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    Predefinito “addio Compagno Bulow”

    “ADDIO COMPAGNO BULOW”
    I meschini muoiono mille volte, gli eroi una sola (W. Shakespeare)
    di Filippo Giannini

    Volutamente ho preso lo stesso titolo con il quale il “Corriere della Sera” ha dato la notizia della morte dell’eroe della Resistenza Arrigo Boldrini: “Addio Compagno Bulow”.
    Quando il popolo di un Paese per attendere e poi assistere a trasmissioni televisive tipo “Il grande fratello”, oppure “C’è posta per te” e altre simili, ebbene questo popolo è facilmente malleabile, grazie certamente ad una mass-media tirannica, per confondere a proprio volere e piacere il senso delle parole capovolgendone il significato.
    Assistiamo da decenni a questo fenomeno: il concetto, ad esempio, di “eroe” o di “assassino”, elevando quest’ultimo a modello attribuendogli i meriti e i valori del primo.
    Per la mitologia greco-romana l’”eroe” era un personaggio dalle virtù talmente eccezionali che lo si credeva nato dall’unione fra un’entità divina e un mortale.
    In questi giorni ci ha lasciato un eroe partigiano detto “Bulow” cioè Arrigo Boldrini. E sin da questo momento auguro: “Che la Sua anima riposi in pace”.
    “Partigiano”. Sulla base delle Convenzioni dell’Aja del 1889 e del 1907, notificate a Ginevra nel 1927, veniva stabilito in modo chiaro: “Il legittimo combattente si riferisce alle persone fisiche che possono esercitare la violenza bellica senza compiere, per questo solo fatto, alcun illecito di diritto internazionale o interno”.
    Come era regolarizzata l’entità del “legittimo combattente”?
    Le “Convenzioni” puntualizzavano: “Purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico; portino apertamente le armi; dipendano da ufficiali responsabili; dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra”.
    Dato che i “partigiani” non rispettavano alcuna di dette norme questi erano considerati, dalle leggi di guerra allora vigenti, dei “fuorilegge”.
    A quali pene andavano incontro i partigiani nel caso di cattura? Le citate convenzioni stabilivano: “Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale”.
    Quale era il sistema di lotta del partigiano? Scrive il partigiano Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Jonny”: <Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo deve procedere con un animale>.
    Altrettanto chiari sono espressi i metodi di lotta nel volume di un altro partigiano Mario De Micheli (7° Gap): <Sin dall’ottobre 1943 il partito comunista aveva preso l’iniziativa di costituire le “Brigate d’Assalto Garibaldi” (povero Garibaldi se fosse stato vivo (nda) e i “Gruppo di Azione Patriottica” (…). I Gap dovevano combattere in mezzo all’avversario, mescolarsi ad esso, conoscere le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspettava (…). I complici del fascismo e del tedesco non avrebbero dovuto più trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità, avrebbero dovuto vivere d’ansia, guardandosi continuamente attorno, trasecolare se qualcuno camminava alle loro spalle. Portare la guerra e la morte in casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i Gap (…)>.
    Ed esattamente questa fu la lotta partigiana: una serie infinita di attacchi a militari italiani e tedeschi isolati per ottenere, di ritorno, rappresaglie tante volte a danno di civili innocenti. Questa “politica” fu affidata all’apparato comunista, a uomini come Luigi Longo, Ilio Barontini, Giovanni Pesce, Aldo Lampredi ed altri sicuri militanti rivoluzionari che dettero vita, mascherandola sotto le forme della “guerra di liberazione”, del “riscatto nazionale”, alla spirale della carneficina fratricida. Come si vede le “Brigate Rosse” degli anni ‘70 e ’80 hanno avuto ottimi istruttori.
    Mentre i Gap operavano nelle città, i partigiani in montagna agivano con lo stesso principio: “mordi e fuggi”. E il compagno Bulow era parte di questa struttura.
    Fra le tante attestazioni di cordoglio, tutte sulla stessa linea, ne trascrivo una, quella del Presidente della Provincia di Milano, Penati che, fra l’altro, dopo aver ricordato che “il Paese perde un uomo coraggioso e GIUSTO e che si è SEMPRE impegnato per la libertà e la democrazia”, continua: “Di Arrigo Boldrini rimarrà sempre il ricordo del suo impegno nella Resistenza e nell’antfascismo (…)>. Nel comune denominatore del ricordo e del cordoglio, c’è qualcosa che sfugge.
    Chi era Arrigo Boldrini? Nacque il 6 novembre 1915 a Ravenna, stessa città che dette la luce a Ettore Muti. Quel che nessuna commemorazione ricorda è che Arrigo Boldrini, il futuro “Bulow” fu un centurione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Tutto lascerebbe credere, di conseguenza, che quale Centurione fosse quel 10 giugno 1940, insieme alla stragrande maggioranza degli italiani in piazza a gridare “guerra…guerra”. Certamente, poi le cose cambiarono e si stavano mettendo male e divenne partigiano.
    Nulla di male: lo hanno fatto in tanti.
    A fine aprile e ai primi di maggio 1945, mentre gli Alleati risalgono verso nord, la 28° Brigata garibaldina “Mario Gordini”, comandata da Arrigo Boldrini, da qualche mese integrata nell’VIII Armata insieme al gruppo di combattimento “Cremona”, riceve disposizioni di fermarsi nella zona di Codevigo, della provincia di Ravenna. Ormai la guerra era finita da alcuni giorni e ne rimanevano pochi a disposizione prima di essere costretti a consegnare le armi e a rientrare nella legalità. Si doveva far presto.
