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  1. #1
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    Predefinito Nel 40° di Valle Giulia giù le mani dal ‘68!

    Vi informo che domani - giovedì 31 gennaio - sul Manifesto uscirà la prima manchette dedicata all'iniziativa del primo marzo per il 40° di Valle Giulia. Vi riproduco il testo della manchette (che non include Pippo Gurrieri di Sicilia libertaria, come avremmo desiderato, perché ha un convegno su Franco Leggio a Ragusa):


    Nel 40° di Valle Giulia giù le mani dal ‘68!

    Chi difende ancora gli ideali del ‘68 è invitato al Villaggio Globale il 1° marzo alle 20 per una serata di festa e riflessione sui valori di quel grande movimento libertario (internazionalismo, anticapitalismo, antiautoritarismo, rivolta contro ogni forma di oppressione e gerarchia).

    Con Piero Bernocchi, Roberto Massari
    Antonella Marazzi, Pino Bertelli

    Nella serata verranno proiettati i film di P. Bertelli su Franco Leggio e su Luciano Della Mea.
    Verranno anche lette poesie di Paola Caciari, in suo ricordo.

  2. #2
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    Io del 68 non ho una buona opinione anzi per me è stato un abbaglio colossale in termini culturali ...preferisco la carica del 77 che secondo me non è come dicono alcuni una continuazione dello spirito del 68 ma anzi ne rappresenta una brusca cesura..Interessante notare come il 68 venga ricopero di un aura di fascino soprattutto dai rincoglioniti di quel periodo che magari oggi siedono sulle poltrone dei maggiori organi di informazione mentre il 77 è demonizzato con l'epitaffio "anni di piombo"...sarebbe interessante sapere cosa ne pensate....Io in questa chiave sono anti-68...

  3. #3
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    Io, invece, lo difendo rispetto alla temperie culturale dell'epoca. Pur non avendolo vissuto, non mi sognerei mai di gettarlo a mare insieme a tutte le persone che l'hanno vissuto e rinnegato - vedi tutti quelli cui fai riferimento tu -.
    Secondo me l'iniziativa dei compagni è giusta, perché in tutte le tv stanno iniziando l'opera di demonizzazione di ciò che il '68 ha rappresentato. Poi, ovvio, anch'io sono convinto che non tutto quello che è accaduto sia stato positivo, così come sono convinto che l'eredità culturale del '68 abbia inciso negativamente sul movimento operaio e comunista.
    Dall'altra parte, però, si devono anche contrattaccare tutti quei signori liberali, liberisti e borghesi capitalisti che vorrebbero passarci sopra con panzer... Non so se hai notato tutti i convegni che stanno svolgendo le destre su questo tema...

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Io, invece, lo difendo rispetto alla temperie culturale dell'epoca. Pur non avendolo vissuto, non mi sognerei mai di gettarlo a mare insieme a tutte le persone che l'hanno vissuto e rinnegato - vedi tutti quelli cui fai riferimento tu -.
    Secondo me l'iniziativa dei compagni è giusta, perché in tutte le tv stanno iniziando l'opera di demonizzazione di ciò che il '68 ha rappresentato. Poi, ovvio, anch'io sono convinto che non tutto quello che è accaduto sia stato positivo, così come sono convinto che l'eredità culturale del '68 abbia inciso negativamente sul movimento operaio e comunista.
    Dall'altra parte, però, si devono anche contrattaccare tutti quei signori liberali, liberisti e borghesi capitalisti che vorrebbero passarci sopra con panzer... Non so se hai notato tutti i convegni che stanno svolgendo le destre su questo tema...
    Ben detto, compagno.

    La battaglia delle destre contro il '68 è un attacco ai diritti sociali, all'autodeterminazione sessuale della donna, alla dottrina sociale della Chiesa...

    Ed attenzione perchè io vedo che stanno - purtroppo - guadagnando posizioni

  5. #5
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    Ti potrei agevolmente rispondere che si puo' anche credere e lottare per cose che poi si rilevano sbagliate ma non è questo il punto..io sul 68 ..ho la stessa opinione di Preve e cioe' che lungi dall'essere stata un battaglia anticapitalista è stata un accelerazione borghese della societa' perche' la borghesis stava industrializzandosi ed in questo i cambiamenti societari erano perfettamente coerenti per i "libertari" di allora....E' vero quando dici che il 68 viene rivisitato da destra ma perche' allora non criticarlo da sinistra e dire che nel suo complesso fu negativo sul piano culturale per l'intero movimento comunista cosi' come lo intendiamo o dobbiamo appiattirci sul commosso ricordo di un ciclo che fu piu' liberale che marxista?

