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    Abraxas
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    Post Osservatorio dichiarazioni della Chiesa Cattolica sullo Gnosticismo

    Pax Pleroma,

    Trovandolo utile, ho deciso di aprire una permamente vetrina-discussione, attorno alle dichiarazioni della Chiesa Cattolica Romana sullo gnosticismo e la gnosi.

    E' innegabile con l'avvento di Benedetto XVI l'attenzione della Chiesa di Roma, sia nuovamente puntata verso il suo avversario storico.

  2. #2
    Abraxas
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    Predefinito Il Papa dedica il venerdì santo alle donne

    07.04.2007 ore 09:40:00.



    Il Papa dedica il venerdì santo alle donne




    Città del Vaticano È stato un venerdì santo dedicato alle donne quello celebrato ieri pomeriggio nella Basilica di San Pietro a Roma. Nell’omelia pronunciata da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, per la celebrazione della passione del Signore, alla presenza di Benedetto XVI, si è parlato delle “pie donne”, quelle che accompagnarono Gesù fin sulla croce. A sottolineare l’importanza del ruolo femminile anche Papa Ratzinger che ieri ha dedicato al nona stazione della Via Crucis alla condizione femminile e alle donne violentate e umiliate.

    C’erano anche alcune donne È il titolo scelto per la predica dal frate cappuccino e proprio intorno al ruolo di queste donne che seguirono Gesù per gratitudine del bene ricevuto e non per far carriera, si sviluppa l’omelia del Predicatore del Pontefice. Cantalamessa ha affrontato il tema evangelico delle pie donne che sono le prime a vedere il Risorto. Ma ancora prima viene sottolineata la presenza di diverse donne ai piedi della croce. «Questo fatto - spiega nella sua omelia padre Cantalamessa - è troppo accertato e troppo straordinario per passarvi sopra in fretta. Le chiamiamo, con una certa condiscendenza maschile, le pie donne, ma esse sono ben più che pie donne, sono altrettanto “madri coraggio” in quanto hanno sfidato il pericolo di farsi vedere apertamente in favore di un condannato a morte. A volere la morte di Gesù furono in ogni caso degli uomini e non delle donne - spiega ancora il frate -, e ricorda che anche l’unica donna pagana - menzionata nei racconti - è la moglie di Pilato- , che si dissociò dalla sua condanna.

    Per gratitudine, non per carriera E se Gesù morì anche per i loro peccati certamente esse sono innocenti rispetto al suo sangue. Le donne sono quindi le prime ad annunciare la risurrezione perchè sono le ultime ad abbandonarlo da morto, «le donne hanno resistito allo scandalo della croce», ha detto Cantalamessa. E ciò avvenne perchè «le donne avevano seguito Gesù per lui stesso, per gratitudine del bene ricevuto, non per la speranza di far carriera al suo seguito. Ad esse non erano stati promessi “dodici troni”, nè esse avevano chiesto di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel suo regno». «Lo seguivano, è scritto - ha aggiunto Cantalamessa - per servirlo, erano le uniche dopo Maria la madre, ad aver assimilato lo spirito del Vangelo. Avevano seguito le ragioni del cuore e queste non le avevano ingannate».

    No al modello di Beavoir E se nella sua omelia padre Rainero Cantalamessa ha esaltato il ruolo della donna nella storia della Salvezza e nel cammino storico dell’uomo, ha anche polemizzato con quei settori del femminismo che hanno messo in discussione la differenza fra i sessi «riducendolo a un prodotto della cultura», e fra di esse Simone de Beauvoir. In realtà, ha affermato alla presenza di Benedetto XVI, l’errore nasce dallo gnosticismo (Vangelo copto di San Tommaso) secondo cui «la donna per salvarsi deve cessare di essere donna e trasformarsi in uomo. Il pregiudizio é tanto radicato nella cultura che le stesse donne hanno finito per soccombere ad esso». «Come dobbiamo essere grati alle pie donne - ha concluso il predicatore del Papa - lungo il viaggio al Calvario il loro singhiozzare fu l’unico suono amico che giunse al Salvatore; mentre pendeva dalla croce, i loro sguardi furono gli unici a posarsi con amore e compassione su di lui». Tuttavia le pie donne non sono solo da ammirare ma anche da imitare. «Sono eredi delle pie donne - ha affermato padre Cantalamessa - le tante donne, religiose e laiche, che stanno oggi al fianco dei poveri, dei malati di Aids, dei carcerati, dei reietti d’ogni specie della società. Ad esse - credenti e non credenti - Cristo ripete: “l’avete fatto per me”».

    Francesca Sozzo

  3. #3
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    Predefinito La vera fede non è un’invenzione intellettuale, ma quella insegnata dai Vescovi, spie

    Codice: ZI07032808

    Data pubblicazione: 2007-03-28

    La vera fede non è un’invenzione intellettuale, ma quella insegnata dai Vescovi, spiega il Papa

    Presentando la figura di Sant’Ireneo di Lione

    CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 28 marzo 2007 (ZENIT.org).- La vera fede cristiana non è un’invenzione di intellettuali, ma quella che trasmettono i Vescovi, successori degli apostoli, ha spiegato Benedetto XVI.

    Lo ha affermato nel suo intervento durante l’udienza generale di questo mercoledì, celebrata in piazza San Pietro in Vaticano con la partecipazione di più di 20.000 pellegrini e dedicata a presentare Sant’Ireneo di Lione, figura decisiva tra le prime generazioni di cristiani.

    Morto tra il 202 e il 203, probabilmente martire, Ireneo è stato discepolo del Vescovo Policarpo di Smirne (nell’attuale Turchia), che a sua volta lo era dell’apostolo Giovanni. Dopo essersi trasferito nella città di Lione, in seguito alla persecuzione dell’imperatore Marco Aurelio, divenne Vescovo della città.

    E’ passato alla storia per il fatto di essere il “primo grande teologo della Chiesa”, nel senso che creò la teologia sistematica, ed è “il campione della lotta contro le eresie”, in particolare lo gnosticismo.

    La “gnosi”, come ha spiegato il Pontefice, è una dottrina per la quale “la fede insegnata nella Chiesa sarebbe solo un simbolismo per i semplici, che non sono in grado di capire cose difficili”.

    “Invece, gli iniziati, gli intellettuali – gnostici, si chiamavano – avrebbero capito quanto sta dietro questi simboli, e così avrebbero formato un cristianesimo elitario, intellettualista”.

    “Ovviamente questo cristianesimo intellettualista si frammentava sempre più in diverse correnti con pensieri spesso strani e stravaganti, ma attraenti per molti”, ha constatato il Papa.

    “Per Ireneo la ‘regola della fede’ coincide in pratica con il Credo degli Apostoli, e ci dà la chiave per interpretare il Vangelo, per interpretare il Credo alla luce del Vangelo”, ha osservato.

    “Il Vangelo predicato da Ireneo è quello che egli ha ricevuto da Policarpo, Vescovo di Smirne, e il Vangelo di Policarpo risale all’apostolo Giovanni, di cui Policarpo era discepolo”.

    Per questo, ha indicato il successore di Pietro, “il vero insegnamento non è quello inventato dagli intellettuali al di là della fede semplice della Chiesa. Il vero Evangelo è quello impartito dai Vescovi che lo hanno ricevuto in una catena ininterrotta dagli Apostoli”.

    “Questi non hanno insegnato altro che proprio questa fede semplice, che è anche la vera profondità della rivelazione di Dio”, ha spiegato.

    “Non c'è una dottrina segreta dietro il comune Credo della Chiesa. Non esiste un cristianesimo superiore per intellettuali”, ma “la fede pubblicamente confessata dalla Chiesa è la fede comune di tutti. Solo questa fede è apostolica, viene dagli Apostoli, cioè da Gesù e da Dio”.

    Illustrando gli insegnamenti di Sant’Ireneo, Benedetto XVI ha spiegato che “aderendo a questa fede trasmessa pubblicamente dagli Apostoli ai loro successori, i cristiani devono osservare quanto i Vescovi dicono, devono considerare specialmente l'insegnamento della Chiesa di Roma, preminente e antichissima”.

    “Questa Chiesa, a causa della sua antichità, ha la maggiore apostolicità, infatti trae origine dalle colonne del Collegio apostolico, Pietro e Paolo”, ha ricordato.

