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    Predefinito Povertà intellettuale e declino scientifico

    Dal Blog del professor Giorgio Israel
    28 dicembre 2007

    Di fronte al dilagare di una letteratura antireligiosa vasta come non mai la mente potrebbe correre a Voltaire e alle pungenti irrisioni delle “superstizioni” religiose contenute nel suo Dictionnaire philosophique. Del resto, Voltaire è il modello di un libro come I dieci comandamenti nel ventunesimo secolo di Fernando Savater e l’illuminismo viene diffusamente evocato come il manifesto del libero pensiero razionale contro l’irrazionalismo dei credenti. Ma tracciare un parallelismo con Voltaire non sarebbe corretto, come non è corretto equiparare l’agnosticismo di Bertrand Russell (nel suo Perché non sono cristiano) – per quanto espresso con toni virulenti – all’ateismo militante di certi suoi mediocri epigoni contemporanei. Voltaire non era ateo bensì deista, e anzi scoccava frecce acuminate contro l’ateismo, e se oggi le sue considerazioni sui testi testamentari appaiono ingenue e grossolane, occorre ricordare che si era ai primi passi della storiografia critica moderna di cui lo stesso Voltaire fu uno degli iniziatori. Oggi scrivere come allora non è più ammissibile. D’altra parte, la lettura degli scritti di Voltaire sull’opera scientifica di Newton – comparata con quella di Descartes e di Leibniz – rivela un’accuratezza considerevole e anche una notevole attenzione agli aspetti teologici della visione newtoniana, tanto più apprezzabile in quanto Voltaire non poteva conoscere gli scritti teologici di Newton e aveva un’idea approssimativa delle sue concezioni religiose.
    Esiste insomma un impressionante divario culturale – espressione di un degrado intellettuale inquietante – con i testi dell’ateismo antireligioso di oggi, per lo più firmati da scienziati. Richards Dawkins, nel suo libro L’illusione di Dio, appare preoccupato dall’esigenza di mostrare che, nonostante quel che si crede, quasi nessuno scienziato era davvero religioso. Egli appare soprattutto ansioso di provare che la religiosità di Einstein era tale soltanto di nome. Allo scopo egli ripropone la distinzione tra teismo, deismo e panteismo in modo consono ai suoi fini. Il teismo è l’abbietta credenza in un Dio personale. Il deismo è una visione a mezza strada, più nobile in quanto propone una visione di Dio come una sorta di intelligenza cosmica, ma non del tutto liberato dalla visione personalistica, una sorta di «teismo annacquato». Invece, il panteismo sarebbe nient’altro che un ateismo che concede alla religione soltanto il vezzo di usare il nome di Dio: un «ateismo “ornato”». Ora, si può pensare quel che si vuole del panteismo – e legittimamente ritenere che esso implichi il rischio di declinare verso l’ateismo – ma non che esso sia identico all’ateismo e che Spinoza sia il maestro dell’ateismo nella storia della filosofia. Se non altro, chi compie simili identificazioni dovrebbe tener conto delle ricerche recenti che hanno mostrato la derivazione della formula Deus sive Natura da correnti religiose cabbalistiche e precisamente nella “ghematria” (o equazione numerologica) che identifica uno dei nomi di Dio (Elohim) con la natura (ha-Teva). Si tratta di un’idea che, ripercorsa all’indietro, riporta a fonti della teologia medioevale (a Maimonide, in particolare) e, in avanti, conduce alla visione del libro divino come chiave che permette di comprendere il libro della natura. Questa visione divenne un tema centrale del pensiero rinascimentale e, a sua volta, condusse – attraverso una serie di passaggi – all’idea di Galileo secondo cui il libro della natura è stato scritto da Dio in linguaggio matematico. Quindi, le radici del panteismo ci riportano a un’idea di una stretta solidarietà tra religione e razionalità scientifica, la quale è peraltro caratteristica del pensiero di gran parte dei protagonisti della rivoluzione scientifica. Eppure, l’interpretazione del panteismo come ateismo è oggi diventata il cavallo di battaglia della polemica antireligiosa dello scientismo ateo e non c’è nulla che riesca a scalfire questo slogan ripetuto acriticamente, come dimostrano gli inutili tentativi compiuti da Paul Ricœur nel suo libro-dialogo La natura e la regola con il neurologo Jean-Pierre Changeux. Il fatto è che si tratta di uno slogan utile. Serve a Dawkins per “dimostrare” che Einstein era ateo e che la religione per lui era nient’altro che la convinzione che esistano leggi scientifiche universali che governano la natura. A prendere Dawkins alla lettera, la frase einsteiniana che tanto lo infastidisce – “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca” – diventerebbe una ridicola filastrocca del tipo: “La scienza senza scienza è zoppa, la scienza senza scienza è cieca”… Al contrario, quella frase contiene un’idea molto profonda e cioè che la razionalità scientifica non può avanzare se non è sorretta da una coscienza della trascendenza – la convinzione che esistono fattori non suscettibili di fondamento razionale, per dirla proprio con Einstein – e, viceversa, che gli occhi con cui la religione guarda al mondo naturale sono inevitabilmente quelli dell’intelletto razionale scientifico. Dawkins si guarda bene dal citare la frase