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    Predefinito Il Rapporto Attali: ossia come trasformare la Francia in una Neo-America

    Il Rapporto Attali, ossia: trasformare la Francia in una neo-America
    Come ricordato in precedenza, ieri è uscito ufficialmente il rapporto della Commissione per la Liberazione della Crescita Francese o più brevemente Rapporto Attali, dal nome del presidente della commissione. Se le notizie diffuse un paio di settimane fa parlavano, per quanto concerne l'immigrazione, di una proposta nell'ordine di 750.000 nuovi ingressi annuali, il rapporto ufficiale all'apparenza non sembra proporre cifre. Più avanti troverete anche un collegamento da cui scaricare il documento. Qui accenniamo subito ai numeri sull'immigrazione:
    [Punto 222; pagina 174] In esso si afferma, in soldoni e in modo perentorio, che ogni 50.000 nuovi immigrati presenti, la crescita economica è di circa lo 0,1%! Come detto, non vengono fornite cifre, ma si accenna al fatto che per mantenere intatto il rapporto tra popolazione attiva e inattiva servirebbero, ogni anno, circa 920.000 nuovi immigrati ogni anno! Ripetiamo: il rapporto non dice esplicitamente che sono desiderabili 920.000 immigrati (peraltro non si fa riferimento al prossimo decennio, ma sembra di capire si parli anche degli ultimi scampoli dell'attuale decade), eppure il sottofondo suona inquietante. Ad esempio, [pagina 173] si dice "...in Francia, in ragione della situazione demografica del Paese e della politica restrittiva dell'immigrazione, le imprese francesi hanno difficoltà a trovare la manodopera necessaria in diversi settori chiave dell'economia...". Il gioco è chiaro: si accenna a problemi o temi particolari, senza metterli in collegamento con altri, necessari alla comprensione del quadro generale. Dire che natalità e poca apertura delle frontiere sono causa di difficoltà nel trovare impiegati significa dimenticare che nelle banlieues la disoccupazione è alta e in alcuni casi supera il 20% della popolazione residente (su un tasso nazionale che si aggira sull'8% e non discutendo qua le ragioni di tale disoccupazione). Analogamente, dire che esista un rapporto diretto, come quello proposto, tra N immigrati e N crescita economica, senza citare le ripercussioni su ambiti quali quello degli alloggi, della sanità pubblica, della scolarizzazione, dell'ordine pubblico, ecc., significa utilizzare una visione unicamente economicistica della realtà.
    Sulla stampa e sui forum francesi, il grosso delle critiche si dividono tra la preoccupazione per l'impianto iperliberista del rapporto e la mancanza di riferimenti seri ai finanziamenti necessari per i numerosi cambiamenti proposti. Tale questione viene liquidata in un paio di paginette [pagine 232, 233, 234], sintetizzabili in modifiche normative e interventi del settore privato (!!!), nonostante poco più avanti [pagina 236] si intimi che le varie decisioni dovranno venir prese e attivate tra l'aprile 2008 e il giugno 2009!
    Decisioni non da poco, sia perchè riguardano ogni ambito della vita sociale francese, sia perchè riguardano progetti impegnativi. Infatti, [punto 91; pagine 88, 89, 90] il rapporto consiglia la costruzione di nuovi quartieri o, addirittura, città (nell'ordine di 10, da circa 50.000 abitanti l'una!). Il fatto che vengano chiamate Ecopolis e si affermi la necessità di progettazioni eco-compatibili non cambia il tratto di fondo (nella migliore tradizione globalista e iperliberista) di un mutamento e adulteramento continuo del panorama naturale e urbanistico tradizionale. D'altronde, più che all'ambiente (mai inteso "tradizionalmente", ma solo e piattamente "ecologicamente": non a caso si chiede che... i palazzi siano più alti...[punto 165; pagina 133]), nel punto si fa riferimento alla mobilità sociale e alla solita crescita economica. Sottotesto non citato, ma facilmente intuibile: se si chiede più immigrazione, inevitabilmente si dovrà costruire, costruire, costruire... Con quali soldi, poi, chi vivrà vedrà (siamo sempre punto e a capo).
    Il tono complessivo del rapporto, per i punti che possono interessare in modo più immediato questo blog, fanno della mobilità sociale, della politica delle quote per le minoranze etniche sui posti di lavoro e nelle istituzioni pubbliche, della mobilità internazionale per i giovani francesi e stranieri (tra le idee, il rafforzamento di progetti come l'Erasmus anche ai paesi dell'area mediterranea non-europea [punti 218, 219; pagine 171, 172]). La trasformazione, insomma, della Francia in una neo-America che, come tale, possa diventare porto di mare per chiunque, luogo di transito e d'accoglienza per un numero imprecisato di persone. Esplicitamente nel rapporto si citano nazioni come gli USA o la Gran Bretagna, esaltandone l'economia e sottolineando il ruolo che avrebbero avuto i sempre più numerosi stranieri negli ultimi anni. Ovviamente, pochi o del tutto assenti i riferimenti all'integrazione o meno degli stessi, ai costi sociali (spacciati come minimi), all'ordine pubblico. Che USA e Gran Bretagna siano società violente non sembra interessare. Rimane, appunto, solo il miraggio economico. Caduto quello, si rinsavirà?