    “Con la Chiesa di Roma devono accordarsi tutte le Chiese, riconoscendo in essa la misura della vera tradizione apostolica, dell'unica fede comune della Chiesa”, ha concluso.

  4. #4
    Abraxas
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    Predefinito Ratzinger Celebra Clemente Alessandrino

    RATZINGER CELEBRA CLEMENTE ALESSANDRINO
    Fu il primo filosofo che si convertì al Cristianesimo

    Al centro della catechesi odierna di Benedetto XVI, davanti a 50.000 fedeli convenuti a piazza San Pietro, è stato Clemente d’Alessandria, il primo filosofo che nel 200 d.C. si convertì al Cristianesimo. Ma anche il rapporto tra credere e conoscere, di cui sono impregnate le pagine del libro del Papa, appena edito da Rizzoli, Gesù di Nazaret.
    Argomento delicato ed impegnativo quello della gnosi, intesa come la conoscenza totale ed assoluta delle verità, la conoscenza illuminata dei misteri divini riservata ad una élite. Un argomento talmente importante da spingere Giovanni Paolo II nel 1998, nel ventennale del suo pontificato, a dedicargli una lettera enciclica “Fides et Ratio”, indirizzata ai vescovi della Chiesa Cattolica, circa i rapporti tra fede e ragione.
    Con le parole di Karol Woitjwa, Benedetto XVI dice: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso”.
    In una ricerca del Rev. Giovanni Colella, commissionata allo studioso scomparso oltre 40 anni fa dall’allora Rettore dell’Università di Napoli Guido Della Valle, “Il superamento della gnosi in Clemente d’Alessandria” (recentemente pubblicata nel volume Memorie, a cura del fratello Antonio Colella – Tip. Mauro Editore, Troja 2007), si sottolinea come la gnosi non sia dogmatica né teorica, ma sperimentale poiché solo con l’esercizio si può conoscere veramente. E parallelamente nell’enciclica citata viene indicato che: “Sia in Oriente che in Occidente, è possibile ravvisare un cammino che, nel corso dei secoli, ha portato l’umanità a incontrarsi progressivamente con la verità e a confrontarsi con essa. E’ un cammino che si è svolto, né poteva essere altrimenti, entro l’orizzonte dell’autocoscienza personale”.
    A questo scopo la gnosi fornisce le chiavi per aprire le porte della conoscenza. Queste chiavi si trovano dentro di noi, e questo concetto fu ben espresso dalla famosa frase in greco gnotis auton, in latino nosce te ipsum, ovvero conosci te stesso, scolpita sull’architrave del tempio di Delfi e che Socrate adottò come proprio motto. “A testimonianza” dice ancora il Pontefice “di una verità basilare che deve essere assunta come regola minima da ogni uomo desideroso di distinguersi in mezzo a tutto il creato, qualificandosi come “uomo” appunto in quanto “conoscitore di se stesso”.
    Nel contempo la gnosi nasce dalla non identificazione con le cose di questo mondo, dall’interiore ricerca di un continuo contatto con la propria essenza e dalla totale percezione diretta e istintiva della verità. Non identificarsi con le cose di questo mondo, però, non vuol dire fuggirle per forza. Infatti, è solo vivendo intensamente e saggiamente la vita nella concretezza della realtà sociale in cui ognuno si trova, che si può sperimentare la gnosi, attraverso l’applicazione di quelle chiavi di realizzazione che la gnosi stessa fornisce.
    La vita materiale diventa, quindi, una sorta di palestra dove confrontarsi con i diversi tipi di conoscenza: quella tradizionale (i mestieri, i lavori etc.), quella intellettuale (gli studi scolastici) e quella trascendentale (ovvero quella che si ha col risveglio della coscienza). Capire le origini della propria esistenza e della propria situazione nella vita, rispondere agli eterni perché è conoscenza trascendentale ed è proprio di questa che si occupa la gnosi.
    L’opera di Tito Flavio Clemente detto l’Alessandrino, i cui scritti principali costituivano una vera e propria Trilogia introduttiva al cristianesimo, è forse il primo vero trattato di teologia cristiana: Propreptico “il libro che esorta e converte”; Pedagogo (Gesù Cristo) un vero trattato di morale; il trattato degli Stromata – voce che significa “tappeti”, quasi un tessuto di dottrine – dove Clemente evidenzia le relazioni tra scienza e fede, tracciando la figura ideale del vero cristiano.
    In questo ambito, il lato più originale dell’opera di Clemente Alessandrino risulterà il suo tentativo di assimilare quanto di vero era nella filosofia greca, aprendo la strada alle dotte riflessioni di S. Agostino e di S.Tommaso d’Aquino, e confermando che: “l’uomo è meravigliosamente fatto per la contemplazione del cielo” (Protr., 4).

    di Antonio V. Gelormini

  5. #5
    Abraxas
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    Predefinito Benedetto XVI: Fede e ragione la via della verità

    Benedetto XVI: Fede e ragione la via della verità
    Rapporto fra fede e ragione: il Papa teologo si sofferma su questa speciale relazione, tornando sui temi del suo primo libro da Papa, 'Gesù di Nazaret'.
    Udienza generale a San Pietro da record: oltre 50mila fedeli, davanti ai quali, Benedetto XVI, alla vigilia del secondo anniversario del pontificato, ha spiegato la figura di San Clemente d'Alessandria, "uno degli alfieri del dialogo tra fede e ragione nella tradizione cristiana".
    Il cristiano è colui che con le 'due ali della fede e della ragione' intraprende 'con decisione la via della verita''. I suoi scritti, ha detto Benedetto XVI, costituiscono 'una vera trilogia destinata ad accompagnare efficacemente la maturazione del cristiano'.
    La catechesi clementina, ha spiegato il Santo Padre, 'accompagna passo passo il cammino del catecumeno e del battezzato perche', con le due ali della fede e della ragione, essi giungano a un'intima conoscenza della Verita', che è Gesù Cristo, il Verbo di Dio'.
    'Solo questa conoscenza, indissolubilmente legata alla Rivelazione - ha ammonito Benedetto XVI - è la vera gnosi, mentre non lo è di certo quella propugnata e diffusa dagli eretici gnostici'.
    Due virtù, per Clemente, costituiscono in particolare l'anima del "vero cristiano": la 'liberta' dalle passioni' e l'amore, che 'assicura l'intima unione con Dio e la contemplazione'. 'L'amore - ha detto il Papa - dona la pace perfetta, e pone il vero gnostico in grado di affrontare i più grandi sacrifici, anche il sacrificio supremo, e lo fa salire di gradino in gradino fino al vertice delle virtù.
    Così l'ideale etico della filosofia antica, cioè la liberazione dalle passioni, viene da Clemente ridefinito e coniugato con l'amore, nel processo incessante di assimilazione a Dio'.
    Alla 'contemplazione di Dio' - ha detto il Papa - si arriva 'attraverso la pratica della virtù, e nella fede il 'requisito morale' riveste 'tanta importanza quanta quella intellettuale'.
    Per questo 'le buone opere devono accompagnare la conoscenza intellettuale come l'ombra segue il corpo: mai sono separate da quella e, d'altra parte, la 'vera gnosi' non può coesistere con le opere cattive'.

    Così Clemente, per il Papa, 'continua a segnare con decisione il cammino' di chi intende "dare ragione" della propria fede in Gesù Cristo. 'Egli puo' servire d'esempio ai cristiani, ai catechisti e ai teologi del nostro tempo', ha affermato il Pontefice, ai quali Giovanni Paolo II, nella stessa enciclica, raccomandava di "recuperare ed evidenziare al meglio la dimensione metafisica della verita', per entrare in un dialogo critico ed esigente tanto con il pensiero filosofico contemporaneo quanto con tutta la tradizione filosofica".

    Al termine dell'Udienza generale, Papa Benedetto XVI benedirà la fiaccola della maratona-pellegrinaggio della Pace 'Giovanni Paolo II', che si svolgera' dal 23 al 28 aprile prossimo da Betlemme a Gerusalemme.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da millenomi Visualizza Messaggio
    Pax Pleroma,

    Trovandolo utile, ho deciso di aprire una permamente vetrina-discussione, attorno alle dichiarazioni della Chiesa Cattolica Romana sullo gnosticismo e la gnosi.

