare politico è sempre diverso da quello che viene ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l'oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò, quanto meno, a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall'assemblea regionale siciliana, dove in verità - provenendo i deputati da tutte e nove le province dell'isola - le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.
    Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L'esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C'era una bizzarra clausola nell'accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l'assessore regionale: cioè gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un'indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse, gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, epperò la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c'era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.
    Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l'uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare. in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.
    La storia di Mattarella è davvero una storia esemplare all'interno del racconto sul potere a Palermo. Palermo non può avere un solo padrone, nemmeno un primus inter pares : se qualcuno tenta di esserlo viene distrutto in qualche modo, oppure più semplicemente ucciso. Naturalmente non accade mai che la decisione dell'assassinio sia presa dalla piccola società degli oligarchi, questo appartiene alla fantascienza mafiosa, tutti hanno il medesimo interesse ma in definitiva sono soltanto due o tre di loro, i più offesi o spietati, che prendono la decisione. Individuarli non è possibile mai: bisognerebbe prima identificare e catturare gli esecutori dell'assassinio; che costoro confessassero da chi hanno avuto mandato di uccidere, e questi mandanti a loro volta indicassero l'anonimo barone che ha commissionato il delitto. Una serie di ipotesi assolutamente impossibile che, tutte insieme, configurano appunto il perfetto delitto di mafia.
    Chi sono dunque i padroni di Palermo? I metodi di identificazione sono due: l'uno politico, l'altro finanziario, cioè anzitutto l'identificazione dei politici che attraverso leggi e azioni di governo determinano i grandi affari pubblici, compresi i sistemi di affidamento; e quindi la identificazione degli operatori che si aggiudicano tali grandi affari e ne diventano perciò i protagonisti.
    Attualmente, nella città di Palermo ci sono una ventina di grandi affari pubblici. Messi insieme formano un pacchetto di duemila-tremila miliardi. Scegliamone quattro, i più semplici da capire: il porto scogliera, l'appalto per la pubblica illuminazione, il risanamento del centro storico, l'appalto per la manutenzione stradale.
    Il porto-scogliera dovrebbe sorgere lungo quel tratto di litoranea fra la nazionale per Messina e il Foro Italico, cioè in quel tratto di spiaggia dove si scaricano le immondizie di mezza città e le acque luride delle fiumare, un tratto di mare che è divenuto una sola immensa fogna, oramai perduto per qualsiasi utilizzazione commerciale e turistica. Il problema è quello di bonificare la zona, evitando che essa diventi una sempre più micidiale concentrazione di immondizie putrefatte, di topi, mosche, cani randagi, zanzare, miasmi, epidemie. Il progetto è semplice: costruire in mare a qualche centinaio di metri dalla riva una scogliera artificiale, una specie di immensa barriera frangiflutti, in modo da creare all'interno, fra tale scogliera e la spiaggia, una specie di mare morto nel quale andranno a scaricarsi quotidianamente tutti i materiali da riporto dell'intera città, pietre, rottami, rifiuti, calcinacci. Nel giro di pochi anni il mare, o meglio quel putrido stagno, scomparirà per sempre e diventerà un immenso pianoro di terraferma. La proposta è che la ditta appaltatrice dei lavori, la Sailem, esegua i lavori gratuitamente, aggiudicandosi tuttavia la proprietà delle aree di risulta, cioè di quell'immenso pianoro che si sostituirà al mare. Naturalmente tutta area fabbricabile, nel cuore di Palermo, lungo il mare, in una zona che - eliminato l'inquinamento - potrà diventare prezioso luogo di insediamenti turistici, residenziali e alberghieri. Il tratto di litoranea interessato è lungo circa due chilometri, la scogliera sarà costruita a trecento metri dalla spiaggia, un'area dunque di circa sessantamila metri quadrati. Il prezzo delle aree fabbricabili nelle zone urbanistiche di eccellenza si aggira sulle cinquecentomila lire a metro quadrato. Fate i conti.
    L'appalto per la pubblica illuminazione, per centodieci miliardi. Esso non è avvenuto per pubblico concorso ma a licitazione privata. Con delibera della giunta presieduta dell'ex sindaco Martellucci, che attende solo la ratifica del consiglio comunale, è stato approvato il rinnovo dell'appalto alla ditta ICEM, di cui è grande manager l'ingegnere Parisi. La grande storia di Palermo è fatta di alcune grandi storie umane ma anche di tante piccole storie esemplari che si debbono mettere tutte insieme, l'una accanto all'altra, nel posto giusto. L'ingegnere Parisi è il presidente del Palermo calcio: pare abbia fatto egli stesso candida ammissione di non avere per il calcio alcuna passione o competenza.
    E tuttavia, soavemente invitato dagli ambienti politici della Dc ad assumere la gestione del Palermo calcio per ricondurlo in serie A, altrettanto soavemente egli accettò di rendere questo servizio alla città e agli uomini che la governano. Gli è costato due miliardi! Non sono stati spesi bene, ma non sono neanche molti.
    Il piano di risanamento del centro storico di Palermo. L'ultima preda! L'alleanza criminale fra politici e imprenditori ha infatti letteralmente divorato, sfregiato, saccheggiato oramai tutta l'immensa periferia della capitale, rovinandola per sempre. Il prezzo pagato dalla città è stato tragico. Almeno duemila assassinii: uomini giustiziati in mezzo alla strada, murati nei piloni di cemento degli stessi palazzi, gettati in mare con una pietra alle caviglie. Una pirateria di circa cinquantamila miliardi la cui spartizione ha consentito l'insorgere di almeno cinque nuovi tremendi focolai di potenza mafiosa che (per evoluzione criminale e capacità finanziaria) hanno potuto impadronirsi anche del contrabbando della droga, determinando un terrificante salto di qualità e di potenza dell'intera struttura criminale.
    L'unica area urbanistica residua, nella quale sono possibili operazioni urbanistiche, appunto l'ultima preda, è il centro storico di Palermo, cioè quella che fu la splendida, orgogliosa capitale della civiltà mediterranea e nella quale arabi e normanni profusero i tesori della loro architettura. Spettacolo di miseria e grandezza. Vicoli nei quali dilaga un'umanità urlante e feroce, palazzi di straordinaria bellezza che però cadono a pezzi, tuguri nei quali si intanano migliaia di sventurate e fameliche famiglie del sottoproletariato, cattedrali, reggie, teatri di ineguagliabile maestà, spazi fatiscenti dove si accumulano le immondizie di interi quartieri, migliaia di edifici pericolanti dai quali gli esseri umani sono stati stanati a forza come bestie. Il progetto di risanamento che sta per essere ultimato, deve salvare i grandi palazzi prima che crollino, cancellare migliaia di tuguri, programmare il restauro di centinaia di edifici ora abbandonati e la costruzione di migliaia di altri nelle aree di risulta. Un progetto gigantesco. Un affare che prevede un investimento pubblico di duemila miliardi, e perlomeno quindici/ventimila miliardi di investimenti e quindi profitti privati. Facile immaginare quale drammatica lotta si sia già scatenata in quella fantastica città mafiosa, invisibile all'occhio e tuttavia perfettamente compenetrata (una città sull'altra e dentro l'altra) a Palermo. Si tratta di capire chi si presenterà a chiedere gli appalti e come essi saranno dati, con quali facoltà e vantaggi. I grandi personaggi del potere si stanno squadrando e valutando, cercando di leggersi negli occhi per capire chi sarà alleato, concorrente o nemico. I catanesi che hanno un'ironia piuttosto ruvida, quasi sempre conclusa con una grande risata direbbero: "Si stanno curando in salute!". I palermitani che sono più tristi e perciò anche più sottili nell'ironia, dicono: "Si stanno guardando lo scarto", che nel terziglio è il momento in cui il giocatore solo contro gli altri due, va a riguardarsi le quattro carte di scarto che solo lui conosce, per fare la giocata decisiva. Gettare subitaneamente la scartina e brutalmente uscire di napoletana. Con ironia più esplicita, qualcuno a Palermo più semplicemente dice: "Duemila miliardi a chi sparerà per primo!".
    Infine l'appalto per la manutenzione stradale. Anche tale appalto, per un importo di centotrenta miliardi, sarà rinnovato alla ditta LESCA di cui è protagonista e manager il conte Cassina. Ecco un'altra piccola storia per raccontare la grande storia di Palermo. Cassina è conte! I palermitani, la cui ironia spesso è così tagliente da sembrare cinismo, dicono ai catanesi: "Voi avete i cavalieri del lavoro, noi abbiamo i conti! C'è un abisso. Cassina è conte, è milanese ed è Gran Bali, per tutto il Sud, dei cavalieri del Santo Sepolcro, associazione di personaggi eccellenti i quali hanno diritto di paludarsi in cappa nera, feluca e spadino, e in tal guisa scortare il Papa nelle grandi cerimonie ufficiali. Al Gran Bali spetta il governo della loggia (si chiama così, come nella massoneria) e la designazione dei nuovi cavalieri. Della loggia di Palermo, negli ultimi anni, sono entrati a far parte questori, magistrati, professori di università, artisti, luminari della medicina e delle lettere, operatori economici, cavalieri del lavoro. Il conte Cassina li convoca, li governa e li affabula. Ecco, il conte Cassina è uno dei padroni di Palermo. E' amabile, colto, intelligente, non ha la prepotenza mentale e la temerarietà dei cavalieri di Catania, per i quali non c'è impresa che non possa essere tentata e che non si abbia il diritto di tentare, ma la prudente saggezza di colui il quale vive in una capitale in cui c'è un limite a tutto, anche alla potenza dell'uomo. E' un uomo che può invitare a cena ministri, prefetti, giudici e conversare affabilmente sul destino della Sicilia. Da buon milanese ha uno straordinario rispetto per il denaro e quindi è anche tenuamente avaro. Si dice che un cavaliere di Catania, invitando a cena nella sua villa prefetti e ministri, facesse galantemente trovare, sotto il tovagliolo, graziosi monili d'oro per le consorti dei convitati. Il conte Cassina si limita agli spaghetti, e per le gentili signore, una piccola orchidea. Un padrone di Palermo il quale sa perfettamente che non si deve mai essere l'unico padrone di Palermo, ma che bisogna convivere con gli altri e tutto sta semmai nel garbo con cui si è capaci di riconoscerli.
