Questo è il contenuto di una mail che ho ricevuto. A scanso di equivoci premetto di non essere un comunista e meno che mai un militante del PdAC :sofico:
Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Lit
------------------------------------------------------------------------
------------------------------------------------------------------------
04/05/2009
Contratto nazionale? Addio!
L'accordo sulla controriforma degli assetti contrattuali
di Pia Gigli
Lo scorso 15 aprile Confindustria, Cisl, Uil e Ugl hanno sottoscritto
l’Accordo interconfederale per l’attuazione all’accordo-quadro sulla
riforma degli assetti contrattuali del 22 gennaio 2009. Si è così chiuso
e formalizzato un lungo percorso di destrutturazione e indebolimento del
Contratto nazionale già iniziato con l’accordo del ’93, sostituito con
questo nuovo accordo.
Cosa prevede l’accordo?
Si confermano e si specificano le linee stabilite il 22 gennaio:
1. Vengono confermati i due livelli di contrattazione: il contratto
collettivo nazionale di lavoro di categoria e la contrattazione di
secondo livello (aziendale/territoriale) con un forte sbilanciamento
verso quest’ultima anche in termini di riduzione di tasse e contributi.
Ciò significherà che il salario sarà sempre più dipendente dagli
incrementi di “produttività” e di “altri elementi rilevanti ai fini
della competitività aziendale, nonché e ai risultati legati
all’andamento economico dell’impresa”. Le imprese avranno sempre “il
coltello dalla parte del manico” soprattutto nei momenti di
acutizzazione della crisi capitalistica come quello attuale. Inoltre
rimane il problema dell’integrazione salariale per circa il 70% dei
lavoratori che non sono coperti dalla contrattazione di secondo livello
ai quali spetterà una ridicola “compensazione salariale” alla fine del
triennio contrattuale.
2. La durata del contratto collettivo nazionale diventa triennale sia
per la parte economica sia per la parte normativa, invece degli attuali
due anni per la parte economica e 4 anni per la parte normativa. Ciò
comporterà un ritardo nell’adeguamento salariale con ulteriore perdita
di potere d’acquisto delle retribuzioni.
3. Per l’adeguamento dei salari, al posto del tasso di inflazione
programmata che era già arbitrario e lontano dalla reale inflazione,
verrà usato un nuovo indice previsionale (Ipca) altrettanto arbitrario e
per giunta depurato dei prezzi dei beni energetici importati. Se a ciò
si aggiunge che la base di calcolo per gli aumenti, corrisponde ai
minimi retributivi di riferimento, è chiaro che si produrrà un ulteriore
abbassamento dei salari.
4. Le nuove regole per la contrattazione prevedono un allungamento della
tregua sindacale di sette mesi per le trattative relative al contratto
nazionale e di tre mesi per il contratto di secondo livello. Se a ciò si
unisce il pesante attacco al diritto di sciopero che il governo sta
portando avanti a partire dai servizi pubblici, è chiaro che si va verso
l’annullamento di ogni conflitto durante le fasi di negoziato.
5. E’ previsto che in particolari situazioni territoriali e aziendali -
come situazioni di crisi - si possa modificare il Contratto collettivo
nazionale, sia nella parte normativa sia nella parte economica. Queste
deroghe rappresentano il colpo di grazia al contratto nazionale e sono
lo strumento contingente principale che i padroni useranno per far
ricadere il costo della crisi economica sui lavoratori: si produrranno
nuove gabbie salariali e salari al ribasso.
6. Viene costituito un Comitato paritetico a livello interconfederale
con il ruolo di sovrintendere al rispetto delle regole stabilite da
questa nuova macchina contrattuale. Un ulteriore livello burocratico che
sancisce il depotenziamento della contrattazione e la sterilizzazione di
ogni forma di contrapposizione di classe. Si formalizza ulteriormente il
ruolo neocorporativo del sindacato anche con il potenziamento per via
contrattuale degli enti bilaterali per la gestione di servizi
integrativi di welfare.
Cosa rappresenta l’accordo?
Dopo l’annientamento della scala mobile dei salari nel '92, dopo
l’accordo del '93 (sacrifici per i lavoratori a fronte dell’entrata
nell’euro) da cui è partita una progressiva riduzione della quota di
reddito destinata ai salari mentre è aumentata la quota che è andata ai
profitti e alle rendite, con questo accordo si chiude il cerchio.