di Einstein secondo cui «un legittimo conflitto tra scienza e religione non può esistere» – che nella sua vulgata diventerebbe un conflitto tra scienza e scienza… – perché il suo scopo è di alimentare questo conflitto a tutti i costi. La manifestazione più evidente di questa faziosità rissosa si ha a proposito di Newton. Non sappiamo se Dawkins abbia letto la celebre conferenza di John Maynard Keynes in cui l’economista inglese, dopo aver acquistato all’asta e letto gli scritti teologici di Newton dichiarava: «A partire dall’Ottocento, Newton è stato visto come il primo e più grande degli scienziati moderni, un razionalista, uno che ci ha insegnato a pensare nei termini di una ragione fredda e incontaminata… Non lo vedo in questa luce…». Keynes lo descriveva come un religioso, un «monoteista giudaico della scuola di Maimonide», con un’accentuata propensione al misticismo. Che Dawkins abbia letto o no questa conferenza, che sappia o no della religiosità di Newton dalla letteratura di storia della scienza, è evidente che il grande scienziato rappresenta per lui un problema non superabile neppure col trucco dell’equazione panteismo = ateismo. Egli se la cava dicendo che Newton «sosteneva» di essere religioso, ma che così facevano tutti fino all’Ottocento, «fino al momento in cui si allentò la pressione sociale e giudiziaria alla professione di fede». Insomma, un vero scienziato o è ateo (o panteista che dirsi voglia) oppure fa finta di essere religioso per paura. Quelli che ancor oggi dicono di esserlo, se non lo fanno per residue condizioni di oppressione, sono semplicemente degli imbecilli, anzi dei “cretini”.
    Ci siamo soffermati a lungo su questo esempio per mostrare la straordinaria povertà intellettuale e il carattere truffaldino di questi testi che vengono sostenuti – come un bastone sostiene l’incedere di uno zoppo – da una dose smisurata di insulti e improperi nei confronti dei religiosi e di Dio medesimo (che si tratti del «Dio delinquente e psicotico dell’Antico Testamento» o di Gesù Cristo). Quel che è tragicamente comico è che il fanatismo e l’intolleranza delle religioni vengono denunciati con accenti violentemente fanatici e intolleranti: la possibilità che qualcuno osi accostare il Dio «metaforico e panteistico dei fisici» a quello delle religioni – ovvero quel che qui abbiamo osato – viene preclusa con il minaccioso avvertimento che si tratterebbe di «un atto di alto tradimento intellettuale». Come è noto, gli atti di alto tradimento si puniscono con la pena di morte, sia pure intellettuale.
    È evidente che una siffatta violenza verbale, un simile rifiuto del dialogo civile, una simile ansia di annientare l’avversario, sono manifestazioni di profonda debolezza. Lo è parimenti l’ossessione di prodursi in confutazioni delle religioni che vanno ben al di là di un generale discorso filosofico, come era nel caso del libro di Russell. No, qui lo scienziato si addentra direttamente nell’esegesi dei testi biblici, senza vergogna delle proprie modeste conoscenze e della povertà dei propri mezzi analitici: una mancanza di pudore che non sarebbe mai ammessa nel campo scientifico. Chi agisce così sa bene – e proprio su questo gioca – di non muoversi su un terreno scientifico rigoroso, bensì presentando a un pubblico vastissimo un’esegesi confezionata a scopo polemico. Scegliendo la platea più vasta possibile per sviluppare argomentazioni che dovrebbero essere riservate a platee più ristrette si ottiene il vantaggio di fare propaganda con scarso rischio di essere confutati.
    La questione più interessante è che cosa significhi l’impegno accanito di tanti scienziati sul fronte della lotta contro la religione. La risposta più evidente è che si tratta di una manifestazione di quell’“odio di sé” che ormai caratterizza gran parte del pensiero occidentale e che, in nome di una scienza che non è più sé stessa e che si è separata dalle proprie stesse finalità fondatrici, mira a mettere in discussione i capisaldi della nostra stessa cultura. Ma vi è anche un’altro motivo. Si tratta della volontà di abbattere il principale ostacolo ad un libero corso della tecnologia e delle sue manipolazioni della natura e della vita: la concezione morale ed etica del mondo di cui la religione è vista come un baluardo. A ben vedere non si tratta di un’“altro” motivo, bensì dello stesso. Difatti, quest’ansia esprime i virulenti “spiriti animali” di una tecnologia che si è affrancata del rapporto con la scienza e non risponde più a un progetto conoscitivo. Non è un’“altro” motivo perché è la manifestazione del declino di quel progetto conoscitivo della scienza che la collegava in un unico disegno con il pensiero filosofico e religioso e che ha informato parecchi secoli di pensiero europeo e occidentale. Oggi, mentre tecnologia e tecnoscienza dilagano senza freni, manipolando prima ancora di sapere, è fin troppo evidente che la scienza teorica (conoscitiva) soffre una crisi senza precedenti, al punto da far dire a taluno che si stia chiudendo un’era. È all’interno di questa crisi che un gruppo consistente di scienziati, svuotati di obbiettivi propriamente scientifici e surrogandoli con quello della difesa a oltranza della manipolazione tecnologica, si sono trasformati in ideologi dell’ateismo.

