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  1. #1
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    Predefinito Nasrallah: “la resistenza vittoriosa richiede spirito di sacrificio”

    Nasrallah: “la resistenza vittoriosa richiede spirito di sacrificio”
    BEIRUT - Il leader di Hezballah sayyed Hassan Nasrallah in merito all'arrivo di Bush in Medio Oriente ha detto che il presidente americano costringerà i palestinesi a rinunciare al diritto al ritorno e accettare che i profughi vengano insediati in altri Paesi arabi. Bush chiederà anche ai libanesi di accoglierli definitivamente: "gli sembra che può dettarci il suo testamento". Tuttavia, secondo Nasrallah, questo piano può e deve essere combattuto con "lo spirito di sacrificio": "Noi non lasceremo, ma rimarremo sul nostro territorio, nei nostri villaggi, nelle nostre città, anche se le nostre case venissero distrutte ..., noi non accetteremo il piano israeliano, così, grazie alla resistenza, ... come vi ho promesso in passato, passeremo di vittoria in vittoria ed essa si realizzerà grazie all'intelligenza, al sangue versato e alla volontà".

  2. #2
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  3. #3
    legione muti
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    Predefinito ottimo

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  4. #4
    boicotta i prodotti israeliani
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    Predefinito

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  5. #5
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  6. #6
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Nasrallah

    Il segretario del Movimento Islamico Hezbollah, Hujjatulislam Seyyed Nasrallahj parlando alla televisione libanese al-Manar ha annunziato, che a partire da oggi 15 agosto, i proprietari delle abitazioni distrutte (15.000, secondo una prima stima) saranno rimborsati, precedendo con tale affermazione lo stesso governo, promettendo di iniziare “fin da domani” (oggi) il programma di aiuti utili a tale scopo.
    Egli, nel corso del suo discorso ha rivendicato una “vittoria strategica e storica per tutto il Libano, per la resistenza e per l’intera “Umma” (mondo islamico), ed ha messo in guardia contro qualsiasi tentativo di disarmare “in modo affrettato e provocatorio” i combattenti islamici. Il suo intervento si è articolato attorno a due motivi principali: il problema delle distruzioni provocate dai bombardamenti e le armi dell’ Hezbollah. Li aiuteremo, ci aiuteremo, non attenderemo il governo che ha bisogno di ti tempo” ha detto Seuyyed Nasrallah. Il capo dello Hezbollah ha inoltre affermato che il movimento per ora non abbandonerà le sue armi ed ha fustigato, senza nominarli, quei ministri libanesi che durante il Consiglio dei ministri hanno accennato ad un eventuale disarmo del movimento combattente. Ha criticato “coloro, che installati tranquillamente nei loro uffici climatizzati, emettono varie teorie sulle armi dello Hezbollah senza alcun riguardo per il sangue versato dei martiri e per il disagio di più di uno milione di persone gettate sulla strada a causa dei bombardamenti israeliani, per fare discorsi teorici sulle armi dello Hezbollah”.
    Seyyed Nasrallah proseguendo ha denunciato “la lingua di legno” di quelli che “hanno prima concordato, sbagliando,e poi precipitosamente chiesto” il disarmo della formazione che presiede, accusandoli di volere “trascinare il Libano in dibattiti che non sono nel suo interesse”. ciò “mentre la Comunità internazionale ed anche il nemico (sionista) parlano soltanto di assenza di armi nella regione al sud del Litani”.
    “Ci chiedono di regolare la questione, ma questa non si regola in modo affrettato. Si regola con il dialogo trai libanesi.. Consiglio loro non di ricorrere alle provocazioni, all’intimidazione o alle pressioni adducendo motivi umanitari o di sicurezza, poiché il più grande esercito (israele) è stato incapace di disarmare lo Hezbollah “, ha proseguito il segretario Nasrallah, mettendo in dubbio la capacità dello Stato e della Finul rafforzata di difendere il Libano, pur pronunciandosi nuovamente per lo spiegamento delle forze regolari nel sud del paese.
    “L’esercito sarà in grado di battersi se una guerra è imposta al Libano, ed una forza provvisoria delle Nazioni Unite per il Libano potrà difendere il paese?” - si è chiesto - “la questione riguarda il futuro del paese, non deve essere trattata alla leggera, è una questione complessa”, ha concluso Seyyed Nasrallah, il cui intervento è stato accolto dagli applausi di gioia dei libanesi nelle vie di Beirut e della sua periferia.
    il-puro-islam@fastwebnet.it