    E i politici. Anche nella politica la situazione è mutata. Il tiranno non esiste più. Mattarella tentò di imporre una regola morale a tutti, pensò di avere il carisma del capo. Morì. Prima di lui aveva tentato, con altro stile e altre convinzioni, Vito Ciancimino, certo il personaggio più famoso della democrazia cristiana e quindi della politica palermitana. In effetti ci fu un momento storico in cui parve il padrone di tutto, il solo e incontrastato governatore della volontà politica nella capitale dell'isola. Non ci fu affare, né opera pubblica, né appalto, né alleanza o compromesso che non fosse sua iniziativa o non si avvalesse del suo consenso. Lo distrussero. Comandava troppo. Però sopravvisse. Vito Ciancimino non era Piersanti Mattarella, egli era tanto astuto quanto quello era candido, egli era tanto attore quanto quello condottiero. Non avendo la vocazione di Alcibiade capì per tempo quanto meglio valesse essere Mazzarino, cioè paziente, silenzioso, ironico. Fra gli uomini politici italiani, rassomiglia più di ogni altro a Giulio Andreotti (nella speranza che nessuno dei due si offenda).
    Parlando di potere politico a Palermo si deve subito pensare a Vito Ciancimino, il geometra Ciancimino, come egli spavaldamente ama presentarsi; ecco, questa è un'altra piccola storia da raccontare dentro la grande storia di Palermo, e nemmeno tutta la storia dell'uomo, ma solo un minuscolo episodio del personaggio, perché si possa ancora più perfettamente capire Palermo.
    Vito Ciancimino crollò nell'ultima fase delle indagini dell'antimafia. Venne accusato, lui prima assessore all'urbanistica e poi sindaco, di aver lasciato sbranare Palermo dalla mafia. La democrazia cristiana ebbe paura. Non poteva certo partecipare al linciaggio perché sarebbe stato come mettere sotto accusa tutte le operazioni di potere che il partito aveva sollecitato e giustificato, una specie di suicidio; e però non poteva nemmeno difendere l'uomo perché le accuse erano troppo gravi, c'era il rischio di essere coinvolti e travolti. La democrazia cristiana non ha lo stoicismo tra le sue regole morali. Il suo principio è il silenzio estatico, la sua forza il tempo. Il silenzio avvolge, confonde, non consente approfondimenti, dibattiti. Il tempo ammorbidisce, logora, stanca, dilapida, suscita smarrimenti, la gente muore, la gente dimentica. Col tempo e nel silenzio svanì e si perse per sempre anche il come e il perché, vita e morte del bandito Giuliano. Figuratevi!
    Dinnanzi a Vito Ciancimino la Dc si tirò addosso un velo sepolcrale: lo deferì ai probiviri del partito perché stabilissero se poteva giustamente stare dentro il partito a testa alta o dovesse esser cacciato con ignominia. Tempo e silenzio. Finché vennero le elezioni politiche del 1979. Vito Ciancimino non poteva candidarsi poiché era nel limbo, ma aveva però quaranta/cinquantamila voti di preferenza sulla piazza di Palermo, un formidabile pacchetto elettorale che poteva manovrare a suo piacimento. Erano voti suoi, conquistati, allevati, guadagnati, difesi anno dopo anno, con mille amicizie, protezioni, minuscole alleanze, favori, benevolenze. Li aveva proprio nel portafogli, cosa sua, manovrando quei cinqantamila voti di preferenza, cioè spostandoli dall'un candidato all'altro, poteva determinare disfatte e trionfi. Per i leaders politici palermitani oltretutto non è importante solo essere eletti al parlamento, ma anche il numero delle preferenze, poiché queste stabiliscono gerarchie, ingigantiscono prestigio, candidano alle cariche ministeriali.
    Ora si racconta come nella fase pre-elettorale, il ministro Ruffini mandasse segnali di fumo al geometra Ciancimino per esprimere il suo gradimento a quei cinquantamila voti di preferenza, e come il Ciancimino stanco di essere tenuto alla gogna, facesse sapere che sì, quei cinquantamila voti sarebbero stati suoi, purché il ministro Ruffini l'avesse aiutato ad avere finalmente una sentenza assolutoria dai probiviri della Dc. E ancora si narra come il ministro Ruffini gli promettesse il suo leale appoggio in tal senso, organizzando un incontro con il segretario nazionale Piccoli a Roma: appuntamento a Roma alle sette del mattino, nella villa del segretario Piccoli.
    Vito Ciancimino arrivò in tassì, con una valigetta di cuoio piena di documenti che avrebbero dovuto comprovare la sua innocenza e comunque indurre ad una benigna valutazione il segretario nazionale della Dc. Erano i tempi della grande paura e del terrorismo trionfante. Gli uomini di vertice viaggiavano in autoblindo. La villa di Flaminio Piccoli era circondata dai carabinieri con i mitra puntati: si videro venire incontro questo sconosciuto, con gli occhietti neri da siciliano, i baffetti, e quella valigetta di cuoio. Sono il geometra Ciancimino, ho un appuntamento con l'onorevole Piccoli, in questa valigia ci sono carte personali... Documenti, perquisizione, verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato un tale, pretendendo di avere appuntamento con l'onorevole Piccoli, ha esibito documenti intestati al ragioniere Vito Ciancimino, di Palermo...
    In quell'istante scortato da motociclisti e auto della polizia, arrivò in auto blindata il ministro Ruffini. Così narrano. Carabinieri sull'attenti. Il ministro spiegò che poteva garantire lui per il signor Ciancimino, il quale effettivamente era atteso dall'onorevole Piccoli. Agli ordini eccellenza. I carabinieri sono sempre carabinieri: misero diligentemente a verbale. Quello che si dissero nello studio di Piccoli nessuno lo sa. Il candidato Ruffini ebbe centocinquantamila voti di preferenza.
    E venne il caso Sindona: lo scandalo, l'arresto di Spatola il quale era amico di Ciancimino e disse agli inquirenti d'essere andato una volta a cena con il ministro Ruffini, il quale a sua volta disse che non sapeva nemmeno chi fosse questo Spatola, glielo avevano presentato un giorno per caso, piacere, molto lieto e basta, e che comunque non conosceva quel tale Ciancimino di cui gli parlavano. Allora Ciancimino scrisse una lettera a mano, con un foglio di carta carbone sotto, per averne copia, "Caro Ruffini, leggo che dici di non conoscermi nemmeno. Sei un...!". L'epiteto fu crasso e stentoreo. Piegò il foglio, senza nemmeno metterlo in busta e lo spedì per raccomandata espresso. Conservò nel portafogli quella copia, ogni tanto la tira fuori e la tiene appesa a due dita in faccia all'interlocutore. Ride: "Non mi conosce? C'è quel verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato il ragioniere Vito Ciancimino. Il sopraggiunto ministro Ruffini, ecc., ecc... ".
    Chi sono i padroni politici di Palermo? Il ministro Ruffini, l'onorevole Lima, l'ex sindaco Valenzi? Certo! Forse ancora, da qualche parte, in qualche modo con qualche pacchetto di cinquantamila voti in tasca, Vito Ciancimino. Epperò anche infiniti altri. In realtà fino a non molto tempo fa, c'erano a Palermo i grandi, inviolabili boss politici. Giovanni Gioia era Luigi XIV. Tutto passava per il loro consenso. I grandi capi esistono ancora, ma sono stati esautorati, c'è stata la rivolta dei peones, sono almeno cento: ognuno di loro restando all'ombra del capo e rispettandone ufficialmente il potere si è costruito il suo piccolo feudo di potere, secondo competenza. Tutto quello che passa per il suo feudo paga, per taluni può essere soltanto la devota riconoscenza, per altri invece un tenue dieci per cento sul totale dell'affare. Anche il suo legittimo è pulito. Pensate a un galantuomo che deve avere un contributo o un mutuo da un miliardo: se lo fanno aspettare un anno ci rimette gli interessi bancari attivi quindi il 18%, e subisce l'impoverimento per svalutazione di un altro 14/15%. Con quella garbata tangente del dieci per cento, li ottiene subito secondo diritto. Ci guadagna! La figura giuridica sarebbe quella della cosiddetta servitù di passaggio, oppure in taluni casi, i più sofisticati (i giuristi mi perdonino l'audacia) dell'enfiteusi che è il diritto di godere di una cosa altrui, con l'obbligo di pagare periodicamente un canone. Solo che la cosa altrui, stavolta, è la cosa pubblica. Ma è un particolare ininfluente la cosa pubblica a Palermo, è la cosa dei cento padroni che possiedono Palermo.
    Palermo! Camminare per Palermo. Camminare sfiorando gli stupendi palazzi dove un giorno vissero svevi, normanni, emiri, angioini, ed ora anche le facciate stanno cadendo a pezzi, dietro queste facciate pavimenti e soffitti sono sfondati, le scale crollate. Camminare nei vicoli di Palermo assordati dal grido di centinaia di venditori, in mezzo ad una folla che sembra vagare con il moto pazzo delle formiche su un torsolo di mela. Camminare nelle stradine fetide e senza selciato, con le bancarelle fumanti attorno alle quali si aggruma la gente povera a mangiare gli scarti bolliti dei macelli.
    Camminare in mezzo ai tuguri di Palermo dove si intana la gente sradicata, cacciata via dalle case antiche che stavano per crollare. Tutto questo è folclore, lo so. Però, in questa grande capitale del Sud, migliaia di bambini vivono veramente dentro le tane come le bestie umane; e decine di migliaia di uomini vivono miserabilmente di espedienti, commerci infinitesimali, elemosine, ruberie; e centocinquanta esseri umani sono stati assassinati in un anno in mezzo alle strade, ed altri centocinquanta sono scomparsi, eliminati dalla lupara bianca. Tutto questo è retorico. Quando la verità è insultante si dice che essa è retorica, è sempre retorico tutto quello che non rientra nei limiti del possibile, trecento assassinii sono dunque retorica.
    Salire la scalinata del Palazzo delle Aquile e sapere che da qualche parte, in qualche stanza, venne perpetrata la spartizione di cinquantamila miliardi per la devastazione urbanistica di Palermo, e alcuni di quegli uomini furono o ancora saranno fra i governatori di questa città. In qualche stanza di questo palazzo c'è il nuovo sindaco, Elda Pucci, medico, cinquantenne, nubile, adamantina la quale dice: "L'ex sindaco Valenzi fu il mio maestro. Il modello al quale mi ispiro!". Vincente oratoria. A loro è lasciato il compito difficile di governare nel modo più garbato possibile, elaborare i grandi sistemi quali che siano, garantire che la macchina funzioni. Abbiamo revisionato, cambiato i pezzi logori, guardate come corre.


