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    Il Vaticano e la congiura dei condannati
    Mercoledì 16 Gennaio 2008 – 14:20 – Paolo Boccuccia

    La grande offensiva clericale in difesa della famiglia prosegue con metodo: dopo aver mandato in avanscoperta le truppe coloniali, gli ascari della politica e del giornalismo, sono scesi in campo i (mon)Signori della guerra, le alte gerarchie C.E.I. e vaticane nonché, infine, l’altissimo (mon)Signore, in occasione del family day spagnolo in cui è apparso in teleconferenza, gettando nella mischia la riserva strategica costituita dalle sue allocuzioni. In un crescendo convulso, nel breve volgere di una settimana si è delineato l’assalto alla legge 194 sull’aborto in vigore da vent’anni.
    A dire il vero, i toni di questa campagna suonano striduli e denunciano la preoccupazione quasi angosciosa della Gerarchia sull’argomento della “difesa della famiglia”, divenuto il leit motiv di tutti i pronunciamenti della nomenclatura cattolica. Tanto che il Leader Maximo lo ha persino ammannito al corpo diplomatico accreditato presso il Vaticano, in occasione degli auguri per il nuovo anno, e non perde occasione per inserirlo in discorsi di tutt’altro tenore di ogni e qualsiasi occasione.
    Certo è che l’istituzione matrimoniale è fortemente malata in tutto l’Occidente, e conseguentemente anche la famiglia tradizionale non se la passa troppo bene. E questo, ad di là di ciò che vogliono far credere gli apparatieki d’oltre Tevere ed i loro coribanti della politica e dei mass media, non perché qualcuno o qualcosa di precostituito avversi la Sacra Famiglia con spirito libertino ed eversivo nei confronti dei Valori ma semplicemente perché l’istituzione familiare, almeno come la si conosce adesso, è entrata spontaneamente in crisi. E, seguendo il corso naturale che accomuna tutte le cose, si avvia anch’essa all’estinzione.
    Nessuna congiura, dunque, nessun complotto anarcoide alla base del fenomeno il quale costituisce invece un aspetto dell’evoluzione del costume e dei rapporti interumani nella nostra epoca. Fenomeno, questo, che il politburo clericale conosce benissimo; perciò i toni eccessivi, gridati, ansiosi delle sue campagne pro-famiglia nelle quali tre luoghi comuni vengono ripetuti sino alla nausea e che costituiscono l’ossatura del pensiero di filosofi del calibro di Buttiglione: pseudo-truismi che ad un esame appena appena approfondito si rivelano essere tre solenni menzogne.
    Le tre pseduo-verità riguardano, la prima, la famiglia come fenomeno biologico, naturale, originale della specie umana; la seconda, la sua immutabilità e la sua comune identità in tutti i tempi ed in tutti i luoghi correlati alla radiazione ed alla cultura dell’uomo; la terza, la sua connotazione di cellula fondamentale della società umana – con l’ovvio corollario che estinguendosi la famiglia, o comunque entrando in crisi questa, si dissolve ed entra in crisi la società nel suo complesso, “precipitando così il mondo nel caos”…
    Ora, dato un simile impianto teoretico, chi dovrebbe meravigliarsi se la Gerarchia cattolica, sempre sollecita del bene comune, levi alte grida di costernazione di fronte al crepuscolo di un istituto così vitale per l’umana convivenza e l’umana civiltà e, sollecitati dalla parola del suo Capo, faccia scendere in piazza le sue masse e i suoi ascari laici e, tra questi, persino quelli il cui ethos basterebbe da solo a sbugiardare “la congiura organizzata da talune centrali, contro l’istituto familiare in odio alla Istituzione ecclesiastica”?
    Sta il fatto invece che un fenomeno di una tale ampiezza non può essere governato da ambienti complottardi in senso negativo, né da centrali salvazioniste in senso positivo, in quanto le specie del vivente, le forme sociali e culturali si generano, si evolvono e si estinguono non perché qualcuno lo voglia ma per via del necessitato adattamento alle condizioni storiche nelle quali si dispiegano.
    E, innanzitutto, non è vero che la forma-famiglia sia nata con l’uomo; per decine di migliaia di anni i nostri antenati hanno ignorato ogni tipo di aggregazione familiare che esulasse dal rapporto naturale della madre con la sua prole. I gruppi umani in quei tempi lontani (ma poi non tanto remoti) si aggregavano in quanto collettività, in quanto complesso sociale di individui. Successivamente, alla famiglia monogenitoriale materna venne aggiunto il partner stabile (ma non permanente) della donna.