    Sul Rapporto Attali torneremo in altra occasione. Per il momento, buona lettura:

    www.lefigaro.fr/assets/pdf/attali.pdf

    Da:

    http://euro-holocaust.splinder.com/

  2. #2
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    Rapporto Attali: sui membri della commissione
    Riguardo il Rapporto Attali è interessante notare quali sono i membri, mettendone in evidenza alcuni (più avanti il collegamento alla pagina con la lista completa e le biografie). Iniziamo sottolineando che la commissione non è composta di sole personalità francesi, ma anche di altre nazioni europei, tra cui Spagna, Germania, Italia, ecc. La cosa è interessante perchè si può ipotizzare, anche per le figure presenti, quanto il lavoro di detta commissione non sia solo espressione di una parte dell'élite francese, ma rifletta un andamento complessivo europeo (concordato in modo sovranazionale?). Ossia, sono tutte le élites d'Europa a puntare alla "americanizzazione" continentale e al tradimento delle nostre radici culturali e politiche.
    Dicevamo, ci sono anche italiani. Iniziamo da loro:
    Mario Monti - L'avevamo citato per gli articoli su Mario Draghi. Ex commissario europeo, attualmente è presidente (e fondatore) della Fondazione Bruegel, costituita da alcuni governi europei e da diverse imprese europee ed extra-europee, allo scopo di discutere questioni d'ambito economico-finanziario. Inoltre, ricordiamo, è consulente della potente banca statunitense Goldman Sachs. E' stato anche tra gli invitati alle famigerate riunioni Bilderberg (1) nel 2005, 2006 e 2007 (non abbiamo controllato le liste dal 2004 in giù).
    Franco Bassanini - Dopo la sua espulsione dal Partito Socialista italiano, negli anni '80 è stato eletto come indipendente nel Partito Comunista. Nel corso degli anni '90 è stato ministro per la Funzione Pubblica e responsabile per le riforme istituzionali, per i Democratici di Sinistra. In altre parole, è stato protagonista in pieno del saccheggio dell'Italia del decennio passato. Negli ultimi anni, assieme a Giuliano Amato, ha fondato Astrid, associazione il cui scopo è studiare le riforme delle istituzioni democratiche. Ne fanno parte personalità collacabili nel centro-sinistra, tra cui Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Romano Prodi e Massimo D'Alema.
    Riguardo altre personalità presenti nella commissione:
    Stéphane Boujnah - Francese d'origini nordafricane. Nei primi anni '90 ha partecipato a programmi per la privatizzazione di imprese dell'Europa dell'Est. Oggi è manager di alto livello della Deutsche Bank. Inoltre è co-fondatore dell'associazione immigrazionista SOS Racisme (capito il tipo?).
    Yves de Kerdrel - Editorialista del quotidiano francese Le Figaro. Dal 2005 è membro della Fondazione Franco-americana nel ruolo di "young leader" (2). E' stato invitato alla riunione Bilderberg del 2006 (un giornalista tra i Bilderberg...).
    Anne Lauvergeon - Vari incarichi di alto livello nel mondo manageriale. Dal 1999 è nel gruppo AREVA, attivo nel campo del nucleare. Nel 2006 è stata tra i partecipanti alla riunione Bilderberg.
    Più sotto (in francese) un ritratto del presidente della commissione, Jacques Attali (il perfetto "global citizen", per dirla con le parole di Stéphane Boujnah).