    E' innegabile con l'avvento di Benedetto XVI l'attenzione della Chiesa di Roma, sia nuovamente puntata verso il suo avversario storico.
    Non è solo lo "gnosticismo storico" ad essere avverso al cattoclericalismo, responsabile nel passato di atrocità senza limiti nei confronti dei non-allienati (siano stati essi gnostici, eretici, giudei, pagani, manichei, ecc.), ma lo stesso GESU' IL NAZARENO!!..E' da lui, infatti, che inizia lo GNOSTICISMO GESUANO (o "chrestiano", ma NON "christiano"!)

    Lo gnosticismo del Nazareno prende le "mosse" da quello di Giovanni il Battista, suo ex maestro, ma, come avvenuto per altri maestri gnostici dopo di lui, egli personalizzò il suo gnosticismo in chiave "nazareno-mitologico", dove il riferimento mitologico fu quello ellenico (molto diffuso nelle provincie romane dell'Asia minore: vale a dire la Grecia ionica! Fu in tale contesto, infatti, che il Nazareno divenne GESU': un attributo derivante dal termine greco (e NON ebraico!) "IHESOUS/IASOUS", il cui significato è "guaritore-salvatore" (attributo di cui godette sicuramente Asclepio: il "guaritore-salvatore" per eccellenza!)

    Lo gosticismo di Giovanni il Battista (e quindi di Gesù, suo discepolo) fu di tipo "PITAGORICO", elaborato su matrice esseno-nazarena (l'esistenza a Gerusalemme ed in altre aree della Giudea di esseno-pitagorici ci è confermata da Giuseppe Flavio).

    Una caratteristica peculiare dello gnosticismo pitagorico (o pitagoreano) fu il REINCARNAZIONISMO, adottato anche da Gesù nella sua predicazione. Quando iniziò l'avventura dell'attuale cristianesimo (tra il 140-150, atttraverso uno dei più sconcertanti sincretismi della storia) vi furono alcuni che integrarono nelle loro tradizioni il reincarnazionismo pitagorico-gesuano, mentre il clero che "contava" lo combattè aspramente, in quanto la teologia reincarnazionista "spuntava" la loro arma preferita: il controllo delle menti dei plagiati mediante il "terrore" della punizione "eterna", senza appello! Come è noto, infatti, il reincarzionismo, soprattutto quello che si ispirava alle dottrine orientali, offriva una "chance" ai "peccatori! Alla fine, come la storia dimostra, furono i falchi reazionari a spuntarla..


    Ego sum veritas
    __________________

    "..la fede in Dio non aggiunge nè toglie nulla
    alla dignità raziocinante degli uomini; la fede
    nelle religioni li riporta al loro stato primordiale,
    quando l'uomo era appena uscito dalla sua
    primitiva condizione bestiale per evolversi sino
    allo stato attuale delle sue conoscenze."

    ..

  7. #7
    Abraxas
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    Predefinito Un primo approccio al “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI

    VATICANO - Un primo approccio al “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI - a cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello
    Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Quattordici anni fa usciva un saggio del più noto studioso al mondo del giudaismo dei primi secoli dell’era cristiana, Jacob Neusner, dal titolo A Rabbi talks with Jesus, che l’allora Cardinale Joseph Ratzinger valutò come il più importante per il dialogo ebraico-cristiano, fra quelli pubblicati nell’ultimo decennio. Egli tra l’altro annotava che l’assoluta onestà intellettuale, la precisione dell’analisi, il rispetto per l’altra parte unito ad una ben radicata lealtà verso la propria posizione, caratterizzavano il libro e lo rendevano una sfida, specialmente per i cristiani, che avrebbero dovuto riflettere bene sul contrasto tra Mosè e Gesù. I quesiti che l’autore rivolgeva a noi cristiani sono fondati e, proprio per questo, fruttuosi. Inoltre, il cardinale aveva apprezzato l’approccio dell’autore che non si rivolgeva, in fin dei conti, a Gesù come ad una fittizia figura storica, ma poneva sempre in giusto rilievo la figura reale di Gesù, quale ci viene presentata dal Vangelo di Matteo.
    A nostro avviso, questo giudizio, “mutatis mutandis”, può essere applicato al libro “Gesù di Nazaret”, sia quanto al contenuto sia quanto al metodo. Quindi, è auspicabile che l’uscita del libro del Papa induca a rivedere quell’impostazione da pluralismo relativistico, che caratterizza spesso i confronti, in quanto non è metodo scientifico, ma solo autoreferenziale e politically correct, e nemmeno metodo ecclesiale, perché non aiuta, direbbe san Pietro, “a dare risposta a chiunque chiede ragione della nostra speranza”.
    Ora, poiché l’urgenza di presentare Gesù nella sua attività pubblica è volta, come dichiara l’Autore nella Premessa “al fine di favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto con Lui” (p. 20), bisogna inserire l’opera nel contesto bimillenario della riflessione su Gesù di Nazaret. Nel primo secolo della nostra era, sentir parlare della risurrezione della carne, del corpo e dell’anima dell’essere umano, era quanto di più antitetico potesse esserci, rispetto alla mentalità. E se Cristo fosse una sembianza di Dio? - dissero non pochi cristiani, quando ancora vivevano gli apostoli - è possibile che Dio sia venuto nella carne? E Giovanni risponde: «Ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto in carne, è da Dio; e ogni spirito che non confessa Gesù, non è da Dio; ed è quello dell’Anticristo, di cui avete udito che viene e che ora è già nel mondo» (1Gv 4, 2-3). Col suo Vangelo l’apostolo testimone oculare, ribatte all’eresia, chiamata docetismo (dal greco dokêin).
    Due secoli dopo si dirà, da altri cristiani seguaci del prete Ario che il Cristo è soltanto uomo; altri al contrario ribatteranno che è solo Dio. Il dibattito cristologico sembrava concluso nel V secolo col concilio di Calcedonia, in realtà è continuato, a fasi alterne, fino a Bultmann e ai teologi razionalisti, e quanti altri hanno distinto e/o separato il “Gesù storico” dal “Gesù della fede”.
    Ed oggi ancora si ripropone la medesima situazione. C’è chi vorrebbe abolire o ridurre l’incarnazione e la divinità di Cristo, per dialogare meglio con ebrei e musulmani. E pensare che, per sostenere la fede nell’incarnazione, Atanasio più volte fu esiliato, Cirillo, Ambrogio, Pier Crisologo hanno sopportato scherni, insulti e persecuzioni! Ora Benedetto XVI non nasconde che il suo è “il tentativo di presentare il Gesù di Vangeli come il Gesù reale, come il “Gesù storico” in senso vero e proprio” (p. 18).
    A questo punto è necessario dire qualcosa a proposito dell’esegesi odierna della Sacra Scrittura. E’ diffusa un’idea neognostica che per fare storia bisogna liberarsi da ogni precomprensione o interpretazione filosofica, in specie se di fede. Un uomo di fede non può essere uno storico serio! Ma la fede biblica presuppone dei fatti realmente accaduti perché non è mitica, compresi gli interventi di Dio e le teofanie: per rimanere al Nuovo Testamento, dalla nascita di Gesù dalla Vergine Maria, all’istituzione dell’eucaristia nell’ultima cena, dalla Risurrezione corporale di Gesù alla discesa dello Spirito Santo. Questo non esclude che vi siano aspetti particolari da chiarire e approfondire.
    Insomma torna in gioco la domanda se la fede sia un modo per conoscere a pari merito con la ragione. Non si comprende perché non lo debba essere, dato che è ammesso nelle scienze naturali che, in base al cosiddetto principio di indeterminazione di Werner Heisenberg, l’uomo conosce la realtà sia nella sua oggettività sia dalla sua posizione soggettiva e con la sua capacità di comprensione. (1)
    Pertanto anche la fede conosce. Tale fede non è solo individuale ma del popolo di Dio in cammino nella storia e gli esegeti, che spesso ne mettono in risalto il ruolo per la formazione e comprensione delle Scritture, ispirate da Dio ad autori del suo popolo, dovrebbero ragionevolmente includerla nella comprensione del Libro.
    Ancora un appunto. Il beneficio dell’esegesi storico-critica e i suoi presupposti di storicità e di omogeneità finisce per paralizzare.
    Ad esempio, si è giunti a ritenere che i libri biblici siano meno credibili delle iscrizioni ritrovate dei faraoni, dell’epoca di Ghilgamesh; ma le scoperte archeologiche non “provano” la Bibbia, semmai aggiungono un’evidenza tangibile a quella dei testi, senza dei quali le prime sarebbero dei massi erratici. Altrimenti si «fa della Bibbia un libro chiuso, la cui interpretazione sempre problematica richiede una competenza tecnica che ne fa un campo riservato a pochi specialisti. A costoro alcuni applicano la frase del vangelo: “Avete tolto la chiave della conoscenza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” (Lc 11,52; cfr.: Mt 23,13)».(2)
    De Lubac, in Storia e spirito, sull’opera esegetica di Origene, senza disprezzare la precisione critico storica filologica, afferma che la Bibbia non può essere ridotta alla sua lettera. E appunto Origene, come tutta la tradizione, diceva che la Scrittura è in qualche modo corpo di Cristo, parola di Dio. Come in Cristo c’è una natura umana e una divina, così nel suo corpo biblico vi è un senso letterale, “la carne”, e uno spirituale simbolico, “lo spirito”, corrispondente alla divinità della parola. Tutto il cosmo, la vita e l’uomo si originano e concentrano nell’unità del Verbo: secondo il pensiero dei padri della Chiesa, tutta la storia è una genesi di Cristo.
    La Sacra Scrittura vale soprattutto per lo Spirito che nella lettera si manifesta secondo una comprensione che attraversa in diagonale lo spazio e il tempo, da quando si è formata a oggi. Essa intanto è Parola di Dio, in quanto riecheggia in un corpo vivo che è la Chiesa, dandole voce e aprendo il cammino alla comprensione dei misteri del Signore, che altrimenti rimarrebbero sigillati, chiusi e incomprensibili. Davvero «ignorare le Scritture è ignorare Cristo - dice san Girolamo, poi - …Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull’etica e sulla logica?».(3) Leggerle individualmente o in opposizione alla Chiesa nella storia ha portato alle correnti esoteriche e alle eresie.
    All'interpretazione della Scrittura Benedetto XVI dedica questo passaggio del suo libro, nel capitolo II sulle tentazioni di Gesù: «Per attirare Gesù nella sua trappola il diavolo cita la Sacra Scrittura, [...] appare come teologo. [...] Vladimir Solov'ëv ha ripreso questo tema nel suo 'Racconto dell'Anticristo'; l'Anticristo riceve la laurea honoris causa in teologia dall'Università di Tubinga; è un grande esperto della Bibbia. Con questo racconto Solov'ëv ha voluto esprimere in modo drastico il suo scetticismo nei confronti di un certo tipo di esegesi erudita del suo tempo. Non si tratta di un no all'interpretazione scientifica della Bibbia in quanto tale, bensì di un avvertimento massimamente salutare e necessario di fronte alle strade sbagliate che essa può prendere. L'interpretazione della Bibbia può effettivamente diventare uno strumento dell'Anticristo. Non è solo Solov'ëv che lo dice, è quanto afferma implicitamente il racconto stesso delle tentazioni. I peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati dell'esegesi». (p. 57-58).
    Giuseppe Ricciotti, l’autore della più celebre Vita di Gesù Cristo, scritta nel 1941 e più volte riedita e ristampata fino ad oggi, scrive: «I vangeli narrano che il Gesù sigillato nella tomba dai farisei è risorto. La storia narra che il Gesù ucciso in seguito mille volte si è dimostrato ogni volta più vivo di prima. Ora, trattandosi della stessa tattica, v’è ogni motivo di credere che lo stesso avverrà al Gesù rimesso in croce dalla critica storica».
    Egli ha avuto ragione, ma non poteva immaginare che un Papa - sebbene pensatore d’eccezione - sarebbe stato tra gli artefici della nuova ‘risurrezione’, con la pubblicazione del libro Gesù di Nazaret che segnerà l’esistenza dei lettori sia dei credenti sia dei laici, favorevoli o contrari.
    Dunque, Vittorio Messori ha ragione di osservare che il libro di Joseph Ratzinger «vuole essere uno strumento per “ricominciare da capo” per procedere a quella rievangelizzazione già auspicata pressantemente da Giovanni Paolo II» . Non però nell’equivoco del “nuovo inizio”, che ha spesso condizionato anche l’interpretazione del Concilio vaticano II, ma nella lieta certezza della bimillenaria continuità della Chiesa, sempre bisognosa di riforma e custode, umile e certa, della Verità di Dio. (Agenzia Fides 20/4/2007; righe 104, parole 1466)

