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    Predefinito La vittoria del PD sarebbe la dittatura della GFeID

    Ormai anche tra le fila della sinistra estrema comincia a serpeggiare qualche dubbio sullo sbocco politico prossimo venturo della crisi italiana. Ne fa fede l' articolo di Rina Gagliardi pubblicato oggi su "Liberazione".
    La GF e ID (Grande Finanza e Industria Decotta),come nel 1919-1922, comincia a valutare l' opportunità di una soluzione autoritaria. E come allora si servì di un "socialista" per guidare la manovra, così oggi si serve del capovolgimento di senso dei sostanzitivi e degli aggettivi (democrazia e democratico) per portare avanti i suoi piani.
    Il maestro di Conegliano Veneto ancora una volta si rivela profeta.
    Comunque, ecco l' avvio dell' articolo della Gagliardi (il cui partito comunque continuerà a votare tutte le fiducie di Prodi, se no torna Berlusconi):

    << Quelli di noi che hanno qualche anno, impararono a conoscere la firma di Michele Salvati nel '68 e dintorni, sulle pagine di "Quaderni piacentini", dove il nostro scriveva saggi di agghiacciante radicalismo. Poco dopo, Salvati imboccò altre strade, vinse una cattedra universitaria, divenne un rispettabile guru della sinistra moderata e un pensatore à la page. I più giovani, oggi, lo conoscono come "fondatore spirituale" (si fa per dire) del Partito Democratico, per favorire la nascita del quale egli ha redatto manifesti lunghi e solenni e si è impegnato allo spasimo. Insomma, tra i maitres-à-penser del nostro tempo, Michele Salvati è sembrato incarnare al massimo livello l'intellettuale democratico: incline, certo, al moderatismo neoliberale, con qualche sfumatura socialisteggiante e qualche eco di Norberto Bobbio, ma indubitabilmente democratico, con la di minuscola e con la di maiuscola. Tutta questa premessa solo per esprimere lo sconcerto (e lo sconforto) che ci ha prodotto la lettura dell'editoriale di ieri del Corriere della sera: scritto di pugno, appunto, dallo stesso Michele Salvati (che nel frattempo è anche diventato una delle firme del quotidiano di via Solferino), l'articolo teorizza l'obsolescenza della democrazia, anzi la boccia spietatamente, e propone, per il futuro della politica italiana, un regime sostanzialmente dittatoriale. Autoritario, elitario, oligarchico. A-democratico o post-democratico, fate voi. Il titolo ( "L'illusione del dittatore") cerca di attenuare la sostanza, che però è invece molto chiara. E, temiamo, molto grave. Diamine, l'intellettuale più importante del partito italiano più grande (stando ai numeri parlamentari attuali) che scrive sul più grande e più importante quotidiano italiano non configura, no, una faccenda di ordinaria routine. Se non è una svolta storica, poco ci manca. Se le parole sono pietre, come diceva Carlo Levi, quel poco che rimane in piedi della democrazia italiana viene lapidato, come una povera adultera in un paese coranico.
    ***
    Ma seguiamo le ragioni per le quali Salvati (e il Corriere) hanno ormai in uggia il sistema democratico ed auspicano la nascita di un benevolent dictator (un dittatore illuminato di cui, per altro, non si hanno molti esempi nella storia. Un'eccezione, forse, ci sarebbe: Fidel Castro. Che il lider maxismo di Cuba stia diventando, nel suo ultimo squarcio di vita, un modello per l'occidente? Mah…). Si muove da un'analisi durissima dello stato dell'Italia: economia declinante e stagnante, debito abnorme, illegalità diffusa, inefficienza massima di tutto ciò che è pubblico, dall'amministrazione alla scuola - e così via. Un Paese allo sbando, dice Salvati, che non regge alla competizione internazionale ed è superato da tutti, perfino dalla Spagna. Un Paese che avrebbe bisogno, per evitare un declino che si annuncia oramai come irreversibile, di una terapia-choc. Si badi bene all'analisi, e alla diagnosi, che vengono così formulate: sono svolte in toto dal punto di vista, come si diceva una volta, della borghesia imprenditoriale, gli interessi, i problemi e il declino incombente della quale vengono tout court identificati con quelli dell'Italia. Non c'è traccia, in questa "grida", della crisi sociale che avviluppa il paese, dell'impoverimento di massa, della strage quotidiana dei morti di lavoro, della precarietà che distrugge milioni di vite e quindi anche ogni possibilità progettuale. Ci sono, invece, tutte le istanze delle imprese, assurte a valori generali e a compiti prioritari della politica [...] >>