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    Predefinito I 10 più potenti della Sicilia

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", luglio 1983

    Chi sono le dieci persone più potenti della Sicilia? La domanda è affascinante! Chi sono coloro che, per ragione della loro forza, possono veramente, profondamente influire sul destino dei siciliani e modificarlo nel bene e nel male, cambiare la faccia alle città e ai territori, cambiare la sorte di decine e centinaia di migliaia di persone, stravolgere il corso della loro vita senza che nemmeno essi se ne rendano conto, determinare la loro povertà o agiatezza, allegria o infelicità, consentire loro di continuare a vivere nel posto dove sono nati oppure costringerli a cercare campo e sopravvivenza in altri luoghi della terra? Chi sono in Sicilia le dieci persone che, più di ogni altra, possono tutto questo? La domanda è magnifica! Vale la pena di fare di tutto per rispondere!
    Quando si parla di potere, quasi sempre si intende rozzamente qualcosa di nemico, più forte di te, implacabilmente più forte, e che può infliggerti prepotenza e dolore, e al quale tu non trovi modo di scampare. E nella realtà quasi sempre è così! Iniziando tuttavia questa nostra indagine (che non è inchiesta, e nemmeno studio, ma soprattutto scoperta), non vogliamo dare alcuna definizione morale del potere, ma semplicemente definire cosa sia e da cosa composta la facoltà umana concessa a poche persone di comandare su tutte le altre e quindi sulla società. Nel bene e nel male, ripetiamo. Tanto per esser perfettamente chiari, Luciano Liggio del quale si dice che abbia fatto assassinare una cinquantina di individui e che avesse (o abbia) la facoltà di influire su tutti i grandi avvenimenti mafiosi, è un uomo che ha sterminato potere. Lo ha usato maleficamente. Anche il cardinale Pappalardo, il quale con un suo sermone può sconvolgere milioni di fedeli e far tremare ministri dello Stato e costringere la folla mafiosa a ritrarsi per qualche tempo nel suo guscio, ha potere altrettanto sterminato. Lo ha usato finora beneficamente. Al di là del criterio morale, tutti e due, Luciano Liggio e il cardinale Pappalardo, hanno potere!
    Chi sono dunque i dieci siciliani più potenti? La domanda è bella e inquietante! Cerchiamo dunque di fare il discorso più logico possibile, e quindi anzitutto di capire cosa effettivamente sia la potenza. Io ritengo che le sue componenti essenziali siano cinque: il denaro, la pubblica autorità, la capacità politica, la popolarità e il talento. Ho raccolto cinque piccole storie esemplari.
    Accadde in una corte di assise non molto tempo fa. Si celebrava un processo per i delitti di assassinio continuato e strage. Dentro il gabbione c'erano almeno una ventina di criminali, ognuno dei quali, secondo l'accusa, aveva sulla coscienza cinque o sei omicidi. Il processo sembrava una tempesta. Il procuratore della repubblica era temerario e spietato, ogni volta che parlava era come se afferrasse per il bavero gli imputati e li sbattesse contro i ferri del gabbione. La sua passione per la giustizia talvolta diventava violenza. Ad un certo momento, in mezzo a quella piccola folla di uomini feroci che avevano ucciso tante volte senza battere ciglio e che, senza un tremore, lottavano per evitare l'ergastolo e che tuttavia, dinnanzi alla valanga di parole dure, taglienti del pubblico ministero, parevano talvolta smarrirsi e sbandare, in mezzo a quella piccola folla si alzò un grande mafioso, con il vestito nero, la cravatta nera, i capelli grigi, la grande testa di legno squadrata a colpi d'ascia, e levò il dito diritto come un'arma contro il pubblico ministero e disse: «Signor procuratore ora lei è là, su quello scanno, con il mantello nero, e sembra il padreterno, e io sono chiuso dentro questa gabbia, in mezzo a uomini impauriti, e se anche voglio andare a gabinetto debbo chiedere umilmente permesso a un carabiniere. Però, con mezza parola io posso far dare un appalto pubblico di cento miliardi a una impresa invece che ad un'altra, posso far fallire una banca, trovare o levare lavoro e guadagno per mille o diecimila persone. E lei no! Lei, signor procuratore, ha al suo comando battaglioni di carabinieri armati fino ai denti, mitragliatrici e autoblindo, e dietro di sé anche la fotografia del capo dello Stato e il Crocifisso, ed io invece le catene ai polsi e solo queste gracili mani per difendermi. Però, con un semplice gesto, o anche solo uno sguardo, io posso fare uccidere dieci o cento persone in qualsiasi parte di questa nazione, anche nel più profondo delle carceri, posso amministrare la vita e la morte di chi dico io. E lei no! Signor procuratore, qualunque cosa accada io sono più potente di lei. Quando parla, non se lo scordi mai!».
    Un cavaliere del lavoro, al giudice che lo inquisiva per sospette trame mafiose e per una colossale frode fiscale, disse invece: «Signor giudice, come lei ben dice, io sono mostruosamente ricco, e la mia ricchezza è potenza, e la mia potenza sta devastando la società. Lei non possiede niente di tutto questo. E tuttavia, io che possiedo tutto, sono qui in piedi e impaurito dinnanzi a lei, attento a non sbagliare una sola parola che non possa suonare di rispetto per lei, attento a consentire, a negare, a sorridere, ad apparire devoto e sottomesso. E lei, che non possiede niente, assolutamente niente o quasi niente, sta dinnanzi a me come un padrone per giudicarmi, e secondo un suo malumore o inganno mentale... con tutto il rispetto può accadere... può offendermi con le sue domande, impormi di parlare delle cose sulle quali invece vorrei tacere, e viceversa ordinarmi il silenzio quando invece io vorrei parlare; e infine, secondo un suo terribile sbaglio o rancore personale, infliggermi umiliazione, danno o infelicità! Chi è più potente di noi due?».
    Un giornalista ironico e intelligente, a chi gli chiedeva quale idea o stima egli avesse della sua professione, spiegò: «Io amo la mia professione come si può amare carnalmente una donna splendida e un po' bagascia che ti tradisce con tutti e di cui però non riesci a fare a meno. Non c'è sentimento, è proprio un fatto di sesso. In questa società comanda soprattutto chi ha la possibilità di convincere. Convincere a fare le cose: acquistare un'auto invece di un'altra, un vestito, un cibo, un profumo, fumare o non fumare, votare per un partito, comperare e leggere quei libri. Comanda soprattutto chi ha la capacità di convincere le persone ad avere quei tali pensieri sul mondo e quelle tali idee sulla vita. In questa società il padrone è colui il quale ha nelle mani i mass media, chi possiede o può utilizzare gli strumenti dell'informazione, la televisione, la radio, i giornali, poiché tu racconti una cosa e cinquantamila, cinquecentomila o cinque milioni di persone ti ascoltano, e alla fine tu avrai cominciato a modificare i pensieri di costoro, e così modificando i pensieri della gente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, tu vai creando la pubblica opinione la quale rimugina, si commuove, s'incazza, si ribella, modifica se stessa e fatalmente modifica la società entro la quale vive. Nel meglio o nel peggio!».
    Un importante uomo politico meridionale, di quelli che reggono i dicasteri, che hanno morbida mano nel governare la cosa pubblica, che hanno astuzia, garbo, intelligenza, sufficiente cinismo e ironica crudeltà come si conviene ai padroni, soavemente spiegò quali fossero le ragioni della sua grande forza: «La forza consiste anzitutto nella saggezza con cui ogni uomo riesce ad amministrare i suoi rapporti. Voglio dire che la vera forza consiste soprattutto nel numero delle persone che ti sono devote, e quindi si fonda sull'amicizia, la riconoscenza, la gentilezza... avere cioè beneficato una infinità di persone che perciò ti saranno sempre fedeli... uomini anche potenti e ricchi, banchieri, deputati, artisti, ma anche poveri, analfabeti, ignoranti, malati e persino criminali, poiché beneficare uomini criminali ed avere la loro devozione non è immorale: immorale è considerare un uomo povero o criminale al livello della bestia. Ecco, io ho un'anima generosa che si lascia sedurre, che si concede a tutti, chiedendo in cambio piccoli prezzi di affetto e devozione. Questa è la mia grande forza: io ho un'anima puttana!».
    Infine un grande scrittore del Sud, che ha un sovrano concetto del talento e quindi di se stesso, e che talora maestosamente si concede per qualche minuto alla curiosità degli altri, ai convenuti di un salotto intellettuale dove si dibatteva il tema appunto del genio, disse: «Alla fine nella società prevale sempre il talento, cioè l'intelligenza pura, cioè il genio. Il genio scansa persino le malattie, allontana da sé persino la morte, il genio ama le donne provando un piacere infinitamente maggiore di qualsiasi altro, e se scoppia una rivoluzione riesce sempre infallibilmente a stare insieme ai trionfanti vincitori. Quelli che finiscono dinnanzi a un plotone d'esecuzione sono finti geni, sono imbonitori, sono minchioni. Il genio è anche intuizione della storia, il genio è anche saper prevedere chi vincerà le battaglie decisive e, mentre i fumi della lotta ancora gravano sul campo, farsi trovare già seduto al tavolo di chi detta le condizioni di pace. Un libro, un solo libro scritto nel momento giusto, con una giusta storia, può modificare il corso politico di una nazione!». Naturalmente stava parlando del suo genio. A chi gli chiedeva quale suo libro avesse modificato il destino politico della nazione, egli rispose con un enigmatico sorriso.