    (1) Der Teil und das Ganze. Gespräche im Umkreis der Atomphysik, München 1969, p. 117.
    (2) Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Città del Vaticano 1993, p. 27.
    (3) Prologo al commento del profeta Isaia, 1-2; CCL 73,1-3.

  8. #8
    Abraxas
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    Predefinito Papa: fede e ragione servono all’uomo per realizzare il suo fine di divenire simile a

    Papa: fede e ragione servono all’uomo per realizzare il suo fine di divenire simile a Dio
    Illustrando la figura di Clemente Alessandrino, Benedetto XVI afferma che fede è la vera filosofia, “la vera conoscenza del cammino da prendere nella vita”, ma che per arrivare alla contemplazione di Dio serve anche “la pratica delle virtù”, cioè le buone opere. Il Papa benedice la fiaccola del pellegrinaggio della pace “Giovanni Paolo II”, che si svolgerà da Betlemme a Gerusalemme.


    Città del Vaticano (AsiaNews) – “Fine dell’uomo è divenire simile a Dio” e per giungere alla verità, che è Gesù Cristo, ha “le due ali della fede e della ragione”. Benedetto XVI è tornato oggi ad affrontare questo tema, a lui particolarmente caro, illustrando alle 45mila persone presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale la figura di Clemente Alessandrino, pensatore della fine del II secolo, che il Papa ha definito “alfiere del dialogo tra fede e ragione”.

    In una piazza inondata di sole, ancora addobbata dei fiori per la celebrazione del compleanno del Papa ed alla vigilia del secondo anniversario della sua elezione, che ha fatto parlare Benedetto XVI di “clima di festa”, il Papa ha sostenuto che la fede è la vera filosofia, “la vera conoscenza del cammino da prendere nella vita”.

    Illustrando l’opera di Clemente Alessandrino che “accompagna passo passo il cammino del catecumeno e del battezzato” , Benedetto XVI gli ha attribuito il merito di aver nuovamente “costruito” la seconda grande occasione di dialogo tra il cristianesimo e la filosofia greca, dopo che il primo, condotto da Paolo, era “in gran parte fallito”.

    La ragione, nel suo pensiero, accompagna verso la conoscenza, in greco gnosi, ma solo la conoscenza della verità che è Gesù è la vera conoscenza: “l’autentica gnosi è uno sviluppo della fede suscitato da Gesù Cristo nell’anima convertita a lui”. Ma “la conoscenza di Cristo non è solo pensiero, è anche amore che apre gli occhi, trasforma l’uomo e crea comunione con il Logos”, che è Dio. Si raggiunge così la contemplazione. Ma per arrivare alla contemplazione di Dio serve anche “la pratica della virtù”; la conoscenza intellettuale non basta: nel cammino della perfezione Clemente “annette al requisito morale tanta importanza che a quello intellettuale” e di conseguenza “le buone opere debbono accompagnare la vita, come l’ombra segue il corpo: mai sono separate da quella e, d'altra parte, la 'vera gnosi' non può coesistere con le opere cattive”.

    Due virtù, per Clemente, costituiscono in particolare l'anima del “vero gnostico”: la “libertà dalle passioni” e l'amore, che “assicura l'intima unione con Dio e la contemplazione”. “L'amore - ha proseguito il Papa - dona la pace perfetta, e pone il vero gnostico in grado di affrontare i più grandi sacrifici, anche il sacrificio supremo, e lo fa salire di gradino in gradino fino al vertice delle virtù. Così l'ideale etico della filosofia antica, cioé la liberazione dalle passioni, viene da Clemente ridefinito e coniugato con l'amore, nel processo incessante di assimilazione a Dio, che rappresenta l'itinerario di conoscenza della vera gnosi”.

