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    Predefinito Costo della vita e gabbie salariali: povero a nord, ricco a sud

    Povero a nord ricco a sud

    di Emiliano Fittipaldi

    La forbice nel potere d'acquisto non è mai stata così ampia: con lo stesso reddito in diverse regioni la ricchezza reale cambia moltissimo. E qualcuno pensa di intervenire

    http://espresso.repubblica.it/dettag...sud/1967509//0

    http://espresso.repubblica.it/dettag...sud/1967509//1

    http://espresso.repubblica.it/dettag...sud/1967509//2


    Pochi barbieri sanno che il listino per il taglio di barba e capelli è un parametro che gli economisti di tutto il mondo utilizzano come metro per misurare le differenze dei prezzi tra un territorio e un altro. "Il barbiere è un piccolo autonomo, e in genere pratica quei costi minimi che servono a mandare avanti l'attività e vivere dignitosamente. Una perfetta cartina di tornasole: quando il negozio è caro, è assai probabile che saranno onerosi anche altri beni e servizi della città", conferma Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica alla Cattolica. L'inchiesta de 'L'espresso', che ha elaborato le uscite di sei famiglie, parte proprio dai Figaro d'Italia, che per shampoo e rasata chiedono cifre diversissime. Creando involontariamente una scala che mostra meglio di qualsiasi altra variabile le enormi differenze per identiche spese, gap territoriali che se non considerati rischiano di deformare qualsiasi dibattito su salari nominali e recupero del potere d'acquisto.

    Partiamo dalla Sicilia. A Palermo in una zona semicentrale un'acconciatura costa 9 euro, mentre a Milano e Torino è difficile scendere sotto i 15. Oltre il 66 per cento in più. Se a Firenze te la cavi con 12 euro mancia esclusa, agli estremi opposti ci sono Napoli e Trento: a Portici, il barbiere sotto casa chiede dai 6 ai 10 euro massimo. "Ma molti servono i clienti anche negli appartamenti, e lì il taglio può costare 3 o 4 euro", racconta Anna Buccino, madre di famiglia e insegnante a contratto. Il capoluogo del Trentino, al contrario, è tra le città meno a buon mercato del Paese: un taglio maschile costa in media 22 euro. La barba è a parte. Confrontando i listini dei parrucchieri con il costo di voci più significative (casa e alimenti, trasporti e abbigliamento), le discrepanze, come promettono gli economisti, restano in gran parte invariate.

    Il gioco del barbiere racconta plasticamente una realtà spaccata in due, in cui la qualità della vita è strettamente legata alla latitudine: al Sud con uno stipendio medio o medio-basso si campa più che dignitosamente, mentre al Nord famiglie di pari reddito sono vicine alla soglia di povertà. "Il principio di eguaglianza orizzontale deve considerare il potere d'acquisto reale, della corrispondenza matematica tra gli stipendi non ce ne facciamo niente", sbotta Campiglio. Così se dipendenti e piccole partite Iva riescono a difendere le posizioni nel Mezzogiorno, il ceto medio perde status e capacità d'acquisto soprattutto nelle metropoli settentrionali.

    La differenza tra prezzi ha origini antiche, e nel dopoguerra venne combattuta attraverso il sistema delle gabbie salariali, basate su differenziali regionali nelle retribuzioni. Nel 1969 alcune battaglie campali del sindacato portarono all'omogenizzazione delle buste paga, nonostante le divergenze sul mercato del lavoro, sul livello di competitività e produttività fossero rimaste del tutto invariate. L'andamento isterico dei prezzi da sempre rispecchia la mancanza di coesione socio-economica del Paese: il gap di spesa può sfiorare il 30 per cento, un divario che non si riscontra all'interno di nessun altro membro dell'Ue. "Oggi non parlerei di gabbie, è una parola sfortunata", dice ancora Campiglio: "La chiamerei 'flessibilità territoriale salariale', un mezzo fondamentale per aiutare i soggetti più in difficoltà. Il governo si è impegnato a irrobustire le retribuzioni: spero che Prodi non punti solo ai redditi inferiori ai 40 mila euro lordi l'anno, ma guardi anche alla classe media del Nord. Dai dati Sunia sappiamo che il canone medio di affitto raddoppia se ci si trasferisce da Bari a Milano: non stupiamoci poi se la mobilità di operai e colletti bianchi è bloccata".