    www.liberazione.it

  2. #2
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    Ecco a scanso di equivoci l' articolo del "democratico" Salvati, comparso ieri sul "Corriere della Sera", ossia su una delle corazzate mediatiche della GF e ID:

    L’ITALIA E LA POLITICA

    L’illusione del dittatore



    di Michele Salvati

    Di fronte a problemi la cui soluzione richiede tempi lunghi, fermezza di indirizzo, provvedimenti impopolari—tutte cose difficilmente compatibili con una democrazia come la nostra—ogni tanto gli scienziati sociali fanno l’ipotesi del benevolent dictator, del dittatore illuminato. Un personaggio mitico che consentirebbe loro di mettere in atto e tener ferme le misure che quei problemi risolverebbero. Abbiamo buoni motivi per dubitare della benevolenza del dittatore e fors’anche della saggezza degli scienziati sociali. Ma ci sono pochi dubbi che esistano problemi difficilmente trattabili in democrazia e che proprio da questi, purtroppo, dipenda il declino del nostro Paese e la sfiducia che lo pervade.
    Giorgio Napolitano fa solo il suo dovere di Presidente quando si riferisce alla vitalità del popolo italiano, in risposta alla tristezza evocata dal New York Times. E Giuseppe De Rita fa solo il suo mestiere di ottimista quando, di fronte alla «poltiglia » sociale che non può non riconoscere, accentua il ruolo delle «minoranze attive». Minoranze, appunto, perché i dati d’insieme sono impietosi. Lo sono quelli economici, che da molti anni denunciano la più bassa crescita in Europa del reddito e soprattutto della produttività: il sorpasso spagnolo ne è stata una prevedibile conseguenza. E lo sono quelli sui principali funzionamenti istituzionali, con l’eccezione forse della sanità: si può dubitare delle «classifiche» sintetiche elaborate da diverse organizzazioni internazionali, non del fatto che tutte ci collochino molto al di sotto dei Paesi civili con i quali amiamo confrontarci.
    L’euro era inevitabile e la globalizzazione è una realtà. Ma questo ha cambiato radicalmente il contesto di politica economica al quale il nostro Paese si era assuefatto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Tra i Paesi ricchi, e noi lo siamo ancora, oggi crescono vigorosamente solo quelli che tengono i conti in ordine; e soprattutto quelli che sono in grado di sfruttare al massimo le risorse intellettuali, tecnologiche, organizzative e culturali di cui sono potenzialmente dotati. Negli anni delle svalutazioni facili e della vitalità selvaggia della piccola impresa — è probabilmente a questa che si riferiva il nostro Presidente citando il Keynes degli animal spirits—non soltanto avevamo sfasciato i conti pubblici, ma non avevamo neppure fatto una buona manutenzione delle risorse cui prima mi riferivo.
    Con grande fatica, e tirandoci appresso un enorme debito pubblico, a metà degli anni Novanta siamo riusciti a rimettere i conti in un ordine precario. In confronto agli altri Paesi, tuttavia, le nostre infrastrutture si sono deteriorate, la nostra scuola si è degradata, l’università e la ricerca non tengono il passo, la giustizia civile ha tempi incompatibili con un’economia avanzata, la pubblica amministrazione nel suo insieme è inefficiente. E in un’area troppo vasta del Paese ancora non si sono create condizioni economiche, sociali, istituzionali, e soprattutto legali, idonee a garantire uno sviluppo capitalistico autonomo e vigoroso. Insomma, sempre le solite due vecchie tare, pubblica amministrazione e Mezzogiorno.
    Le loro conseguenze sono però oggi più gravi che in passato: nelle più aspre condizioni competitive che la globalizzazione ha provocato abbiamo bisogno di tutte le risorse, al Nord e al Sud, e di un uso più efficiente delle stesse. Sulle misure da adottare, se vogliamo tornare a crescere, l’area di accordo è potenzialmente molto ampia: settore per settore occorrono certo misure diverse, ma tutte ispirate a imperativi di legalità, efficienza, concorrenza, merito. Si tratta di un’impresa impopolare e di lunga lena, volta a ripulire il paese da sacche di rendita grandi e piccole, da corporazioni che proteggono interessi particolari, da culture e mentalità che rafforzano lo status quo. Impopolare e di lunga lena: due caratteri che rendono l’impresa difficile in ogni democrazia, perché i voti arrivano se si assecondano gli interessi e le mentalità prevalenti.