    Si arriva così, nelle parole del Papa, a quello che per Clemente è il fine ultimo: “divenire simili a Dio” e questo “è possibile grazie alla con-naturalità con Dio” che l’uomo ha ricevuto nel momento della creazione, essendo di per sé già “immagine di Dio”.

    Al termine del’udienza generale, Benedetto XVI ha benedetto la fiaccola della maratona-pellegrinaggio della pace “Giovanni Paolo II”, che si svolgerà dal 23 al 28 aprile prossimo da Betlemme a Gerusalemme. Alla maratona, giunta alla IV edizione, parteciperanno studenti delle scuole israeliane e palestinesi, oltre a 200 giovani provenienti dall'Italia.

  9. #9
    Abraxas
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    Predefinito Che dicono i vangeli su Gesù?

    Codice: ZIA07042801

    Data pubblicazione: 2007-04-28

    Che dicono i vangeli su Gesù?


    ROMA, sabato, 28 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo una riflessione di padre Bernardo Estrada, Ordinario di Nuovo Testamento nella Facoltà di Teologia dell’Università della Santa Croce (Roma).



    * * *



    Negli ultimi due anni sono apparse diverse affermazioni relative alla figura di Gesù e alla sua missione. Esse contrastano nettamente con ciò che viene presentato nei vangeli e soprattutto con ciò che è accaduto nei primi secoli dell'era cristiana.


    1. Gesù si è sposato?

    Forse la tesi più clamorosa del romanzo è l’affermazione che Gesù fosse sposato con Maria Maddalena. Frutto del loro amore sarebbe stata una figlia fuggita con lei in Francia, dove avrebbe dato origine alla stirpe dei Merovingi. Che Gesù non si è sposato, si evince – e senza forzatura alcuna – non solo dai testi biblici, ma anche dalla testimonianza della primitiva comunità cristiana [1].

    Nel vangelo secondo Matteo si racconta che, un po’ sorpresi davanti alle esigenze di Gesù riguardo al matrimonio, i discepoli gli dissero: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi», Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso». La risposta del Signore fa vedere che al dono di Dio l’uomo può corrispondere o meno, e che il celibato è una libera scelta: «Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» [2]. Gesù stesso ha aderito a quella scelta, e lo ha manifestato con la propria vita.

    Per avallare la sua tesi, Dan Brown osserva che nella tradizione d’Israele il celibato era inconcepibile. Ma anche questo è falso. Infatti, pur essendo vero che nel giudaismo il celibato non fosse uno stato di vita frequente, vi erano tuttavia alcune situazioni particolari, al riguardo, che venivano viste e accettate pacificamente da parte degli ebrei.

    Nel periodo precedente l’esilio in Babilonia e durante la cattività si staglia la figura di Geremia, quale profeta che ha un messaggio particolare da comunicare al popolo, non soltanto mediante gli oracoli che trasmette da parte di Dio ma anche attraverso la sua stessa vicenda esistenziale: «Mi fu rivolta la parola del Signore: non prendere moglie, non aver figli né figlie in questo luogo» (Ger 16,1). Il comandamento di Dio viene accettato e voluto dal profeta. Difatti, nel testo appaiono anche i sentimenti di Geremia a questo proposito: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7). Dio gli ha ordinato di comportarsi in un modo che andava controcorrente rispetto alle consuetudini sociali di Israele e, nel contempo, ha riempito il cuore del profeta del suo stesso amore, in modo tale che egli non avesse bisogno di nessun amore umano per realizzarsi – anche sul piano psichico – nello svolgimento della sua missione.

    Alla stregua di Geremia appare la figura di Giovanni Battista, la cui missione comporta anche una vita vissuta nel celibato, in unione con Dio nella solitudine del deserto (cf. Lc 1,80). Alcuni pensano che Giovanni appartenesse al gruppo degli Esseni, una setta giudaica che si era isolata dal resto del popolo. Per reazione alla famiglia degli Asmonei, che si erano impadroniti del sacerdozio di Israele senza appartenere alla famiglia sacerdotale, gli Esseni erano andati ad abitare nel deserto conducendo una vita comunitaria, che comprendeva un sistema proprio di purità rituale, di iniziazione e di comportamento etico. Alcuni di loro praticavano il celibato. L’informazione che abbiamo su di loro proviene da Filone di Alessandria [3], Flavio Giuseppe, Plinio il Giovane e, logicamente, dai documenti della comunità di Qumrân, di solito chiamati documenti del Mar Morto. Flavio Giuseppe, in particolare, ne fa una lunga descrizione nella quale manifesta la sua ammirazione per la loro pietà e per la loro forma di vita, che assomigliava piuttosto a quella di un gruppo monastico [4]. Con il loro stretto compimento della legge si consideravano la comunità della nuova alleanza e aspettavano l’era messianica nella quale Dio avrebbe distrutto le forze dell’iniquità. Il fatto che non tutti fossero celibi si deduce dalle scoperte archeologiche: accanto al villaggio si è trovato più di un cimitero, e in uno di essi erano seppelliti anche donne e bambini [5].

    Fra le tesi peregrine avanzate da Brown si trova quella di assegnare alla religione di Israele una divinità femminile. È vero che i popoli dell’antico Oriente provavano una grande ammirazione – che non è tramontata nei nostri giorni, anzi, suscita sempre più interesse – di fronte alla vita e ai suoi misteri. Ciò comportava una loro speciale venerazione, in mezzo ad un nutrito panteon, per la dea «madre», che nei popoli della pianura di Aram era chiamata Astarté o Ishtar, accanto al suo compagno, il dio Baal. Nel loro culto si sviluppavano dei riti orgiastici di fertilità attorno ai piaceri del consumo di cibi e bevande, nonché a quelli legati alla sessualità. Non di rado vi si facevano anche dei sacrifici umani.

    Israele, non essendo migliore degli altri popoli circostanti [6], si sentiva fortemente e costantemente attratto da quei riti. C'è voluta la voce di Dio attraverso i suoi profeti per allontanarlo più di una volta da quelle orge idolatriche. Esse vengono chiamate nella Bibbia, e a ragione, fornicazione e adulterio. Osea ed Ezechiele, in particolare, ma non solo loro, hanno descritto la passione di Dio per il suo popolo come un rapporto di fidanzamento e di amore matrimoniale, che viene tradito attraverso l’idolatria. Il culto all’unico e vero Dio è stato frutto di uno sforzo continuo e graduale – se così si può dire – da parte di Dio stesso per mantenere fedele il suo popolo. Se è vero che nei primissimi tempi del suo arrivo nella terra di Canaan si trovano in Israele degli indizi di culto a queste doppie divinità, è pur vero che questi culti a poco a poco sono però spariti nella religione del popolo eletto.

    Il rapporto fra le divinità maschili e femminili è preso in considerazione nel contributo di Hauke; vorrei qui solo far notare la «felice» trovata di Dan Brown riguardo al nome Jehovah. Secondo lui, esso sarebbe il risultato della fusione del nome del Dio maschio Jahveh e della dea femmina Havah. Se l’autore conoscesse almeno i rudimenti della lingua ebraica, si sarebbe reso conto che il nome Havah proviene dalla radice hayah con la consonante aspirata forte heth, che si riferisce alla vita, mentre il nome Jahveh proviene dalla radice hayah con l’aspirata debole he, che si riferisce all’essere. La crasi delle due parole non potrebbe mai dare luogo a Jehovah, che è soltanto il nome di Jahveh con una vocalizzazione tardiva. Ancor più ridicolo è sostenere che nel Sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme si trovasse Jahveh con la sua moglie shekinah, parola ebraica che significa soltanto ‘presenza’.

    Il celibato di Gesù non è dunque qualcosa di strano nella tradizione di Israele. Se Dio si manifesta con dei segni forti in determinati momenti della storia del suo popolo, a maggior ragione lo fa quando invia il suo Figlio. I vangeli inoltre descrivono con naturalezza il comportamento di Gesù al riguardo, specialmente nel rapporto con le donne. Basterebbe accennare al dialogo con la Samaritana [7].

    2. Vangeli apocrifi e vangeli gnostici

    Da dove sorgono i vangeli apocrifi? Secondo Dan Brown, agli inizi del IV secolo ci sarebbero stati più di ottanta vangeli che vennero presi in considerazione da Costantino, il quale li ridusse a quattro, mettendo al bando i restanti, preoccupato di affermare la fede nella divinità di Gesù Cristo [8].

