La non comprensione intellettuale di contenuti tradizionali, per quanto grave possa essere, ha quantomeno sempre quale suo aspetto – se possiamo esprimerci così – “positivo” la possibilità di chiarirsi e rettificarsi in senso propriamente ortodosso qualora chi stia ricercando abbia da par suo una «buona volontà» e ci siano condizioni spirituali atte perché al momento opportuno tale risoluzione si verifichi. Diverso è il caso in cui si voglia, sempre in una simile ignoranza dottrinale, passare “dalle parole ai fatti” e tentare “esperienze” psichiche (perché in realtà è solo in questo ambito che allora ci si muove) tutt’altro che spirituali e i cui effetti, per quanto possano illudersi coloro che praticano in questo modo, sono invece della massima dannosità e difficilmente recuperabili. Capita purtroppo di leggere così al riguardo di certe “tecniche di meditazione”, le quali, senza nemmeno che coloro che ne trattano si rendano conto della reale natura e portata di esse (tali individui infatti non sono molto sensibili alle distinzioni), vengano indebitamente scambiate per “tecniche di contemplazione”, quando si dovrebbe innanzitutto sapere che «meditazione» e «contemplazione» sono realtà diverse e proprie ad ambiti diversi, e questo ancora senza entrare nel merito delle cose. A tal riguardo faccia testo la definizione di Riccardo di San Vittore in De Contemplatione, I, 4: «La contemplazione è l’arrestarsi chiaro e libero dell’anima sull’oggetto della sua ricerca; la meditazione è l’ispezione della mente occupata nella ricerca della verità; e la riflessione [o “cogitazione”] è lo sguardo della mente che è incline a divagare» e per «contemplazione» si veda anche San Tommaso d’Aquino, Summa Teologiae, I, 34. 1 e 2: «Quando l’intelletto raggiunge la forma della verità (i.e svarūpam sampadyate: quando cioè c’è adequatio rei et intellectus, in samādhi), esso non pensa, ma contempla perfettamente la verità»[entrambi gli autori sono citati da A.K.Coomaraswamy in nota in Conoscenza e Morte secondo la dottrina indù]. È dunque evidente che essendo la «meditazione» un mezzo messo in opera per arrivare alla «contemplazione» ma appartenendo ancora al campo della mentalità individuale, non ha alcun senso parlare riguardo ad essa né di condizioni che esulano dalle possibilità di ordine individuale né tanto meno confonderla con ciò che nella tradizione indù viene detto per estensione «Yoga» (in senso stretto «Yoga», «unione», è solo il fine e non il mezzo), ovverosia metodi propriamente iniziatici miranti all’«Identità Suprema». Scrivere dunque di «adwaita» e «non-dualità» riguardo le “tecniche di meditazione” significa ignorare ciò di cui si tratta. Va inoltre precisato che lo stesso termine «contemplazione» può avere differenti accezioni a seconda che esso venga utilizzato in ambito iniziatico o religioso, in senso cioè «esoterico» o «exoterico» ma a ciò per maggiori precisazioni rimandiamo allo scritto di R. Guénon “Contemplazione diretta e contemplazione di riflesso” in Iniziazione e realizzazione spirituale.
Un’altra confusione non meno grave è, trattando di «contemplazione» secondo le tradizioni orientali, quella di dimenticare che perché tali pratiche abbiano una reale efficacia e realizzazione spirituale non solo è necessario un serio studio e approfondimento così come il contatto con i rappresentanti legittimi e “millenari” di quella tradizione alla quale ci si è ricollegati ma anche, ed è questa la cosa essenziale e fondamentale, che venga conferita l’iniziazione ossia la trasmissione di un’influenza spirituale secondo regolarità da questa stessa organizzazione depositaria e senza la quale iniziazione una qualsiasi «contemplazione» in tal senso, seppur ai primissimi gradi, non avrebbe alcun significato trattandosi allora solo di modalità psichiche individuali indotte.
Ci sarebbe infine da chiedersi, venendo ad escludersi il vero significato di «meditazione» e quello di «contemplazione» (sia essa “esoterica” o “mistica”), a cosa in effetti facciano allora riferimento coloro che scrivono di simili “tecniche di meditazione” senza menzionarne i reali limiti (mentali e individuali nel caso della «meditazione») e le necessarie condizioni (l’«iniziazione» nel caso della «contemplazione»). Tutto ciò a cui si riducono il «Vuoto» e il «non agire» di simili autori (forse dovremmo scrivere «di simili guide cieche di ciechi») altro non sono che appunto modalità psichiche inferiori e indotte che con gli stati spirituali ai quali tali designazioni orientali si riferiscono non hanno nessun legame se non quello di parodia invertita (nessun argomento vale meglio per dimostrare l’assurdità della loro pretesa “spirituale” di quello di una “coscienza naturale” che trascende ed è trascesa, che “osserva” ed “è osservata”, ma che trattandosi in realtà di semplice «autocoscienza», non ha alcunché di veramente trascendente né spirituale) e che per la loro qualità di passività e di “apertura” indiscriminata come per la loro pericolosa comunicazione disgregante col «piano vitale» (cfr. i «flussi di coscienza» spiritistici), tali “metodi psichici” si espongono troppo spesso e facilmente ad accidenti e rischi di squilibrio.
Già altra volta mettemmo in guardia dai pericoli di queste “tecniche di meditazione” e speriamo che le brevi indicazioni qui riportate possano ribadirlo ulteriormente.




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