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  1. #1
    Mé rčste ü bergamŕsch
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    Post Eurispes Rapporto Itaglia 2008: via da questo schifo


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  2. #2
    Mé rčste ü bergamŕsch
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    L’indice di penetrazione mafiosa (IPM)2.


    La maglia nera del territorio provinciale piů permeabile ai tentacoli della criminalitŕ organizzata va alla provincia di Napoli, con un punteggio pari a 68,9. A seguire, la provincia di Reggio Calabria (60,4 punti), Palermo (41,9), Catanzaro (33 punti) e Bari (32,6). Preoccupante il posizionamento nell’IPM relativo al territorio calabrese: ben tre province si collocano nelle prime 8 posizioni. Il primato negativo di Napoli č dovuto principalmente ai reati assimilabili alle associazioni mafiose (ben 219,5 ogni 100.000 abitanti), ai 44 Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose dal 1991 al 2007 e agli atti di terrorismo pari a 218 dal 1999 al 2005.

    Le regioni a rischio. Nel 2005, in Italia, si sono verificati 109 omicidi per motivi di mafia, camorra o ’ndrangheta. In Campania, se ne contano 67, ovvero il 61,5% del dato complessivo nazionale degli omicidi riconducibili alle guerre interne alle diverse organizzazioni criminali. A seguire la Calabria, la cui quota di omicidi č pari al 21,1% del totale nazionale (23 gli omicidi legati a motivi di ’ndrangheta). Infine la Sicilia e la Puglia rispettivamente con 11 e 7 omicidi. In generale, soltanto in queste quattro regioni si č consumata nel 2005 quasi la totalitŕ degli omicidi legati alla mafia, mentre nel resto delle altre regioni la quota di tali delitti non supera l’1%.

    Un omicidio su 5 č ascrivibile al crimine organizzato. Considerando l’incidenza degli omicidi per mafia sul totale degli omicidi volontari commessi, in Italia nel 2005 quasi un omicidio su cinque č ascrivibile al crimine organizzato. In Campania piů di una morte violenta su due č di matrice mafiosa, in Calabria tale quota scende ad un terzo del totale, mentre in Puglia e in Sicilia le uccisioni di stampo mafioso rappresentano piů o meno un quinto degli omicidi volontari commessi, dunque, tendenzialmente in linea con l’andamento nazionale. A livello provinciale, il territorio che fa registrare il piů alto numero di omicidi per mafia č quello partenopeo: ben 61 morti solo nel 2005. Seguono in graduatoria due province calabresi e un’altra campana, Reggio Calabria (11), Catanzaro (8) e Caserta (5). Le denunce sporte per questo tipo di reati non rispecchia in modo veritiero la situazione generale, appare emblematico che, laddove la presenza delle cosche č particolarmente radicata nel territorio – Calabria e Sicilia –, il numero delle denunce risulta inferiore.

    Nell’analisi dell’incidenza dei reati piů diffusi nel nostro Paese non si puň evitare di fare riferimento anche ai tanti casi di omicidio. Nella graduatoria per frequenza rispetto alla popolazione, sono presenti ben quattro delle cinque cittŕ calabresi, ma la maglia nera per numero di delitti commessi va a Napoli (con 97 omicidi), seguita da Milano (con 41 casi) e Roma (con 38). La cittŕ in cui le azioni criminali sono complessivamente molto diffuse č Napoli (42,1%).

    In Italia sono impiegati a garantire l’ordine pubblico [/B]quasi 350mila uomini e donne, tra Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza[/B], senza contare che lo Stato destina ogni anno il 2% del Pil (pari a 480 € per ogni cittadino) per la sicurezza, collocandosi al di sopra della media europea. Eppure niente di tutto questo sembra essere sufficiente.


    2 Questo indicatore elaborato dall’Eurispes misura la permeabilitŕ dei territori al crimine organizzato. Č stato predisposto a questo scopo un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di alcuni indici che scaturiscono, come premesso, dalla valutazione oggettiva e, per lo piů, quantitativa di alcune variabili socio-economiche che caratterizzano un’area territoriale (tasso di disoccupazione, reati commessi ed assimilabili alle associazioni mafiose, casi di Amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose, nonché atti di terrorismo politico e numero di intercettazioni effettuate).