    Per quanto riguarda il sorgere e il diffondersi dei vangeli apocrifi, va ricordato che dopo la pasqua gli apostoli iniziano ad annunciare la morte e risurrezione di Cristo. Il discorso di Pietro la mattina di Pentecoste è una buona sintesi di ciò che la Chiesa proclamava nel suo messaggio evangelico: «Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete –, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» [9]. Il messaggio sulla passione, morte e risurrezione diventa così il nucleo della predicazione apostolica, il kerygma o l'annuncio cristiano per eccellenza, in cui fra l’altro si mette in luce la divinità di Gesù Cristo, risorto dai morti. È anche logico e ragionevole che gli apostoli cercassero di penetrare attraverso le loro reminiscenze nella vita di Gesù e nelle sue parole, ricordate però ora in una nuova prospettiva, quella del mistero pasquale, alla luce del quale tutti gli avvenimenti della sua esistenza terrena possono essere compresi. Oltre a questo evento decisivo nella storia della salvezza, gli apostoli dunque annunziavano l’insegnamento di Gesù e i suoi miracoli, controversie, viaggi: in definitiva, come si afferma all’inizio degli Atti degli Apostoli, «tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio» (At 1,1).

    È dunque comprensibile che la comunità cristiana primitiva manifestasse gradualmente un crescente interesse per conoscere più cose, più aspetti della vita del Figlio di Dio, e si cercassero dei particolari sulla sua nascita e sui suoi primi anni di vita. I racconti dell’infanzia, quindi, completeranno la narrazione su Gesù nei vangeli di Matteo e di Luca, mentre Marco e Giovanni si concentreranno sulla vita pubblica e sulla pasqua, che costituiscono comunque la sezione più estesa e consistente di tutti e quattro i vangeli.

    Di fronte alla sobrietà e alla schiettezza dei vangeli – basterebbe paragonare uno qualsiasi dei miracoli di Gesù con i racconti sulle guarigioni avvenute nel tempio di Asclepio, a Epidauro [10] – non meraviglia che ne sia emerso il desiderio di sapere di più su Gesù e sulla sua vita.

    Non può quindi stupire che taluni, non accontentandosi della tradizione apostolica che diede origine ai vangeli canonici [11], siano andati alla ricerca di altre tradizioni. È essenzialmente questa la genesi dei vangeli apocrifi che sono stati scritti, nella maggior parte, uno o due secoli dopo la redazione dei quattro vangeli. Alcuni di essi servono per conoscere la tradizione extracanonica, cioè i dati riguardanti la Chiesa primitiva, la vita e l’insegnamento di Gesù non contenuti nei libri del Nuovo Testamento. Va osservato però che la letteratura cristiana primitiva è spesso più ricca di dati su Gesù e sulla sua missione che i vangeli apocrifi.

    Dal punto di vista storico i vangeli apocrifi non sono del tutto affidabili, in quanto lasciano spesso trapelare delle correnti dottrinali divergenti dalla fede cristiana. I vangeli di Tommaso, di Filippo, della Verità e degli Egiziani, ad esempio, provengono dagli gnostici; il vangelo segreto di Marco, legato probabilmente alla Lettera a Teodoro di Clemente Alessandrino, è uno scritto contro la setta gnostica dei Carpocraziani, che proclamava il libertinaggio e la promiscuità. Il vangelo di Pietro prende le mosse dal processo di Gesù e vuole far ricadere tutta la responsabilità della morte del Messia sugli ebrei. Qualcosa di simile accade col vangelo di Nicodemo, un racconto sul giudizio e la morte di Gesù seguiti da un’inchiesta del Sinedrio, che alla fine accetta le prove sulla risurrezione. In questo scritto si fa menzione appunto del fatto che Nicodemo avrebbe raccolto il sangue del Signore morente sulla Croce. Un altro gruppo è rappresentato dai vangeli giudeo-cristiani, che spesso sono in contrasto con la fede della comunità primitiva: i più noti sono i vangeli degli Ebrei, dei Nazareni e degli Ebioniti. I frammenti che si conservano di tutti questi vangeli sono di solito riportati e completati con gli scritti dei Padri della Chiesa.

    Un filone diverso è rappresentato dai vangeli apocrifi dell’infanzia di Gesù, scritti a partire dal II secolo. Essi sono in genere più positivi degli altri testi e hanno un marcato interesse apologetico. Il Protovangelo di Giacomo vuole esaltare Maria come sempre vergine, mentre nel vangelo dell’infanzia di Tommaso appare la figura di Gesù come quella di un essere sovra-umano, che faceva dei miracoli fin da quando era bambino.

    Come mai, accanto ai vangeli ufficiali sono apparsi quelli apocrifi? La storia del canone, ossia la lista autorevolmente riconosciuta dei libri sacri, è allo stesso tempo la storia del loro impiego da parte della Chiesa. Un tale processo non si è sviluppato secondo uno schema predeterminato o una linea d’azione meramente «gerarchica». L’uso dei libri nella liturgia e nella catechesi dei primi scrittori cristiani e dei Padri della Chiesa ha implicato un processo di decantazione, nel quale è stata determinante la fede del popolo di Dio. Si potrebbe dire che lo Spirito Santo ha avviato un fenomeno di ricezione graduale, alla fine della quale si è giunti all'elaborazione dell' l’elenco dei libri considerati come ispirati, e quindi, canonici. Nel corso di questo processo, alcune testimonianze mettono a fuoco i vangeli. Così, nel Canone di Muratori, che la maggior parte degli studiosi ritiene scritto verso la fine del II secolo, si fa un accenno ai "quattro vangeli" [12].

    Quanti sono i vangeli apocrifi? Koester, nella sua Introduzione al NT enumera in tutto una sessantina di scritti apocrifi, la maggior parte dei quali non sono vangeli [13]. Erbetta, invece, menziona una quarantina di vangeli, di cui 12 appartenenti ai racconti dell’infanzia. Vi si includono come vangeli alcuni testi che da altri studiosi non sono considerati affatto come tali; l’Apocryphon Johannis, Pistis Sophia, Sophia Jesu Christi, e altri [14]. Secondo la maggior parte degli studiosi, gli scritti apocrifi che potrebbero essere chiamati vangeli, sono poco più di una trentina.

    Una testimonianza significativa è quella di Ireneo, che – attorno al 180 d.C. – si riferisce all'annuncio della Chiesa che emerge nei quattro vangeli canonici. A questo scopo egli impiega l’espressione «vangelo quadriforme». Nella sua opera egli fa una delle descrizioni più particolareggiate dello gnosticismo, della sua struttura e dei suoi principi dottrinali, facendo leva sulla figura di Valentino, uno degli gnostici più influenti del II secolo. Una delle conclusioni che si ricavano da Ireneo, dove per la prima volta appare il termine «gnostico», è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Le teorie di Basilide e di Eraclione, per esempio, sono diverse fra di loro e anche da quella del loro contemporaneo, Valentino.

    Quest’eresia, tanto forte ed insidiosa da minacciare la stessa sussistenza della fede cristiana nella seconda metà del II secolo, si caratterizza anzitutto per un dualismo teologico, che concepisce due divinità opposte – una del bene e un’altra del male –, già menzionate fin dai tempi di Zoroastro e proclamate anche da Marcione qualche decade prima. Altro elemento caratteristico è la credenza in un panteon composto di divinità inferiori che, secondo alcune teorie gnostiche, provengono dallo spezzarsi del «pleroma», una parola che indica l’insieme di tutti gli dei. A questo dualismo inseparabilmente legato ne spicca un altro «anticosmico», che in realtà non è che una conseguenza del precedente, dove tutto ciò che è materia è visto come male, in quanto creazione del dio inferiore. L’essere umano scopre la sua esistenza intrappolata nella realtà materiale del corpo, e per liberarsene ha bisogno della gnosi, della conoscenza che lo renda pneumatico e capace di comprendere se stesso come parte del pleroma. Il ricorso ai culti misterici delle religioni ellenistiche [15] è un’altra caratteristica di queste eresie. I misteri vengono rivelati soltanto agli iniziati, agli pneumatici. Infine, si potrebbe dire che lo gnosticismo rappresenta un tentativo di sintesi, non proprio compatta ed armonica, fra ebraismo, filosofia platonica e mitologia greca [16].