    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Io, invece, lo difendo rispetto alla temperie culturale dell'epoca. Pur non avendolo vissuto, non mi sognerei mai di gettarlo a mare insieme a tutte le persone che l'hanno vissuto e rinnegato - vedi tutti quelli cui fai riferimento tu -.
    Secondo me l'iniziativa dei compagni è giusta, perché in tutte le tv stanno iniziando l'opera di demonizzazione di ciò che il '68 ha rappresentato. Poi, ovvio, anch'io sono convinto che non tutto quello che è accaduto sia stato positivo, così come sono convinto che l'eredità culturale del '68 abbia inciso negativamente sul movimento operaio e comunista.
    Dall'altra parte, però, si devono anche contrattaccare tutti quei signori liberali, liberisti e borghesi capitalisti che vorrebbero passarci sopra con panzer... Non so se hai notato tutti i convegni che stanno svolgendo le destre su questo tema...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro Visualizza Messaggio
    Ti potrei agevolmente rispondere che si puo' anche credere e lottare per cose che poi si rilevano sbagliate ma non è questo il punto..io sul 68 ..ho la stessa opinione di Preve e cioe' che lungi dall'essere stata un battaglia anticapitalista è stata un accelerazione borghese della societa' perche' la borghesis stava industrializzandosi ed in questo i cambiamenti societari erano perfettamente coerenti per i "libertari" di allora....E' vero quando dici che il 68 viene rivisitato da destra ma perche' allora non criticarlo da sinistra e dire che nel suo complesso fu negativo sul piano culturale per l'intero movimento comunista cosi' come lo intendiamo o dobbiamo appiattirci sul commosso ricordo di un ciclo che fu piu' liberale che marxista?
    Ma figurati! Certo che può e deve essere criticato, ma da comunisti, non certo dai signori delle destre e dei centri, così come ritengo sciocco che lo critichino i signori sinistri, che vengono proprio da lì.
    Parliamone, discutiamone, critichiamolo, ma teniamo d'occhio il fatto che l'attacco che molti fanno al '68 è strumentale.

  7. #7
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    Io ho un'opinione favorevole del '68, proprio perché appartengo ad un'altra generazione e guardo con distacco e senza condividerle le ideologie dell'epoca.

    Allora si pensava che il socialismo fosse possibile, imminente e prossimo.... oggi sappiamo che così non era, ma dobbiamo domandarci che cosa si fece nel '68 inseguendo il sogno impossibile della rivoluzione.
    Tante cose:
    1) la critica della morale privata e sociale precedente che era repressiva in un modo inaccettabile;
    2) un colossale promozione sociale di milioni di persone che videro così nettamente migliorate il loro livello di vita e di autostima;
    3) tanti provvedimenti concreti, dallo Statuto dei Lavoratori al sistema sanitario unico, che ancora oggi si cerca di smantellare;
    4) un grande momento di partecipazione popolare alla vita politica che modificò gli equilibri di potere del nostro paese in senso più democratico;
    5) molte battaglie assolutamente condivisibili per esempio sul Vietnam, contro l'imperialismo, ecc.
    6) un momento di libero pensiero critico che oggi ci sembra per molti aspetti superato, ma che conserva ancora un interesse per la sua parte critica e i nuovi problemi posti, per esempio nel campo ambientale.

    Nulla di quello che ho detto ha nulla a che vedere con il comunismo (anche se non è incompatibile) allora aggiungo l'ultima fase (per ora) di fioritura del marxismo che poi è stato travolto dal crollo dell'URSS.
    Insomma penso che il '68 debba essere visto in parte come un movimento con aspetti positivi ma che non aveva nulla a che fare con il comunismo, e in parte come l'onorevole tramonto del marxismo.

  8. #8
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    Date un'occhiata...