  3. #3
    Mé rčste ü bergamŕsch
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    Ecomafia e illeciti ambientali


    Ecomafia: prevenzione e contrasto. La criminalitŕ organizzata č sempre piů elevata ed interessata ad operare nel settore ambientale, con maggiore interesse nei confronti del traffico e smaltimento dei rifiuti, dell’ abusivismo edilizio, dell’aggiudicazione di appalti per la bonifica dei siti inquinanti. Il nuovo business perseguito dall’Ecomafia prospera inserendosi nei processi connessi allo sviluppo di un’economia legata all’ambiente. In Campania, il Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente (CCTA) hanno scoperto, nel mese di luglio 2007, una associazione criminale dedita all’illecito smaltimento di rifiuti, in particolare di fanghi prodotti dal trattamento di acque reflue urbane provenienti dagli impianti di depurazione ubicati nelle province di Napoli e Caserta. Il volume d’affari č stato stimato in circa 7,5 milioni di euro, comprensivi di evasione della ecotassa. Lo scorso mese di settembre invece, il Reparto Operativo di Foggia e il Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri di Bari hanno accertato traffici organizzati finalizzati allo smaltimento illecito dei rifiuti, anche tossici, per un quantitativo di circa 100.000 tonnellate e un profitto di circa 5 milioni di euro.

    Il piů alto numero di arresti si č verificato in Campania (26), con un numero dei di gran lunga superiore alla media nazionale.

    Nel 2006, la regione Campania registra un consistente incremento nel numero dei controlli (+67,5%), delle sanzioni penali (+33,2%), di quelle amministrative (+409,1%) e un numero di sequestri effettuati pari al 150%.

  4. #4
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    Reati contro la Pa


    1.395 sono i reati commessi al 2005 contro la P.A., per i quali sono state denunciate e arrestate 4.072 persone. Nel 70% dei casi si č trattato di abuso di ufficio (977 reati). Sono stati registrati 253 casi di peculato (il 18,1% degli illeciti contro la P.A.), 106 casi di concussione (7,6%), 41 casi di malversazione ai danni dello Stato (2,9%) e 18 episodi di corruzione (1,3%). Le persone denunciate e arrestate per aver commesso abuso di ufficio sono state circa 2.850 (il 69,9% degli arresti per illeciti contro la P.A.). Il reato di peculato ha portato in carcere 703 persone (17,3% del complesso) mentre quello di concussione 253 (6,2%). Il 5% degli arresti per reati contro la P.A. (204 persone) č avvenuto per malversazione ai danni dello Stato mentre l’1,6% per corruzione (65 le persone arrestate).

    In pole position le regioni meridionali. Il 58,4% dei reati commessi contro la P.A. sono stati compiuti nelle regioni meridionali (58,4%), cosě come gli arresti (67,7%). 666 dei 1.395 illeciti (il 48% del complesso) sono stati commessi in Sicilia (15,5%), Campania (12%) Calabria (10,6%) e Puglia (9,7%). In queste quattro regioni č avvenuto anche il 57% degli arresti. La Sicilia č la regione in cui č avvenuto il maggior numero di denunce e arresti (830, 20,4% del complesso), seguita da Calabria (14%), Puglia (12%) e Campania (10,5%). Nel 2005 si sono registrati nel Mezzogiorno 0,66 reati contro la P.A. ogni 1.000 dipendenti pubblici, un valore ben piů elevato rispetto a quelli del Centro e del Nord (rispettivamente 0,25 o 0,24 reati ogni 1.000 dipendenti pubblici). Il rapporto tra reati contro la P.A. e numero dei dipendenti pubblici vede in testa alla classifica la Calabria, con 1,06 reati ogni 1.000 dipendenti, seguita dalla Basilicata (0,76), dal Molise (0,72) e dalla Sicilia (0,65). Le regioni piů virtuose sono la Valle d’Aosta (appena 0,08 reati ogni 1.000 dipendenti pubblici), il Trentino Alto Adige (0,14), l’Umbria (0,15) ed il Lazio (0,22). Le differenze piů rilevanti si osservano in relazione all’altro indicatore (persone denunciate e arrestate per reati contro la P.A.). Nel Mezzogiorno vi sono state 2,53 persone denunciate e arrestate ogni 1.000 dipendenti pubblici; al Centro appena 0,73 e al Nord 0,58. Il primato negativo spetta alla Basilicata, con 5,24 persone denunciate e arrestate ogni 1.000 dipendenti pubblici, seguita dalla Calabria (4,08), dal Molise (3,76) e dalla Sicilia (2,50). Nel Mezzogiorno sono stati commessi il 62,5% degli abusi di ufficio e realizzati il 71% degli arresti relativi a questo tipo di illecito. Il primato negativo spetta alla Sicilia (149 casi di abuso di ufficio e 604 persone denunciate e arrestate per questo reato), seguita dalla Campania (126 illeciti, 279 gli arresti) e dalla Calabria (121 abusi di ufficio, 476 persone denunciate e arrestate).