    Nella Biblioteca di Nag Hammadi, scoperta nel 1945 in quella località d' Egitto, sono stati rinvenuti dei manoscritti, in 13 codici, contenenti 52 testi tra i quali quarantacinque titoli diversi. I contenuti sono tra i più svariati, dalla Repubblica di Platone fino a venticinque apocalissi, passando per sei lettere e arrivando ai vangeli di Tommaso, di Filippo, della Verità (due copie) e degli Egiziani (due copie).

    Gli scritti di Nag Hammadi sono strettamente collegati allo gnosticismo. Essi sono diventati una chiave di lettura, anche se parziale, per capire quella complessa realtà filosofico-religiosa. Sono nel contempo una fonte di prima mano, e ciò ha un indubbio valore se si tiene presente che, fino alla scoperta dei manoscritti, ciò che si sapeva sugli gnostici e sulla loro dottrina proveniva dagli scrittori del II e III secolo che li confutavano, fornendone una conoscenza indiretta, o meglio, «speculare». I testi di Nag Hammadi sono scritti in copto (saidico e licopolitano) e datano dal IV secolo. Tutti sono traduzioni di originali greci del II-III secolo dell’era cristiana [17]. Gli studiosi coincidono invece nell’affermare che non esistono dei testi gnostici del I-II secolo allorché, al massimo, si poteva parlare di pre-gnosticismo.

    Praticamente nessuno dei vangeli trovati a Nag Hammadi assomiglia nella struttura ai vangeli canonici. In questi ultimi la narrazione è protesa verso il mistero pasquale, e così tutto è visto alla luce di quell’evento fondamentale che è la donazione che Gesù fa della sua vita per la salvezza del mondo [18]. Ma nel pensiero gnostico si trova un altro tipo di «redenzione», motivo per cui la passione va semplicemente ignorata e persino negata [19]. Questi vangeli mirano di più a riportare le sentenze e i consigli di Gesù, secondo la propria interpretazione. Il vangelo di Tommaso, che è senz’altro il più importante della biblioteca, presenta una serie di centoquattordici parabole e detti, alcuni dei quali sono simili alle sentenze di Gesù riportate nei sinottici. A differenza delle parabole dei tre vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), quei testi non ne contengono però le spiegazioni. Questa caratteristica, inizialmente ritenuta da Jeremias come un segno di antichità e di semplicità [20], si è scoperta in seguito come componente intrinseca della «sapienza segreta» che, secondo gli gnostici, sarebbe stata rivelata da Gesù Cristo. Per mezzo di essa gli eletti avrebbero potuto riconoscere la loro vera identità spirituale e raggiungere la loro origine divina. Le spiegazioni, infatti, sono riservate soltanto agli iniziati [21] e non vanno manifestate agli altri.

    Negli ultimi anni si sono moltiplicati i commenti e gli studi sul vangelo di Tommaso, i quali ne hanno sottolineato i parallelismi con i vangeli sinottici. Alcuni negano il suo carattere gnostico e lo collegano alla tradizione della sapienza giudaica o a quella encratita, tipica del cristianesimo siriano orientale [22]. Costoro vorrebbero presentarlo come un testo precedente e persino più autorevole di quello dei sinottici, il che offrirebbe un’immagine di Gesù meno impegnativa, una specie di Confucio mediorientale o di filosofo cinico che non avrebbe mai detto niente che potesse costargli la vita. Emblematico è il caso di Crossan [23], che vorrebbe fondare la sua ricerca su fonti «antiche» come appunto il vangelo di Tommaso, di Pietro, il vangelo segreto di Marco e una ipotetica fonte comune ai vangeli sinottici (la cosiddetta fonte Q), in modo da far emergere la figura di Gesù attraverso una simbiosi fra un predicatore cinico itinerante e un contadino ignorante della Galilea. Della stessa stregua appaiono altri membri del noto gruppo di esegeti di uguale impostazione, i componenti del Jesus Seminar. Costoro cercano di svalutare i quattro vangeli a vantaggio di quelli apocrifi. Il desiderio di sopravvalutare il vangelo di Tommaso a scapito dei quattro vangeli canonici mira a presentare una figura «neutra» di Gesù. Ma con un atteggiamento del genere, il Signore non sarebbe mai morto sulla croce, né ci avrebbe salvato.

    In definitiva, la Chiesa non ha accettato quei libri che volevano dire «di più» su Gesù, specie per la loro tendenziosità, per il desiderio di raccontare cose mirabolanti o sbalorditive, e perché a volte scritti al fine di giustificare correnti dottrinali non ortodosse.

    3. Maria di Magdala nei Vangeli

    Nel Codice da Vinci le affermazioni su Gesù e Maria Maddalena poggerebbero sul chiamato Vangelo di Filippo, nel quale trapelerebbe una vicinanza e un affetto particolare fra Gesù e Maria di Magdala: «Tre donne camminano sempre con il Signore: Maria, sua Madre, la sorella di lei e la Maddalena, la quale è detta sua compagna (koinonos). Maria, in realtà, è sorella, madre e compagna di Lui» [24]. Secondo un altro testo, che presenta delle lacune, «la compagna (koinonos) di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore l’amava più di tutti i discepoli e più volte la baciava (sulla bocca)» [25]. La parola greca koinonos non implica necessariamente unione matrimoniale o intimità fisica. Non c’è nessun altro testo nella letteratura apocrifa dove si dica una cosa simile, e peraltro nel testo di Filippo, incompleto e sbiadito, le parole «sulla bocca» sono incerte. Ad ogni modo, si tratta di un’espressione comune fra gli gnostici per riferirsi ad una speciale sintonia fra due o più persone: il bacio è anche il modo di comunicarsi i segreti e di arricchire spiritualmente l’altra/-o.

    Nei vangeli canonici, invece, non si trova nemmeno un cenno ad una tale eventualità. La figura di Maria di Magdala compare per la prima volta, in base all’ordine canonico dei vangeli, all’inizio del cap. 8 del vangelo secondo Luca [26]. Assieme ad altre donne, accompagna Gesù e gli apostoli, nella loro predicazione per i villaggi della Palestina. Il vangelo dice che esse li assistevano con i loro beni, ma si potrebbe dedurre dal testo che collaboravano anche con Gesù nell’annuncio della buona novella del regno [27].

    Ma i passi più importanti dei vangeli canonici che riguardano Maria di Magdala sono quelli che si riferiscono alla morte e alla risurrezione di Gesù. Delle 12 volte in cui appare il nome della Maddalena nei vangeli, tutte, ad eccezione del testo lucano menzionato sopra, sono inquadrate nella prospettiva del mistero pasquale. Maria Maddalena appare insieme con la Madre di Gesù e altre donne accanto alla croce, essa va ad osservare dove il Signore viene seppellito e, il giorno dopo il sabato, molto presto, va ad imbalsamarlo, volendo completare ciò che non si era riusciti a fare la sera del Venerdì Santo. Il ruolo della Maddalena spicca in modo particolare attorno all’evento della risurrezione di Gesù Cristo. Lei, infatti, è stata il primo testimone dell’evento straordinario di quella domenica, lei ha ricevuto dal Risorto l’incarico di andare ad annunciarlo agli apostoli. Perciò non è infrequente trovare negli scritti patristici e medievali il titolo di apostola apostolorum [28] applicato a Maria di Magdala, e a ragione: è lei a diventare latrice del messaggio più importante del cristianesimo, vale a dire, la proclamazione di Gesù come il Figlio di Dio che ha vinto la morte e ci ha riscattati dal potere del peccato e del demonio.

    Non a caso Maria Maddalena è l’unica, fra le donne che appaiono negli scritti neotestamentari, ad essere chiamata col proprio nome in tutti e quattro i vangeli canonici. Per fare un paragone, la Madre di Gesù non sempre viene chiamata col nome proprio. Questo, certamente, non vuole sminuire l’importanza di Maria, che come Madre del Redentore ha un ruolo primario ed unico nella storia salvifica, tale da farci affermare che al di sopra di Lei c'è soltanto Dio. Accanto alla sua persona, però, spicca quella di Maria di Magdala, come portatrice del kerygma della risurrezione di Cristo.