    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=237656

    Milano - Alle sette della sera, un irriconoscibile Maurizio Mosca – taciturno, pensieroso, assorto addirittura - varca il portone di quello che fu il palazzo dei giornalisti, dalle parti di piazza Repubblica. Mosca, l’apoplettico, facinoroso gladiatore delle arene televisive dove ci si scanna per un fuorigioco, abita al secondo piano. Massimo Fini al quarto. Da ragazzi, entrambi figli di giornalisti, giocavano a pallone insieme. Qui sono rimasti; o tornati, nel gioco dell’oca della vita, a scrutare i segni del tempo che passa l’uno nel volto dell’altro.

    Al telefono, quando dico a Massimo che mi piacerebbe una sua testimonianza sul Sessantotto, esala un gemito. «Il Sessantotto? Ancora? Ma sono passati quarant’anni!» Appunto, gli rispondo, mettendomelo a braccetto. «Sai com’è nei giornali. Il decennale, il trentennale, il quarantennale... Insomma, non ti puoi sottrarre».
    «Allora vieni, ti aspetto», mormora rassegnato.

    La casa di Massimo Fini non è una casa. È un casino. In salotto, dove lavora, lievita una formidabile baraonda di libri e giornali impilati; un manicomio di ritagli, lettere e carte sparse da cui occhieggiano un tavolino, il divano, il giradischi, il televisore. Qui e là, seminati sapientemente alla rinfusa, le copie di alcuni dei suoi libri: Il ribelle, Ragazzo, una locandina del Cyrano. La scusa è che deve metter mano, ai libri, per non si sa quale futura edizione. In realtà sono un omaggio al suo narcisismo. E insieme, un modo per rincuorarsi – impugnandoli ogni tanto, palpandoli - lungo i saliscendi del suo umore cromatico.

    Giornalista controcorrente, politicamente altrove rispetto alle ammuffite categorie di destra e sinistra, saggista originale e spietato impalatore della Modernità (vedasi: Sudditi. Manifesto contro la democrazia o ancora meglio: La ragione aveva torto). Fini vive appartato come un trappista del giornalismo. Non aspettatevi di vederlo ai talk show, che disprezza. I suoi commenti, le sue invettive compaiono su alcuni giornali regionali (samizdat, li chiama lui) di fiato corto e diffusione meschina. Il Corriere, la Repubblica non se lo possono permettere. Troppo insofferente. Troppo bastian contrario. Troppo ribelle, anche a se stesso. Troppo intelligente, per colmo di scandalo.

    Nel Sessantotto Massimo Fini aveva 24 anni, e si era appena laureato in giurisprudenza, con lode. Poi, all’università, alla Statale di Milano, si prese ad andarci solo per occuparla. L’immaginazione al potere, si diceva...

    «E io ero lì in mezzo – confessa Fini tornando dalla cucina con due bicchieri di vino bianco -. Partecipai alla prima e alla seconda occupazione. Me ne andai quando vidi che si picchiava la gente in 30 contro 1. E quando mi resi conto che stava prendendo piede lo stesso conformismo che a parole si voleva abbattere. Prima, il costume voleva che si andasse all’università in giacca e cravatta. Poi divenne obbligatorio l’eskimo. L’ordine di servizio era perentorio. Bisognava essere laici, democratici, antifascisti. Tutti gli altri erano nemici».

    Una breve esperienza professionale alla Pirelli, assunto da Arrigo Castellani, l’inventore del celebre calendario. Poi un concorso in magistratura. «Quattromila concorrenti. Cento dei quali con la traccia dei temi già in tasca. Scrissi la storia per l’Avanti. Mi presero».
    Torniamo al Sessantotto. Cos’è stato, secondo te? «Una truffa. Una truffa perpetrata dai figli della borghesia che volevano abbattere la borghesia. Per non dire della malafede dei leader del Movimento. Fatta eccezione per Mario Capanna, gli altri erano occupati solo a lucidare i loro nomi, a primeggiare nelle assemblee. Indossavano l’eskimo, ma puntavano già alla direzione del Corriere della Sera».
    Ci siamo, ora arriva il Fini migliore, il grande sciabolatore di luoghi comuni. Lo guardo, seduto in scarpe da tennis su una seggiola al centro del suo marasmatico salotto, il bicchiere di bianco in mano. Massimo è l’uomo scarruffato di sempre. Anche i capelli, che gli stanno di sghimbescio, non hanno ancora trovato requie. Non fuma quasi più, però. Le sigarette ora si limita a mangiarle.