    Per ora il piano salva-stipendi sembra ruotare intorno a detrazioni Irpef per i lavoratori dipendenti, a dote per i figli, al congelamento dell'Iva di benzina e del metano per il riscaldamento. Nessuna misura ad hoc che permetta a chi risiede nelle carissime metropoli del Centronord di respirare un po'. Eppure basta confrontare la capacità di spesa di un campione di famiglie residenti in diverse città, con redditi simili e identico numero di componenti, per rendersi conto che la qualità della vita migliora, al netto dei servizi e dei tassi di occupazione, proprio scendendo verso Sud.

    A Palermo la famiglia Alfano (Sonia è la 'pasionaria' dell'antimafia) con 3.200 euro riesce a vivere più che bene. Lei lavora alla Regione, il marito Massimo è maresciallo dell'Arma. Con 800 euro al mese sono riusciti ad affittare una bella casa di 110 metri quadrati in un quartiere residenziale. Per il cibo spendono 900 euro. "Nessuna follia, ma a tavola variamo molto, stiamo molto attenti a quello che mangiano le nostre tre figlie", spiega Sonia. Per spese di abbigliamento e accessori, gli Alfano mettono da parte 500 euro al mese, per far fronte alle tre 'sessioni' annuali di shopping. Il basso costo della vita, a Palermo, consente anche di avere due macchine ("ma sono vecchie"), nonostante i prezzi della Rc auto siano, in genere, più alti rispetto a quelli praticati al Nord. L'asilo privato costa pochissimo, circa 150 euro al mese, e le due bimbe più grandi seguono un corso di danza da 70 euro al mese.

    Una vita non certo da nababbi, quella degli Alfano, ma di sicuro meno sacrificata rispetto a quella dei Palmieri di Milano. Valter ha 45 anni ed è dipendente comunale, la moglie Luciana è impiegata in una ditta privata: insieme racimolano un reddito di 3.000 euro. Con la stessa cifra investita dagli Alfano, a Milano compri una piccola casa di 80 metri quadri in zona Bovisa. Dire che in cinque ci si sta stretti è un eufemismo. Valter è un maniaco delle offerte speciali, e facendo la spesa solo nei discount riesce a contenere le spese per il cibo dentro i 600 euro al mese. "Niente sport, niente uscite la sera: stiamo 'schisci', voliamo basso".

    I prezzi del carrello trasformano dipendenti del ceto medio in nuovi poveri anche a Trento, Roma e Firenze. La pressione fiscale degli ultimi anni e l'affaire-mutui, come ha certificato qualche giorno fa Bankitalia, hanno assestato altri durissimi colpi. La differenza con Bari e Napoli è impressionante. Secondo l'Istat per il cestino tipo (pasta-pane-latte-olio-burro-acqua-uova-caffè-riso-ucchero) a Genova il conto supera i 42 euro, in Campania si arriva a stento a 33. A Portici i Buccino, appena trentenni e con due figli, con un mutuo da 1.100 euro hanno comprato 90 metri quadri in un palazzo d'epoca, in Trentino i Tommasi devono aggiungere 400 euro per acquistare una casa rurale ben lontana dal centro. I De Gasperis, a Roma, guadagnano un po' meno, e sono stati costretti a puntare su Casal Palocco. "Di asilo spendo 230 euro, ma è il più snob della città", dice Anna Buccino. Francesca De Gasperis, in periferia, fino all'anno scorso spendeva ben 350 euro. Tutti investono sugli alimenti la stessa cifra, intorno ai 500 euro al mese. Ma se a Portici si mangia sia a pranzo sia a cena, a Roma e Trento la spesa serve solo per un pasto. "Tiriamo su tutto", dice Giovanni Tommasi, assunto come la moglie dalla Provincia autonoma di Trento.

    I Buccino, insegnante precaria lei e carabiniere lui, possono invece permettersi una palestra (la retta mensile costa 37 euro), visite private dal pediatra (35 euro) e qualche giorno di vacanza vicino a Paestum. "Se io fossi assunta a tempo determinato", chiosa Anna, "ammetto che staremmo davvero benissimo. Di sicuro i Beni, residenti a Firenze, per ora se la passano peggio. Andrea, titolare di una piccola ditta di mangimi per animali, e Laura, insegnante al liceo, per vivere a San Frediano devono sborsare 800 euro per 70 metri quadrati. Una sola macchina (una Panda) e la consapevolezza di essere scivolati verso la base della piramide sociale. "Guadagniamo 3.000 euro in tutto, 1.800 se ne vanno tra fitto e alimentazione", spiega la professoressa. "Così le spese per il tempo libero sono azzerate". 'L'espresso', per fare la prova del nove, ha cercato di verificare quanti pezzi le sei famiglie riescono a portar via da un bar con un ticket restaurant da 7 euro: in crescendo, a Trento si compra un panino piccolo e un caffè, a Milano un panino e una bottiglietta d'acqua, a Firenze un primo senza bibita, a Roma due tramezzini e un caffè, a Napoli una pizza e una birra piccola, a Palermo due arancini, una coca cola, un cannolo e un caffè.

