La coerenza di Giovanni Pesce
di Bianca Bracci Torsi
su Essere comunisti 4/2007 del 24/12/2007
Un antidoto contro la destra revisionista e razzista
Un giorno dello scorso novembre, nel parcheggio del supermercato di una cittadina della Sassonia, quattro giovanotti in bomber nero ornato di svastiche, stanno molestando pesantemente una immigrata di sei anni che, terrorizzata, piange e grida attirando l’attenzione di una tedesca poco più adulta di lei che corre in suo aiuto. I quattro lasciano andare la bambina e puniscono l’intrusa incidendole una croce uncinata su un fianco. Vorrebbero completare l’opera con la sigla SS tracciata sul viso con lo stesso coltello, ma la ragazza riesce a scappare e li denuncia.
Negli stessi giorni a Roma, giovani italiani con lo stesso abbigliamento aggrediscono e feriscono tre rom. Episodi di razzismo, rivendicati da gruppi dell’estrema destra in gran parte d’Europa: con un’ormai evidente unità d’intenti e di azione fra i «cuori neri» neofascisti e neonazisti, concordi nel rivendicare il comune passato e i suoi idoli (con buona pace di chi ancora tenta di salvare la faccia degli italiani «brava gente» tutti, anche quelli in camicia nera). Non è un caso che i brani musicali più apprezzati dai fascisti irriducibili esaltino insieme i combattenti di Salò e i difensori di Berlino («in questa camicia c’ho creduto/ adesso non mollo/non sono un venduto» «ormai non sei più solo/l’Europa torna a lottare/ per il sangue e contro l’oro») ed eleggono a loro icone Rudolf Hesse «ucciso dalla democrazia » e «il capitano Priebke» imprigionato per le sue idee. Niente da invidiare a una delle più diffuse canzoni italiane dell’ultima guerra «Camerata Richard», che celebrava l’incontro in trincea di un italiano e un tedesco affermando che «camerati di una guerra/ camerati di una sorte/ chi divide pane e morte/ non si scioglie sulla terra». L’attuale ritrovata fraternità ha trovato il suo cemento nel razzismo e nell’odio per ogni diversità – etnica, religiosa,comportamentale, di scelta sessuale – vissuta come insidia alla propria tradizione e al proprio stile di vita, la paternità della quale risale alla nozione di «razza del sangue e dello spirito», in nome della quale Julius Evola auspicò, negli anni Trenta, una più stretta convergenza tra fascismo e nazismo, entrambi portatori di una «coscienza imperiale».
I bersagli del primo teorico novecentesco della destra fascista erano l’ebreo e il comunista, due figure che spesso si sovrapponevano, incarnazioni viventi della aborrita modernità e della temuta uguaglianza, la cui distruzione era ritenuta indispensabile alla vittoria di due popoli guerrieri, o meglio della loro elite di superuomini, puri ariani di razza e di pensiero, ai quali spettava il dominio del mondo. Una concezione selettiva e aristocratica alla quale Mussolini, superati i furori del futurismo e del diciannovismo, preferì il populismo «dell’Italia proletaria e cattolica». Lo stesso Hitler, liberatosi con un massacro dell’ala estrema delle SA, optò per il più rozzo razzismo «di sangue e suolo» elaborato da Rosemberg, che Evola aveva bollato di plebeismo e naturalismo: nella sua versione popolare, ciò si tradusse nell’accusa agli ebrei di essere i responsabili di tutte le difficoltà – in primo luogo economiche – della Germania dei primi anni Trenta, che sfociarono nella «notte dei cristalli» e nei primi campi di sterminio.
Individuare e indicare un capro espiatorio al malcontento diffuso, sfruttando antichi pregiudizi e nuove paure, è un espediente che risulterà sempre utile per distogliere la rabbia delle masse dai veri responsabili di una situazione di crisi.