    (articolo pubblicato su L'Osservatore Romano)

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  2. #2
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    Splendido articolo.
    D'altronde... nihil novus sub soli: già il salmista scriveva di queste cose, 3000 anni fa. "Lo stolto dice: Dio non esiste".

  3. #3
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    La scoperta dell’acqua calda.

    Se è per questo Voltaire lo si potrebbe annoverare tra i padri del creazionismo e dell’intelligent design.

    Voltaire si scagliava contro la Chiesa dei suoi tempi che faceva mercimonio della fede e credeva di poter gestire le verità scientifiche manipolandole o sostituendole con le proprie dottrinali. Si scagliò contro le superstizioni, i pregiudizi, i fanatismi e i dogmi, mica contro Dio. A Voltaire davano fastidio le chiacchiere e le strumentalizzazioni (volontarie e non), le sovrastrutture umane (la religione) in ciò che egli riconosceva naturalmente come divinità.

    In ogni caso cristiano non lo era allora e non lo sarebbe adesso, ad esempio si rifiuterebbe di pregare (davanti a qualunque altare, ovviamente).
    Avete letto Candido? Insomma non credo che il Dio di Voltaire vi piacerebbe tanto perché è un dio parecchio, come dire, pasticciato (deismo).
    Il vero dio di Voltaire e l’uomo e sull’uomo si deve concentrare l’attenzione dell’uomo.

    Voltaire è simpaticissimo, profondo, acuto, attualissimo, ma rispetto al discorso dio c’è/non c’è , beh, non è certo un autore irrinunciabile e non perché dica che c’è (pur mutilandolo e riducendolo alla semplice forza creatrice).
    Inoltre Voltaire non scrive per convincere atei, ma per ricondurre a posizioni più miti i cattolici.. quindi non vedo come gli sarebbe potuto saltare in mente di partire col dio non c’è.

    Newton non l’ho letto e di Dawkins quasi nulla. Rispetto al “tutti gli scienziati sono atei” posso dire ciò che ho già espresso altre volte, cioè che le chiese della mia città son piene di terze medie e che nella mia Università/luogo di lavoro in 11 anni la religione è stata sempre assente dalle conversazioni, dagli appuntamenti, dai luoghi dove andare, dalle feste, dai riferimenti, dalle idee e la sensazione generale che ho è che non freghi nulla a nessuno, non solo della religione ma anche della cultura cattolica. Quelle poche volte che si è entrati in argomento il più informato ero io! Sarà che appartengo ad una categoria ostica, coi filosofi già è diverso, ma mi sento di appoggiare le posizioni di Dawkins.

 

 

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