    "Il problema del potere d'acquisto al Nord e nelle grandi città esiste, inutile nasconderlo. Bisogna intervenire aiutando i ceti meno abbienti delle metropoli, in campagna si organizzano meglio". Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, non usa la parola 'gabbie', ("è bruttissima") ma non nega che vedrebbe di buon occhio misure per le zone dove il caro-prezzi ha fatto cadere parte della popolazione nella sindrome da quarta settimana. "Differenziare i salari a livello nazionale non è pensabile, qualsiasi criterio dirigistico che tenti di mettere le briglie al mercato è destinato a fallire. Ma la questione Nord-Sud deve invece essere affrontata attraverso il fisco: è lo Stato che deve livellare gli scompensi". L'idea è quella di redistribuire le tasse locali ("Ci sono troppi inutili balzelli, una vergogna nazionale di cui ci si occupa poco", tuona Bonanni) e di usare la leva della produttività, che al Nord potrebbe migliorare non poco gli stipendi dei lavoratori. La doppia contrattazione permetterebbe di inserire, negli accordi locali per il monte-stipendio, sia la questione della redistribuzione dei profitti sia quella del costo della vita. Sarebbe una rivoluzione: oggi solo il 10 per cento delle imprese praticano il secondo livello di contrattazione.

    Se Enrico Panini, segretario della Cgil Scuola non vuol sentir parlare di contratti armonizzati e punta su tavoli regionali per bloccare la dinamica dei prezzi, Campiglio sottolinea che le aree penalizzate andrebbero aiutate con minimi contrattuali più alti. "Ho due suggestioni: una tassazione basata sul reddito familiare e non più sulla persona fisica, e una differenziazione della pressione fiscale a livello locale. Nelle piccole imprese del Sud la gabbia salariale di fatto esiste già: le aziende del settore edile pagano un operaio meno rispetto al collega padano. Ma per raggiungere eguaglianza bisogna far crescere i salari nel Settentrione, non abbassare quelli del Mezzogiorno". Per Massimo Baldini, docente di scienze delle Finanze a Modena, il problema dei bassi salari è legato al declino economico del Paese, alla crescita che balbetta ormai da 15 anni.

    "I redditi crescono al rallentatore, mentre sono esplosi i prezzi di abitazione, energia e alimentari: per il ceto medio-basso queste voci pesano sul 40-50 per cento del budget, per loro il potere d'acquisto è crollato più dei valori Istat". Per Baldini una gabbia salariale a difesa delle tute blu e dei colletti bianchi del Settentrione funzionerebbe solo se il Nord crescesse a tassi superiori rispetto a quelli nazionali. "Cosa che, oggi, non avviene. Si deve intervenire subito su tre fattori: liberalizzazioni per abbattere le tariffe, una politica per la casa che preveda nuovi rioni popolari come avviene nelle grandi città europee, una politica di defiscalizzazione dell'Irpef che aiuti i nuclei con figli".

    Anche se Tommaso Padoa-Schioppa trovasse i sei miliardi necessari ad attuare il piano del governo, nel medio periodo i Palmieri ogni volta che devono aprire il borsellino saranno ancora svantaggiati rispetto ai dipendenti dei Comuni meridionali. A Milano anche per pulire un soprabito bisogna spendere minimo 11 euro, contro i 6 di Napoli, mentre una riequilibratura delle gomme dell'Opel Astra di Valter costa in media 62 euro. I Buccino ne spendono 30, con il resto si può andare a mangiare fuori porta.

    hanno collaborato Simone Innocenti, Piero Messina, Marco Ratti e Paolo Tessadri

    (16 gennaio 2008)

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  2. #2
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    geazie al cazzo al nord in media si guadagna il doppio è logico che la vita costi di più....

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Aristoteles Visualizza Messaggio
    geazie al cazzo al nord in media si guadagna il doppio è logico che la vita costi di più....
    Ma vaffanculo, pirla. Mai sentito parlare di contratti collettivi nazionali?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da NoNickName Visualizza Messaggio
    Ma vaffanculo, pirla. Mai sentito parlare di contratti collettivi nazionali?
    Ah scusa è vero... però allora mi chiedo: se gli stipendi sono uguali o addirittura inferiori e magari manca anche il lavoro...ma allora...che cazzo ci vanno a fare i meridionali in quel nord? a mirar la nebbia?

