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  1. #1
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    Predefinito 11/9 "ingannati dalla CIA"

    L'ex presidente della commissione vuole altre indagini
    La Cia non diede alla commissione indipendente di inchiesta sull’11 settembre tutti i documenti che possedeva sull’attacco terroristico che causò quasi tremila vittime. Ad affermarlo è Thomas Kean, co-presidente con Lee Hamilton della commissione sull’11 settembre che concluse i lavori nell’estate 2004, secondo il quale «fu errata» la decisione della Cia di non consegnare i video relativi a centinaia di ore di interrogatori di Abu Zubaydah e Abd al Rahim al-Nashiri, due membri di Al Qaeda catturati nel 2002.

    L’avvenuta distruzione di queste registrazioni è al centro di un braccio di ferro fra il Congresso di Washington e il governo federale per via del fatto che alcuni leader democratici sospettano la Cia di aver voluto far sparire i nastri in quanto mostravano l’uso ricorrente della tecnica di interrogatorio nota come «waterboarding» - annegamento simulato - a loro avviso equiparabile alla tortura, in violazione della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Tanto la Cia che il vicepresidente Dick Cheney negano tale equiparazione mentre il presidente George W. Bush ha detto in ripetute occasioni di non volersi pronunciare sul caso dei nastri scomparsi - o distrutti - «fino a quando sarà in corso l’inchiesta».

    Adesso la novità sta nel fatto che nel contenzioso entra Phipil Zelikow, ex direttore esecutivo della commissione di inchiesta sull’11 settembre, firmando un memorandum nel quale si chiedono «ulteriori accertamenti» per verificare se la Cia abbia «violato le leggi federali« non rendendo pubblica l’esistenza dei video. La tesi di Zelikow si basa sul fatto che la commissione indipendente domandò alla Cia di consegnare «documenti», «rapporti» e «informazioni» frutto degli interrogatori sui detenuti di Al Qaeda e dunque anche i video dei due terroristi rientravano nella richiesta. La Cia invece sostiene che poiché la commissione non chiese mai specificatamente i nastri video sugli interrogatori dei due non vi fu violazione delle leggi federali.

    «Che il comportamento della Cia sia stato illegale o meno, è stato sicuramente errato» ribattono Kean e Hamilton. Il memorandum di Zelikow, di cui ha svelato l’esistenza il New York Times, è destinato a riproporre le richieste di quel gruppo di famigliari delle vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001 che da tempo chiedono una riapertura dell’inchiesta considerando «incompleto» il rapporto del 2004 per via delle lacune su molti aspetti, come ad esempio la carenza di informazioni su come riuscirono i 19 kamikaze a muoversi con facilità sul territorio degli Stati Uniti nei giorni e nelle settimane precedenti al sequestro dei quattro aerei che sarebbero poi stati trasformati in missili.

    Le polemiche sull’operato della Cia nella vicenda dei nastri si sovrappongono ai crescenti malumori per le indiscrezioni sul nuovo progetto di banca dati destinata ad essere creata dall’Fbi: sarà stanziato almeno un miliardo di dollari per la realizzazione di un imponente archivio con le informazioni biometriche di cittadini americani e stranieri per consentire il più veloce svolgimento delle indagini.

    Per l’Unione per le libertà civili «la banca dati mondiale consentirà di rafforzare capacità di sorvegliare la società, indipendentemente dalla nazionalità degli individui». L’Fbi da parte sua ha affidato ai portavoce il compito di respingere tali accuse, spiegando che la «banca dati globale» sarà frutto della somma delle informazioni biometriche raccolte nell’ambito delle indagini sul terrorismo svolte in tutto il mondo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 come anche di quelle ottenute negli ultimi anni da oltre 1,5 milioni di cittadini iracheni ed afghani, schedati dalle forze americane a fini di sicurezza. Restano tuttavia da sciogliere alcuni interrogativi, a cominciare dall’uso dei dati dei visitatori europei in arrivo e in transito negli Stati Uniti, che possono al momento essere adoperati dalle agenzie per la sicurezza americane sono nel rispetto di rigidi parametri concordati con le parigrado istituzioni europee nell’ambito di un protocollo di intesa del quale al momento non sono previste revisioni.