    Per quanto riguarda i reati di malversazione ai danni dello Stato (41 casi nel 2005), la stragrande maggioranza (il 92,7%) sono stati commessi al Sud, nessuno nelle regioni del Centro. In particolare: 10 sono stati commessi in Campania, 9 in Calabria, 7 in Puglia, 6 in Sicilia, 3 in Friuli Venezia Giulia, 3 in Abruzzo, 2 in Basilicata e 1 in Sardegna. Per questo tipo di reato sono state denunciate e arrestate 204 persone.

    Per quanto riguarda infine reati di corruzione per atto d’ufficio (18 casi nel 2005), 10 sono stati compiuti nel Mezzogiorno, 6 al Nord e 2 al Centro; le persone denunciate e arrestate sono state 65.

    Consigli comunali sciolti per infiltrazioni e condizionamenti di stampo mafioso. Il picco si č avuto nel triennio 1991-1993, periodo in cui i Consigli comunali sciolti sono stati ben 76, di cui 34 nel solo 1993. Nel 2003, sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose 12 Consigli comunali. Nel 2004 il loro numero si č nuovamente dimezzato per risalire ancora una volta nel 2005, anno in cui i Comuni raggiunti dal provvedimento sono stati 13.

  5. #5
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    Fondi comunitari


    Gli Obiettivi. Il 60,2% dei finanziamenti comunitari sono fondi strutturali destinati al perseguimento dell’Obiettivo 1 (adeguamento strutturale dei paesi in ritardo di sviluppo), mentre il restante 39,8% č suddiviso tra: fondi strutturali per l’Obiettivo 2 (riconversione economica e sociale dei paesi in ritardo di sviluppo), pari a 19 miliardi di euro; fondi strutturali per l’Obiettivo 3 (ammodernamento dei sistemi di istruzione, formazione ed occupazione), pari a 24 miliardi di euro; fondi strutturali per il sostegno transitorio e fondo di coesione, per progetti in materia di ambiente e di reti transeuropee nel settore delle infrastrutture dei trasporti, pari a 40 miliardi di euro. In Italia circa il 74% del totale (21,9 miliardi di euro) č stato destinato al perseguimento dell’Obiettivo 1 (+13,8% rispetto al dato europeo), a dimostrazione di quanto sia grave il ritardo strutturale delle Regioni che rientrano nelle zone Obiettivo 1 (Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia e Molise). L’unico paese europeo che destina all’Obiettivo 1 una percentuale piů elevata di finanziamenti europei č la Grecia (84,2%), mentre tutti gli altri paesi hanno percentuali anche di molto inferiori, come avviene in Gran Bretagna (30,7%), in Francia (20,8%) ed in Austria (14,1%). Per l’Obiettivo 3 sono previsti finanziamenti europei per 3,7 miliardi di euro, con una percentuale, pari a 12,6%, in linea con quella europea, mentre sono inferiori, rispettivamente del 2,1% e del 4,6%, le percentuali relative all’Obiettivo 2 ed al fondo strutturale di sostegno transitorio.

