Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Mannaggia 'a marina
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    Predefinito "Facite ammuina" in senato

    Qualcuno è riuscito a leggere il nome del senatore ignorante che ancora crede in questa fantomatica regola? Per chi non lo sapesse oggi in senato durante le dichiarazioni di voto un "onorevole" ha dichiarato che il governo Prodi si sia attenuto a tale regola.

  2. #2
    Gaeta resiste ancora!
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    Predefinito

    È uno dei luoghi comuni più ripetuti, molto gradito a giornalisti e politici. Di questo preteso articolo del regolamento della Marina borbonica circolano addirittura fotocopie. E c’è chi si compiace di esporle.

    Dal quotidiano Il Mattino riproduciamo la risposta fornita dal giornalista e saggista Gigi di Fiore ad un lettore che chiedeva l’origine del falso:


    «La leggenda del “facite ammuina” è uno dei tanti falsi sul Regno borbonico, nati negli anni successivi all’unificazione. Falsi denigratori, poi diventati “verità”, seppure mai verificata.
    Ecco come nacque una regola totalmente inventata, di cui si dava addirittura il numero dell’articolo (il 27 del Regolamento della Marina borbonica).

    Un ufficiale di Marina napoletano, Federico Cafiero (1807-1889), pessimo elemento da accenti macchiettistici, passato con l’esercito piemontese subito dopo lo sbarco di Garibaldi, era a bordo della sua nave con l’equipaggio e dormiva. Arrivò un’improvvisa ispezione, che trovò il comandante immerso nei suoi sogni e la nave abbandonata a se stessa. Naturalmente Cafiero fu punito e, quando tornò sulla sua nave, sentì il bisogno, per evitare ulteriori dispiaceri, di dettare all’equipaggio alcune regole di comportamento. Tra queste anche quella di fare rumore e chiasso in ogni modo possibile per avvertirlo subito in caso di improvviso arrivo di ispezioni o di ufficiali superiori. Era il “facite ammuina”, diventato poi, per denigrazione, “regola della Marina borbonica”.

    In realtà, come scrisse Roberto Selvaggi proprio su Il Mattino del 2 ottobre 1994, la Marina borbonica era la terza d’Europa ed aveva uno dei regolamenti più moderni di quel periodo. Tanto che, dopo l’unificazione, anche l’ammiraglio torinese Carlo Pellion di Persano propose di adottare le norme napoletane per la Marina italiana.»


  3. #3
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    Predefinito

    Nitto Francesco PALMA
    (Forza Italia)


    Intervento al Senato, Seduta del 24/1/2008
    Signor Presidente del Consiglio, nel corso della sua campagna elettorale, ella ha avuto modo di affermare - leggasi Internet se non ci si crede - che nel caso in cui lei non avesse vinto le elezioni vi sarebbe stato il deserto. L'Italia sarebbe finita. Signor Presidente del Consiglio, nelle istituzioni nessuno è insostituibile. E l'Italia è un grande Paese, talmente grande che è in grado di resistere anche ad un eventuale errore elettorale. Anche oggi, nel suo discorso, lei ha affermato che arrestare l'azione di Governo è un lusso che l'Italia non può permettersi, evidentemente fermare l'azione del suo Governo.

    Credo, signor Presidente, che lei abbia un grande gradimento per quella frase «Après moi, le déluge!», «Dopo di me, il diluvio!», che mi auguro per lei la storiografia assegni a Luigi XV invece che a madame Pompadour.

    In ogni caso, signor Presidente, ella sa, come sappiamo tutti noi, che l'esito elettorale non le avrebbe consentito di governare con serenità. È per questo che subito dopo le elezioni, al di là delle polemiche del momento, le venne offerta dal presidente Berlusconi la possibilità di porre in essere una grande coalizione. Ella orgogliosamente rifiutò perché si ritiene - «Après moi, le déluge!» - il demiurgo della difficoltà italiana. Nella realtà, ella ben comprendeva come la debolezza del suo Governo avesse costituito e costituisse la sua reale forza.

    Decise pertanto di andare avanti, erigendo così un monumento alla sua ostinata presunzione e, principalmente, alla sua pervicace brama di potere. La capisco, signor Presidente (è inutile che rida: non credo che lei interpreti il ruolo di Presidente del Consiglio come servizio per il Paese, ma esclusivamente come servizio verso se stesso, per quel che di qui a poco dirò), perché se lei avesse accettato in quel momento quella che per tutti gli italiani era la logica conclusione di un discorso elettorale, avrebbe lì concluso la sua vita politica.

    Anche oggi lei ci ha detto che bisogna far ricorso ai Padri costituenti. Eppure, signor Presidente del Consiglio, lei non ha avuto timore alcuno nello snaturare il ruolo dei senatori a vita, proprio quel ruolo che a loro era stato attribuito dai Padri costituenti, ed ha retto il suo Governo assegnandogli, grazie alla loro benevolenza, un ruolo attivo sotto il profilo politico, facendo così venir meno quella saggia neutralità che invece era stata alla base dell'istituto, secondo quei lavori preparatori che di qui a poco, quando avrà più tempo per leggere, avrà modo di consultare ed in cui troverà conferma delle mie parole.