    Ecco dunque le componenti essenziali del potere: il denaro, l'autorità dello Stato, la forza politica, la popolarità e il talento. Naturalmente ognuna di queste componenti non ha eguale forza e capacità di influenza sulla società. Tanto più vale questo principio e bisogna essere attenti nella valutazione, in quanto stiamo parlando di una società, quella siciliana, profondamente diversa da qualsiasi altra e nella quale l'animo umano è condizionato da suggestioni, bisogni, speranze, dolori, sogni completamente diversi che in qualsiasi altra regione d'Europa. E' evidente infatti che, in una società di tutti ricchi, il denaro è disponibile per tutti e quindi la sua forza di convinzione è mediocre. In una società di tutti ricchi, chi volesse trovare un killer per fare assassinare un suo nemico, non può trovarlo con cinque o dieci milioni, ma dovrà pagare un miliardo. In una società nella quale i poveri sono la maggioranza, e centinaia di migliaia di esseri umani debbono lottare ogni giorno per la sopravvivenza, trovare un uomo che, per denaro, cioè per guadagnarsi tale sopravvivenza, sia disposto a uccidere un altro uomo (magari mai visto e mai conosciuto) è infinitamente più facile. Orribilmente più facile. In una società povera il valore del denaro cresce in misura inversamente proporzionale al numero dei poveri ed al grado della loro miseria, alla vastità del loro bisogno, alla impossibilità di risolvere in altro modo il problema della esistenza. In tal caso il denaro può tutto: pagare efficienti killer per eliminare avversari e concorrenti, acquistare amicizia e complicità della sordida folla dei politicanti minori, creare posti di lavoro e guadagnare quindi la devozione di migliaia di cittadini, gestire trionfalmente una squadra di calcio e conquistare l'amore di decine di migliaia di individui. Non è vero che le banche siano il simbolo del potere nei paesi più progrediti dell'Occidente. Le banche sono rappresentazione ed esercizio del potere, soprattutto nei paesi poveri dove infelicità o contentezza di un uomo o di una famiglia dipendono da piccole somme di denaro. Non a caso la Sicilia è la regione italiana che conta più banche di qualsiasi altra. Ebbene, se valutiamo in 100 la cifra totale del potere, cioè la somma di tutte le sue componenti, allora dobbiamo dare al denaro almeno una quota percentuale di 30.
    L'autorità, quella legittima, quella che proviene dalla rappresentanza dello Stato. Molto più gracile del denaro. Siamo in un territorio della nazione dove lo Stato per suo distacco mentale, lontananza, paura, strafottenza, non è riuscito mai ad imporre una sua certezza e presenza. Assente lo Stato, e quindi la forza e certezza della legge, anche la giustizia è stata incerta, talvolta sgomenta, spesso abbandonata al suo destino di impopolarità. Tradita dallo Stato, accerchiata da forze oscure e prevalenti, la violenza e l'intimidazione criminale, il terrore e quindi la diserzione del testimone, l'adescamento dei politici, la giustizia ha spesso, a sua volta, tradito lo Stato, si è lasciata corrompere, o vincere, o ricacciare inerme nel buio dei suoi vecchi palazzi. E tuttavia forse proprio per questo, per questo vivere dentro una società drammatica e complessa, l'autorità può esercitare una profonda influenza sulla evoluzione siciliana. Un magistrato imbelle, impaurito, disponibile alla corruzione o alla intimidazione politica, può stendere una inviolabile cappa nera su infami e giganteschi eventi siciliani, far sparire prove essenziali su un efferato delitto, ritardare indagini, deformare le conclusioni, consentire dilapidazioni gigantesche di pubblico denaro. E viceversa un giudice onesto, coraggioso, cosciente (l'esempio viene da quello che accade in questi mesi a Palermo) può fermare la mano degli assassini, paralizzare il mercato della droga, vanificare un appalto truffaldino di cento miliardi, ricacciare nelle tane i burocrati e i politici corrotti. Nell'un caso e nell'altro un giudice può dunque profondamente influire sulla devastazione o sulla evoluzione della società siciliana. Rispetto a quel 100 del potere totale, la componente-autorità vale almeno dieci. Non è molto!
    La forza politica! In una grande e cosciente democrazia l'uomo politico sa di dover rendere conto alla coscienza severa del cittadino e al suo giudizio morale. In Italia questo non accade; in Italia i partiti sono i soli depositari ed usufruitori del concetto democratico: essi stabiliscono le linee politiche di governo, formano le liste dei candidati, amministrano la spartizione del potere. La grande forza di un uomo politico, a qualsiasi livello, non è il vigore trascinante del suo pensiero, la intelligenza delle sue proposte, la passione del suo pensiero pubblico, ma semplicemente il suo privato, cioè la consistenza degli infiniti rapporti privati che egli mantiene con i cittadini, gli enti, le associazioni, i gruppi, le camarille, le aziende, le imprese, gli amici, i clienti, i segretari di sezione, gli ospedali, le scuole. La forza di un uomo politico, perciò, non dipende mai (quasi mai) dalla pubblica riconoscenza per la vastità delle sue proposte ideali, ma soprattutto dalla capacità, astuzia e tempestività con cui ha saputo dare privatamente ai cittadini elettori quello ch'essi gli chiedevano. Un uomo politico che abbia trentamila o trecentomila voti di preferenza, può ben dire che quei voti sono suoi, e basta. Non a caso, trasmigrando in un altro partito, egli se li porta appresso. E appunto per questo, per la sua indipendenza dalla coscienza popolare, l'uomo politico italiano è più forte che in qualsiasi altra democrazia. Tanto più forte in Sicilia dove, fatta eccezione per i due furenti deliri, prima nero e poi rosso di Catania, le posizioni politiche sembrano cristallizzate. La forza privata, cioè personale dà all'uomo politico siciliano una grande forza pubblica, che a sua volta ridiventa possibilità di influire profondamente su ogni interesse privato che abbia una connessione con la cosa pubblica. Sembra un concetto astruso e invece è estremamente semplice. Su un valore 100 del potere assoluto, la forza politica vale trenta. Alla pari con il denaro.
    La popolarità? Più esattamente la possibilità di intervenire sulla pubblica opinione, formandola e modificandola, e così formando e modificando gli eventi. Questa è una componente enigmatica. Nella realtà la Sicilia è una delle regioni europee di più rozze tradizioni nel campo della informazione: si comperano meno giornali che altrove, si leggono meno libri. Un antico e amaro rifiuto culturale determinato in massima parte dalla piaga dell'analfabetismo, dalla inalterata povertà della popolazione, dalla lontananza delle grandi forze culturali. E tuttavia, forse proprio per questo distacco popolare, i pochi strumenti di informazione che sono riusciti a consolidarsi sul territorio dell'isola e se lo sono spartito (a ognuno il proprio inviolabile feudo) hanno una determinante forza di persuasione. Non stiamo parlando dei giornalisti, che possono adoperare questa forza solo a livello di piccoli problemi, ma dei padroni degli strumenti di informazione. Certo ci sono lotte di singoli o di gruppi per rivendicare libertà assoluta di informazione e indipendenza critica, ma la regola massima è sempre quella, e cioè che le macchine della informazione appartengono al padrone, e quindi anche pensieri e idee di coloro che usano le macchine per informare la società, debbono essere quelle dei padroni. Il cui potere, ingigantito dalla impossibilità di opposizione, può garbatamente amministrare anche la fortuna degli altri, agevolare o contrastare le grandi potenze economiche, ostacolare o favorire gli accumuli di ricchezze, determinare la destinazione del denaro pubblico, la crescita o la decadenza di un uomo politico, la sonnolenza o la ribellione di un grande organo giudiziario. A volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull'onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo.
    C'è stata una rivoluzione in questo campo. L'avvento delle televisioni private, moltiplicando gli strumenti di informazione, pareva avesse stravolto gli antichi assetti di potere, determinando una caotica ma febbrile evoluzione della conoscenza popolare; ma lo strumento è dapprima decaduto a semplice e spesso squallido spettacolo, e infine, con il sopraggiungere dei net-work è stato anch'esso consegnato nelle mani dei tradizionali padroni dell'informazione. I quali, a loro volta, sentono sul collo il fiato greve del grande capitale settentrionale. Quella che poteva essere una grande rivoluzione tecnica e civile, cioè una autentica presa di potere da parte di un giornalismo inteso nel senso più alto e morale del termine, si è risolta in una ulteriore colonizzazione culturale. Nella composizione del potere, rispetto al valore assoluto 100, questo elemento poteva valere anche 50. Non vale più di 15.
    Il talento. L'intelligenza. Il genio! Non è rimasto più di un residuo 10 per cento. In Sicilia, ai fini del potere, non crediamo che valga molto di più, soprattutto se esso non si adatta, anzi se non coincide con qualcuna delle altre componenti di potere. Venti anni fa Leonardo Sciascia scrisse "Il giorno della civetta" e modificò il concetto di mafia nella mente degli italiani, soprattutto modificò il rapporto fra la coscienza degli italiani ed altre forme di potere fin'allora ritenute inviolabili, il grande clero, la giustizia, gli uomini di governo. Il talento fece un grido e tutte le altre cose che sembravano di ferro, improvvisamente si incrinarono. Ma non è stato scritto più alcun altro "Giorno della civetta". Nemmeno da Sciascia.