  7. #7
    legione muti
    Ospite

    Predefinito intervista a Dagoberto Bellucci

    D. - Ci siamo lasciati alla tua partenza. Di sicuro eri già pronto a parecchie difficoltà. In quale modo sei entrato in Libano, vista la situazione e hai raggiunto Beirut?
    R. - “Non è stata proprio una passeggiata, ma in trentasei ore siamo riusciti lo scorso 19 luglio a raggiungere Beirut. Dopo un volo Roma-Vienna, nel tardo pomeriggio del 18 abbiamo raggiunto nella notte la capitale siriana Damasco. In mattinata con un volo della Syrian Airlines ci siamo trasferiti a Latakia, sulla costa, dove abbiamo preso un taxi per giungere ad Arida, posto di frontiera con il Libano. Un’altra ora di macchina per arrivare a Tripoli verso mezzogiorno. Abbiamo pernottato a Tripoli e l’indomani in pullman siamo arrivati infine a Beirut. Devo ringraziare l’ambasciata siriana a Roma per la celerità dei visti, le autorità siriane a Latakia per la cortesia e l’aiuto dimostrato e quelle della Saraya di Tripoli (la municipalità). Mi hanno accolto e hanno trovato un locale per pernottare. Ho avuto un incontro con il sindaco e discusso con alcuni dei suoi collaboratori della situazione. Non se ne parla, ma le autorità libanesi si stanno davvero facendo in quattro per aiutare i profughi e tutti quelli che vogliono passare la frontiera e andare in Siria. Un lavoraccio che impegna decine di impiegati anche fino a notte fonda”.
    D. - Qualcosa di insolito, il tuo percorso al contrario, di fronte ad una moltitudine che cercava di mettersi in salvo?
    R. - “Niente di straordinario al posto di frontiera di Arida. Decine di pullman e centinaia di auto in fuga dalla guerra. All’entrata a Tripoli abbiamo subito visto gli effetti del conflitto: due postazioni dell’esercito libanese distrutte dalle incursioni aeree israeliane, strade devastate. E la sera un nuovo allarme aereo. Insomma abbiamo subito respirato l’atmosfera bellica che attanaglia il Libano oramai da quasi un mese”.
    D. - Come hai trovato la tua fidanzata, i suoi famigliari, la tua casa? Quale è stata la loro reazione nel vederti?
    R. - “Non li ho trovati! Non è uno scherzo, è - purtroppo - la realtà. La ragazza è sfollata con i suoi in Siria a Aleppo. Ci siamo sentiti tre-quattro volte, ma non rientreranno finché non ci sarà un cessate il fuoco definitivo. Loro sono di un villaggio meridionale tra i più colpiti. La casa è andata letteralmente in fumo. Avevo un appartamento a Burj el Baranj alla periferia meridionale di Beirut, una delle zone maggiormente devastate dalle incursioni israeliane. L’intero edificio, come molti altri, non c’è più. L’hanno centrato in pieno riducendolo a un cumulo di macerie. Ho ottimi amici che mi hanno ospitato in una casa , qualche chilometro più a sud. È un tetto sulla testa che , di questi tempi, è davvero un lusso. Non c’è tempo per fare la conta di quello che si perde. La vita continua malgrado tutto”.
    D. - Com’è stato l’impatto con la guerra e con una realtà che conoscevi diversamente?
    R. - “Non è la prima volta che assisto ad un conflitto contro il Libano. Anche nel ‘96 ero a Beirut, quando Israele lanciò la sua offensiva. Anche allora una strage come quella di Cana. Anche allora vittime innocenti. Ma stavolta l’aggressione - perché qui nessuno parla di guerra - è contro un intero paese, contro un intero popolo. Hanno distrutto tutte le principali infrastrutture civili, i ponti, le autostrade, le strade, le centrali elettriche. L’aeroporto internazionale Rafiq Hariri è ancora inutilizzabile, così come i principali porti del paese (Beirut, Sidone, Tiro). Non è un conflitto contro Hizbullah, è un’aggressione contro il Libano. Dalle regioni del nord alla Beka’a, da Beirut al sud non c’è centro abitato che non sia stato devastato dalla furia israeliana. Un vero e proprio tsunami si è abbattuto sui libanesi. Hanno portato indietro le lancette della storia di venti, venticinque anni , all’epoca del conflitto civile. I danni alle infrastrutture si calcolano intorno ai tre miliardi di dollari…”.