    La Statale del Sessantotto. Ovvio che in tutto quel fervore, e in quelle gioiose giornate, di tempo per studiare non ne restava un granché, gli butto là. «L’esame collettivo. Il 30 obbligatorio, ti ricordi? Una generazione di architetti distrutta dall’ignoranza. La borghesia era stata così intelligente da arruolare i figli più volonterosi del proletariato, dandogli un’opportunità di affermarsi studiando. Col ’68 quei ragazzi la presero nel sedere, mentre i figli di Enrico Berlinguer studiavano alla scuola americana».

    Cambiò il costume, se non altro. La libertà sessuale, il femminismo, azzardo. «Ma no, ma no – protesta agitandosi sulla sedia -. La libertà sessuale era già nata al tempo dei Beatles e di Mary Quant. Lo stesso vale per il femminismo. Che hanno inventato, questi signori? La creatività al potere, diceva uno slogan. Ora tu dimmi se nel cinema e nelle arti il Sessantotto ha segnato una svolta. Nanni Moretti? Ma siamo seri».

    Però i protagonisti di quegli anni, almeno quelli che avevano il golfino di cachemire sotto l’eskimo, hanno avuto successo. Volevano rovesciare il potere, e strada facendo, al potere si sono tutti infeudati, scoprendo che non era poi così male.
    «Una generazione di falsi rivoluzionari che avevano già il cuore e il portafogli a destra. E che destra! L’opportunismo, le relazioni: furono quelle le loro doti migliori; i piedistalli su cui si issarono. Marx ed Engels furono un passatempo. Da capi, nelle fabbriche, sono stati peggiori dei padroni delle ferriere. Per non dire di quelli che si illustrarono nel giornalismo. I Paolo Mieli, i Claudio Rinaldi, i Liguori, i Sofri. La generazione dei terroristi è stata più seria, se non altro. Almeno quelli pagavano di persona».

    Spezza una sigaretta, se ne mette un moncone tra le labbra. Gli domando: che cosa, retrospettivamente, giudichi insopportabile di quegli anni?
    «Il conformismo, il moralismo, del movimento – risponde di getto -. Mi ricordo di un sindacalista, Giuseppe Conti, che le prese perché accusato di amare la notte e il vino. Lotta Continua pubblicava le foto, gli indirizzi, le abitudini dei “nemici del popolo” o presunti tali, incitando i compagni a colpirli. Adriano Sofri dovrebbe star zitto anche solo per questo».

    Invece fa la vittima. «Ma per favore. Ha avuto 9 processi, 4 o 5 sentenze di condanna, una di assoluzione, 3 interlocutorie e una revisione del processo. Il massimo mai concesso a un cittadino italiano. Di che si lamenta?».

    Il femminismo, le donne. Sarà poi vero che il Sessantotto spezzò il giogo del maschilismo? «È vero il contrario. Le femmine, nel Movimento studentesco, erano utilizzate nel modo più maschilista possibile. Ma poiché i comunisti erano vincenti, le ragazze andavano tutte da quella parte. Mi ricordo ancora che Michelangelo Spada, uno dei capipopolo alla Statale, rubò la donna al fratello di Ivan Della Mea, il cantautore. Così, con un gesto d’imperio, come avrebbe fatto un don Rodrigo. Del resto, i repubblichini cantavano una canzone che diceva: “Le donne non ci vogliono più bene”. Le femmine così son fatte. Vanno dove c’è il potere».

    Sicché, quando gli domando se per caso è rimasto qualcosa di salvabile, dopo quella sventolata, la mia gli pare una provocazione. Mi guarda un po’ di traverso, divertito, mastica un grumo di tabacco, poi riflette a voce alta: «È rimasta la lobby dei vecchi ragazzi che non accettano di abbandonare lo status giovanile. Altro non vedo».
    Da un pezzo Massimo Fini ha abbandonato il giornalismo sul campo. Da allora si annoia quietamente, trascorrendo giornate che lui definisce “squallide”. «Ho le rubriche da scrivere, dunque mi tocca leggere i giornali: veleno puro. Parlano tutti di roba che non so a chi interessi. Quanto alla libertà dei giornalisti: finita. I giornalisti sono tutti schierati, come agit prop. Ormai fanno un altro mestiere».
    È stato così, passando da uno sdegno all’altro, sempre più isolato nella sua trappa intellettuale, che Massimo ha finito per diventare un seguace del mullah Omar, il “grande eroe romantico” che fugge in sidecar beffando gli americani.