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    Predefinito Funerali di Stato - Avanti c'è posto

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", settembre 1983

    C'è un personaggio a Palermo, al cui apparire, negli ultimi tempi, decine di migliaia di persone in attesa da ore, prorompono in un dilagante applauso. E, fra gli applausi, anche le grida di sdegno, le lacrime, le invettive, occhi furenti e pugni protesi. Nessun grande attore di teatro, in alcuna grande arena italiana, può vantarsi d'essere accolto con un applauso così appassionato e commosso. Questo personaggio, che crediamo si chiami Calogero, oppure Benedetto, è un signore di mezza età, gentile, triste, decorosamente vestito, di amabili modi e voce sommessa, il quale esercita quella professione che Amleto, nel suo famoso monologo col povero Yorik, definiva "interratore di sogni" e che gli organici comunali più aridamente qualificano: operaio di seconda categoria, addetto alle pompe funebri. Insomma becchino! Orbene il signor Calogero (o Benedetto) esercita questa onorata e indispensabile professione a Palermo, ed è il becchino (absit iniuria) al quale vien data mansione, alla fine delle esequie, di provvedere al trasporto del feretro fino al carro funebre. E' appunto il signor Calogero che, sull'ultimo gesto del prete con l'aspersorio, "Pacem aeternam dona eis Domine...", spegne rapidamente le candele, fa un lievissimo gesto ai suoi aiutanti affinché sollevino la bara e, così sempre muovendosi con occhi tristi (facies professionale) e piccoli passi gentili e gesti amabili, guida il feretro fino al carro, precedendolo di un passo al fine che questo ultimo cammino sia sicuramente rapido e tuttavia garbato. E' lui, il signor Calogero, che dunque appare sempre per primo sulla soglia della chiesa, una frazione di secondo prima dell'apparire della bara.
    Il signor Calogero ha fatto il suo lavoro con garbo e pietosa precisione, per il giudice Terranova, il vicequestore Boris Giuliano, il giudice Costa, il presidente Mattarella, il capitano Basile, il generale Dalla Chiesa, il capitano D'Aleo e il giudice Chinnici, sempre con perfetta educazione, gentilmente tenendo a bada ministri, vedove, orfani, presidenti della Repubblica, generalissimi, prefetti di ferro, sottosegretari e deputati: ed ogni volta apparendo sulla soglia della grande chiesa palermitana contemporaneamente al feretro. E' stato lui dunque a godersi quell'immenso applauso, ultimo saluto di dolore, amore, collera, paura, disperazione, di decine di migliaia di cittadini piangenti e urlanti. E' già miracolo che non si sia lasciato finora mai sconvolgere dall'emozione (un lampo di pazzia dinnanzi al trionfo, perché no?) e non sia scoppiato in una terribile risata in faccia a tutta quella gente, o addirittura (nella pazzia c'è sempre un lampo di verità), lassù dall'alto della scalinata come da una ribalta, non abbia platealmente ringraziato con un inchino per quell'applauso e, volgendosi umilmente, come sogliono fare le comparse per indicare i veri protagonisti dello spettacolo, se non addirittura l'autore, non abbia indicato alla moltitudine la piccola folla politica al seguito del feretro. Come a dire: amici, voi applaudite me per questo ennesimo capolavoro? Ma io sono solo il becchino, il buttafuori, il siparista! In mezzo a quella piccola folla di potenti della terra, i veri padroni della nazione, c'è probabilmente anche quello che ha scritto il copione. Colui che ha fatto uccidere, oppure sa chi ha ucciso e fatto uccidere, e dunque gli ha dato il suo alto consenso.
    E' trascorso un anno dall'assassinio del generale Dalla Chiesa. Doveva essere l'anno del riscatto e della giustizia per i siciliani. Tutto è accaduto in peggio, la mafia è trionfante. Pio La Torre, segretario regionale del partito comunista, era stato ucciso perché aveva imposto al governo la legge antimafia sulle indagini bancarie che avrebbero dovuto consentire di identificare i grandi capitali mafiosi e i loro artefici. Dalla Chiesa venne assassinato perché preannunciò di avere identificato le connessioni fra gli intoccabili mafiosi della finanza e della politica. E dopo di lui, in questa specie di anno santo mafioso, un crescendo.
    Il giudice Ciaccio Montalto massacrato perché era sul punto di spiccare i mandati di cattura contro alcuni invulnerabili padroni di banche (banche forse nemmeno siciliane, aguzzate il talento!) nelle quali vengono riciclati i miliardi della droga. Il capitano D'Aleo trucidato insieme ai carabinieri di scorta poiché prossimo alla identificazione degli invisibili manager mafiosi che, dai loro uffici di presidenza, dirigono l'esercito insanguinato della mafia alla conquista della società. Infine il giudice istruttore Rocco Chinnici, assassinato in quel modo barbaro, coinvolgendo nella strage decine di vittime innocenti, persino bambini: una ferocia senza precedenti nella pur ferocissima storia mafiosa, poiché anche il giudice Rocco Chinnici doveva assolutamente morire, e doveva morire perché anch'egli stava per strappare il velo agli inviolabili santuari, identificare (ecco il punto) non soltanto coloro i quali eseguono gli assassinii, e coloro che ne sono i mandanti, i grandi strateghi degli affari mafiosi, ma soprattutto coloro i quali, da imperscrutabili cattedre politiche, finanziarie, forse anche governative, assicurano invulnerabilità.
    Ecco: l'assassinio di Chinnici ha un significato che, per esemplare crudeltà, scavalca tutti gli altri delitti precedenti. Significa infatti: tu magistrato coraggioso e onesto, fai pure il tuo lavoro, arresta, imprigiona, condanna coloro che uccidono, avvelenano il mondo con la droga, guadagnano migliaia di miliardi e, se ne sei capace, anche coloro che li comandano, i mandanti, gli strateghi, ma non andare al di là di un passo, non cercare di capire e conoscere coloro i quali li proteggono ed assicurano loro inviolabile potenza. Non un passo di più! C'è un funerale di Stato pronto per te!
    Un anno dalla morte di Dalla Chiesa, e in questo anno che doveva essere quello della grande vendetta e giustizia, persino la regia del dopo assassinio è diventata perfetta. Uno spettacolo! Prima parte della recita i funerali, tutti i padroni del feudo Sicilia schierati attorno al feretro; il povero Pertini trascinato a Palermo, sempre più vecchio, sempre più stravolto, a piangere sulla spalla di vedove e orfani; la rovente omelia del cardinale Pappalardo che invoca il rugginoso gladio di Roma in soccorso della disperata Sagunto; la folla palermitana che piange e applaude quelle misere bare con le quali uomini coraggiosi scompaiono dalla vita; capi di governo, sindaci, ministri, sottosegretari, deputati, tutti in tetro ed elegante completo scuro, la faccia pallida di emozione e paura, tre squilli di attenti, la grande ovazione di addio, il summit in questura con i ministri degli Interni e Giustizia che riconfermano fiducia, precisano che comunque sarà dura e se ne vanno, l'opinione pubblica che trattiene il respiro, pensa, disperatamente pensa: forse stavolta qualcosa accadrà! Fine parte prima.
    Parte seconda. Emerge notizia, non si sa da dove, mai ufficiale e tuttavia mai smentita, che anche stavolta la vittima stava raccogliendo le ultime prove per incriminare finalmente i grandi vecchi della mafia, gli stessi che Pio la Torre voleva disarmare con la sua legge, i medesimi che Dalla Chiesa sperava di smascherare, che il capitano D'Aleo e il giudice Ciaccio Montalto erano ad un passo dal riconoscere, che Chinnici stava per catturare. In questa notizia, che pur sembra un grido di speranza della giustizia c'è una maligna ironia! Come a dire: attenti, ecco quello che succede a colui (generale, magistrato o prefetto che sia) il quale osa oltrepassare quella soglia. Il messaggio è lanciato alla perfezione, chi ha da capire capisce. Fine parte seconda!
    Parte terza, il colpo di genio! Notizia per la quale sono stati identificati i nomi degli assassini, stavolta i nomi si fanno, si possono fare, tutti protagonisti della mafia vincente e perdente, personaggi già braccati per una trentina di omicidi a testa, perseguiti dalla ipotesi di una decina di ergastoli ciascuno. Uno più, uno meno! Greco, Inzerillo, Bontade, Spatola, famiglie immense di figli, fratelli, cugini, nipoti, la metà sono morti, i sopravvissuti fanno feste di cresima a New York, alla gente queste storie piacciono, i grandi rotocalchi fanno servizi speciali. E perché, anche quelli di Dallas non sono canaglie, e tuttavia venti milioni di telespettatori non li guardano a bocca aperta? Intanto passano settimane e mesi, c'è la crisi della lira, le ferie selvagge, il nuovo campionato di calcio, Zico, Luvanor, Platini, il ragioniere Cova fa impazzire di orgoglio razziale gli italiani, il vecchio Mennea li rende quasi contemporaneamente infelici, cominciano le grandi battaglie sindacali d'autunno dove ogni povero cristo, l'avvocato Agnelli e il manovale di Solarino, ha da difendere il suo peculio, l'estate finisce, piogge, alluvioni, si riaprono i teatri, ci sono stati altri cinquanta omicidi a Palermo, a Napoli invece settanta, Biagi, Bocca e Baget Bozzo hanno scritto altri venti articoli sulla erudita differenza fra mafia e camorra... chi era Rocco Chinnici? Gli arabi supertestimoni e informatori dei servizi segreti si sono rivelati venditori ambulanti di tappeti e collanine, altri venti o trenta giudici coraggiosi hanno garbatamente pensato che vivere certamente è sempre meglio che fare insicuramente giustizia, oltretutto si fa più carriera, solo qualcuno disperatamente resiste nella sua coscienza di uomo. Il signor Calogero è là, con il suo malinconico e gentile sorriso: ma voi perché applaudite me? io sono solo il becchino!


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  4. #14
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    Predefinito Arringa in difesa del Cavaliere mafioso

