Ma-Stella e altri segni astrali della fine dello Stato unitario

Basta sfogliare un quotidiano, o assistere ad un telegiornale in questi giorni, per osservare uno spettacolo che sarebbe immensamente desolante, se non fosse, proprio per questo, infinitamente consolante. Lo Stato unitario è allo sfascio. Le strade della Campania sono invase dai rifiuti, centri dal singolare nome di Pianura si vedono condannati a montagne di immondizia, e lo Stato deporta le scoasse ora in questa ora in quella regione – ci ha provato anche con il Veneto – facendo esplodere rivolte popolari sacrosante come in Sardegna e in Sicilia.

All’estero, dove ancora qualcuno ritiene che l’Italia sia un tutt’uno, un insieme coerente, lo tsunami di rumenta viene ritenuto piaga nazionale, probabilmente i miei studenti americani in arrivo a Padova, dopo aver visto il film di Will Smith, si domanderanno impauriti: ma non è che ci prendiamo un male del genere dopo il nostro periodo di studio in Italia e torniamo tutti in forma di zombie nei nostri lindissimi college?

Il ministro della Giustizia è indagato per reati degni di un capobanda mafioso. D’altra parte, in questo modo dimostra una vicinanza viscerale con la materia delicatissima che si trova a gestire. Il ministro dell’Università è infatti notoriamente un genio di nessuna scienza, e così via, in questo amenissimo governo. Il ministro della Sanità di quale grave male soffre? Un governo dove singolarmente, ai miei occhi, e a tacer d’altri, spicca quella Emma Bonino così fiera avversaria della pena di morte da aver fatto di tutto per stringere affari con la Cina notoriamente mite nel proprio diritto penale: generalmente sparano nella testa ai condannati a morte (magari solo evasori fiscali) e alle spalle, e alla famiglia del defunto arriva un conto che comprende il costo del proiettile.

Ma il potere si sa logora chi non ce l’ha. Chi ce l’ha può finalmente logorare gli altri.

E il Veneto?

Si disgregano i confini regionali con continui referendum con esiti farseschi: Cortina fa gola al Trentino, Asiago no, per cui il Trentino si prende l’una e molla gli altri, eppure il referendum era identico. Nel frattempo l’ISTAT comunica cifre allarmanti, il 15% delle famiglie non arriva fine mese, la metà delle famiglie italiane ha meno di 2000€ netti di reddito al mese. E’ un’agenzia di Stato ma evidentemente i suoi ricercatori hanno a cuore la verità prima che gli umori del datore di lavoro e così la fotografia appare impietosa, con un divario crescente tra Nord e Sud. Ma se il Sud non ha neanche più gli occhi per piangere – li ha solo per vedere le scoasse ma le lacrime sono finite – il Nord ha poco da ridere.

Il Veneto dovrebbe preoccuparsi del proprio futuro non meno che la Campania e la Sardegna, e lottare unito tutto per la propria indipendenza. Dovrebbe farlo non tanto per le sue fasce di popolazione più ricche, quanto per quelle famiglie di Verona, ad esempio, che sono state in migliaia sfrattate per morosità (non ce la facevano a pagare affitti anche modesti), nel 2007; dovrebbe farlo per quei disperati che affollano sempre più le mense di carità a Padova; dovrebbe farlo per quei lavoratori a rischio che si trovano davanti l’abisso della mancanza di lavoro.

Perché una Venetia indipendente sarebbe la salvezza prima di tutto per loro.

Sciolta dalla nave Italia che ha perso la tramontana –gli Spagnoli direbbero che ha perso il Nord, ma questo lo perderà presto – la Venetia operosa e unita, dimezzando le attuali tasse sulle persone fisiche e sulle imprese, potrebbe garantire un benessere assai grande alla fasce più deboli. Il suo governo e il suo parlamento sarebbero fatti in modo che le mastelle sceglierebbero altri cieli. A questo punto gli industriali grandi, piccoli e medi, gli intellettuali, e tutti coloro che possono determinare il corso di un popolo, dovrebbero avere un sussulto di orgoglio, e scegliere la rotta dell’indipendenza che le stelle hanno già indicato ad alcuni. Molto più prosaicamente delle stelle, la necessità e la storia.

Il PNV e l’indipendenza non sono una possibile strada, ma l’unica. Prima che sia troppo tardi, prima di tutto per i più deboli.

Paolo Bernardini