    E ancor più difficile nella nostra: la democrazia «proporzionale» della prima repubblica ha posto le premesse del declino; la democrazia «maggioritaria» della seconda ha creato coalizioni di governo incoerenti e incapaci di porvi rimedio. Il dittatore illuminato è una figura mitica, una finzione. Ai tanti ingeneri istituzionali che si affannano al capezzale della seconda repubblica l’arduo compito di inventare un equivalente democratico del benevolent dictator, che renda possibile la formazione di governi autorevoli, capaci di affrontare misure impopolari e di sostenerle nel lungo periodo. Capaci soprattutto di riconoscere che occorre un progetto di rinascita del Paese condiviso nei suoi tratti essenziali da gran parte delle élites politiche e che gli slogan populistici e delegittimanti con i quali si raccattano voti («comunista», «berlusconiano») non fanno che ostacolarlo.

    22 dicembre 2007

    www.corriere.it

  3. #3
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    Predefinito

    [...] Un altro preoccupante problema di cui nemmeno si parla è il motivo reale –da me più volte ipotizzato – per cui questo governo è lasciato marcire, e con esso l’intero paese: l’occupazione di tutti i posti di potere da parte di uno schieramento politico asservito agli agenti capitalistici “similcompradori” (ovviamente in posizione “similsemicolonizzata” rispetto al paese predominante centrale, gli USA). Lasciando stare quelli già occupati, ricordo che entro gennaio dovrebbero essere rinnovati i vertici di Inps, Inail, Inpdap (il grosso degli enti previdenziali). Non si tratta solo dei presidenti, ma anche di ruoli di alta direzione in settori chiave di questi enti; tutti i dirigenti previsti sono di stretta osservanza di “sinistra”. A primavera poi (aprile), c’è il rinnovo delle presidenze di Eni, Finmeccanica, Enel. Soprattutto nelle prime due imprese, oggi dirette da personaggi troppo remissivi (a mio avviso ovviamente; in particolare quello dell’Eni) ma non “fidati”, il cambio della guardia è sicuro; e i nomi dei papabili sono tutti di uno schieramento preciso (avete già capito quale). Solo se cascasse il governo, tutto potrebbe venire rimesso in discussione (pur in presenza della ridicola opposizione di cui ho detto). Inutile quindi che il Berlusca si agiti per il cambio di governo; dovrebbe esserci un colossale errore di valutazione, un fatto erratico e al momento imprevedibile (un autentico evento-choc) per andare a tale soluzione.
    Ci si avvia dunque a una reale dittatura, pur morbida, mascherata da finta democrazia; nessuno però utilizzerà nemmeno quest’ultima, con i suoi riti elettoralistici, fino a quando non sarà garantito un ricambio confacente ai “similcompradori” e ai loro dominatori “similsemicolonizzatori”. Sebbene la prospettiva faccia paura, ci sarebbe quasi da augurarsi che l’evento-choc sia una bella crisi, decisamente più grave di quanto si possa prevedere [...]