    D. - Quali opinioni hai raccolto a Beirut? Che pensa la gante comune della situazione che è precipitata in così poco tempo? E soprattutto, qual è il loro e tuo stato d’animo?
    R. - “Il Libano è, forse per la prima volta nella sua storia recente, unito contro questa aggressione. L’atmosfera che si respira è quella di un paese che , con una grande dignità, si sta opponendo a una barbarie che non ha fine. Non ci sono divisioni nella condanna dei crimini israeliani. Tutti - cristiani, musulmani e drusi - partecipano al dolore e alle sofferenze. Questo conflitto non è contro Hizbullah, ma contro un intero popolo. E i libanesi l’hanno capito, si sono stretti attorno alle istituzioni, al governo e alla Resistenza. La Resistenza è oggi più che mai il Libano e il Libano si identifica con la Resistenza (alla quale partecipano anche combattenti di ‘Amal , altro partito sciita, e militanti del Partito Comunista). Tra la gente si registrano stati d’animo contrastanti: desolazione e rabbia per l’immobilismo della comunità internazionale misti a una grande dignità e un orgoglio nazionali fortissimi di fronte all’aggressione. Dopo il crimine di Cana - qui nessun vuol sentire parlare di “tragedia” perché realmente si è trattato , come ha dichiarato il presidente della repubblica Émile Lahoud, di “un barbaro crimine” - tutti i libanesi si sono trovati solidali tra loro. È difficile rappresentarlo a chi non vive direttamente questa situazione eppure è così. Gente che fino a quindici anni fa si sparava dietro è oggi al lato dei suoi nemici di ieri per far fronte all’aggressione. Tutti partecipano. Abbiamo avuto a Beirut decine di manifestazioni di solidarietà con le vittime di Cana. I cantanti più famosi del Libano e di altri paesi arabi hanno espresso la loro solidarietà alla Resistenza. Le tv libanesi mandano in onda ventiquattr’ore su ventiquattro immagini dal fronte, inni patriottici e notiziari. La parola più ricorrente sui media e nelle dichiarazioni degli esponenti politici e della gente e’ “istibah” che significa aggressione. È di una vera e propria aggressione che stiamo parlando. Le vittime, che hanno superato quota mille, sono in maggioranza civili innocenti. Nella Bek’a l’aviazione israeliana si divertiva a sparare contro le auto civili. Decine di libanesi e qualche siriano hanno perso la vita in questo modo. Come definireste voi questa situazione? Di sicuro non si tratta di “operazioni militari”, ma di vili aggressioni contro gente innocente”.
    D. - La notte è di sicuro il momento cruciale di tutta la giornata, come la si trascorre?
    R. - “Male. È difficile dormire. Abbiamo passato almeno sette o più nottate in piedi. Bombardano a pochi chilometri, le esplosioni sono udibili chiaramente dalla nostra zona. La gente ci fa l’abitudine: si riunisce, chiacchiera degli avvenimenti della giornata e del conflitto, del futuro. Ci si interroga su cosa sarà il Libano domani. Personalmente, andiamo avanti a due pacchetti di sigarette e non meno di una dozzina di caffè al giorno. Non è solo nervosismo. È la situazione alla quale ci obbligano le incursioni aeree, le notti in bianco. Manca quasi sempre l’elettricità nella nostra zona. La situazione è questa. E ogni mattina si contano i danni: un palazzo tirato giù, una strada chiusa perché resa impercorribile, un amico che non c’e’ più. Questa è la realtà del Libano oggigiorno”.
    D. - Che genere di situazione è venuta a crearsi anche da un punto di vista umanitario?
