Il Pd a Prodi: devi dimetterti prima
Braccio di ferro col premier. Napolitano
irritato perché teme il caos istituzionale
FABIO MARTINI
ROMA
Da quarantaquattro minuti scandisce le parole senza farfugliare, tiene alto il tono della voce, sembra un altro Prodi. E quando il presidente del Consiglio ha finito di pronunciare il discorso più tonico della sua vita, i «suoi» deputati (che non lo hanno mai amato) si alzano tutti in piedi, in una standing ovation che si prolunga oltre ogni attesa.
Per ringraziarli tutti, si alza pure lui, il Professore, ma al suo fianco Massimo D’Alema resta con le braccia conserte. Un gelo locale, un microclima concentrato sui banchi del governo che lo stesso D’Alema - con i battimani che continuano a piovere dagli scranni - non «regge» e alfine si decide a dare la mano a Prodi. Una sequenza che racconta bene un contrasto che, dietro le quinte, è molto più aspro di quanto non appaia. Tra Prodi e i vertici del Partito democratico da 48 ore è in corso uno scontro sulla gestione della crisi, in particolare sulla decisione del Professore di «evitare una crisi extraparlamentare», «di fare tutto alla luce del sole», chiedendo «la fiducia prima alla Camera e poi al Senato».
Massimo D’Alema lo ha detto a Prodi a tu per tu: il doppio passaggio è pieno di rischi e di equivoci istituzionali, a cominciare dal paradosso di un governo che ottiene la fiducia alla Camera e la sfiducia al Senato. Tanto vale prendere atto della crisi e rassegnare le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Prodi però tiene il punto, ribatte che sarebbe «davvero originale incassare la fiducia a Montecitorio» e poi andarsi a dimettere al Quirinale. E ogni caso, insiste il testardo Professore, «perché non andare a vedere se non esista per caso una maggioranza anche a Palazzo Madama?». Con D’Alema è d’accordo anche Francesco Rutelli e nella sostanza anche Walter Veltroni.
E i capi del Pd sono a tal punto preoccupati che ieri sera, dal gruppo del Senato del Partito democratico, voci per ora anonime facevano sapere: «Che forza avrebbe il governo salvato dai senatori a vita o magari grazie al voto di un transfuga dell’ultima ora?». Insomma, caro Prodi, oramai la partita è persa, inutile insistere, arrenditi. Tanto è vero che in uno dei tanti vertici di queste ore, alla capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro che diceva: «Da noi i numeri non ci sono», il ministro Giulio Santagata, prodiano doc, ha risposto: «Non è che poi, se ci sono, ci resti male?».
In realtà D’Alema, Veltroni, Rutelli - di nuovo unitissimi, e questa è una novità - sono terrorizzati dall’ipotesi di elezioni anticipate foriere di sconfitta sicura e dunque cercano di non farsi bruciare la passerella che può portarli verso l’unica ciambella di salvataggio: un governo di transizione. Che è il vero, unico obiettivo politico che unisce, contro Prodi, tutto il Pd. Perché è proprio la trasparente procedura prodiana che rischia di bruciare tutti i ponti. Spiega l’ex direttore dell’Unità Peppino Caldarola: «Se Prodi accettasse la procedura soft delle dimissioni concordate, sarebbe meno chimerico arrivare a un governo di transizione, mentre un doppio braccio di ferro, prima alla Camera e poi al Senato, rende molto più complicata quella prospettiva».
Per dirla con Bruno Tabacci, «Prodi Sansone» preferisce morire con tutti i suoi filistei, con un ragionamento del tipo: mi avete martoriato per 20 mesi, ora prendetevi Berlusconi. Ma di morire giovane Veltroni non ne vuole sapere. Riservatamente si sono intensificati i contatti con Casini per un governo di transizione (possibili premier Franco Marini e Giuliano Amato) che ai voti dell’Unione aggiunga quelli dell’Udc. Anche se la speranza inconfessabile è che riesca a decollare uno scenario più impegnativo, quello di un governo del Presidente, guidato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e per il quale hanno iniziato a muoversi ambienti che contano. La prova provata dei contatti Udc-Pd la dava in serata Casini: «Se Prodi evita lo showdown al Senato e si dimette prima, si può aprire un dialogo su un governo per fare le riforme».
Ma Prodi in queste ore ha deciso di sfidare anche il Quirinale, col Capo dello Stato preoccupato dal rischio di un caos istituzionale determinato dal verificarsi di una «situazione del tutto inedita». Non soltanto perché la Camera potrebbe votare la fiducia e il Senato negarla, ma anche per un eventuale sì a Palazzo Madama grazie al voto determinante dei senatori a vita. A febbraio Napolitano richiese come necessaria «una maggioranza politica» al netto dei senatori a vita, pur sapendo che la Costituzione non fa questa distinzione e assegna ai senatori a vita lo stesso peso di quelli eletti
http://www.lastampa.it/redazione/cms...9510girata.asp




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