Nel dopoguerra i neofascisti italiani limitarono la loro propaganda, del resto molto circoscritta, al compianto per la patria tradita e alla glorificazione dei repubblichini caduti «per l’onore d’Italia» legittimi combattenti di un esercito regolare, rispettoso delle leggi di guerra. Leggi che non valevano per i partigiani, perché scriverà Pisanò: «non si può pensare di riservare lo stesso trattamento a chi combatte non vestendo una divisa riconoscibile e a chi opera nell’ombra in abiti civili… impossibile a riconoscersi a prima vista come militare». Banditi li chiamava l’alleato tedesco e come tali li trattarono i variegati eserciti di Mussolini, gareggiando in ferocia con le SS.
Di fronte all’impossibilità di contestare gli orrori perpetrati dal nazismo qualcuno tentò di dissociare le responsabilità della Repubblica di Salò da quelle del suo alleato con una incredibile rappresentazione di Mussolini come difensore del suo popolo dagli eccessi dei tedeschi che, pur con la scusante del «tradimento», avevano ecceduto nella vendetta. Poco peso hanno in quegli anni Pino Romualdi e altri seguaci di Evola che esaltano il valore tedesco e mettono in dubbio le qualità guerriere degli italiani, ma saranno proprio loro a stabilire i contatti con i nuovi movimenti dell’estrema destra che cominciano a nascere in diversi paesi europei e a diffondere in Italia il pensiero del critico/continuatore di Evola, Alain de Benoist che sfuma il razzismo in «differenzialismo» e incita a una battaglia culturale contro ogni forma di «mondialismo» a favore di «piccole patrie» contraddistinte dal legame con la propria tradizione e rigidamente monoetniche. Una nuova versione della concezione eroico-mistica del fascismo delle origini che ha finito per convivere con il più rozzo e violento razzismo e con il più tradizionale anticomunismo che uniscono oggi sotto gli stessi simboli rampolli dell’alta borghesia nera e sottoproletari disperati.
Il percorso dalle nostalgie neofasciste degli anni Cinquanta alla presenza ormai continua di nazifascisti, ex e in attività di servizio, nelle strade, nelle scuole, negli stadi e nelle assemblee elettive a tutti i livelli, è stato lungo e graduale, reso possibile, come tutti i successi dell’estrema destra, dalla ambigua tolleranza della «destra democratica» e dall’ acquiescenza di una parte della sinistra.
I primi tentativi del centro destra a maggioranza Dc di ammettere il Msi nel cosiddetto «arco democratico» furono respinti dalla ferma reazione di un Paese nel quale la coscienza antifascista era profonda e viva al di sopra di ogni differenza politica. Il luglio Sessanta delle magliette a strisce e la caduta del governo Tambroni eletto con i voti missini, fu la prova che un popolo, convinto assertore dei valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana, vigilava deciso a bloccare ogni velleità di ritorno al passato, lo stesso popolo che rifiutò, negli anni Settanta, la più insidiosa teoria degli opposti estremismi.