    Erogazioni irregolari? Un primato tutto italiano. Nel solo 2006, l’importo complessivo dei finanziamenti irregolari nell’Unione europea č stato piů di un miliardo di euro, con oltre 11.000 casi denunciati ed un importo medio di 97.000 euro. Il dato piů eclatante č quello dell’Italia, che con 318 milioni di euro di finanziamenti irregolari, 1.221 casi di frode accertati nel solo 2006 ed un importo medio degli stessi pari a 260.000 euro, č il paese dove il fenomeno dei finanziamenti europei irregolari č piů diffuso. Le erogazioni irregolari di finanziamenti europei accertate in Spagna e Grecia, rispettivamente al 2° e 3° posto della graduatoria, sono, rispettivamente, di 183 milioni di euro (-42,5% rispetto all’Italia) e 133 milioni di euro (-58,4% rispetto all’Italia). Dei 318 milioni di euro di erogazioni irregolari di finanziamenti in Italia, oltre il 71% ha riguardato i fondi strutturali, contro il restante 28,3% relativi a risorse proprie tradizionali ed aiuti all’agricoltura.

  6. #6
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    Fuoco e acqua


    Gli incendi in Italia. Nel periodo gennaio-agosto 2007 la Calabria (1.484) e la Campania (1.479) sono le regioni che hanno registrato il maggior numero di incendi; seguono Toscana (533) e Lazio (532). Tenendo conto del valore relativo alla superficie percorsa dal fuoco le realtŕ regionali che registrano il dato piů elevato sono Abruzzo (con 20.359 ettari) e Sardegna (con 20.117 ettari). La Calabria, invece, ha raggiunto i 7.550 ettari di bosco percorsi dal fuoco, superata solo dall’Abruzzo con 7.792 ettari. Gli incendi hanno colpito maggiormente superfici non coperte da boschi in Sardegna (13.610) e Abruzzo (12.567). Valle d’Aosta (3), Trentino Alto Adige (4) e Friuli Venezia Giulia (41) risultano le regioni meno colpite dal fenomeno. Tenuto conto del valore relativo alla superficie percorsa dal fuoco, Sicilia (11.989 ha) e Calabria (6.367 ha) registrano in ogni caso il dato piů elevato, seguite dalla Sardegna (3.895 ha).

    Nell’ultimo anno č quasi raddoppiato il numero degli incendi che hanno interessato il territorio nazionale e il valore della media relativa agli incendi (calcolata rapportando gli ettari totali colpiti dal fuoco col numero totale degli incendi sul suolo italiano) č passato da 7,6 nel 2006 a 15,7 nel 2007. Colpisce, l’aggravarsi del fenomeno nel 2007: in Abruzzo, ad esempio, si č passati dai 42 incendi del 2006 ai 225 del 2007. La Calabria nel 2006 ha registrato 641 incendi mentre l’anno seguente ne ha suběto piů del doppio, 1.484 (Dati Corpo Forestale dello Stato).

    Incendiario e piromane. Dal 2000 al 2007 sono state denunciate complessivamente 2.641 persone e 105 sono state arrestate, con uno scarto tra denuncia e arresto alquanto significativo. L’anno che conta il maggior numero di denunce č il 2003 con 401 denunce (ma sempre pochi arresti, solo 14), mentre il 2004 č l’anno in cui sono state arrestate 22 persone, valore massimo nel periodo di tempo considerato. Sul totale degli arresti effettuati tra il 2000 e il 2007, per ben 29 persone soggette a custodia cautelare oppure ad arresto il movente risulta strettamente connesso a fenomeni di disagio personale e sociale. Dei 42 arresti, il cui movente č connesso alle attivitŕ che si svolgono nelle aree rurali e montane, 27 sono legati alla pastorizia; 15 arresti, invece, hanno riguardato incendi scoppiati a causa della ripulitura dei terreni avvenuta in zone limitrofe al bosco.

    Il costo economico di un incendio. L’Universitŕ degli Studi di Padova ha calcolato un costo complessivo di oltre 500 milioni di euro ai danni dello Stato che pesano sulle tasche dei contribuenti: ogni anno ogni cittadino paga circa 10 euro pro capite a causa degli incendi. Oltre al danno economico, perň, occorre considerare il danno ambientale: nel corso di un rogo si liberano in aria, in media, tra le 50 e le 100 tonnellate di anidride carbonica per ettaro. Gli studiosi hanno valutato gli effetti negativi da anidride carbonica, il gas prodotto con la combustione del legname: le stime parlano di circa 9 milioni di metri cubi di anidride carbonica.