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", ottobre 1983

    Quand'ero giovanissimo, poco più di vent'anni, io feci per qualche tempo l'avvocato. Non fui granché! In campo civile mi tediava la ricerca della giurisprudenza, il linguaggio delle citazioni e comparse di risposta, le scadenze delle procedure, un paio di volte m'inventai letteralmente citazioni di sentenze di cassazione che non erano mai state emesse, e il tribunale ne tenne conto, sicché capii che anche i giudici si rompevano le scatole a controllare la giurisprudenza. E questo mi deluse. Altre volte sbagliai i termini di notificazione e i miei clienti, che ragionevolmente speravano di ottenere verdetti favorevoli per acclamazione, si videro invece annientare da sentenze contrarie. Alcuni di loro mi attesero poi per mesi sotto casa, con pesanti randelli. E questo m'impaurì! Arrivavo in ritardo alle udienze, mi appassionavo solo alle cause in cui i miei clienti avevano ragione: le altre in cui avevano torto mi facevano schifo, tutto ciò era contrario alla professionalità di un buon avvocato il quale deve avere un animo di pietra, né mai valutare il torto o la ragione etica della causa, ma semplicemente la possibilità di vincerla.
    Nel penale praticamente era ancora peggio, poiché mi commuovevo. Per me il penale era semplicemente una grande avventura poetica. Sceglievo i clienti, che fossero soprattutto poveri e innocenti, questa lotta fra la vittima e l'ingiustizia mi dava profonde emozioni, ma non era redditizia, gli innocenti quasi sempre sono ugualmente condannati, e chissà perché sono quasi sempre indigenti, e comunque non pagano. Praticamente feci la fame. La mia avvocatura, dicevo, non fu davvero granché!
    E tuttavia ancora oggi, dinanzi a eventi o personaggi che tutti accusano, mi viene talvolta l'irresistibile fantasia, la nostalgia, il sogno di potermi gettare quella vecchia toga sulle spalle, e difendere qualcuno dinanzi a una grande corte di giustizia. Un imputato già quasi fatalmente condannato, una causa che sembra irrimediabilmente già perduta!
    Ecco, dinnanzi ad un grande tribunale, mi piacerebbe fare un'arringa in difesa di un mafioso, meglio se cavaliere del lavoro, contro il quale fossero state scoperte irrefutabili prove e, per esse, condotto in catene dinnanzi ai giudici. Che io immagino severi e integerrimi, così come il pubblico dovrebbe essere composto da cittadini di assoluta onestà, buoni padri di famiglia di ogni condizione sociale, e quindi anche accademici e manovali, chirurghi o impiegati municipali, e tutti alieni d'ogni interesse pubblico affinché la loro serenità morale non possa essere turbata da alcuna paura o avidità.
    Immagino la luce e il solenne silenzio dell'aula, il piccolo crocifisso nero appeso alla parete di calce. L'imputato è nella gabbia, immobile, forse anche elegante, forse con i capelli grigi. Età indefinibile. Più che un uomo vivente è il monumento di se stesso. Non parla, trasale, non guarda nessuno in faccia, non ha chiesto considerazione, né chiede ora clemenza, né potrebbe chiederla non avendo mai confessato. Eretto, malinconico, immobile, egli attende. Per un imputato così, in una nazione così, possibilmente dinnanzi alla giustizia di Catania, mi piacerebbe essere quell'avvocato che non riuscii ad essere e che avrei potuto diventare. Paludato dalla vecchia toga, dinnanzi a quegli inviolabili giudici e quel pubblico di galantuomini, svolgere la seguente arringa. Da iniziare con un tono sommesso, affabulante, proprio con un tenue gesto per indicare l'imputato:

    Signori della Corte, consentitemi di iniziare con un gentile ricordo; quel lontano giorno in cui il Presidente della Repubblica consegnò al mio cliente le insegne di cavaliere del lavoro. Abbracciandolo e baciandolo, il grande vegliardo testualmente disse: «Bravo cavaliere, lei fa onore alle virtù italiane, tenacia, fantasia, laboriosità e intelligenza. Le sono grato a nome di tutti gli italiani. Congratulazioni!». Il capo dello Stato sapeva già allora quanto il mio difeso fosse ricco, e le sue parole significarono dunque che la ricchezza non è un reato. In effetti il Cavaliere possiede terre, industrie, banche, ville, quadri, gioielli e capolavori d'arte, le sue campagne sono rigogliose di grano, ulivi, aranci, frutti e fiori, i suoi splendidi palazzi sono disseminati in tutte le grandi capitali europee, nelle sue fabbriche si possono costruire navi, giocattoli, vestiti, scatolette di carne, cervelli elettronici, trattori, concimi chimici, oggettini sacri, gabinetti, stufe, bidet, e s'egli volesse anche cannoni e mitragliatrici. Io non so quale sia la vostra idea, ma probabilmente oltre che ricco lo ritenete anche felice, poiché pensate che tanta spaventosa ricchezza possa dare a un uomo tutto quello che egli desidera. E in verità gli piacerebbe avere un'amate diciottenne, alta, delicata, dolce, capace di straordinarie invenzioni erotiche, ma egli non ha tempo. Gli piacerebbe nuotare in una delle sue piscine, giocare a tennis in uno dei suoi roof-garden, coltivare piccole orchidee, giocare a tressette e scopone con gli amici, ma egli non ha tempo. Gli piacerebbe camminare per strada da solo, bighellonare a guardare la gente e le vetrine, incontrare dimenticati compagni di scuola e parlare con loro dei vecchi amori, andare per taverne e bigliardi, ma egli non ha tempo. Egli non è felice. Se essere felice per ragione della soverchia ricchezza, in un Paese tormentato dalla miseria dei più, può essere ritenuta una colpa, ebbene io posso garantirvi che egli non è felice...»

    I giudici guardano già con un sorriso ironico, pensano: chiacchiere, i capi d'accusa sono ben diversi, i reati più infami. Essi guardano perciò con sfottente benevolenza, ma non immaginano, non sanno cosa li aspetta. L'arringa continua, il tono gentile è finito, la voce comincia a diventare sferzante:

    Stabilito dunque che né la ricchezza, né la sospetta felicità di quest'uomo costituiscono reato e ch'esse pertanto non possono indurvi a rancore, odio o pregiudizio contro l'imputato, quali colpe possono averlo trascinato qui in catene? Egli non ha mai personalmente operato violenza fisica contro alcuno, mai ucciso di suo pugno o tentato di uccidere, mai picchiato o levata la mano per un semplice schiaffo. E allora? Allora voi dite: associazione per delinquere di stampo mafioso! Perfetto! Ci siamo! Ordunque prima di proseguire nella convinta e appassionata dimostrazione d'innocenza del mio difeso, io voglio umilmente invitarvi a guardare la società nella quale viviamo. Oh, non che io abbia voglia di tediarvi con le solite, vecchie retoriche sulle disparità e ingiustizie sociali, sui poveri abbandonati al loro destino, sul Nord avido e speculatore e il Sud ignorante e depredato, sulla moltitudine di esseri umani costretti ad abbandonare case e famiglie per migrare sulla faccia della terra... Tali cose sono state dette tante volte e non è cambiato niente nella nazione, sicché non vale più la pena. Tutte cazzate. Lasciamo dunque perdere poveri, umili, diseredati, disoccupati, pensionati, rompono le palle, facciamo conto che siano tutti morti oppure definitivamente schiavi senza diritto di parola. Il discorso è diverso: se qualcuno non è d'accordo, che venga subito avanti a smentirmi!

    Pausa. Gesto gentile, ma perentorio di sfida:

    Io qui voglio parlarvi infatti di società e potere, cioè di questa parte della società, l'unica che conti in questo paese e per la quale l'unica cosa che conti è il potere. Il grande gioco appunto, nel quale ognuno si serve di tutti gli altri o soltanto di colui che in quel momento gli è utile, abbandonandolo subito quando non serve e cercandone un altro che magari ieri era nemico e oggi invece serve da alleato, e domani tradendo anche costui, per un altro alleato ancora più importante, l'uomo politico stringendo accordi col feroce criminale per avere i voti di un territorio, e il criminale cercando a sua volta il banchiere che gli consenta di nascondere migliaia di miliardi della droga, e il banchiere cercando ministri e generali che gli consentano tali gigantesche frodi, e costoro scatenando il terrorismo perché il popolo, travolto dalla paura, continui a concedere la sua stima ai governanti, e costoro a loro volta circuiti dai grandi operatori dei capitali per usufruire ed appropriarsi del denaro pubblico, e a tal fine cercando protezione di magistrati che possano paralizzare, nascondere, inquinare, archiviare, in cambio ricevendo avanzamenti di carriera e potenza, e infinitamente così, i magistrati assolvendo i criminali che danno i miliardi ai banchieri, che a loro volta procurano voti per gli uomini politici, che a loro volta decidono le opere pubbliche e gli avanzamenti di carriera... Il grande gioco.
    Tranne una minoranza di candidi imbecilli, che cercano sempre più stancamente di lottare in questa nazione, di conquistare la vita secondo merito, tutta questa società è fondata sul potere e basta, esso è la qualità umana dominante, non c'è niente di nobile, piacevole, dignitoso, ambito dall'uomo che possa realizzarsi fuori dal potere, né un appalto o un traffico di droga, né costruire ponti, ospedali, scuole, né diventare generali o procuratori. Questa è la società che per interesse o paura, inettitudine, ignoranza, stupidità, abbiamo consentito che si costruisse, una struttura dentro la quale un uomo per occupare il suo posto, secondo la sua smisurata o miserabile ambizione, voglia egli essere un professore d'università o un netturbino, primario d'ospedale o infermiere, proprietario di banche o pizzicagnolo, attore di teatro o giornalista di televisione, deve necessariamente stare dentro il potere, assoggettarsi a qualcuno ed esserne protetto, appartenere a una congrega, un partito, una corrente, una semplice associazione di leccaculo, e nemmeno questo è sufficiente, serve soltanto a legittimare la richiesta, poiché c'è poi da pagare la tangente, la tariffa, la percentuale, il prezzo della corruzione... La P2 venne eliminata solo perché in troppo brutale concorrenza: ma era soltanto il teorema di vertice di una norma contro la quale da trent'anni nessuno osa ormai ribellarsi...

    Pausa di riposo per riprendere fiato. Accasciati dentro la toga quasi rimpiccioliti di statura. E' un trucco! Fa sempre un grande effetto simulare sfinimento, restare qualche secondo con gli occhi chiusi, magari mormorare qualche parola inintelligibile, la gente non capisce se avete perduto il filo del discorso e state per crollare, oppure state meditando un colpo di scena. Stanno tutti col fiato sospeso. Di solito bisogna ricominciare con un grido stentoreo in modo da rimminchionire gli astanti (mi ricordo l'avvocato Albanese, mio maestro di arte penale, il quale usava così e i giudici si paralizzavano di colpo), oppure con una voce sommessa, parole lente e appena mormorate in modo che gli astanti trattengano il fiato, per capire, pensino «Ma che diavolo sta dicendo» e avete così il tempo, dolcemente, di dire cose terribili che restano agli atti...

    Questa è dunque la società, questa la struttura civile, cioè l'abitudine mentale e politica e perché ciò possa modificarsi si dovrebbe distruggere questa civiltà. Non c'è altra soluzione: distruggere questa civiltà e crearne un'altra! Ci vorrebbe una guerra che lascia solo superstiti, così poveri, così impauriti da dover necessariamente inventare una società diversa da quella che li ha portati alla strage, oppure una rivoluzione per la quale metà della popolazione uccida senza pietà l'altra. E sicuramente, signori giudici, che siete lì appunto e soprattutto per garantire l'inviolabilità della vita umana, certamente non sperate in una tragica guerra, città rase al suolo, popolazioni sterminate, capolavori distrutti, né vi augurate certo una rivoluzione, la nazione insanguinata, i fratelli che uccidono i fratelli, e tutta questa terribile cosa solo per modificare questa società... Il fatto stesso che voi siete giudici e cercate di applicare la legge per proteggere e mantenere questa società, significa che ci state comodi, contenti e convinti...