Perfino quando la crisi del Pci era più che annunciata con le prese di distanza dalle sue origini e dalla sua storia, vecchi partigiani e giovani antifascisti, non solo comunisti, reagirono con indignazione alla riesumazione (che allora apparve ai più incomprensibile e gratuita) da parte della direzione comunista, di quello che fu poi chiamato triangolo rosso emiliano, a indicare la zona dove si era verificata l’uccisione di alcuni fascisti per mano partigiana dopo il 25 aprile. Episodi a suo tempo condannati dal Pci, i cui responsabili, o presunti tali, erano stati giudicati dal tribunale con una severità che non trovò riscontro nei processi a carico di criminali fascisti, colpevoli di torture e stragi di ben altra entità. Pochi anni dopo (ma il Pci era già diventato Pds) non suscitò reazioni degne di nota la comprensione espressa da Violante per «le ragioni dei ragazzi di Salò»: una frase che poteva passare (e passò) come espressione di pietà per giovani illusi e ingannati dai falsi miti mussoliniani, ma in realtà aprì la strada a quella che doveva diventare sostanziale equidistanza tra fascisti e partigiani, salvo una selezione interna tra buoni e cattivi attuata con il discutibile criterio della «buona fede» individuale. Mescolando con scarsa attendibilità storica, l’analisi defeliciana della Resistenza come guerra tra due fazioni, che escludeva ogni partecipazione di un popolo inerte e spaventato (la zona grigia), con testimonianze più che dubbie di fascisti dichiarati, cominciò allora e arriva fino a oggi, in un crescendo di cui non si vede il termine, una campagna mediatica tesa a sminuire il valore della Guerra di liberazione e/o a relegarla in un lontano passato le cui differenze non hanno più ragione di essere: il fascismo è finito da decenni, quindi l’antifascismo non ha più ragione d’essere, lo ha riconosciuto anche Fini, cambiando nome e simbolo al suo partito e condannando le leggi razziali, due atti che gli hanno consentito l’ingresso nell’ «arco costituzionale » e poi nel governo della Repubblica. Condannabile resta il nazismo al quale si affianca però, a condividerne le «tragedie» del Novecento, assunto come secolo degli orrori, il Comunismo, accusato dalla Tv di Stato di essere la causa prima di tutti i fascismi europei che sarebbero nati per reazione al pericolo rosso.
Alla vergognosa trasmissione del secondo canale tv sulla Rivoluzione d’Ottobre ha fatto eco la proposta del deputato Volontè dell’UDC di istituire il reato di apologia del Comunismo preceduta a sua volta dalla richiesta di alcuni membri del Parlamento Europeo di abolire, oltre alla croce uncinata, anche la falce e martello.
D’altronde croci celtiche, fasci littori, immagini di gerarchi fascisti circolano liberamente su manifesti, striscioni, magliette e gadgets in palese violazione della costituzione italiana e delle leggi contro l’apologia di fascismo; un tribunale derubrica in rissa l’omicidio di un giovane antifascista da parte di un coetaneo con la svastica tatuata sul petto; si lasciano aggredire gli spettatori di un concerto della Banda Bassotti a meno di 50 metri da una caserma della Polizia; alla interrogazione di un deputato del Prc sull’ennesima aggressione di Forza Nuova, un sottosegretario agli Interni, DS, ha risposto parlando di «scontri fra ideologie opposte». Una tolleranza inaccettabile, ma non sufficiente alla destra (sia quella definita «estrema» sia quella «istituzionale») che pretende sia eliminata ogni forma di opposizione in scuole e territori autodefiniti «neri», copertura delle spedizioni punitive contro gay, mendicanti, extracomunitari e antifascisti, la cancellazione dai calendari come dai libri scolastici di ogni celebrazione della Resistenza, il riconoscimento, morale e legale, di morti e reduci di Salò, corsi scolastici che diffondano la cosiddetta «memoria dei vinti».
L’ultima richiesta avanzata dall’autorevole giunta del Comune di Milano riguarda la facoltà di dividere i nemici di allora in onorevoli e non. Si presume rientrino nella prima categoria alcuni appartenenti a formazioni monarchiche, liberali e militari che riscattarono la loro colpa con chiare professioni di anticomunismo avvalorate da atti conseguenti, come Edgardo Sogno, organizzatore della Gladio, armata segreta pronta a intervenire in caso di vittoria elettorale delle sinistre, come Taviani che consentì l’insabbiamento nell’armadio della vergogna dei fascicoli relativi a procedimenti contro crimini nazisti e fascisti, oltre ai pochi partigiani di sinistra disposti a essere assimilati alle brigate nere di Salò e a pentirsi di legittime azioni di guerra alle quali tutti gli italiani erano chiamati dal legittimo governo Badoglio oltreché dalla propria coscienza di cittadini.