    «Anche il khomeinismo non mi dispiace. Discutibile, certo. Ma lì ci sono valori forti, largamente condivisi. Noi invece abbiamo elaborato il vuoto, il disimpegno, l’edonismo al più basso livello». Come siamo ridotti, è scritto a pagina 180 del suo Il ribelle. «Si dirà – leggo - che il fondamentalismo democratico e mercantile, a differenza di quello khomeinista, non vuole martiri né sacrifici umani. Ma alle volte bisogna pur chiedersi per che cosa si vive e per che cosa si muore. Da noi si può anche morire, senza accorgersene, di Jovanotti, di Chiambretti, di Pupi, di Venture, di Fiorelli, di Costanzo, di Vespa».
    Come dire: doveva essere una rivoluzione, ed è andata a planare sull’Isola dei famosi.

  9. #9
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    Ma infatti io lo critico nel senso che ho indicato..poi guarda il senso di appartenenza generazionale fa si che sia a destra che a sinistra vi sono persone che avendolo vissuto come i "migliori anni della loro vita" da Sofri a Ferrara a Mieli a Lerner pone il 68 in una visione mitico-iperuranica per cui loro sono stati la generazione "migliore" quella che "ha capito tutto e il contrario di tutto"..infatti molti hanno cambiato casacca ma conservando un "tenero" ricordo di quando erano contestatori e hippie e un po' maoisti..cose di gioventu'....pero' di quell'epoca hanno conservato la spocchia e il lascito tutto borghese dell'individualismo materialista ..insomma da Mao sono passati ai soldi ....molto piu' vantaggioso....

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro Visualizza Messaggio
    Ti potrei agevolmente rispondere che si puo' anche credere e lottare per cose che poi si rilevano sbagliate ma non è questo il punto..io sul 68 ..ho la stessa opinione di Preve e cioe' che lungi dall'essere stata un battaglia anticapitalista è stata un accelerazione borghese della societa' perche' la borghesis stava industrializzandosi ed in questo i cambiamenti societari erano perfettamente coerenti per i "libertari" di allora....E' vero quando dici che il 68 viene rivisitato da destra ma perche' allora non criticarlo da sinistra e dire che nel suo complesso fu negativo sul piano culturale per l'intero movimento comunista cosi' come lo intendiamo o dobbiamo appiattirci sul commosso ricordo di un ciclo che fu piu' liberale che marxista?

    anche io condivido questa opinione, che è l'analisi di preve di ciò che fu il 68.
    Il punto è capire che il 68 europeo occidentale ed americano ( da distinguere come preve stesso ha detto e scritto varie volte) con i 68 di altrove ( dalla primavera di Praga al Vietnam) è stato nel complesso un evento compatibile con il capitalismo, proprio perchè incentrato sull'idea della decostruzione nichilistica dell'esistente.
    Non in nome di un'ideale saldo e veritativo, e di una visione forte dell'uomo alternativa alla vigente, ma in nome di una libertà troppo generica per incarnarsi nel comunismo e nella rivoluzione politica e sociale.

    Utopie libertarie senza fondamenti veritativi e senza visioni forti dell'uomo ontologiche, sono vino rosso e caviale per il capitalismo, che della stessa morale borghese vecchio stile può tranquillamente fare a meno.
    America del nord docet in proposito.

    Il discorso sarebbe lungo, ma in sintesi, ho detto quello che penso dell'argomento.
    Sul 77, onestamente ho le idee molto meno chiare, ne so abbastanza poco per giudicare. Sicuramente ci fu del positivo, ma forse anche li mancò quell'appiglio ideale forte e non estremistico che avrebbe potuto legare una generazione al proprio presente e alla storia senza farla passare per "estremistica" in senso lato e televisivo.
    anche qui discorso complesso..

 

 
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