
Originariamente Scritto da
LupaNera
Montesano scorretto e non conforme
Martedì 8 Gennaio 2008 – 15:46 –
Giovanni Di Martino

“Veltroni riunì i palazzinari romani al Campidoglio e disse: questo è il Comune di Roma, prendete e mangiateci tutti...”
Nel nuovo spettacolo teatrale di Montesano c’è tutta la scuola romana di cui è erede, da Petrolini, aggiornato ai club privè, al Fabrizi televisivo, fino al primo Bagaglino. Ma c’è anche Totò e l’avanspettacolo, oltre a qualche gustosa autocitazione non celebrativa (come il santo in processione de Il Prode Anselmo e il suo scudiero o gli esordi da rumorista).
Dopo un omaggio a Garinei e Giovannini da parte del loro migliore Rugantino, lo spettacolo di Montesano, annunciato come l’ideale seguito del Trash (teatrale e televisivo) di più di dieci ani fa, inizia e resta per oltre due terzi incentrato sulla politica.
Montesano attacca senza mezzi termini la destra e la sinistra di oggi, ma anche chi li critica senza andare a fondo. E lo fa puntando il dito sul linguaggio politicamente corretto, da lui opportunamente definito come ipocrita. Il linguaggio di una società che taccia chi non si allinea delle peggiori cose. Il linguaggio che fa diventare il sordo un non udente, e il non udente un audioleso. E incalzando contro il silenzio assenso, mortale nemico della gente nell’epoca attuale, e le banche, definite senza mezzi termini come una rovina.
è un rapporto lungo e complesso quello tra Montesano e la politica. Una vera e propria storia d’amore, perchè sembra proprio che l’attore romano non riesca a farne a meno, malgrado le delusioni patite. Dall’estrema sinistra al parlamento europeo, fino al pieno di voti al comune di Roma ai tempi del Rutelli bis,
per poi mirabilmente girare sui tacchi senza pensarci due volte una volta toccato con mano di che pasta sono fatte maggioranza ed opposizione, Montesano sceglie nuovamente la via dello spettacolo per parlarci del presente. I punti più alti dello spettacolo sono il racconto della processione e la descrizione dei politici che assomigliano ai compagni di classe che tutti abbiamo avuto (“chi è che non ha avuto un compagno di classe come Buttiglione? Come Mastella? Come Tremonti?).
Finale in musica, nel quale il pubblico sceglie o meno se essere ottimista, ma poco spazio alle imitazioni, che vengono tutte appena accennate, Andreotti, Prodi e Benedetto XVI (ma Montesano aveva fatto molto meglio con Paolo VI).
Un’ultima essenziale nota positiva: il professionismo. Montesano mette in scena uno spettacolo teatrale e lo fa avvalendosi di un’orchestra, di ballerine e di quattro coristi (tre maschi ed una femmina, in omaggio dichiarato ai Cetra). E che c’è di strano? C’è di strano che nell’era del cabaret, nella quale il passaggio a Zelig non è un punto di partenza (com’era vent’anni fa), ma il punto di arrivo di un comico, e nella quale si pensa che la scena possa essere composta solo da uno sgabello e da un improbabile imitatore che fa il rumore del treno, c’è chi non ha abdicato e non ha disertato, chi non ricorre alle basi musicali già incise, chi si prende la briga di selezionare i collaboratori, di creare delle coreografie e delle scenografie. Ma l’impegno nel non approssimare, in un epoca di cui tutto è approssimato per definizione è forse la cosa più politicamente scorretta che l’autore-attore potesse fare.
Insomma è come se Montesano avesse detto ai nuovi comici: ecco come si lavora.
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