    Brano tratto da "C'è poco da fare" di Gianfranco La Grassa, 9 gennaio 2008,
    http://ripensaremarx.splinder.com

  4. #4
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    ho visto che ostellino attacca il nuovo manifesto del pd di cui io conosco solo pochi parti, certo la citazione che reca ostellino: “Noi vogliamo non una crescita indifferenziata dei consumi e dei prodotti, ma uno sviluppo umano della persona, orientato alla qualità della produzione e della vita”. Fa venire i brividi è evidente che il redattore del manifesto ha poca dimestichezza con alcuni concetti chiave dell’economia liberale: tipo che senza una crescita indifferenziata, dei consumi e dei prodotti - e per indifferenziata intendiamo un’ampia e forte crescita - lo sviluppo umano della persona si rattrappisce come nella Russia del socialismo reale. In pratica: quando il nuovo diventa un’occasione per tuffarsi nel passato e fa pensare allo stato dittatoriale. Ci si troverà bene con gente come Pino Sgobio capogruppo del pdci che già chiede al governo di impedire i licenziamenti che air france ha in mente per alitalia.

  5. #5
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    . . . e noi che ce la prendiamo con lo Strozzi .

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin Visualizza Messaggio
    che senza una crescita indifferenziata, dei consumi e dei prodotti - e per indifferenziata intendiamo un’ampia e forte crescita - lo sviluppo umano della persona si rattrappisce come nella Russia del socialismo reale.
    E' esattamente quello che è successo nel periodo nero 2001-2006, la famosa era dei pugnettari bananas.




  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin Visualizza Messaggio
    ho visto che ostellino attacca il nuovo manifesto del pd di cui io conosco solo pochi parti, certo la citazione che reca ostellino: “Noi vogliamo non una crescita indifferenziata dei consumi e dei prodotti, ma uno sviluppo umano della persona, orientato alla qualità della produzione e della vita”. Fa venire i brividi è evidente che il redattore del manifesto ha poca dimestichezza con alcuni concetti chiave dell’economia liberale: tipo che senza una crescita indifferenziata, dei consumi e dei prodotti - e per indifferenziata intendiamo un’ampia e forte crescita - lo sviluppo umano della persona si rattrappisce come nella Russia del socialismo reale. In pratica: quando il nuovo diventa un’occasione per tuffarsi nel passato e fa pensare allo stato dittatoriale. Ci si troverà bene con gente come Pino Sgobio capogruppo del pdci che già chiede al governo di impedire i licenziamenti che air france ha in mente per alitalia.
    ovviamente non è un reato non condividere il concetto di sviluppo sostenibile , comnque non è certo un concetto dell' economia sovietica , anzi l' economia sovietica ha sempre teso allo sviluppo a tutti costi ( vedi lago Aral ), ma per alcuni versi l' ultra liberismo e il sovietismo tendono a coincidere ( specie sul disprezzo dei costi umani dello sviluppo)

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da lucrezio Visualizza Messaggio
    ma per alcuni versi l' ultra liberismo e il sovietismo tendono a coincidere (specie sul disprezzo dei costi umani dello sviluppo)
    Concordo pienamente con l' amico Lucrezio e, a dimostrazione di quanto sia vera la sua affermazione, cito questa sintesi sulla situazione dell' Italia odierna:

    << Questo governo da tempo prende in giro il popolo italiano. Tante le promesse elettorali, quasi nessuna mantenuta. Prodi aveva promesso il ritiro dei soldati dall’Iraq (peraltro già programmato dal governo Berlusconi): lo ha fatto, ma ha aumentato il contingente in Afghanistan. Il sacco dello stato sociale intanto prosegue con le privatizzazioni selvagge, con le liberalizzazioni incontrollate, mentre aumentano le tasse e l’inflazione erode il potere d’acquisto dei salari. Tutto questo mentre i rinnovi contrattuali tardano o sono insufficienti, visto anche il colpevole atteggiamento di quei sindacati asserviti al potere che poi sono sempre gli unici abilitati alle trattative, perché il rappresentante dei lavoratori in pratica lo decide la controparte. La lista potrebbe essere lunga, ma nonostante il pessimo operato del governo e l’insufficiente azione dell’opposizione gli italiani non sembravano prendere coscienza della crisi di sistema di fatto già in atto.
    Non è servito l’attacco al welfare (e un ridicolo referendum burletta), non è bastata una Finanziaria lacrime e sangue, non è servita nemmeno la morte di tanti lavoratori.
    Il miracolo di una presa di coscienza ci verrà forse regalato dall’immondizia? Sarebbe paradossale, ma alla fine proprio questa sembra la strada.
    Governo e amministrazioni locali (non solo Pecoraro Scanio, oggetto di una mozione di sfiducia presentata ieri dall’opposizione) sono colpevoli di malagestione, di assenza di qualsiasi programmazione, di superficialità e forse, per alcuni, anche di connivenze penalmente rilevanti. Forse speravano nella capacità, tutta napoletana, di affrontare le disgrazie con filosofia e di smaltire i rifiuti un po’ qua e un po’ là, rimandando la soluzione del problema vero ancora una volta.
    Questa volta, però, hanno fatto i conti senza l’oste, perché Napoli ha reagito ed ha fatto capire anche agli altri che ribellarsi è giusto.
    Il gioco dei quattro cantoni con i rifiuti campani non si deve fare. Ieri sono stati i sardi a protestare, impedendo l’attracco nel porto di Cagliari della nave della puzza, quella che trasportava sull’isola 500 tonnellate di immondizie.
    Non basteranno insomma le solidarietà tra governatori e sindaci di centrosinistra (proprio ieri anche Cofferati ha dato la disponibilità della “sua Bologna”) ad accogliere la spazzatura che insozza le strade di Napoli e dintorni, perché ovunque la gente si batterà per impedire nuovi scempi.
    Qui non si tratta di egoismo campanilistico, la solidarietà nazionale va però spesa per buone ragioni. Se uno Stato degno di questo nome facesse un programma serio e risolutivo, senza cadere nei veti sciocchi dei falsi ambientalisti e senza dover sempre garantire profitti ai soliti noti, tutti saremmo disposti alla nostra parte di sacrificio, accogliendo anche la spazzatura napoletana. Ma se questo deve servire solo a far star tranquille le poltrone di Prodi, Pecoraro e compagnia brutta non ci stiamo proprio. Che il bubbone scoppi.
    Scuole chiuse, emergenza sanitaria e ambientale, caos sociale e miseria (perché tutto questo porterà anche nuova miseria in aree già sottoposte a pressione in tal senso): cosa serve di più per dire che se ne devono andare tutti a casa? Tutti, non solo Pecoraro, non solo Bassolino, proprio tutti, a cominciare da Prodi, perché, come avrebbe detto Di Pietro tanto tempo fa, non poteva non sapere.>>

    "Il gioco dei quattro cantoni", di Decio Siluro
    da www.rinascita.info

  9. #9
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    [B]martedì, 15 gennaio 2008
    Ecco perché Prodi non cade di GLG e G.P.[/
    B]

    Come aveva già scritto Gianfranco La Grassa agli inizi di dicembre nel suo articolo “Si tenta di chiudere il cerchio” se Prodi non cade è solo perchè la GF e ID ha bisogno di maggiore tempo per trovare un’opzione alternativa propriamente valida agli attuali assetti di governo ma, soprattutto, perché ci sono in ballo le nomine in scadenza delle presidenze di imprese fondamentali, quali Eni, Finmeccanica, Enel, Poste ecc. Senza tralasciare che in bilico c’è anche la presidenza del più grande gruppo assicurativo italiano, Le Generali, le quali, pur essendo una compagnia privata, stimolano gli appetiti pantagruelici del mondo politico e di quello finanziario, dopo le fusioni ,avvenute negli scorsi mesi, (in realtà mere acquisizioni da parte dei pesci più grossi su quelli più piccoli) tra i principali gruppi bancari (Intesa-San Paolo IMI, Unicredit-Capitalia, MPS-AntonVeneta).