  5. #5
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    geazie al cazzo al nord in media si guadagna il doppio è logico che la vita costi di più....
    Il doppio?
    Hai bevuto?

  6. #6
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    Aristotele..i contratti sono nazionali..
    è innegabile che il costo della vita sia ben diverso....da noi la crisi e il caro-vita dovuto all'euro si sente e MOLTO...molte famiglie non ce la fanno più..
    abbiamo un costo della vita da nord europa e dei salari da spagna

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da sir_Shafford Visualizza Messaggio
    Aristotele..i contratti sono nazionali..
    è innegabile che il costo della vita sia ben diverso....da noi la crisi e il caro-vita dovuto all'euro si sente e MOLTO...molte famiglie non ce la fanno più..
    abbiamo un costo della vita da nord europa e dei salari da spagna
    beh questo è anche vero, ve lo devo ammettere. però secondo me è anche colpa di molte speculazioni a media e piccola scala. insomma la solita italianata.

  8. #8
    Non si fitta ai terroni.
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    Citazione Originariamente Scritto da Aristoteles Visualizza Messaggio
    che cazzo ci vanno a fare i meridionali in quel nord? a mirar la nebbia?
    Ah, non lo so. Sono parenti tuoi. Chiediglielo. Forse vengono su a spacciare e distribuire il malaffare.

  9. #9
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    La povertà in Italia non accenna a diminiurire secondo l'Istat

    La
    05-10-2007



    ROMA - La condizione di povertà nel nostro paese si conferma sostanzialmente stabile: si trova in questa condizione l'11,1% delle famiglie italiane, la stessa percentuale di un anno prima. Si tratta di 2 milioni 623 mila nuclei familiari, ossia 7.537.000 persone, pari al 12.9% della popolazione. Lo stima l'Istat che oggi ha presentato i dati sulla povertà relativa in Italia nel 2006. Anche nel 2005 la povertà stimata riguardava l'11,1% delle famiglie corrispondente al 13,1% degli italiani.

    L'Istat sottolinea che da quattro anni la povertà è "sostanzialmente stabile così come sono immutate le principali caratteristiche delle famiglie in condizioni di povertà". Il fenomeno resta per lo più diffuso nel Mezzogiorno (qui risiede il 65% delle famiglie povere), fra le famiglie numerose e dove vivono anziani".

    La soglia di povertà, calcolata sulla spesa familiare per consumi, relativa nel 2006, è stata fissata a 970,34 euro mensili per una famiglia di due persone, ossia più 3,6% rispetto al 2005. A fronte di una stabilità della povertà, resta tuttavia grave la situazione nel Mezzogiorno (dove, ad esempio, sono povere le famiglia con uno o più figli raggiungono percentuali di povertà al 48%) e si è arrestato al nord il miglioramento della condizione degli anziani (dal 6,3% al 7,9%; gli anziani soli dal 5,8% all'8,2%).

    "La criticità del sud - ha detto Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'Istat - non si intacca. Al sud ci sono segnali non positivi sull'occupazione e molto negativi sull'inattività delle donne che rinunciano addirittura a cercarsi un lavoro. E il lavoro femminile è un antidoto alla povertà familiare". Rispetto all'Europa, l' Italia - ha aggiunto - registra un' "alta disuguaglianza. Soprattutto una maggiore distanza fra ricchi e poveri del sud rispetto a ricchi e poveri del nord". Questi, a livello territoriale, i valori di povertà del 2006 confrontati al 2005: Nord 4,5% e 5,2%; Centro 6% e 6,9%; Mezzogiorno 24% e 22,6%. Le regioni meno povere l'Emilia Romagna (3,9%), la Lombardia (4,7%), il Veneto (5%). Sicilia (28,9%), Calabria (27,8%) e Basilicata (23%) quelle con maggiori difficoltà.

    Al nord, fra l'altro, la povertà risulta in crescita anche per le famiglie con a capo una persona ritirata dal lavoro (da 5,2% a 6,9%), con basso titolo di studio (da 7,7% a 9,5%) o composte da due componenti (4,2% a 5,4%). Al centro la povertà cresce fra le famiglie con due o più anziani (da 9,2% all'11,9%) e le famiglie in cui la persona di riferimento è ritirata dal lavoro (da 7,2% all'8,8%). Gli unici segnali di miglioramento riguardano alcune tipologie familiari del mezzogiorno, in particolare quelle con a capo una persona con meno di 35 anni (dal 24,9% al 20%) ma anche quelle con anziani, anche se fortemente superiore alla media, che sono passate dal 28,2% al 25,5%. Inoltre, al mezzogiorno sono al di sopra della media nazionale di povertà (5%) le famiglie degli impiegati (13,3%) e degli operai (27,5% contro il 13,8% nazionale).

    si effettivamente il sud è piu' ricco del nord, ma voi leghisti vi siete bevuti il cervello?