    Pausa malinconica. Un lieve singulto di riso come ad un pensiero che susciti irresistibilmente ilarità. La mano levata a indicare l'imputato, quattro o cinque passi attorno allo stesso, come fosse proprio lui a destare tale ilarità. Ma non è così.

    A questo punto dentro questa società, un uomo, anzi un galantuomo nel senso letterale del termine, non l'individuo italiano che crede ai manifesti, ai programmi politici, alla pubblicità televisiva, ai programmi di governo, poiché quello è un perfetto minchione e, con permesso della corte, non lo prendiamo in considerazione... Voglio dire un uomo al quale attribuiamo un quoziente di intelligenza normale, e quindi anche di furbizia, e perciò rispetto per se stesso, amore per la vita... cosa fa un uomo per sopravvivere in questa società dove ogni azione o successo dipende dal potere che egli può esercitare, e quindi anche dalla forza, dal prestigio che riesce ad imporre...? Ci sono quelli che si rassegnano, già stanchi alla sola idea della ribellione, si intanano, si acquattano, accettano d'essere servi e clienti, subiscono sorridendo la prepotenza, pur di stare comodi al sicuro, s'esercitano alle arti di leccaculo... E voi non direte che questa sia la soluzione più dignitosa, non vorrete indurre questo mio cliente così altero, così indubbiamente intelligente, colto, sensibile, a rassegnarsi d'essere come quei vermi...? E invece ci sono quegli altri che si ribellano, non sanno trovare altra soluzione, la collera e la passione li travolgono, afferrano un'arma, una pistola, un Kalashnikov, un chilo di dinamite, e cominciano a sparare e menare strage, ammazzano i politicanti, i giudici, i giornalisti, nella illusione di cambiare, suggerire all'imputato la via del terrorismo e dell'omicidio! Infine ci sono quelli che semplicemente, civilmente, pensano: perché opporsi? Per difendere cosa, in nome di che, per conto di chi? Questa è la società nella quale mi è stato dato nascere, non l'ho organizzata io, non ho colpa, e poiché non ho l'animo dell'assassino, e però nemmeno quello dello schiavo, allora meglio stare dentro questa cosa, quanto più sorridente e sereno possibile, per capirne perfettamente le regole, applicarle e usufruirne. Il mio cliente ha scelto questa soluzione, mi inchino alla sua intelligenza. L'intelligenza è reato in regime tirannico, non certo in democrazia!

    Fermo, immobile, la mano levata verso l'imputato Cavaliere, quasi a indicarlo all'ammirazione di tutti. Di scatto poi verso i giudici:

    Voi dite che costui ha dato quantità di denaro ai politici, uomini di governo, assessori e forse ministri, per averne in cambio appalti pubblici, opere, contributi? E perché gliene fate colpa? Se non avesse dato quelle quantità di denaro avrebbe mai ottenuto quei giganteschi appalti, e memorabili opere, e favolosi contributi? Voi dite ch'egli ha pagato malandrini e criminali perché gli garantissero sicurezza e serenità nel suo lavoro e nei suoi cantieri? E che avrebbe dovuto fare? Rivolgersi a un inerme appuntato dei carabinieri o alle guardie notturne, e lasciare che le sue fabbriche fossero devastate, le sue aziende bruciate, le sua persona sequestrata? Avrebbe dovuto consegnarsi spontaneamente ai malfattori? Voi dite ancora che nelle sue banche ha riciclato il denaro infame della droga? Bella questa! Un banchiere deve fare il banchiere! Un banchiere deve incassare il denaro e reinvestirlo, utilizzarlo e concederlo a prestito, per lui le centomila lire dell'accattone sono identiche alle centomila lire del grande chirurgo! Questo vorrei vedere, che il banchiere si trasformasse in poliziotto con tutti i clienti: chi le ha dato queste centomila lire, voglio le prove! Tutto quello che accade in questa nazione passa attraverso le banche, finanziano i giornali, industrie, partiti, associazioni, uomini politici, le banche sono padrone di questa nazione, non può accadere niente senza le banche, anche la Fiat si fermerebbe!

    E a questo punto immagino un sorriso di misteriosa benevolenza e dei passi lenti verso l'imputato fissandolo bene negli occhi, sempre con quel sorriso, come a dire: tranquillo Cavaliere, li abbiamo nel pugno. E infatti, volgendosi alla corte con un tono morbidissimo:

    Eccellenza presidente e illustrissimi signori della corte, gentili cittadini che ascoltate con tanta attenzione ed ai quali è giusto che anche mi rivolga, essendoché la giustizia si fa in nome del popolo, consentitemi un breve, illuminante apologo finanziario. Prendiamo una grande somma di denaro, poniamo seimila miliardi, cioè sei milioni di milioni, e mettiamola a disposizione di un grande ente pubblico, per esempio la Regione siciliana, che ha responsabilità d'amministrare politicamente cinque milioni di persone. Seimila miliardi suddivisi in sei esercizi finanziari, consentono una disponibilità di spesa di mille miliardi l'anno. Orbene, poiché il costo medio del lavoro per un operaio, un buon operaio qualificato, è di circa quindici milioni l'anno, si avrebbe la fantastica possibilità di garantire lavoro di alta dignità ed eccellente remunerazione a ben sessantaseimilacinquecentosessantasei cittadini siciliani attualmente disoccupati, il lavoro dei quali, a sua volta, consentirebbe di costruire in Sicilia opere pubbliche fondamentali, la cui mancanza relega questa nobile regione al rango di terzo mondo coloniale, cioè bacini idrici e dighe per l'irrigazione delle terre, nuove strade e autostrade, grandi ospedali moderni, impianti sportivi e turistici in ogni parte dell'isola, e tutto questo per sei anni consecutivi, trasformando prodigiosamente il volto della regione e salvando dalla miseria, dalla emigrazione e dalla dilagante vocazione criminale gran parte di quei fratelli siciliani, la cui disperazione ammorba tragicamente la vita sociale...

    Nuovo sorriso amabile ai giudici, che si presume intanto stiano immobili a bocca aperta, e identico sorriso anche all'imputato, per significargli: Cavaliere, ascolta, poiché per te questa dovrebbe essere poesia. Gesto bizzarro in aria, quei geroglifici, che non significano niente e possono significare tutto:

    E c'è di più, miei rispettabili amici! Consentitemi di chiamarvi così poiché, sia pur cortesemente lottando, siamo qui tutti insieme per un unico scopo che è quello di far giustizia. Quei settantamila disoccupati e poveri cristi, per la maggior parte giovani, che potrebbero trovare finalmente un buon salario e una sicura dignità civile, non percepirebbero più ovviamente il sussidio di disoccupazione, poniamo trecentomila lire mensili a testa, che per settantamila, farebbero ventuno miliardi al mese, cioè duecentocinquanta miliardi l'anno, millecinquecento miliardi in sei anni, con i quali si potrebbero risolvere un'infinità di altri piccoli, maligni problemi, che avvelenano centinaia di comuni. E alla peggio costruire a Catania e Palermo i due più moderni stadi polisportivi di tutta Europa, risparmiandoci la vergogna d'essere considerati, come ora siamo, peggio del più miserabile paese della più nera Africa....

    E qui, come direbbe Victor Hugo, avviene la folgore, l'inatteso, l'impensabile. Silenzio assoluto. Tutti infatti pensano: «Bello! Ma quei seimila miliardi però non ci sono!» E la rivelazione li annienta:

    Ebbene, nei sotterranei di alcune grandi banche siciliane, sono congelati ben seimila miliardi di residui passivi della Regione, cioè avanzi di bilancio e somme che la stessa Regione, dice per mancanza di progetti, dice per errori e ritardi burocratici, non è riuscita a spendere. E allora signori giudici, che avete fatto trascinare qui in catene codesto uomo, sol perché candidamente accetta nei suoi piccoli forzieri privati denaro proveniente talvolta da crimini, contrabbandi, sequestri, quale reato vorrete imputare alle grandi banche, e naturalmente ai governanti della Regione, per questa follia, questa demenza politica, questo incredibile crimine di sottrarre seimila miliardi al bisogno, alla fame, alla disperazione, alla infelicità, al dolore, al diritto umano... diritto, signor presidente, diritto perdio... di un'infinità di siciliani che, dal giusto impiego di quel denaro, potrebbero finalmente trovare salvezza per le loro vite... e lasciare invece che quelle montagne di denaro putrefacciano nei sotterranei delle banche... E questa infame cosa che a sua volta provoca un allucinante fenomeno...

    Pausa. Un grido ancora più alto:

    Un allucinante fenomeno, che la vostra intelligenza di giudici e cittadini, ha sicuramente, fulmineamente colto, e cioè che, mentre per l'ente pubblico quella immobile montagna di denaro viene continuamente erosa e dilapidata dalla svalutazione, per le banche che invece continuamente, febbrilmente possono impiegare, prestare, investire, quelle montagne di denaro producono ininterrottamente altre piccole montagne di denaro, riproducendosi a guisa di conigli...

    Silenzio, stanchezza. Prendere dal tavolo il fascicolo processuale e ributtarlo sul tavolo. Sguardo ai giudici, impercettibile, sorriso amaro. Imminenza di terribile collera e tuttavia voce sommessa e triste in modo che tutti debbano allungare il collo per ascoltare:

    E voi mi portate qui, schiacciato dalla tremenda accusa d'essere mafioso, quest'uomo il quale si comporta come tutti gli altri si comportano in questa nazione, come la società lo obbliga a comportarsi, e che ha solo la colpa d'essere ricco e cavaliere...