    E’ quindi falso non solo che l’istituto familiare, così come noi l’intendiamo, ripeta le sue origini dai tempi remoti della preistoria ma anche che esso abbia assunto la stessa forma in ogni momento ed in ogni luogo della cultura umana. E’ cosa anche troppo nota e comprensibile che un tale tropos concettuale abbia assunto forme e caratteri differenti nelle diverse epoche e presso le differenti aree culturali; e non starò a tediare il lettore con l’enumerarle tutte.
    E, soprattutto, è palesemente falso che la famiglia sia la cellula fondamentale della società umana e della convivenza civile, le quali si dissolverebbero ove si estinguesse la famiglia tradizionale. Anzi, al contrario, quando la famiglia acquista una propria autonoma importanza, acquisisce al contempo un potere che disgrega la struttura sociale: basti pensare alle lotte tra schiatte feudali nel medioevo europeo o in quello più tardo giapponese dove i clan familiari dei daymio insanguinarono la nazione. Non erano forse “famiglie” quelle dei Capuleti e Montecchi che alimentando antiche faide avevano trasmesso ai propri membri l’odio gentilizio? In nome degli interessi familiari ci si sente, d’altra parte, autorizzati a comportamenti antisociali: di un personaggio che ha violato il codice, si dice per scusarlo che “tiene famiglia”… E non sono letteralmente “famiglie” quelle mafiose e camorriste del nostro Meridione – gruppi delinquenziali, è vero, ma che praticano una rigida morale sessuale e molto osservanti dei riti di Santa Madre Chiesa?
    In tutto l’occidente europeo ed americano (come anche nell’Oceania “bianca”) si sono prodotti negli ultimi decenni importanti mutamenti all’insegna del declino della famiglia, estesa o nucleare che sia, come unità tradizionale fondata sul matrimonio e dal matrimonio.
    Anche i rapporti tra coniugi cambiano nel senso che si riduce o annulla la distanza sociale e la capacità decisionale fra marito e moglie, tra genitori e figli, e la coppia si affranca dal controllo e dall’influenza del parentado. Il tasso di nuzialità ed il tasso di fecondità subiscono una notevole (a volte forte) flessione; aumenta parallelamente il numero delle coppie non sposate e quindi delle unioni di fatto e l’instabilità delle coppie sposate attraverso separazioni e divorzi.
    L’Italia, come altri paesi dell’Europa meridionale, si è inserita in ritardo nell’evoluzione della famiglia, che ha preso avvio decenni or sono nei paesi nordici. I giovani lasciano tardi la famiglia d’origine, meno frequentemente che altre convivono con un /una partner senza essere sposati, e dopo le nozze divorziano meno frequentemente. Ma questo non significa che non compiano atti sessuali prima del matrimonio e che tali rapporti siano solamente effimeri: si tratta invece di relazioni abbastanza stabili pur senza convivenza. Il nostro paese, poi, è quello con più basso numero di figli per madre; e le tendenze degli altri paesi dell’Occidente sono in corso anche da noi, dove sono emersi nuovi modelli sociali a fronte della perdita di centralità della famiglia tradizionale.
    I fattori che hanno provocato questi cambiamenti altrove ed ora anche in Italia, sono individuabili nell’emergere di una coscienza femminile di autonomia e di dignità, nell’attenuarsi del moralismo sessuale e nel conseguente declino dei tabù e dell’influenza della religione sulla coscienza e la vita personale. La stessa ideologia dell’amore romantico ha contribuito a rendere più fragile l’unione matrimoniale, nella misura in cui aveva portato a rivestire il rapporto coniugale di prospettive sempre disattese nel tempo.
    Oggigiorno il fattore amoroso è divenuto una mutazione formale delle unioni matrimoniali, che sono tornate ad essere un affare socioeconomico, stavolta non più tra gruppi familiari ma tra persone, in quanto le risorse economiche dei partner sommandosi nel menage di coppia permettono un tenore di vita migliore ed accesso a risorse maggiori.
    La tendenza evolutiva in atto è comunque quella di bypassare non solo il vincolo matrimoniale (per evitare complicazioni burocratiche e finanziarie in caso di divorzio) ma anche la costituzione di unioni di fatto stabili le quali divengono durature ma non permanenti. Si ritorna in un certo senso alla famiglia monogenitoriale, composta dalla madre più la prole, alla quale si aggiunge il partner sessuale della madre stessa. E’ evidente che una tale ipotesi evolutiva provoca naturalmente la reazione degli ambienti ecclesiastici, i quali scorgono in essa una minaccia diretta alle basi stesse del fattore religioso e quindi al loro potere.

  2. #2
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    Ma è possibile che 45 leggono e nessuno commenta ?
    Devo concludere che siete tutti completamente d'accordo con l'articolo......che peraltro io condivido solo in parte...

 

 

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