    Si può ben dire che questo governo, con a capo uno dei più inveterati burocrati di Stato cresciuti alla scuola IRI, oggi a pieno servizio presso i gruppi finanziari e idustrialdecotti italiani (Bazoli-Montezemolo), a propria volta sottoposti all’imperio delle merchant banck statunitensi e alle ipertrofiche “voluttà” di dominio incontrastato dell’occidente da parte USA, abbia avuto come compito precipuo quello di ridisegnare la mappa del potere in Italia.

    Il mix “terribile” è stato realizzato dando una copertura pubblicistica (una foglia di fico per mascherare azioni di mero accaparramento delle risorse del sistema-paese sotto il pretesto di una maggiore tutela degli interessi generali, attraverso la presunta opera redistributrice e riequilibratrice dello Stato) a manovre di vorace speculazione e di pura rapina privatistica a favore di grandi colossi finanziari e imprese industriali della precedente rivoluzione tecnologica, ormai sul limine del fallimento. Queste risorse sono servite ai gruppi della GF e ID, coalizzatisi dietro Prodi, per attivare condotte spartitorie, con avvantaggiamento di alcuni “drappelli” di potere su altri (in primis dei potentati nostrani maggiormente legati agli Usa), al fine di riprendere fiato ed energie dopo anni di crisi generalizzata che ne ha fiaccato la performatività economica e la lungimiranza strategica. Il tutto è avvenuto a detrimento degli strati sociali più deboli costantemente esclusi dalla gestione del potere: i lavoratori autonomi, quelli salariati, le piccole e medie imprese. Questi settori sociali sono stati più volte ingannati dagli schieramenti politici, dai sindacati, dalle associazioni di categoria e dall’apparato ideologico dominante (composto da uno stuolo di intellettuali e da sedicenti specialisti lautamente retribuiti) che ha lavorato intensamente per riprodurre, come in un caleidoscopio, il cerchio magico di un'apparente diversità tra destra e sinistra (nel quale rientrano non solo i partiti ma anche le organizzazioni che fungono da cinghia di trasmissione per questi ultimi) quando in realtà la politica nel suo complesso si stava muovendo all’unisono, ed in maniera del tutto speculare, per dissanguare il popolo italiano.

    Oggi che queste trame sembrano giungere al loro epilogo più bramato, almeno da lorsignori, il giudizio di La Grassa, espresso nell’articolo già citato, assume i caratteri del vaticinio che si adempie:

    “A quel punto [se i piani della Gf e ID dovessero concretarsi, G.P.], avremmo un vero regime illiberale; magari non all’“olio di ricino”, ma a quello “di vaselina”. Bevete due litri di quest’ultimo e starete male più o meno come con quello di ricino. Questi sono comunque i giochetti dei nostri potentati (sub)dominanti; possiamo solo contare sulla loro inettitudine, sul grave arretramento che stanno facendo subire al paese, per cui non esisteranno molti margini (ampio reddito da ridistribuire) per corrompere e comprare adeguatamente tutto ciò che sarebbe necessario corrompere e comprare.".

    da http://ripensaremarx.splinder.com

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    [B]martedì, 15 gennaio 2008
    Ecco perché Prodi non cade di GLG e G.P.[/
    B].....

    da http://ripensaremarx.splinder.com
    aaargghh!!! ... voglio morire!!!

 

 
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