    Note:

    (1) Le riunioni Bilderberg sono incontri annuali tra personalità di primo livello della politica e dell'imprenditoria mondiale (ogni anno in un luogo diverso e con nuovi invitati. Anni fa venne invitato anche l'allora direttore dell'Unità, Walter Veltroni). Tali incontri sono connotati dalla segretezza sulle discussioni effettuate tra i membri. Questo per dire quanto la democrazia conti...
    (2) Scopo della Fondazione franco-americana di Parigi (French American Foundation) è rafforzare i legami tra le due nazioni "occidentali". Il programma "Young Leader" ha lo scopo di segnalare nuove personalità del mondo imprenditoriale, politico e dell'informazione, che possano rivelarsi vincenti negli anni futuri (in pratica, parte della futura classe dirigente). La Fondazione organizza incontri periodici tra gli "young leaders", appartenenti ad entrambe le nazioni.

    Questo il collegamento alla lista completa della Commissione Attali:

    http://www.liberationdelacroissance.fr/index.php?membres
    • Dall'articolo "Attali, le ''Dr Croissance'' de Sarkozy" (Anne Fulda, Le Figaro, 14 ottobre 2007):
    Nommé président de la commission pour la libération de la croissance française
    par Nicolas Sarkozy, Jacques Attali
    revient sur le devant de la scène
    politique. Admiré par certains, détesté par d'autres, ce brillant
    touche-à-tout a du savoir-faire et aime bien le faire savoir. Il souhaiterait
    que les conclusions de sa commission n'aient pas le même sort que le rapport
    Armand-Rueff, en 1959, qui a été, selon lui, « un véritable succès
    mythologique mais un terrible échec opérationnel ».
    Lorsque l'on voit Jacques Attali présider « sa » commission, on imagine sans
    peine l'enfant qu'il a été. Premier de la classe, évidemment. Brillant,
    intelligent, obligatoirement. Mais on devine aussi qu'il a dû être agaçant. À
    la fois irritant et fascinant. Comme ces enfants surdoués, couvés par leur
    mère - il appelle la sienne tous les jours - et élevés dans la certitude de
    leur supériorité. Comme ces gamins qui ont réussi à capter l'attention de leur
    maîtresse d'école, non pas grâce à leur jolie frimousse, mais grâce à leur
    agilité intellectuelle.
    À presque 64 ans, Jacques Attali n'a probablement pas beaucoup changé. Il
    peine à cacher son impatience face aux gens moins rapides que lui. Il ne
    cultive guère l'humilité, lui qui réfute avoir monté les échelons de la
    société française poussé par une quelconque soif de reconnaissance sociale. «
    Des jolies femmes jusqu'au bon tailleur, Jacques a pourtant tous les syndromes
    de celui qui veut montrer qu'il a réussi
    », s'amuse l'un de ses anciens amis.
    Lors de l'entretien qu'il accorde dans son bureau, avenue de Ségur, à Paris,
    il ne peut d'ailleurs s'empêcher de glisser, tout en refusant de parler de sa
    vie privée, qu'il est sorti « avec plusieurs femmes célèbres et que cela ne
    s'est jamais su ». L'air un peu las, consultant son BlackBerry toutes les deux
    minutes, il concède cependant que l'image du « petit Juif algérien », fils
    d'un père qui possédait la parfumerie Bib et Bab, rue Michelet à Alger, cela
    favorise les raccourcis. Même si le père en question était un érudit, grand
    lecteur d'encyclopédies et du Talmud. Désir de reconnaissance intellectuelle,
    alors ? Sorti major de Polytechnique à 20 ans, il avait déjà, selon lui,
    l'admiration de tous. « Il est convaincu qu'il plane au-dessus des autres »,
    disent des mauvaises langues.
    On ne se refait pas. Devenu le maître d'oeuvre
    d'une commission qui réunit un aréopage d'économistes, de professeurs et de
    chefs d'entreprise de haut niveau, chargés de réveiller la croissance
    française, Attali se montre parfois autoritaire. Il interrompt les
    intervenants. N'hésite pas à distribuer les bons et les mauvais points. Mais
    qu'importent ses travers. Cette mission donne à Attali, qui veut construire