    Il 42% in media del volume d’acqua erogato viene disperso: si tratta di 10.550 metri cubi al chilometro, corrispondente ad un valore medio di circa un terzo di litro al secondo per chilometro. I valori rilevati spaziano tra un valore minimo del 22% nell’ambito territoriale piemontese ad un massimo del 73% nell’area abruzzesemarsicana. Con riferimento ai valori medi regionali si rilevano perdite inferiori al 30% in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Basilicata. Le perdite piů elevate, superiori al 50%, si riscontrano nelle reti di Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria. Per quanto riguarda le perdite annue rapportate al chilometro di rete, perdite medie annue inferiori a 3.000 mc/km si riscontrano in Emilia Romagna, Umbria e Marche, mentre valori superiori a 18.000 mc/km si registrano nel Lazio, Campania e Puglia. Il record spetta alla Campania, con ben 24.341 mc/km persi.

  7. #7
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    Controlli e controllori


    La struttura organizzativa della Corte dei Conti č complessa e articolata. I giudici dell’organico sono 615, circa 30 tra questi ultimi, risultano fuori ruolo per incarichi istituzionali. I rimanenti 580 giudici si dividono tra le diverse funzioni centrali come la Procura Generale, che ne impegna 25; le varie Sezioni d’appello (37), gli Uffici di controllo centrali (122) ed i 21 uffici regionali: nelle Procure lavorano 115 giudici, altri 168 risultano impiegati nelle Sezioni giurisdizionali e 86 svolgono il loro ruolo nelle Sezioni di controllo.

    La Corte dei Conti sembra costare piů di quanto, negli ultimi periodi, le sue sentenze riescano a pesare. Per l’anno 2007, il mantenimento della Corte dei Conti č costato alle casse pubbliche quasi 300 milioni di euro. L’Istituzione ha un organico di 3.270 unitŕ, di cui 615 sono magistrati. Le spese per il personale impegnano circa l’80% dei costi necessari alla sopravvivenza della Istituzione. Da ciň nascono gli interrogativi sulla reale utilitŕ di una Istituzione che, nata per controllare la spesa ed evitare sprechi e sperperi, costa essa stessa piů di 330 milioni di euro l’anno garantendo, ai suoi appartenenti, retribuzioni e privilegi che essa stessa censura presso le Amministrazioni sottoposte a controllo. Il bilancio della Corte dei Conti corrisponde a circa un terzo di quello della Camera dei Deputati e a poco meno della metŕ di quello del Senato, ma č superiore di circa 80 milioni di quello della giustizia amministrativa; č quasi 10 volte quello del Consiglio Superiore della Magistratura; 6 volte superiore a quello della Corte Costituzionale e 16 volte piů grande di quello del Cnel. I magistrati contabili della Corte dei Conti hanno gli stipendi medi piů alti di tutti: nel 2005 la consistenza era di 156mila euro lordi l’anno contro i 101.800 dei magistrati ordinari con un incremento di 21mila in piů rispetto all’anno precedente.

    Oltre l’80% del budget annuale destinato dallo Stato a tale Istituzione č destinato alla retribuzione del personale: 100 milioni di euro per il personale amministrativo, 85 milioni di euro per stipendi ed assegni fissi dei magistrati, 23 milioni di euro di oneri sociali e 8 milioni di euro di Irap. Se si rapportano gli 85 milioni di euro destinati ai magistrati per stipendi ed assegni fissi, al loro numero (615), si scopre che l’importo lordo annuo delle retribuzioni dei magistrati č stato nel 2005, di circa 156mila euro. Rispetto al 2003, quando tale importo era di 133.215 euro, l’importo lordo annuo dello stipendio dei magistrati si č, quindi, incrementato di circa 22.900 euro (+14,7%).

  8. #8
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    Ingiustizia italica


    Le statistiche del Ministero della Giustizia sono per certi profili confuse. I tempi medi effettivi dei processi sono, di fatto, sconosciuti, per cui le stime di durata oscillano: fra i quattro e gli otto anni per i processi civili e fra i quattro e i sei per quelli penali. Si tratta di tempi inaccettabili.

