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    Predefinito La città di monnezza e bellezza sopravviverà a chi la critica

    Un altro bellissimo articolo pubblicato sabato sul Corriere da Raffaele la Capria:

    A leggere la pagina del Corriere dove Gian Antonio Stella ripesca e riporta frasi e opinioni su Napoli di Montesquieu, Dickens, Twain, Hazlitt, sembra quasi che i viaggiatori che vennero a Napoli vennero per scoprire la Monnezza e non la Bellezza. Ma è vero il contrario. Scoprirono una luce che aprì loro una nuova visione del mondo, scoprirono opere d’arte meravigliose che aprirono loro una nuova visione dell’Antichità Classica, sentirono al San Carlo la musica di Pergolesi, di Paisiello, di Cimarosa, scoprirono una civiltà che cambiò il loro gusto e la loro idea della vita, scoprirono tante cose oltre la monnezza. E poi non erano così scemi da scrivere interi volumi sulla monnezza. La letteratura del Grand Tour, come fu detta, ci parla di ben altro, perché quello era un viaggio di formazione, un viaggio di cultura. Senza contare che nei loro Paesi, nei Paesi di quei viaggiatori, di monnezza ce ne stava abbastanza per non meravigliarsi della monnezza napoletana. La Londra di Dickens, lo scrive lui, era sporca di nebbia fuliggine e carbone, e i bambini uscivano neri dalle miniere dov’erano condannati a lavorare. I nobili di Versailles non brillavano per igiene, spesso emanavano odori sgradevoli e nelle loro parrucche c’erano i pidocchi. Perciò, per favore, ridimensioniamo, anche se della monnezza di Napoli io e la maggioranza dei napoletani siamo nemici accaniti.

    Non ci piace la monnezza, né la nostra né quella che ci hanno mandato le fabbriche di lassù. Così mi è venuta la voglia di offrire, dopo quello di Stella, ai lettori del Corriere un altro «menu », meno deprimente, di pensierini tratti da un mio taccuino di qualche anno fa. «A proposito dei viaggiatori che visitarono Napoli nel corso dei secoli per ammirarla o denigrarla, c’è da dire che non sono stati solo loro a misurare la città col loro metro, ma anche Napoli li ha misurati col suo. E ancora oggi è così. Loro gli occasionali visitatori vengono, guardano, criticano, approvano, disprezzano, emettono giudizi e covano pregiudizi. "Sterco di migratori" ha scritto con bell’immagine il mio amico De Luca. Uno sterco che di solito concima il terreno su cui cade. Questo andirivieni di celebrità ha contribuito a confermare Napoli nella sua reputazione di città puttanesca, dalle molte frequentazioni, ad attribuirle tono e nonchalance cosmopolita, e anche quello scetticismo, quell’aria di chi le ha viste e sentite tutte per stupirsi ancora di qualcosa, che è proprio delle città capitali. Senza stupirsi, con questo spirito cosmopolita, Napoli misura estimatori e spregiatori. Perché ognuno, parlando di Napoli, con le sue stesse parole ha involontariamente dato conto di sé, ha detto chi è rispetto a questa pietra di paragone rivelatrice di grandi spiriti, come Goethe e Stendhal, di menti da lei ottenebrate o illuminate, di anime leggere o pesanti, e così via.

    Un confronto in fondo temibile con un’entità vasta e sfuggente, sconcertante e complessa, dotata di qualche potere attinto dalle sue forze infere. Un confronto che divide sempre gli ospiti di passaggio in due categorie, in due tipi di natura e umanità differente: quelli istintivamente aperti a lei e quelli istintivamente chiusi a lei, al genio del luogo. E così Napoli diventa una macchina della verità, cui senza saperlo anch’essi ai nostri occhi si sottopongono ». «Occhio di straniero occhio dì sparviero ». Ma è preferibile quest’altro proverbio, di Machado: «L’occhio che tu vedi non è/ occhio perché tu lo veda/ È occhio perché ti vede». «Molti vanno a Napoli come se non sapessero dove vanno, pretendendo di vedere e riportare cose che si sa benissimo che non ci sono, oppure con l’intento di veder confermate e magari ingigantite quelle che si sa benissimo che ci sono. Come se, mettiamo, uno andasse nella civilissima India per trovare le cose che si trovano nella civilissima Svizzera, e poi giudicasse l’India col metro svizzero.