Il discrimine è ancora una volta l’anticomunismo, in nome del quale possono essere ritenuti poco democratici proprio coloro che la democrazia conquistarono e difesero. Chi non si pente invece non è degno di rispetto né da vivo né da morto da parte dei nemici di allora: come Giovanni Pesce, medaglia d’oro alla Resistenza, morto a Milano il 27 luglio scorso. Emigrato in Francia dove lavora in miniera e milita nella Jeunesse Communiste, Pesce, non ancora diciottenne, combatte nelle brigate internazionali in Spagna dove è ferito, torna clandestinamente in Italia, è arrestato e condannato al carcere e poi al confino fino alla caduta del fascismo. L’8 settembre ha 25 anni, un uomo maturo per un tempo che faceva crescere in fretta, in più con un’ampia preparazione politica e militare, quindi è un dirigente e come tale viene inviato a Torino e poi a Milano con l’incarico di creare e dirigere un particolare settore della Resistenza, i GAP, partigiani di città organizzati in piccoli gruppi nella clandestinità più stretta che si muovono rapidi e improvvisi in azioni di sabotaggio, esecuzioni di spie e massacratori, liberazioni di compagni catturati, copertura armata di mobilitazioni popolari come l’assalto delle donne ai forni, gli scioperi operai e le manifestazioni studentesche.
Come i loro compagni delle formazioni di montagna, la condizione per combattere e vivere è la solidarietà popolare: una porta che si apre per nasconderli, un passante che dà false indicazioni agli inseguitori, il silenzio di chi vede e sa ma non tradisce, anche rischiando la libertà e la vita. Tedeschi e fascisti li odiano e li temono in egual misura, favoleggiano di rifugi misteriosi, di comandanti stranieri, di enormi rifornimenti di travestimenti e armi, cibo e denaro, si sentono spiati continuamente e continuamente in pericolo.
Il gappista Visone (questo è lo pseudonimo di Giovanni) impara ad agire e vivere da solo, a uccidere a sangue freddo, a veder morire compagni e compagne più cari dei fratelli; la sua compagna Nori, «la più bella delle staffette» è arrestata, torturata, internata in un lager tedesco, e lui continua a combattere. Sopravvissuti entrambi si sposano, continuano la loro vita di lavoratori e di comunisti senza mai pentirsi, rifiutando la definizione di «zona grigia», per il popolo che ha reso possibile vivere e vincere, non accettano il parallelo fra chi morì per liberare il suo paese dalla più aberrante delle tirannidi e chi quella tirannide difese cercando di impedire l’avvento di un mondo diverso e migliore. Continuano a spiegare a quelli che verranno dopo la necessità di continuare a combattere il fascismo, in ogni tempo, in ogni luogo, con ogni mezzo.
Senza tregua, come recita il titolo del libro in cui Giovanni Pesce racconta la sua esperienza di soldato e di partigiano, in Spagna, sempre dalla stessa parte, quella giusta, senza tentennamenti né rimpianti, un uomo che ha tutte le carte in regola per essere proposto come esempio di come non deve essere un antifascista per meritare il rispetto che la destra può offrire a un ex nemico e puntualmente conferma il giudizio il vicesindaco di Milano, di Alleanza Nazionale, che, in un’unica seduta, propone la costruzione di un sacrario comune per le tombe di repubblichini e partigiani come atto di riconciliazione e si oppone a dare sepoltura a Visone nel Famedio, perché «la storia dimostra che Pesce, a differenza di altri partigiani, non è stato uomo di riconciliazione». Un commento che sarebbe piaciuto al compagno Pesce, che forse avrebbe commentato con la consueta pungente ironia che i migliori elogi ai comunisti sono quelli dettati dall’odio dei nemici, un odio contraccambiato, appunto, senza tregua, in nome della memoria di un passato aspro e glorioso che non può essere dimenticato né travisato.
Fra tante e tanti che raccolgono il messaggio di Giovanni e Nori e dei loro compagni, mai pentiti perché non compirono mai azioni di cui pentirsi, ci sono anche i giovani comunisti sardi che il 20 ottobre a Roma portarono uno striscione enorme con la scritta «senza tregua».
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=20595




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