    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...ne=58&sezione=

  2. #2
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    Predefinito

    Alessandro Lattanzio, Terrorismo sintetico, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2007, pp. 184, € 20,00

    di Luca Bionda


    Alessandro Lattanzio raccoglie in questo testo i principali capi d’accusa mossi da studiosi di tutto il mondo alla “versione ufficiale” degli attentati dell’11 Settembre 2001, versione elaborata e diffusa (troppo velocemente?) da gran parte della stampa mondiale previa approvazione del governo statunitense.
    Una sostanziale riorganizzazione della notevole quantità di dati riguardanti gli avvenimenti di quel giorno, maledetto prima dal popolo statunitense, poi da quelli europei ed oggi soprattutto da quello afgano ed iracheno.
    Non quindi una semplice analisi degli avvenimenti simbolo del “terrorismo sintetico”, quanto piuttosto la costruzione di un quadro complesso e ricco di elementi politici, economici e militari, supportata da numerosi riferimenti ad articoli, perizie e studi oggi facilmente consultabili anche tramite internet.
    Centinaia sono infatti i portali in rete che si sono occupati a diverso titolo della dinamica degli “attentati”, l’impatto dei velivoli sulle costruzioni, le caratteristiche costruttive e le specifiche tecnico-dimensionali dei fabbricati e degli aerei coinvolti negli eventi. Tra i soli riferimenti bibliografici del testo trovano posto oltre novanta siti internet, di cui almeno una ventina realizzati in lingua italiana.
    È quindi proprio la rete di Internet, che al pari ad esempio del sistema satellitare GPS rappresenta la svolta commerciale della tecnologia militare americana in parte sfuggita al controllo dei propri ideatori, a consentire ancora oggi uno sviluppo ipertrofico degli studi sul 9/11 condotti da periti, tecnici, studiosi, fino ai semplici appassionati.

    Il primo passo dell’indagine è simbolicamente compiuto ai vertici dell’apparato militare statunitense, il Pentagono, ove la teoria dei “terroristi islamici” che dirottano un aereo civile e lo fanno schiantare contro il palazzo presenta da subito molti lati oscuri: a seguito dell’impatto non si troverà infatti alcun resto dell’aereo, delle sue scatole nere, dei bagagli, ecc.
    Da Washington si sono affrettati a spiegare che il calore sprigionato dall’esplosione avrebbe letteralmente polverizzato il velivolo[1] (da qui l’impossibilità di recuperarne i frammenti) dimenticandosi di chiarire come sia stato poi possibile per l’AFIP[2] identificare i corpi dei passeggeri morti nello schianto; forse i materiali dei velivoli sono più fragili del corpo umano?

    Nel caso delle Torri Gemelle (World Trade Center 1 e 2), la versione data da fonti governative sull’attentato appare ancora più debole, in quanto imputa agli incendi provocati dal carburante degli aerei in collisione l’indebolimento delle strutture ed infine il loro crollo.
    Praticamente impossibile, se si pensa che il calore sprigionato dal carburante per pochi minuti e parzialmente fuoriuscito all’esterno del palazzo non potrebbe in alcun modo raggiungere temperature prossime al punto di fusione dell’armatura e della carpenteria metallica dei due grattacieli.
    Si domanda giustamente Lattanzio: “perché la Torre Sud del WTC è crollata per prima, quando non era così estensivamente danneggiata come la Torre Nord, che è bruciata per quasi un’ora e mezzo prima di crollare? [...] la Torre Sud crollò alle 9.59, ossia 56 minuti dopo l’impatto, mentre la Torre Nord crollò alle 10,29, vale a dire 1 ora e 44 minuti dopo l’impatto. Se l’incendio fosse stato la causa del crollo, allora la Torre Nord, con un incendio più intenso, sarebbe dovuta crollare prima. O almeno avrebbe dovuto cedere prima (non dopo) della Torre Sud”.
    Stavolta sono persino le leggi della fisica ad essere messe in crisi dagli imprendibili terroristi di Al Qaeda.
    Nel caso delle Torri Gemelle le incongruenze sono macroscopiche ed assai numerose, tali da suggerire l’unica risposta possibile: “[...] le demolizioni convenzionali ebbero una notevole parte nel disastro dell’11 settembre, visto quanto pesantemente erano state imbottite con esplosivi. Ciascun crollo degli edifici del WTC si verificò ad una velocità praticamente da caduta libera (circa 10 secondi o meno) [...] Gli esperti in soccorsi furono meravigliati da quanto fossero fini i pezzi dei detriti”.
    Molti testimoni hanno udito forti esplosioni all’interno degli edifici: “Ciascun crollo ha prodotto acciaio fuso identico a quello generato da esplosivi, che causano "punti caldi" che persistono per dei mesi...”.
    Difficile davvero credere che in tale scenario, dove tutto il calcestruzzo viene polverizzato e l’acciaio fuso, sia stato possibile “ritrovare” intatto il documento che vorrebbe inchiodare i responsabili dell’attentato: il passaporto di Mohamed Atta, uno dei presunti attentatori che però non risulta negli elenchi degli passeggeri imbarcati sui due velivoli; strano davvero che un attentatore viaggiasse sotto falso nome negli Stati Uniti portando con se anche i veri documenti d’identità.