    Che viaggiatore sarebbe costui? Un viaggiatore dev’essere sempre curioso e disponibile, e dev’essere senza bagaglio, senza un’idea fissa di come dovrebbe essere il mondo ficcata nella testa». «Svevi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi, e infine Americani: gli occupanti. Napoli è stata un crocevia di incontri internazionali, in questo senso è una città cosmopolita. E se tra i tanti occupanti mettessimo anche gli italiani? Questo lo pensano ancora molti soci anziani dei Circoli Nautici, e non solo loro. Tra i tanti occupanti gli italiani sono stati i peggiori? Sì, sono stati i peggiori, dicono. Non c’è disgrazia peggiore che essere occupati dagli italiani. E sognano i Borboni. Dicono che erano meglio i Borboni». «Che fa Napoli? È viva, è morta, passerà la nottata? Ha sette vite, come le lucertole. Ma è possibile viverci? Si vive male, ma è "avventurosa", e la preferisco alle vostre ordinate piccole città, tutte malinconia e discoteca. Ma affonda o non affonda? Non lo so. So che le grandi navi affondano lentamente. Hanno molte sacche d’aria nella chiglia. E molte sacche di cultura, tradizione, civiltà, ha Napoli che la tengono a galla, e la terranno chissà per quanto. Ma se dovesse affondare attenti al risucchio! Quando una grande nave affonda attira con sé nel naufragio tutto quel che galleggia intorno per un largo raggio».

    Ultimo pensierino, dopo aver visto ancora una volta Porta a Porta. Fuori è notte, nel buio si vedono fiamme, si sentono botti, ombre nere che corrono allo scontro, c’è la monnezza, gente disperata che grida in piedi rivolta a Bruno Vespa (in quel momento è lui il tramite col Palazzo), gente che si sente abbandonata, che dice che il cancro l’aggredisce, che ha decimato la famiglia, dice che ha paura; dice che le campagne sono inquinate. Dentro ci sono le luci dello studio televisivo, gli ospiti seduti, ben vestiti, con lucide cravatte intonate. Quella folla che è fuori in piedi nel buio li guarda, si aspetta una parola. Essi intanto litigano educatamente, dicono col loro linguaggio le proprie opinioni, ma si sente che c’è qualcosa di stonato, perché la tragedia di quelli là fuori al buio è troppo grande, non può raggiungerli se loro stanno a discutere nel solito modo. Come si può comunicare con quelli là fuori se non si sente nello studio la puzza della discarica, la presenza nell’aria della diossina, se nessuno ha paura per sé e per i propri cari? L’Italia crede di poter tenere così Napoli, a distanza, di poterla guardare come da uno studio televisivo. Tutto questo mi ricorda un racconto di Poe, «La mascherata della Morte Rossa». Fuori c’è la peste che miete vittime con la sua falce tagliente, dentro ci sono gli abitanti del Castello, i ponti levatoi sono alzati, nessuno può entrare, nessuno deve portare il contagio. Intanto c’è un ballo in maschera, tutti ballano... Ma chi è quella maschera rossa che avanza tra i ballerini: tutti la guardano, tutti s’aspettano qualcosa, la maschera cade, ed è la Morte Rossa, la Peste, che è entrata nel castello. Attenti, non lasciamo Napoli in questo momento, non scriviamo sui giornali le solite accuse, che sono tutte vere, ma non «azzuppiamoci il pane», per favore. Se la morte entra nel Castello nessuno si salverà.
    Raffaele La Capria
    Poi naturalmente segue il commento di Gian Antonio Stella che invita a non crederci e ad abbassare la testa, ma per una volta sorvolo a cuor leggero.
    Mi è venuta la voglia di tornare di corsa a Napoli, anche solo per due ore...
    e già immagino le facce dei miei colleghi padani, che considerano il voler vedere Napoli come segno di un grave disturbo mentale, poveri loro.

    •   Alt 

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