60 anni della Costituzione
Figlia di una cultura e di un equilibrio politico che non esistono più
Di fronte alle Camere riunite, il Capo dello Stato ha ricordato i sessant'anni della nostra Carta costituzionale. Gli anniversari, come è noto, servono più per elogiare che per analizzare. Più per valorizzare i pregi che per individuare i difetti.
E quindi anche noi accogliamo come benvenuta questa ennesima occasione per sottolineare i grandi servigi che la Costituzione ha reso al paese, accompagnandone la ricostruzione postbellica, il miracolo economico, la collocazione internazionale, lo sviluppo democratico.
Detto questo, dobbiamo aggiungere che la nostra Carta fondante è il prodotto di un'epoca, è figlia di una cultura e di un equilibrio politico che non esistono più. Che sono stati seppelliti sotto le macerie del muro di Berlino se non prima. Si potrebbe sostenere, e con molte ragioni, che gli stessi grandi successi del dopoguerra furono raggiunti proprio grazie alla rottura del quadro unitario che aveva partorito la Costituzione. La quale, però, rappresentò allora la cornice indispensabile perché questa rottura avvenisse senza traumi e non fuoriuscisse dai binari di una corretta dialettica democratica.
Oggi bisognerebbe affrontare con coraggio il tema della revisione della nostra Costituzione. Tema al quale il Presidente della Repubblica non si è sottratto, considerando "necessaria" la revisione della seconda parte ma non praticabile * dopo il fallimento della Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema * una rilettura complessiva del testo.
Si tratta di un'affermazione importante, che fa giustizia delle posizioni più conservatrici. E pure a nostro avviso non bisogna rinunciare a ripercorrere, anche se con strumenti diversi, la strada della revisione integrale della Costituzione. Abbiamo già avuto modo di scrivere infatti che la riforma della Costituzione dovrebbe prendere le mosse dallo stesso articolo uno, che rappresenta la cornice dell'intero impianto. E questa cornice - espressione degli equilibri politici dell'epoca - si ispira a concezioni, per l'appunto, di tipo solidaristico-socialista non più compatibili con una ispirazione liberale quale dovrebbe essere a fondamento della nostra società. E d'altra parte, e non a caso, già in sede di Assemblea Costituente Ugo La Malfa, Ignazio Silone e l'intero gruppo repubblicano proposero un testo molto diverso da quello attuale, che recitava: "L'Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti del lavoro e sui diritti di libertà".
Da una approfondita rilettura della Costituzione, e da una sua riscrittura in senso liberale, avrebbe dovuto prendere avvio, per avere un senso, la Seconda Repubblica. Sarebbe stato, questo sì, un segnale di profondo rinnovamento e avrebbe perfino avuto un senso la crisi politica che venne allora aperta dalle inchieste giudiziarie. Quella stagione - senza questo suo naturale completamento - si è risolta invece in pura perdita per il paese. Che non a caso si trascina stancamente - tra risse, interventi della magistratura, sommosse locali - verso un futuro di lento ma inesorabile declino.
Serviva, allora, un'Assemblea Costituente che desse il segno di una rottura con il passato. E un'Assemblea Costituente serve probabilmente ancora adesso, anche per ridare al paese un indirizzo e un orientamento che sembrano oggi smarriti del tutto. Serve, insomma, pensare in grande. Altrimenti ci trascineremo stancamente tra celebrazioni che il paese sente lontane, corporazioni che cercano di ritagliarsi fette di una torta che si rimpicciolisce sempre più, istituzioni in guerra tra loro e una classe dirigente - non solo politica - incapace di guidare il paese.
Roma, 23 gennaio 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4670





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