    Si spiega allora perché nella tradizione della Chiesa primitiva e nella letteratura cristiana antica la figura della Maddalena venga privilegiata. Prendendo spunto dalla sua missione annunciatrice, le si sono attribuiti ulteriormente nuovi compiti e privilegi. Nella letteratura gnostica, dove la conoscenza del mistero pasquale occupa un posto di rilievo, la sua figura diventa quella della confidente di Gesù, colei alla quale il Maestro ha rivelato l’evento che costituisce l’asse portante della fede cristiana. Nel vangelo gnostico di Maria si racconta come ella incoraggi gli apostoli a mettere in pratica le parole del Salvatore, ricordando loro di rimanere nella sua grazia [29]. Più avanti, nello stesso vangelo, Levi richiama il comportamento di Andrea e di Pietro, che si erano mostrati un po’ scettici e forse gelosi riguardo alla missione di Maria di Magdala: «Se il Salvatore l’ha resa degna, chi siamo noi per rifiutarla?» [30].

    Questa partecipazione specialissima al mistero di Cristo è vista dagli gnostici come intimità spirituale, partecipazione alla missione annunciatrice di Cristo stesso, ma mai come relazione di altro tipo. E questo certamente non sembra averlo affatto capito Dan Brown. D’altra parte la Chiesa, nella sua storia bimillenaria, non soltanto ha considerato la figura della Maddalena come emblematica, ma ha confermato che anche le donne hanno il diritto di proclamare ciò che Dio ha realizzato attraverso Gesù [31].

    Il fatto che Maria di Magdala non abbia ricevuto il sacerdozio – che in Israele era riservato agli uomini, e questa è stata anche indubbiamente la scelta di Gesù –, non significa che la Chiesa l’abbia messa da parte o non l’abbia tenuta in grande considerazione, come le riflessioni fatte sopra hanno evidenziato.

    In conclusione, la Chiesa ha sempre venerato i vangeli come i libri che proclamano ciò che Gesù ha detto e fatto. La loro sobrietà ha sempre sorpreso chi si accosta al testo alla ricerca di qualcosa di straordinario. Certamente la vita cristiana presenta delle realtà soprannaturali, ma esse vengono raccontate, paradossalmente, in maniera «naturale» e sobria, senza aggiungere circostanze inutili. Ciò mette in risalto la figura del Figlio di Dio che si è incarnato per la salvezza del mondo. I vangeli apocrifi non si sono accontentati di questa tradizione e hanno voluto aggiungere dei particolari per evidenziare aspetti che, secondo i loro autori, si addicevano a Gesù. Ma di fatto in tal modo essi offrono un’immagine di Gesù non conforme alla realtà.


    ******************
    1) Cf. D.A. Bock, Il Codice da Vinci. Verità e Menzogne, Milano 2005, 41-43; 50-54.

    2) Mt 19,11s.

    3) Cf. Filone, Hypothetica, 11,14-17.

    4) Cf. Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica 2.8.2,119-122. Cf. Antichità giudaiche, 18,18-22.

    5) Cf. J.A. Fitzmyer, Qumran: le domande e le risposte essenziali sui manoscritti del Mar Morto, Brescia 1994, 105-107.

    6) «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli –, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri» (Dt 7,7s).

    7) Cf. Gv 4,1-30(27-30).

    8) Cf. D. Brown, Il Codice da Vinci, 272.

    9) At 2,22-24.

    10) Cf. H. Koester, Einführung in das Neue Testament, Berlin-New York 1980, 180s.

    11) Sono chiamati «canonici» i vangeli (o racconti di annuncio) accettati dalla Chiesa come libri che contenevano i detti di Gesù e i fatti della sua vita. Essi facevano parte dell’elenco ufficiale dei libri ispirati da Dio, impiegati fra l’altro nel culto liturgico e nell’istruzione dei fedeli.

    12) Una parte degli studiosi pensa che il frammento muratoriano risalga invece al IV secolo d.C. La prima riga del testo che si può leggere dice: «il terzo vangelo è quello di Luca (...), e il quarto, quello di Giovanni». Si scorge subito un’allusione agli altri due vangeli, di Matteo e di Marco, che venivano menzionati prima. Non si nomina invece nessun altro scritto con il nome di «vangelo».

    13) Cf. H. Koester, Einführung in das Neue Testament, 500-503.

    14) Cf. M. Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento, 3 voll., Torino 1975, I,651; II, 660s.

    15) Uno dei culti religiosi più antichi ed influenti è quello dei misteri eleusini dedicati a Demeter. I nuovi membri dovevano recarsi ad Eleusi, presso Atene, per ricevere l’iniziazione. Un altro luogo collegato a questi culti sembra essere stata Samotracia (cf. At 16,11). Riguardo ai culti individuali, spiccavano quelli a Dioniso e ai Cabiri, confusi più tardi a Roma con i Dioscuri.

    16) Cf. D.M. Scholer, Gnosis, Gnosticism, in R.P. Martin, P.H. Davids, Dictionary of Later New Testament and Its Developments, Downers Grove-Leicester 1997, 401-403.

    17) Ibid., 407.

    18) Conosciuta è l’affermazione di M. Kähler nel suo libro Der sogenannte historische Jesus und der geschichtliche, biblische Christus, München 1961 (ristampa), secondo la quale il vangelo di Marco sarebbe «un racconto della passione con una lunga introduzione».

    19) Come si è visto prima, la loro «redenzione» sarebbe la liberazione dal corpo materiale per poter inserirsi nel «pleroma». Di conseguenza la morte di Cristo sulla croce sarebbe soltanto apparente: Cf. Apocalisse gnostica di Pietro, p. 81, dove si riporta un dialogo dell’apostolo con Gesù: «Che cosa vedo Signore? Sei tu veramente quello che prendono? (…) Chi è quello sulla croce che è sereno e ride?» Gesù risponde: «Quello che hai visto sorridente sulla croce è Gesù il vivente. Ma quello nelle cui mani e piedi conficcano i chiodi è la sua parte corporea, il sostituto»: W. Schneemelcher, Neutestamentliche Apokryphen II, Tübingen 61997, 642.

    20) Cf. J. Jeremias, Le parabole di Gesù, Brescia 1967, 92s.

    21) Cf. ad esempio, Apocalisse gnostica di Pietro, pp. 70-71, in W. Schneemelcher, Neutestamentliche Apokryphen II, 637s.

    22) Cf. R.J. Bauckham, Gospels (Apocryphal), in J.B. Green, S. McKnight, I.H. Marshal, Dictionary of Jesus and the Gospels, Downers Grove-Leicester 1992, 287.

    23) Cf. J.D. Crossan, The Historical Jesus. The Life of a Mediterranean Jewish Peasant, San Francisco 1991.

    24) Vangelo di Filippo, Logion 32 in M. Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento I/1, 225. Con questo logion l’autore vuol mettere in luce tre aspetti o manifestazioni della Maddalena.

    25) Vangelo di Filippo, Logion 55b in M. Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento I/1, 229.

    26) Cf. Lc 8,1-3.

    27) Cf. C. Ricci, Maria di Magdala e le molte altre, Napoli 1991, 57-118.

    28) In realtà il primo ad usare questo titolo è Ippolito (secolo III), che poi si riafferma nella Chiesa a partire dal secolo X. Cf. B. Luter, K. McReynolds, Women as Christ’s Disciples, Grand Rapids/Mich. 1997, 74; D. Bock, Il Codice da Vinci, 143s.

    29) Davanti allo scoraggiamento dei discepoli per la partenza di Gesù, Maria li esorta dicendo: «Non piangete e non vi addolorate e neppure siate indecisi. La sua grazia sarà con voi tutti e vi proteggerà. Benediciamo piuttosto la sua grandezza, ché egli ci ha preparati e resi uomini»: Vangelo di Maria, Logion 6 in M. Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento I/1, 294.

    30) Ibid., Logion 15-18 in M. Erbetta, Apocrifi del Nuovo Testamento I/1, 296.

    31) Cf. P.M. Guillaume, Marie Madeleine (Sainte), in A. Derville, P. Lamarche, A. Solignac, Dictionnaire de spiritualité ascétique et mystique. Doctrine et histoire X, Paris 1980, 559-575.

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