Confindustria, governo e i sindacalisti filopadronali parlano di accordo
storico. Marcegaglia plaude: “Abbiamo introdotto regole precise per cui
i contratti non devono essere momenti di conflitto o di far west” e
Sacconi dichiara: “E’ una grande svolta che l’ideologia classista non
capisce. Se ci sarà una produzione di ricchezza il lavoratore vi
parteciperà. Questa è la novità di questo accordo”. La loro arroganza
non ha limiti e non è un caso che la firma dell’accordo cade in una fase
di crisi acuta del capitalismo: i padroni hanno bisogno di regole certe
per continuare a fare profitti e di un sindacato “complice” (come dice
Sacconi); allo stesso tempo devono poter arginare e annullare in
partenza qualsiasi forma di conflitto di classe che proprio con la crisi
è destinato a crescere. Quanto alla “partecipazione dei lavoratori alla
ricchezza delle imprese” è un modo elegante per dire ai lavoratori che
per sopravvivere dovranno lavorare di più, rinunciare a qualche diritto,
e… senza protestare. Il senso generale dell’accordo è stato ben espresso
da Ichino: il sistema di relazioni industriali cambia e diventa più
“partecipativo”. E Il Sole 24 ore per conto dei padroni scrive:
“obiettivo dichiarato è disegnare un modello di relazioni sindacali
cooperativo e non vetero-conflittuale”. Si delinea in realtà un sistema
neocorporativo nel quale i lavoratori e il loro ruolo progressivo nella
contraddizione capitale-lavoro, attraverso le burocrazie sindacali,
vengono integrati nel sistema capitalistico in crisi.
Occorre una risposta dei lavoratori!
La Cgil non ha firmato né l’accordo quadro del 22 gennaio, né le norme
di attuazione del 15 aprile ed è scesa in campo con le categorie Fiom e
Funzione Pubblica con uno sciopero generale, con l’imponente
manifestazione del 4 aprile a Roma e con una consultazione - indetta
dalla sola Cgil - contro la riforma del modello contrattuale a cui hanno
partecipato oltre due milioni tra lavoratori e pensionati che si sono
espressi quasi totalmente per il no. Certamente la Cgil ha intercettato
il malessere che sta crescendo tra i lavoratori a seguito della crisi
economica, un reale potenziale di lotta che il più grande sindacato
italiano però non ha interesse a far crescere e ad organizzare.
L’opposizione delle burocrazie Cgil al nuovo modello contrattuale non
risulta credibile, sia perché di fondo sostiene la subordinazione del
salario alla produttività e alla redditività dell’impresa oltre che la
triennalizzazione dei contratti, sia perché di fronte alla sua
emarginazione voluta dal governo e agli attacchi di Cisl e Uil, Epifani
non ha mai abbandonato il tavolo delle trattative, compreso il 15
aprile. Non solo, a chi gli ha chiesto cosa succederà con i contratti
scaduti o in scadenza (Alimentaristi, Metalmeccanici, Telecomunicazioni,
Chimici, Edili…) ha risposto che la Cgil non presenterà piattaforme
separate per i rinnovi di tutti i settori. Infatti Fai, Flai e Uila
hanno già firmato insieme una piattaforma per il rinnovo del contratto
per il comparto agroalimentare che recepisce il nuovo modello di
contrattazione. Insomma una Cgil che non approva, ma non rompe: non
rompe con il governo e con i padroni sperando di riconquistare la
“concertazione”, non rompe con Cisl e Uil per assecondare il pressing
del Pd (appelli all’unità di Marini, Letta, Treu, Franceschini) che
auspica una ricomposizione dei tre sindacati, magari tra le maglie del
nuovo modello contrattuale. Proprio in una fase come questa, di pesante
attacco ai diritti e ai salari, è invece necessario un sindacato di
lotta che in ogni luogo di lavoro, colga le istanze più profonde dei
lavoratori e organizzi una risposta adeguata. Nella Cgil dovrà crescere,
a partire dalle categorie più combattive come la Fiom (che ha già
annunciato che presenterà una propria piattaforma per il rinnovo del
contratto), dai settori autenticamente classisti, una risposta contro il
freno alle lotte imposto dalle burocrazie, per uno sciopero generale
contro la controriforma contrattuale, per la non applicazione del nuovo
modello in ogni categoria, cercando l’unità d’azione anche con il
sindacalismo di base.




Rispondi Citando