    R. - “Le cifre dovrebbero dare un’idea della situazione: un milione di sfollati di cui duecentomila in Siria. Almeno mille vittime, delle quali il 30% bambini al di sotto dei 12 anni. Tremilacinquecento feriti, molti gravi. Quando ti dichiarano che serviranno tre miliardi di dollari per la ricostruzione, penso che non ci siano commenti da fare. Hanno riportato davvero indietro le lancette della storia, sprofondato il Libano ai tempi della guerra civile. Uno tsunami si è abbattuto su questo paese. A livello umanitario è una catastrofe. E più si scende verso sud, a Sidone o a Tiro, più le cose peggiorano. Interi villaggi sono isolati, senza acqua, luce, generi alimentari. Gli aiuti non arrivano. Molti si sentono impotenti”.
    D. - Il momento più significativo che hai vissuto in questi giorni, dal tuo arrivo?
    R. - “Difficile dirlo. Dal primo incontro con gli amici di sempre alla visita al mio quartiere devastato; dalla prima telefonata alla mia ragazza alle prime interviste con le autorità politiche. Troppe emozioni si sommano tra loro; sui tanti momenti trascorsi in queste prime tre settimane in Libano, ci sarebbe da scriverci un libro”.
    D. - Riesci a svolgere il tuo lavoro? In che modo e con quali difficoltà?
    R. - “La mattina sono quasi sempre nell’ufficio della stampa estera al Ministero dell’Informazione. C’è sempre molto da fare: aggiornamenti dal fronte, discussioni e opinioni dei colleghi, scrivere gli articoli e prendere i contatti per nuove interviste. Ho avuto occasione di intervistare alcuni esponenti di spicco dei due movimenti sciiti libanesi (tra i quali il Ministro del Lavoro, Trad Hamadeh, di Hizbullah) e in settimane dovrei intervistare altre autorità libanesi. Non è facile, bisogna passare per diversi filtri, c’è molta prudenza nei confronti dei giornalisti stranieri ma anche molta disponibilità e cortesia. Il momento più difficile è quando devo rientrare a casa nel pomeriggio. Pochi taxisti sono disponibili a portarmi nei sobborghi meridionali della capitale. Quando gli dici che vuoi andare a “Da’he” alcuni tirano dritto, neanche gli chiedessi di portarti a Falluja in Iraq! A dire la verità, oggi non c’è una gran differenza tra il Libano e l’Iraq. Anche qui ogni giorno stragi, anche qui bombardamenti e violenza quotidiana”.
    D. - Oltre a questo sappiamo che dai anche un contributo a livello umanitario; in cosa consiste di preciso?
    R. - “Il Centro Italo-Arabo Assadakah di Roma e il Coordinamento Progetto Eurasia sono due delle realtà con le quali collaboro per aiutare questo popolo. Lavorano a stretto contatto con il consolato libanese di Milano. Hanno iniziato raccolte di materiale, sottoscrizioni a favore del Libano. Ci sono molte realtà che stanno sostenendo questo paese. Dovrebbero inviare a breve un primo carico di materiale. Da Beirut cerco di indirizzarli verso le autorità o gli enti ai quali rivolgersi. Il grosso del lavoro spetta sul piano logistico a loro. Una volta che gli aiuti arriveranno in Libano sarà compito nostro coordinare e smistare questi aiuti. Anche alcuni amici in Abruzzo, Piemonte e Toscana si stanno adoprando su questo fronte. Insomma, per quanto possibile, in tanti in Italia si danno da fare per sostenere il Libano”.
    D. - Come si vive, dato che pare di capire che manca tutto e la situazione non è delle migliori?
    R. - “Come volete che si viva quando non si riesce a chiudere occhio per quarantotto ore? Male, ma tutto sommato alla fine si tira avanti. Dire che ci si abitua è un eufemismo. Ai bombardamenti non ti abitui mai. E ogni volta pensi sia l’ultima. A parte questo c’è tanto da fare. Il lavoro di controinformazione è quotidiano e non si ferma mai. A tutte le ore possono chiamarti i colleghi per darti un ultim’ora o le agenzia stampa per informarti sugli sviluppi dalle zone del fronte. Spesso è una corsa contro il tempo”.
    D. - Come l’altra volta un caloroso in bocca al lupo e…
    R. - “…e crepi il lupo! …che stavolta è un lupo…israeliano!”
    (Intervista raccolta da Filippo Pederzini)


    http://it.altermedia.info/mondo/inte...nese_3240.html

  8. #8
    legione muti
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