    une machine à secouer l'État, « une nouvelle jeunesse ». Et cela lui permet de
    se rapprocher du pouvoir. À nouveau. En 1974, il lançait à François
    Mitterrand, que Georges Dayan lui avait présenté : « Oui, le socialisme, c'est
    le rêve ! » Il se voyait en Aron de gauche.
    En 2007, il est devenu l'un de ces hommes de gauche recruté pour instrumenter
    la rupture sarkozyste.
    Est-ce pour lui une manière de revenir dans le premier
    cercle ? Pas seulement. Même s'il a longtemps été dépeint en courtisan zélé et
    boîte à idées de Mitterrand, Attali n'est pas que cela. Certes, quelques-uns
    de ses détracteurs soulignent que ses compétences économiques ont montré leurs
    limites quand il a dû démissionner de la présidence de la Berd (la Banque
    européenne pour la reconstruction et le développement de l'Europe de l'Est),
    en 1993, pour avoir engagé des dépenses excessives
    [vedere la nota 2 in fondo all'intervento sul saccheggio dell'Italia, ndr]. La presse anglaise s'est
    alors déchaînée contre lui : « Un visionnaire dont on peut qualifier l'esprit
    fertile d'incontinent plus que de productif.
    » [così si spiegano le assurdità macroscopiche del Rapporto Attali, ndr] Sur Attali, toutes les critiques sont à nuancer, depuis le gonflement de son ego jusqu'au peu de cas qu'il ferait de ses amis. Son ego ? Il est réel, mais, comme le note un
    proche, il est désormais « géré de manière moins frénétique ; c'est comme s'il
    était enfin sorti de l'adolescence ». Sa tendance à faire de l'ombre aux
    autres ? L'avocat Jean-Michel Darrois, avec qui il a passé ses dernières
    vacances, corrige : « C'est quelqu'un de très affectueux et gentil, très
    attentif aussi. » Son incapacité à gérer une entreprise ? Elle est démentie
    par la pérennité de sa société de conseil - Attali et Associés -, mais surtout
    par son « bébé », Planet Finance. « Un magnifique succès. Attali a réussi à
    créer une confédération de microcrédits pas monolithique, contrairement aux
    autres institutions financières qui sont parfois assez rigides », analyse
    Stéphane Boujnah, managing director à la Deutsche Bank et membre de la
    commission sur la croissance.
    [col sospetto, a questo punto, che sia bravo solo con le sue creature, ndr] Sa propension à s'inspirer des autres ? Il ne
    fait plus confiance à des petites mains pour mener les recherches nécessaires
    pour ses livres, assure-t-on autour de lui.
    En réalité, Attali énerve toujours bon nombre de personnes parce qu'il est
    difficile à classer. Tour à tour conseiller du prince, intellectuel, homme
    d'affaires, banquier et même artiste, puisqu'il va de nouveau diriger
    l'orchestre symphonique universitaire de Grenoble, en décembre. Pour Théodore
    Zeldin, « c'est un intellectuel à la française, touche-à-tout et spécialiste
    de rien, un peu dans la tradition du siècle des Lumières. » « C'est un global
    citizen », juge Stéphane Boujnah. « Un rabbin laïque, brillant mais trop
    théorique », dit Georges Kiejman. « Un homme au code génétique particulier, un
    extraterrestre », ajoute un membre de la commission, qui constate que « ses
    derniers mails de la journée arrivent à 23 h 45 et les premiers à 6 heures du
    matin ». Jean-Michel Darrois note avec amusement que Jacques Attali est «
    presque désarmé par la vie pratique, toujours dans la pensée ».
    [inquietante! ndr] Le travail est
    sa drogue. L'écriture, son ballon d'oxygène (il va sortir prochainement deux
    livres, dont une biographie de Gandhi). Même en vacances, il se lève à 5
    heures du matin puis travaille jusqu'à l'heure du déjeuner, avec son IPod
    chargé de musique classique sur les oreilles. Et quand il joue au « petit bac
    », il écrase tout le monde et demande de corser le jeu en ajoutant une
    catégorie « musiciens baroques de la deuxième moitié du XVIIe siècle ». Homme
    pressé, Attali prend sa nouvelle tâche au sérieux. Et espère bien laisser,
    avec ce travail, une trace dans l'histoire.