    E’ lo stesso Arrigo Boldrini ad annotare nel suo Diario alla data 9-10 maggio 1945 (la guerra era terminata da due settimane): <Nella sera dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seria: si tratta dei rastrellamenti dei fascisti, operati spontaneamente dai patrioti un pò dovunque>.
    Codevigo è una zona piuttosto isolata, dove corrono due fiumi, il Brenta e il Bacchiglione, ma bisognava giungere prima degli alleati inglesi dell’VIII Armata, per poter <distruggere il fascismo nella matrice che lo ha generato> come tuona in quei giorni l’”insigne maestro” Concetto Marchesi.
    C’è una cascina, la cà Bredo, ai margini del paese e nei pressi del Brenta. Il granaio viene trasformato dai partigiani guidati da Bulow in una specie di palazzo di giustizia con patibolo, granaio che per la gente del luogo sarà ricordato come “il macello”. Per giorni e giorni gruppi di fascisti, o supposti tali, vennero condotti nella stalla. Un calcolo anche approssimativo dei giustiziati è impossibile. <So che fu una specie di matttatoio> ricorda Gilberto Gaggion, figlio di Giuseppe, il fattore che dirigeva la cascina <ma mio padre si è sempre rifiutato di parlarmene. Era rimasto molto scosso. Credo seppellissero i morti dietro, nella vigna. Quando tornai a casa era già tutto finito, ma non ho avuto più il coraggio di entrare nella stalla>. Per evidenziare la massima cura della sacralità dei morti, questi vennero trasportati, per essere gettati o nei fiumi o nelle fosse comuni, su un carretto dell’immondizia. Processione molto comune per le vittime del comunismo.
    Diciassette anni dopo, da tre fosse comuni a Codevigo e a Santa Margherita, furono recuperati 106 cadaveri, settantasei ravennati, quattordici padovani, sedici ignoti. Tutto il paese lo seppe, ma preferì fingere di non sapere, come fingono ancor oggi per paura. Fra gli assassinati c’era Corinna Dardo, maestra elementare, colpevole di essere la vedova di un fascista; c’era Ludovico Bubbola, colpevole di essere figlio del podestà; c’era Farinacci Fontana, diciottenne, colpevole di portare “quel cognome”.
    Da quel massacro solo quattro si salvarono fingendosi morti: Aldino Martelli, Paolo Maccesi, Guido Corbelli e Alvaro Allegri, quest’ultimo ebbe tre familiari massacrati. Basandosi sulle testimonianze dei sopravvissuti comparandole col “Diario di Bulow” Gianfranco Stella ha potuto ricostruire i fatti nel suo libro “1945, Ravennati contro”. Questo volume testimonia e documenta i sistemi usati per la cattura del fascista. I partigiani andavano a casa delle vittime e gentilmente li invitavano a seguirli per un breve interrogatorio. Giuseppe Greco, impiegato civile, inseguì forsennatamente il camion che trasportava i “morituri” per avere un passaggio. Il suo nome è nella lista dei morti.
    Per aggiungere un’altra pietruzza a questo (che poi è uno dei cento e cento delle glorie partigiane di quei giorni), mosaico della viltà e dell’orrore, possiamo citare un documento trasmesso in data 15 settembre 1945 dal Cln di Candiana al suo omonimo di Marmore, in provincia di Terni e conservato da Ugo Giannuzzi nell’archivio della Federazione Nazionale delle Associazioni Scuole ex ufficiali della Gnr nella Rsi. Vi si legge, a proposito della richiesta di notizie, da parte della famiglia del tenente Conti Sante, il seguente testo: <Il nominato in oggetto, già sfollato in questo Comune con la Guardia Nazionale Repubblicana di Ravenna, è stato fermato il 29 aprile u.s. da partigiani locali e consegnato successivamente alla 28° Brigata Garibaldi di Ravenna – comandata da Arrigo Boldrini, conosciuto come ‘Bulow’ – incorporata con la Divisione Cremona, la quale provvide a trasportare i prigionieri in Comune di Codevigo (Padova) dove dopo sommari interrogatori vennero passati per le armi. Questo Comitato non può precisare quale sorte abbia subito il Conti. C’è motivo di dubitare che il Conti abbia subito uguale sorte>. Qualora fosse necessario questo testo è firmato da Gino Bollettin, del locale Presidente del Cln.
    Sull’epopea partigiana di Codevigo negli anni ’70 il Procuratore della Repubblica di Padova aprì un’inchiesta. Quali sviluppo ha avuto? Eppure il Magistrato inquirente si era convinto dell’imprescrittibilità di questo reato.
    C’è poco altro da aggiungere se non ricordare che della stessa tempra erano tanti altri capi partigiani come Giovanni Pesce (anche lui da poco scomparso), Cino Moscatelli, Carlo Moranino questi ultimi, come Boldrini, eletti nelle file del Partito Comunista Italiano e insigniti di alte onoreficenze.
    C’è da riportare, per concludere, una parte del messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Sindaco di Ravenna per esprimere i sensi del suo cordoglio. Fra l’altro si legge: <In questo triste momento vorrei ricordare anzitutto l’amico sincero, dal tratto umano e sensibile e aperto, con cui ho condiviso importanti momenti di comune impegno democratico (…)>.
    E i morti ammazzati da o per ordine della Medaglia d’Oro Arrigo Boldrini, vanno addebitati all’ex Ufficiale della Mvsn, o al partigiano “Bulow”?


    P.S. Qualche lettore più paziente ricorderà che qualche settimane fa ripresentai la vicenda di un altro partigiano, Francesco Montanari e il Suo stoico sacrificio.
    Chissà cosa avrà dovuto assistere nella Sua attività partigiana.


    http://www.filippogiannini.it/
    Giampaolo Cufino

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    Spero che la sua anima paghi per tutto quello che ha fatto!

 

 

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