    In nessun paese europeo vi sono sistemi processuali farraginosi e complessi come quello italiano: sia nel civile (per la stessa varietŕ dei riti), sia nel penale (la procedura č ormai diventata una prateria sterminata per eccezioni d’ogni tipo) il confine fra garanzie e formalismi č spesso sottilissimo, mentre le disfunzioni e gli errori dell’apparato giudiziario (si pensi alle notifiche) abbondano. In tutti i paesi europei le impugnazioni sono nettamente inferiori (sia per numero sia per durata) rispetto all’Italia. Si potrebbe pensare che in Italia sia insufficiente il numero dei magistrati. Ma il rapporto fra magistrati e abitanti (un giudice ogni 9.000 e un Pm ogni 25.000) č nella media europea.

    C’č un vero e proprio macigno, di proporzioni gigantesche, che grava su ogni prospettiva di cambiamento. Si tratta dell’arretrato. Nel 2004, senza che la situazione sia in seguito sensibilmente migliorata, i processi pendenti erano circa 9 milioni, di cui 3.500.000 civili e 5.500.000 penali.

  9. #9
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    Una societŕ immobile


    Dopo un’apparente apertura generata dal miracolo economico del secondo dopoguerra nel nostro Paese si č affermato un trend di progressivo irrigidimento delle gerarchie. Incrociando la classe occupazionale di partenza dei padri con quella raggiunta dai figli in virtů della propria attivitŕ lavorativa: gli spostamenti, perlopiů ascrivibili a mutamenti della struttura del mercato del lavoro, non sono tali da giustificare l’appellativo di “societŕ aperta”, sia in ascesa che in discesa. Se si considera che i mutamenti di classe occupazionale tra padri e figli, quando verificatisi, avvengono principalmente in direzione di classi “contigue”, quella italiana si delinea come una societŕ sostanzialmente immobile, caratterizzata da una scarsa permeabilitŕ tra classi sociali. L’ascesa sociale appare quindi assai difficoltosa per quanti provengono da ceti medio-bassi; difficoltŕ che ulteriormente si aggrava qualora si restringa l’analisi alla sola popolazione femminile, il cui accesso alla classe borghese di vertice appare difficoltoso anche quando risulti essere la classe occupazionale paterna. L’immobilismo sociale č un fenomeno tanto piů imponente quando piů ci si allontana dal Nord per dirigersi verso il Sud del nostro Paese. I dati non fanno che confermare l’impressione diffusa di una societŕ statica e scarsamente meritocratica, dove chi gode di posizioni di privilegio cerca in ogni modo di difendere quell’affermazione sociale che spesso viene percepita come un diritto acquisito a vantaggio proprio e della propria discendenza. (…) I figli di appartenenti alla classe media impiegatizia mantengono la medesima classe occupazionale paterna maggiormente al Sud (53,6% contro il 48,7% del Centro ed il 47,1% del Nord).

  10. #10
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    Pubblici dipendenti


    Nel nostro Paese un lavoratore su sei č un dipendente pubblico. Al 2006, gli occupati nella P.A. ammontano a circa 3.632.200, dei quali il 42,3% dipendenti dagli Enti locali, l’1,6% dagli Enti di previdenza, ed il restante 56,1% dallo Stato centrale. Oltre a questi, al 2005, vi erano poco meno di 500.000 lavoratori atipici e/o a tempo determinato utilizzati “a contratto”. Se si considerano anche coloro i quali hanno un rapporto di consulenza con Enti, Ministeri ed Agenzie, dei lavoratori dipendenti dalle aziende pubbliche, statali, regionali e comunali e i dipendenti delle ditte alle quali sono affidati lavori di pubblica utilitŕ o di appoggio alle Amministrazioni stesse, il “pubblico” in Italia garantisce l’occupazione ad oltre 4.500.000 lavoratori, pari al 22% dell’intera forza lavoro ed al 30% dei lavoratori dipendenti. Il rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione residente č pari al 6,2%. Il numero degli occupati delle Amministrazioni pubbliche rappresenta il 16,1% del totale degli occupati. Il 56,49% dei dipendenti pubblici presta la propria opera nelle Amministrazioni centrali, il 41,94% in quelle locali e l’1,57% negli Enti previdenziali.

    Un confronto europeo. In Spagna i dipendenti pubblici al 2005 erano 2.101.724 (48,8 dipendenti per mille abitanti); in Germania 3.250.000 (39,3 dipendenti ogni mille abitanti); in Francia 3.175.000 (50,7 ogni 1.000 abitanti).

 

 
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