    http://euro-holocaust.splinder.com/p...sti%3A+Francia+-

  3. #3
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    Lo riporto qui come annotazione, anche se riguarda personaggi italiani:

    http://euro-holocaust.splinder.com/p...isti%3A+Italia+-+


    Le orde di "Attila": seguaci italiani della Commissione Attali

    Le orde di "Attila" avanzano in Italia... Mentre il governo italiano cadeva, da un noto quotidiano si dava sponda al lavoro della Commissione francese per la liberazione della crescita, nome sgraziato indicante la commissione presieduta da Jacques Attali e il cui scopo è fornire indicazioni per il progressivo spostamento della Francia verso modelli socio-economici anglo-americani e iperliberisti (1 e 2). Il noto quotidiano (tanto per cambiare...) è il Corriere della Sera, il quale è stato non solo uno dei pochi a dare spazio alla questione, ma anche a "impacchettare" il tutto in modo sostanzialmente favorevole alla commissione e al suo rapporto.
    Da notare un articolo in particolare, dedicato alle reazioni del Rapporto Attali in Italia, soprattutto per ciò che concerne alcuni dei nomi citati e i loro giudizi positivi. Evidenziamo, appunto, alcuni di questi nomi:
    Nicola Rossi - Politico e membro della Fondazione Italia USA.
    Riccardo Illy - Noto imprenditore e politico, sogna una commissione Attali italiana.
    Antonio Polito - Noto giornalista e politico, è vice-presidente della Fondazione Italia USA.
    Tito Boeri - Economista e consulente, negli anni passati, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea, ecc.
    Matteo Colaninno - Imprenditore, vice-presidente di Confindustria e della confederazione europea dei giovani imprenditori.
    Anna Maria Artoni - Imprenditrice e "confindustriale" per l'Emilia-Romagna. E' una vecchia conoscenza nel nostro blog per certe sue dichiarazioni genocide.
    Giuseppe Recchi - Presidente della divisione italiana della statunitense General Electric e presidente della commissione per le multinazionali di Confindustria.
    Giuliano Cazzola - Economista e membro della Fondazione Italia USA.
    Ecc. Nell'articolo sembra che si divida tra più e meno convinti della possibile utilità di una analoga commissione in Italia. In realtà, i meno convinti non è che siano così "dissonanti" come sembra far credere l'articolista. Quelli che abbiamo citato, in quanto apparentemente più ben disposti, bastano per capire il quadro d'appartenenza di questi speranzosi della riforma. Da notare che circa un terzo di loro ha il nome legato a quello della Fondazione Italia USA, il cui scopo è far conoscere la cultura statunitense in Italia. E i conti (disastrosamente) tornano...
    • Dall'articolo "E nella crisi spuntano gli attalisti d’Italia" (Maria Luisa Agnese, Corriere della Sera, 26 gennaio 2008):
    Dobbiamo fare anche in Italia una commissione Attali? Che sia questo lo scatto
    che potrebbe dare un po' di fiducia nel futuro a un Paese in declino, con
    un'economia stagnante e asfittica, preoccupato per la bassa crescita e i bassi
    salari, e umiliato dallo sfarinamento politico? Perché allora non prendere
    esempio da un'esperienza di laboratorio avanzato come quella avviata dal
    presidente francese Sarkozy?
    Sarkozy, proprio per rilanciare la crescita, e mettere davvero mano a una
    ristrutturazione profonda del Paese, ha deciso di radunare in spirito bipartisan
    i migliori cervelli nazionali e non solo (nella Commissione figurano gli
    italiani Mario Monti e Franco Bassanini), che hanno prodotto un'agenda in 316
    punti per riformare le istituzioni e le coscienze, scardinare i blocchi, i
    privilegi, le resistenze, e fare ripartire la Francia.
    Ecco perché val la pena domandarsi se non sarebbe utile anche per l'Italia
    un'agenda prodotta da menti d'eccellenza che potrebbe fare quasi da base
    programmatica — e condivisa dai due schieramenti politici — a un governo di alto
    profilo istituzionale. Archiviata la prima obiezione d'obbligo («Ma qui da noi