    Levare lentamente il pugno in aria, vibrandolo, senza tuttavia profferire parole. E' un gesto molto teatrale, quasi terrificante:

    «Io voglio affidare questa mia arringa al cittadino, al popolo in nome del quale si fa giustizia, concludendola infine con una domanda. Se veramente ritenete che questo imputato abbia offeso la legge, se davvero egli è quel mostro, quel tiranno, quel demonio, quel mafioso indicato dall'accusa, volete spiegarmi perché mai tutta la gente si tolga il cappello dinnanzi a lui, e al suo cospetto stia sempre un po' curva in un inchino, con un sorriso gratificato, e quando lui dice una battuta, tutti assentono gravemente, e quando scherza tutti ridono: non soltanto le persone a lui devote, servi, dipendenti, impiegati, amici, clienti, ma anche avversari, persino i nemici politici. Ditemi: se egli è davvero quell'infame mafioso, che ha predato denaro pubblico, e magari fatto ammazzare i suoi rivali e persecutori... può essere, può essere, chi dice di no...? Allora perché presidenti di regione, assessori, sindaci, deputati, talvolta anche prefetti, anche questori, persino alti magistrati, persino ministri, si accompagnano a lui nelle cerimonie ufficiali, inaugurano le sue grandi aziende, contraccambiano gli auguri di Pasqua? E quando egli cammina per strada, o sale le scale d'un pubblico palazzo, o parcheggia la macchina, anche il vigile urbano, l'usciere, il posteggiatore, anche l'umile sconosciuto galantuomo, che nulla può da lui pretendere o temere, saluta gentilmente; ossequi, comandi, buongiorno, baciolemani. Spiegatemi. Osate davvero pensare che tutti gli uomini di questa città siano così pusillanimi, miserabili e leccaculo, e tutti corrotti o disponibili alla corruzione, uomini di grande prestigio, altissimi funzionari che amministrano la vostra vita, magistrati ai quali affidate la vostra libertà e i vostri beni, uomini politici che vi rappresentano nel parlamento, ai quali avete delegato il compito di studiare le leggi, e che voi stessi avete eletto con il vostro voto. Davvero osate pensare questo? E come mai non avete il coraggio di affermarlo, e dinnanzi a loro vi cacate sotto, e continuate a vivere nel vostro buco come sorci, e continuate a votare sempre per gli stessi uomini politici...? Ecco, se volete veramente condannare quest'uomo, dovete avere prima il coraggio, anzi la dignità di venire avanti e spiegare - perdonate il termine, ma è perfetto - andare in giro per le strade e le piazze a scrivere sui muri: Io sono uno stronzo!

    Ruffianeria finale, volgendosi alla corte: Quest'ultima frase a voce stentorea, scandendo bene le sillabe, in modo che il concetto appaia esemplare e indimenticabile.

    «Eccellentissimi, io vi chiedo perdono, forse voi appartenete a quella tale minoranza di imbecilli di questa nazione, i quali ancora lottano e credono che nella vita ogni uomo si possa affermare il suo reale merito, e che ci sia un ideale morale di vivere. In tale ipotesi, chiedendovi di assolvere il qui presente cavaliere, io vi chiedo sinceramente perdono!

    Un inchino, la vecchia toga tenuta dolcemente fra due dita e così, adagio, depositata al centro dell'aula, sul pavimento.


    Da www.claudiofava.it

  5. #15
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    Predefinito Diario pazzo

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", novembre 1983

    Dicono che sia già cominciata la corsa per il Quirinale e che uno dei cavalli in corsa sia Amintore Fanfani. Io non dimenticherò mai il primo piano di Amintore Fanfani, ancora capo del governo che sbarca a Palermo, l'indomani dell'assassinio del giudice Chinnici e, alla domanda del telecronista il quale gli chiede cosa abbia da dire agli italiani dinnanzi a un delitto che rappresenta uno sfregio sanguinoso per l'intera nazione, si raccoglie per qualche istante in assorta meditazione. Il telecronista trattiene il respiro, Fanfani lo guarda con un tragico sorriso di furbizia e leva il dito in faccia al malcapitato. Dice testualmente: «Attenzione, attenzione, attenzione!». Basta.
    Il telecronista rimminchionito da una dichiarazione così profonda, balbetta incautamente: «A che cosa, signor presidente?», e Fanfani, con due occhietti nei quali si legge perfettamente «Ma che cazzo vuoi da me?», vibra ancora il dito incontro al naso dell'infelice: «A tutto, amico mio, a tutto!». Se ne va, fa tre passi in mezzo a una piccola folla di generali, capipopolo, superprefetti, ministri e, volgendosi, leva ancora il dito per ribadire: «A tutto!».
    Amintore Fanfani era segretario nazionale della democrazia cristiana venti anni or sono, quando il futuro ministro Gioia era segretario provinciale della dc di Palermo e Pasquale Almerico era sindaco e segretario comunale della dc di Camporeale e rifiutò la tessera del partito al capomafia Vanni Sacco e a trecento suoi sgherri per evitare che la democrazia cristiana e tutto il paese cadessero nelle mani della più feroce cosca della zona. E il segretario provinciale Gioia, il quale voleva invece quei trecento nuovi iscritti, cacciò via il sindaco Pasquale Almerico dal partito, e poiché il sindaco Pasquale Almerico, cacciato dal partito, continuava accanitamente a lottare rifiutandosi di dimettersi dalla carica di sindaco, gli venne espressamente spiegato dai mafiosi nuovi iscritti alla dc che se non si fosse dimesso entro giorni, avrebbero provveduto loro a dimetterlo dalla vita. E allora Pasquale Almerico scrisse al futuro ministro Gioia, dicendo che ormai la democrazia cristiana di Camporeale era nelle mani della mafia, e che egli però non si sarebbe mai dimesso dalla carica di sindaco, e scrisse anche per conoscenza al segretario nazionale della dc, Amintore Fanfani, spiegandogli come egli stesse continuando a lottare oramai da solo per l'onestà del partito, e come qualcuno stesse per ucciderlo. Probabilmente la sua lettera era solo il testamento morale di buon siciliano, o più umanamente solo una disperata implorazione di aiuto di un uomo che non voleva morire, ma nessuno fece niente per Pasquale Almerico, il quiale infatti, una sera, mentre usciva dal palazzo del municipio, si trovò solo al centro della piazza, tutte le luci del paese si spensero e da due angoli bui Pasquale Almerico venne crivellato di piombo e ridotto a un cencio insanguinato.
    Su tutta questa storia, minutamente, limpidamente scritta da Michele Pantaleone in uno dei suoi straordinari pamphlet, ci fu un processo per diffamazione dello scrittore siciliano, intentato dall'ormai ministro Gioia, e i giudici della corte di appello di Torino dinnanzi ai quali il processo era stato demandato per legittima suspicione, dichiararono che era stata raggiunta la prova che quanto dichiarato da Pantaleone corrispondeva a perfetta e documentata verità. E dopo vent'anni Amintore Fanfani, capo del governo, viene in Sicilia a celebrare i funerali di Stato di un povero giudice galantuomo, abbandonato al suo destino persino da alcuni suoi colleghi e orribilmente assassinato insieme alla sua scorta e, alla nazione sconvolta e atterrita la quale vorrebbe da lui Fanfani, presidente del consiglio e massimo rappresentante del potere esecutivo, sapere se è ancora possibile, e con quali mezzi lottare contro la mafia, insomma se è vero che la mafia si è ancora impadronita di una parte dello Stato e persino dell'esercizio della giustizia, lui Fanfani, che non ebbe il tempo per leggere e capire la lettera di quel coraggioso, umile sindaco democristiano di Camporeale, e se ebbe il tempo non però l'intelligenza per capire quella disperata denuncia, e se ebbe tempo e intelligenza non ebbe però il coraggio politico per scegliere fra quel piccolo, sconosciuto, indifeso democristiano del sud e il suo potente proconsole di corrente in Sicilia, e così per non aver avuto tempo, o intelligenza, o coraggio praticamente lo condannò a morte, lui Fanfani, si limita furbescamente ad ammiccare a tutta la nazione ed ammonire: «Attenzione!».


    Da www.claudiofava.it

  6. #16
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    Predefinito Gli invulnerabili

    Di G.Fava

    da "I Siciliani", novembre 1983

    Anteprima dell'«Ultima violenza», nella sala ci sono tutti i rappresentanti del potere nel territorio, i buoni e i cattivi, i giusti e gli iniqui, i galantuomini e i mascalzoni. Sulla scena per tre ore sfilano i personaggi equivalenti. Che abbiano autentico vigore drammatico e bellezza teatrale, non ha qui importanza. Sfilano! Al termine delle tre ore Turi Ferro, splendido avvocato Bellocampo, ha un ultimo guizzo drammatico, sulle sue parole spara la musica del Dies Irae, il pavimento del teatro sembra incendiarsi di bagliori, si alza lentamente e su questo declivio rotola il cadavere insanguinato del terrorista Sanfelice, ucciso pochi attimi avanti, prima che potesse rivelare il nome dei grandi assassini mafiosi. E' come se il teatro, compiuta la sua rappresentazione, gettasse quel corpo incontro al pubblico, quasi per restuirglielo; infatti quel pavimento è di metallo, una specie di immenso specchio nel quale gli spettatori della sala vedono se stessi plaudenti.
    Ovazione finale, gli attori vengono avanti per ringraziare; viene avanti il cavaliere del lavoro Lamante, che ha saccheggiato la società e alla cui ricchezza sono state sacrificate centinaia di vite umane, clap-clap, applausi vigorosi, applaude contegnoso anche l'autentico cavaliere del lavoro che sta in sala. Ecco l'imprenditore Marullo, inteso Palummo 'e notte , imprenditore che monopolizza tutti gli appalti della regione, e per tale monopolio ha fatto eliminare i concorrenti a raffiche di mitra, clap-clap, applausi anche dall'imprenditore d'assalto che sta in sala e guardando la sua immagine nello specchio sembra quasi divertito. Bravo, bene! Cla-clap-clap, viene avanti il senatore Calaciura, tre volte parlamentare, ex ministro, sfiorato da una candidatura al quirinale, sommo manipolatore di alleanze, complicità, miliardi di pubblico denaro e qualche assassinio, e in sala applaudono tutti, galantuomini e ribaldi. Complimenti, bis! Eccolo: quell'attore che si presenta con un inchino è il Procuratore Generale della corte di giustizia, gli hanno dato una legge e lui l'ha applicata, senza mai pensare per un attimo che potesse costituire un'infamia. Uragano di applausi. Bravissimo! I magistrati presenti applaudono.
    Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli, cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d'essere oramai invulnerabili.


    Da www.claudiofava.it

  7. #17
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    "Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere".


    G.Fava, 1981

  8. #18
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    "Io sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell'amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso "al diavolo, zoccola!", ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l'animo di oscurità".


    G.Fava, 1980

 

 
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