    Signor Presidente del Consiglio, nel corso del dibattito alla Camera qualcuno le ha detto che lei ha malgovernato. Era una posizione critica rispetto a quel Paese di Bengodi che lei aveva disegnato nel corso del suo intervento, che però non condivido. Nella realtà, lei non ha malgovernato, lei non ha governato. Non ha governato perché non lo poteva fare, perché, ove mai avesse dovuto assumersi la responsabilità di una decisione, sicuramente la sua eterogenea maggioranza sarebbe andata in fibrillazione: oggi un colpo al cerchio, domani uno alla botte. In tutto questo, signor Presidente, lei ha dimenticato il vecchio insegnamento di Tito Livio: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (le posso tradurre la citazione, ove mai lei non avesse particolare dimestichezza con il latino).

    Lei in questo suo periodo di Governo si è uniformato al dettato del regolamento della Regia marina borbonica, cioè ha fatto ammuina, ha fatto confusione. Lei ha immaginato che un certo movimentismo privo di costrutto potesse dare al Paese l'immagine di un Governo esistente, ed ha sbagliato, signor Presidente. Ha sbagliato, per un verso, perché è bastato un folklore campano per far venire meno un pezzo della sua maggioranza, così come di recente accaduto, e principalmente perché il popolo italiano, signor Presidente, è un popolo intelligente, un popolo che ormai si guarda intorno, un popolo che non vede l'ora che lei, con buona pace sua e del suo Governo, tolga il disturbo.

    Lei ci ha disegnato un quadro idilliaco di un Governo che ha risolto tutti i problemi del Paese, quasi che, come aveva promesso in campagna elettorale, fossero diminuite le tasse ed invero - non è un discorso politico ma un discorso che le famiglie conoscono perfettamente - nella prima finanziaria quelle tasse sono aumentate. Poi, probabilmente, sentendo le campane a morto, ha immaginato di poter ipotizzare la seconda finanziaria come una manovra, così come voi la definite, di redistribuzione, da novello Robin Hood: redistribuiamo ai poveri, ciò che ai poveri abbiamo tolto.

    Ma nella realtà voi avete fatto elemosine, di cui le famiglie non si sono accorte, lasciando le famiglie con lo stesso problema della quarta settimana in ordine al quale tanto starnazzavate quando al Governo c'eravamo noi.

    Nel fare elemosine, nel cercare clientele elettorali, vi siete dimenticati forse di concentrare quell'extragettito, quel tesoretto o pluritesoretto di cui tanto vagheggiate, allo sviluppo. Che dire di quel paravento delle finte liberalizzazioni, che non hanno toccato le banche, le assicurazioni, i servizi pubblici e i grandi centri di potere e che sono servite semplicemente a portare affari a gruppi di affari a voi vicini?

    Davvero, signor Presidente del Consiglio, lei ritiene che i cittadini siano contenti e soddisfatti della vostra politica in tema di sicurezza? Non vi sono bastati le tragedie e i morti per cercare di assumere con la schiena dritta un atteggiamento doveroso verso la libertà, verso la sicurezza, verso l'assenza di paura dei cittadini. Ma non lo potevate fare, anche se una parte del vostro schieramento in tal senso spingeva: sicuramente, se aveste soddisfatto questa parte, avreste in qualche modo dispiaciuto l'altra, con l'inevitabile caduta del Governo, o meglio, signor Presidente, con l'inevitabile sua caduta.

    Ancora, lei parla oggi della politica internazionale. Ma davvero vogliamo dire che l'Italia sotto il profilo della politica internazionale ha raggiunto grandi risultati? Vogliamo davvero dire che la vostra maggioranza è monolitica sotto il profilo della politica internazionale?

    Signor Presidente - ed un passaggio che faccio quasi obtorto collo, traduco anche in questo caso: quasi malvolentieri - davvero in questi due anni nulla potevate fare rispetto a quel milione di tonnellate di immondizia che invade, con danni per la salute, il territorio della Campania?

    Concludo, signor Presidente. Signor Presidente del Consiglio, lei oggi afferma che non era possibile una crisi extraparlamentare. Se non fosse lei a dirlo potrei quasi condividerlo; ma la realtà - diciamocela fino in fondo - è che lei ha voluto la parlamentarizzazione di questa crisi per un atto di ritorsione nei confronti di quel Partito Democratico che l'ha abbandonata, che sulla base della voce del suo segretario, che ha dichiarato: «Andremo da soli alle elezioni», l'ha definitivamente affossata.

    Signor Presidente del Consiglio, Svetonio nelle sue storie ricordava come Augusto sul punto di morte affermasse: «Acta est fabula». Lei non ha nulla a che vedere con Augusto. Ciononostante, signor Presidente, se consente a me di darle un consiglio, ci eviti l'inutile rito del voto, vada al Quirinale e, come Augusto disse: «Acta est fabula», la commedia è finita, dica al presidente Napolitano: «Acta est tragedia». Liberi il Paese dalla tragedia a cui lei ha dato corso. (Applausi dal Gruppo FI).

 

 

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