    non c'è Sarkozy»), la risposta di una mente libera della sinistra come Nicola
    Rossi
    , economista e deputato, è positiva, ma a patto «di un amplissimo consenso
    parlamentare, realmente bipartisan, che implichi la coscienza e la necessità, di
    entrambe le parti, di dover cedere sovranità a questo governo su temi urgenti e
    condivisi».
    E' con questo spirito di esercizio non accademico ma di reale riflessione e
    proposta politica che apriamo qui la discussione con alcune personalità del
    Paese, sui punti decisivi per una possibile agenda Attali in salsa italiana. La
    si potrebbe chiamare anche Commissione Monti, dice Riccardo Illy, imprenditore
    alla guida della regione Friuli-Venezia Giulia. E dopo una premessa («la
    dovrebbe nominare un governo che esca da nuove elezioni con una nuova legge
    elettorale che garantisca la governabilità») si spinge anche a fare una lista
    dei nomi che vorrebbe vedere in questa Commissione: Francesco Giavazzi, Giacomo
    Vaciago
    , Franco Bassanini, Innocenzo Cipolletta [altro nome della Fondazione Italia USA, ndr], Pietro Ichino, Tito Boeri, alcune fra le tante persone competenti che abbiamo in Italia ma che, se ci si
    pensa, non sono mai state riunite insieme a pensare al futuro del Paese. Illy
    poi suggerisce anche una priorità, riforma delle aliquote previdenziali e
    revisione dell'età pensionabile: «Ha fatto bene la commissione Attali a proporre
    di fatto di spostare l'età limite lavorativa oltre i 65 anni, lasciando libertà
    di scelta ai lavoratori di ritirarsi o meno, e proponendo di eliminare gli
    ostacoli al cumulo pensione-reddito». Altrettanto convinto dei benefici di una
    Commissione del genere «per un governo di pacificazione» è Antonio Polito,
    ex direttore del Riformista e ora senatore del Pd: con l'avvertenza, dice, che
    per la Commissione Attali-Italia (quasi un anagramma) «vorrei una ventina di
    saggi capaci di andare ancora più a fondo dei francesi», che dettassero misure
    precise e dettagliate per il disastro italiano, sul problema delle pensioni,
    sulle liberalizzazioni, ma soprattutto affrontassero una vera ristrutturazione
    del tempo di lavoro e del tempo di vita, introducendo un più massiccio ed equo
    uso del part-time per le donne, ma non solo.
    Una discesa in profondità al cuore dei problemi la invoca pure l'economista Tito
    Boeri
    , fondatore del sito
    lavoce.info, e, per entrare nel merito, indica una serie di punti cruciali che
    si possono attuare da subito e a costo zero per le casse dello Stato. Primo:
    decentrare la contrattazione permettendo di meglio remunerare il lavoro nelle
    imprese più efficienti; secondo: aumentare la flessibilità in ingresso nel
    mercato del lavoro, offrendo ai giovani un percorso verso la stabilità; terzo:
    estendere a tutte le scuole e rendere pubbliche le valutazioni sulla qualità
    dell'istruzione «affinché le famiglie si battano per un miglioramento
    qualitativo del livello di istruzione e non solo per far avere ai loro figli "il
    pezzo di carta"».
    Aperti e possibili «attalisti» anche gli imprenditori di nuova generazione, con
    un solo dubbio: perché funzioni, ci vuole un governo forte, che non caschi
    «Matteo Colaninno, figlio d'arte, 37 anni, presidente dei giovani di
    Confindustria, crede che un'agenda condivisa sia proprio quello di cui ha
    bisogno questo Paese, «me lo auguro come giovane e come imprenditore, perché non
    siamo in un contesto declinante: le imprese crescono e crescono bene, all'estero
    ci guardano con rispetto, ma il nostro paradosso è che le sorti del governo sono
    appese a Mastella». Anche Anna Maria Artoni, altra figlia d'arte con alto
    curriculum professionale, punta sull'orgoglio d'azienda e batte sul tasto della
    meritocrazia: «Non ci dobbiamo battere per le donne, per i giovani, ma per i
    bravi. Premiare i talenti perché la professionalità fa crescere l'economia e ci
    permette di essere più solidali». E Giuseppe Recchi,