    Impossibile anche spiegare con gli effetti degli incendi il crollo del WTC7, un edificio dalla forma massiccia ubicato in posizione marginale rispetto al complesso edilizio, considerando che lo stesso è crollato al suolo con modalità simili alle Torri, ma senza essere in alcun modo danneggiato o colpito dagli aerei e dai crolli degli altri edifici; anche in questo caso lo schianto avviene in pochi secondi, perfettamente verticale: “Come mai i terroristi si impegnano a fare crollare verticalmente le Torri del WTC, quando con una caduta per "ribaltamento", assai semplice da ottenere, avrebbero provocato maggiori danni al centro di Manhattan?”.
    È un ingegnere esperto nella progettazione di demolizioni controllate di vecchi edifici a confermare che il lavoro sarebbe stato eseguito a regola d’arte.

    Davvero notevole quindi la quantità di prove raccolte nel corso degli anni a sostegno della tesi “non ufficiale”, quella secondo cui la catena di sanguinosi attentati condotti con gli aerei civili sarebbe stata ideata o almeno in gran parte concordata con i centri di potere politico e finanziario del paese.
    Per contro, le risposte fornite dai diversi enti nordamericani coinvolti nelle indagini (FEMA, FAA, NORAD, ecc.) fanno emergere una sostanziale illogicità della tesi proposta dal governo nordamericano; facile a questo punto capire per quale ragione lo stesso popolo americano, con gli occhi puntati sulla disastrosa campagna militare Enduring Freedom, oggi propenda in gran parte per la tesi della “questione interna”.
    Non si deve dimenticare che proprio negli Stati Uniti sono state condotte le indagini più rigorose e dettagliate sugli attentati.

    Le pagine conclusive analizzano una grande quantità di informazioni raccolte in merito a sospette speculazioni finanziarie succedutesi fino a pochi giorni prima dell’11 settembre 2001[3], nonché all’arresto di numerosi cittadini israeliani nelle indagini antiterrorismo condotte nei mesi successivi agli attacchi.
    Tra i tanti, l’autore richiama alla mente i cinque cittadini israeliani arrestati mentre filmavano festosi le rovine fumanti delle Torri Gemelle appena colpite. Interrogati e perquisiti, i cinque risultarono tutti impiegati presso un’azienda israeliana con sede negli Stati Uniti, sospettata di dare copertura alle attività del Mossad. Gli stessi giovani, dopo essere stati rilasciati e rispediti in Israele, dichiararono di essere arrivati sul posto con l’intento di documentare gli attacchi terroristici, quegli stessi attacchi che per una parte dell’opinione pubblica israeliana avrebbero potuto rendere più digeribile agli statunitensi la repressione israeliana nei confronti del popolo palestinese.
    Non essendo possibile coprire la distanza tra Tel Aviv e New York in un’ora, è chiaro che almeno i “datori di lavoro” dei cinque trattenuti dovevano conoscere in anticipo le mosse dei dirottatori.
    L’intromissione del governo israeliano in questa ed in altre simili operazioni ha però cancellato di fatto ogni possibilità di capire se gli arrestati fossero solo a conoscenza degli attacchi terroristici o fossero parte dell’apparato organizzatore.

    Da qui le critiche che hanno portato i sostenitori del progetto atlantista a bollare come “assurdo cospirazionismo” lo studio di risposte alternative risultanti molto più credibili di quelle date dall’amministrazione centrale degli Stati Uniti.

    Tra la versione dei fatti fornita dall’amministrazione Bush e la verità esiste quindi un ostacolo molto simile ad una sorta di blocco psicologico, il quale affligge in particolare noi cittadini europei, rendendoci incapaci di compiere un’analisi critica degli avvenimenti: “pare impossibile che degli “occidentali” possano avere preparato e messo in opera un simile progetto criminale coinvolgendo tante vittime civili”, pareva dichiarare l’opinione di fronte alle prime incongruenze[4].

    Sono infatti proprio le oltre 2500 vittime dell’11 Settembre a richiamare il carattere cinicamente apolide delle oligarchie politico-finanziarie che negli Stati Uniti hanno, almeno, un ufficio o una sede legale.









    [1] La maggior parte degli esperti e dei tecnici indipendenti ritiene che in tale caso l’esplosione potrebbe essere stata prodotta da un missile sparato a breve distanza dal Pentagono. Le dimensioni della breccia prodotta nell’impatto sono sensibilmente minori rispetto a quelle del velivolo, mentre l’altezza del punto di collisione con la facciata testimonia l’impossibilità da parte di un grosso aereo di linea di compiere una simile manovra a bassa quota senza impattare altre strutture limitrofe.

    [2] Istituto di Anatomopatologia delle Forze Armate degli Stati Uniti.

    [3] Diverse banche e società finanziarie coinvolte a diverso titolo nelle attività del World Trade Center hanno effettuato operazioni “sospette” in borsa nel periodo immediatamente antecedente agli attacchi terroristici.

    [4] Di tutto ciò ci avverte già in prefazione Massimo Mazzucco, autore di “Inganno globale”, il migliore documentario finora realizzato sul tema del 09/11.

 

 

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