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Ermanno Visualizza Messaggio
    La povertà in Italia non accenna a diminiurire secondo l'Istat

    La
    05-10-2007



    ROMA - La condizione di povertà nel nostro paese si conferma sostanzialmente stabile: si trova in questa condizione l'11,1% delle famiglie italiane, la stessa percentuale di un anno prima. Si tratta di 2 milioni 623 mila nuclei familiari, ossia 7.537.000 persone, pari al 12.9% della popolazione. Lo stima l'Istat che oggi ha presentato i dati sulla povertà relativa in Italia nel 2006. Anche nel 2005 la povertà stimata riguardava l'11,1% delle famiglie corrispondente al 13,1% degli italiani.

    L'Istat sottolinea che da quattro anni la povertà è "sostanzialmente stabile così come sono immutate le principali caratteristiche delle famiglie in condizioni di povertà". Il fenomeno resta per lo più diffuso nel Mezzogiorno (qui risiede il 65% delle famiglie povere), fra le famiglie numerose e dove vivono anziani".

    La soglia di povertà, calcolata sulla spesa familiare per consumi, relativa nel 2006, è stata fissata a 970,34 euro mensili per una famiglia di due persone, ossia più 3,6% rispetto al 2005. A fronte di una stabilità della povertà, resta tuttavia grave la situazione nel Mezzogiorno (dove, ad esempio, sono povere le famiglia con uno o più figli raggiungono percentuali di povertà al 48%) e si è arrestato al nord il miglioramento della condizione degli anziani (dal 6,3% al 7,9%; gli anziani soli dal 5,8% all'8,2%).

    "La criticità del sud - ha detto Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'Istat - non si intacca. Al sud ci sono segnali non positivi sull'occupazione e molto negativi sull'inattività delle donne che rinunciano addirittura a cercarsi un lavoro. E il lavoro femminile è un antidoto alla povertà familiare". Rispetto all'Europa, l' Italia - ha aggiunto - registra un' "alta disuguaglianza. Soprattutto una maggiore distanza fra ricchi e poveri del sud rispetto a ricchi e poveri del nord". Questi, a livello territoriale, i valori di povertà del 2006 confrontati al 2005: Nord 4,5% e 5,2%; Centro 6% e 6,9%; Mezzogiorno 24% e 22,6%. Le regioni meno povere l'Emilia Romagna (3,9%), la Lombardia (4,7%), il Veneto (5%). Sicilia (28,9%), Calabria (27,8%) e Basilicata (23%) quelle con maggiori difficoltà.

    Al nord, fra l'altro, la povertà risulta in crescita anche per le famiglie con a capo una persona ritirata dal lavoro (da 5,2% a 6,9%), con basso titolo di studio (da 7,7% a 9,5%) o composte da due componenti (4,2% a 5,4%). Al centro la povertà cresce fra le famiglie con due o più anziani (da 9,2% all'11,9%) e le famiglie in cui la persona di riferimento è ritirata dal lavoro (da 7,2% all'8,8%). Gli unici segnali di miglioramento riguardano alcune tipologie familiari del mezzogiorno, in particolare quelle con a capo una persona con meno di 35 anni (dal 24,9% al 20%) ma anche quelle con anziani, anche se fortemente superiore alla media, che sono passate dal 28,2% al 25,5%. Inoltre, al mezzogiorno sono al di sopra della media nazionale di povertà (5%) le famiglie degli impiegati (13,3%) e degli operai (27,5% contro il 13,8% nazionale).

    si effettivamente il sud è piu' ricco del nord, ma voi leghisti vi siete bevuti il cervello?

    babbeo, il potere d'acquisto e la ricchezza sono due cose diverse...se hai famiglia e figli con 1000 euro al nord non vivi, al sud,stringendo la cinghia ce la fai
    tra l'altro mi sembra sia di oggi l'articolo del sole 24 ore che parla della curiosa discrepanza tra i dati dei consumi/spese delle famiglie del sud con i redditi dichiarati..
    chi ha il link?
    poi questo è un forum autonomista-nordista, ma non leghista...gnurant!

 

 
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