    42 anni, brillante manager internazionale di stanza a Roma dove è presidente di
    General Electric, chiamato da Montezemolo a presiedere in Confindustria la
    Commissione multinazionali, plaude alle squadre ricche di talenti perché aiutano
    a vincere nel mondo globale. «Succede nello sport dove facciamo il tifo per team
    multietnici, dove si dà la caccia al migliore per vincere, perché non dovremmo
    provarci anche con la politica?».
    Paladino della chiamata alle armi dei migliori per soccorrere un Paese allo
    stremo è pure un manager di lungo corso e fine suggeritore politico come Fedele
    Confalonieri
    . «Chiunque vinca le elezioni deve capire che non si può governare
    senza fare un appello ai migliori. I migliori debbono collaborare per riformare,
    rifondare (scelga lei il termine che vuole) uno Stato che non funziona. La
    Commissione Attali? C'è una differenza fra Italia e Francia: Sarkozy scende giù,
    entra in macchina, gira la chiavetta e la macchina va. In Italia chiunque
    scenda, ammesso e non concesso che trovi la macchina, gira la chiavetta e non
    parte. Qui si deve ricominciare daccapo, per questo parlo di rifondazione». Ma
    attenzione, il percorso deve essere chiaro, conclude Confalonieri, facendosi
    interprete degli spiriti dell'amico Berlusconi, prima si va subito ad elezioni,
    perché «questo Parlamento ha dimostrato di non essere in grado di produrre
    quella svolta di cui il Paese ha bisogno».
    Altrettanto scettici sulle ipotesi di governo bipartisan e sull'utilità di una
    nuova commissione Attali due esperti consiliori del centrodestra. «Proporrei
    piuttosto di prendere il rapporto Attali e farlo nostro, avremmo già il
    programma bell'e pronto, con in più la copertura superiore e bipartisan della
    partecipazione di Monti e Bassanini» dice Giuliano Cazzola. Mentre Maurizio
    Sacconi
    annuncia che basterebbe riprendere il filo interrotto dello scorso
    governo di centrodestra, «e concentrarsi su una decina di disegni di legge da
    fare nei primi cento giorni, a partire da una manovra economica correttiva per
    neutralizzare i venti di recessione che arrivano dall'estero».
    Ma anche a sinistra oltre ai consensi maturano i dubbi. «L'idea è
    interessantissima perché è chiaro che questo Paese ha bisogno di uno sforzo
    congiunto. Ma la sensazione è che sia difficile esprimere questo sforzo: qual è
    il leader capace di mettere da parte i particolarismi in nome dell'interesse
    generale? Berlusconi dopo quello che è successo ieri sente l'odore del sangue»
    dice il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, sostenuto da Filippo Penati,
    presidente della Provincia di Milano: «Purtroppo non vedo le condizioni
    politiche per un governo di questo profilo, ma certo sarebbe auspicabile in un
    uno scenario economico come quello di oggi».
    Una voce dissonante sulla Commissione è anche quella di Linda Lanzillotta,
    ministro degli Affari regionali nell'ultimo governo Prodi e moglie di Franco
    Bassanini. «Onestamente non credo che abbia dato indicazioni sconvolgenti.
    Soprattutto per noi italiani che siamo più avanti nel dibattito sulla
    modernizzazione. Il nostro problema è semmai quello di passare dal dire al fare,
    sono i poteri di veto cha scattano ogni volta che si tentano i cambiamenti. Cosa
    dobbiamo fare lo sappiamo già: accelerare i meccanismi decisionali, e, dopo
    queste vicende sulla Sanità, pensare a misure urgenti per ridare fiducia a chi
    riconosce il merito e la qualità, e tenere fuori dalla politica gli altri. Per
    non deprimere ulteriormente il Paese».

  4. #4
    Ridendo castigo mores
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    Predefinito

    l' immigrazione e' come il crumiraggio ... mano d' opera a basso costo per il padrone ma ad alto costo per la societa' ...
    nella sostanza serve solo ad arricchire i padroni a danno del popolo ...
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

 

 

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