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    Predefinito Scuola di Mistica Fascista

    LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA
    di
    Antonello Patrizi
    I primi giorni di aprile del 1930 Niccolò Giani fonda a Milano, insieme ad un gruppo di giovani in prevalenza universitari, la Scuola di Mistica Fascista; "Nella gran massa dei nostri colleghi - scriveva Giani - la nostra rivoluzione era considerata soprattutto nelle sue realizzazioni concrete, il lato profondamente spirituale del fascismo sfuggiva del tutto o quasi. Di fronte a tale materializzazione della nostra rivoluzione noi reagimmo(1).
    La Scuola (che prese il nome da Sandro Italico Mussolini figlio di Arnaldo Mussolini prematuramente scomparso) si proponeva di "diffondere mediante conferenze e pubblicazioni, i principi informatori della Mistica Fascista e la loro concreta attuazione"(2). "Non cercate altrove - scriveva Giani che diresse la Scuola fino al 1941 - guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno"(3).
    L’attività dei giovani mistici si incentrava su delle pubbliche riunioni libere a tutti "poiché - affermavano - il Fascismo è apostolato, cui tutti debbono potersi accostare con cuore sincero per sentirne la bellezza ed essere presi dell’altezza della missione che la provvidenza ha affidato al Duce"(4). Ispiratore del gruppo dei giovani della mistica fu Arnaldo Mussolini(5) che con il discorso Coscienza e dovere, pronunciato per l’ inaugurazione dell’ attivita’ del terzo anno della Scuola, fornì ai "mistici" quello che essi considerarono il loro manifesto etico-politico, "lo spirito che vi anima - aveva affermato Arnaldo Mussolini - è in giusta relazione al correre del tempo che non conosce dighe, nè ha dei limiti critici; mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive trasformata e ricreata nel vostro programma di giovani fascisti rinnovatori. [...] Il problema dei giovani per noi è un problema di formazione salda del carattere e per voi giovani si accoglie nell’unità indissolubile di questo binomio: coscienza e dovere. [...] Il domani deve essere migliore dell’ oggi. Voi, in una parola, dovete essere migliori di noi. Non mi spiace quando vedo in voi dei giudici severi intransigenti di cose e persone. [...] Le questioni di stile anche nei minimi particolari devono avere per voi un’importanza singolare, essenziale. Ogni giovane fascista deve sentire la fierezza della sua gioventù unita al senso dei propri limiti [...] qualunque manchi di stile, sarà sempre fuori dello spirito e fuori dal costume fascista. Le miserie non sono degne del ventesimo secolo. Non sono degne del Fascismo. Non sono degne di voi"(6).
    Il culto del Duce, quale fondatore e massimo interprete del fascismo e della sua missione storica, fu posto al centro dell’attività della Scuola di Mistica Fascista.

    "Ogni vera rivoluzione mondiale - scriveva Giani - ha la sua mistica, che è la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. La scuola, è sorta appunto per enucleare dal pensiero e dall’azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini"(7). Nello studio di Mussolini vero e proprio "vangelo del fascismo" i giovani della mistica trovavano tutte le risposte, "solo la Sua parola può dare la risposta esatta e perfetta ai nostri dubbi, può placare le nostre ansie, può diradare le nostre foschie. Ecco perchè i Suoi discorsi e i Suoi atti devono essere il nostro viatico quotidiano, il nostro breviario di ogni giorno, la pronta risposta ad ogni nostra segreta pena. Ecco perchè noi giovani dobbiamo averlo sempre vicino e studiarlo con amore, conoscerlo senza lacune, approfondirlo senza soste. [...] Dubbi e pessimismo, incertezze e indecisioni sono scomparsi quando abbiamo aperto la pagina giusta e abbiamo letto il pensiero preciso del capo. Questa gioia e questa fortuna devono essere di tutti: questo noi vogliamo e per questo dobbiamo arrivare all’ esposizione organica di tutto il Suo Pensiero e di tutta la Sua Azione"(8).
    La fede era considerata dai "mistici" uno dei valori principali della militanza politica, Giani "fu soprattutto un fedele ed un intransigente. Taluni potrebbero chiamarlo un fanatico [...]. Il suo spirito si ribellava a qualunque forma di compromesso; sul terreno della fede non ammetteva patteggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata; dall’altra parte c’è il brutto, il male, la meschinità"(9). I giovani della mistica si sentivano appartenenti ad un ordine religioso, nella consegna data alla Scuola Mussolini aveva infatti detto loro: "La mistica è più del partito un ordine. Chi vi partecipa deve essere dotato di una grande fede. Il fascismo deve avere i suoi missionari, cioè degli uomini che sappiano convincere alla fede intransigente. È la fede che muove - letteralmente - le montagne. Questa può essere la vostra parola d’ ordine"(10).
    Frequenti furono i richiami della Scuola alla necessità di contrastare in ogni sua forma lo spirito borghese: "insorgiamo - scriveva Giani - con tutte le nostre forze contro coloro che vorrebbero inchiodare la Rivoluzione riducendola a vigile e disciplinato guardiano delle loro piccole o grandi ma pur sempre miserevoli fortune, dimenticando che il Fascismo lo si serve e di esso non ci si serve [...]. All’indice i timorosi, i rimorchiati, tutti coloro che nella rivoluzione hanno visto e continuano a vedere solo il carabiniere che deve garantire la loro modesta tranquillità casalinga"(11).
    Era secondo Daniele Marchesini "un atteggiamento insofferente di tutto quanto non fosse fanaticamente ortodosso e si opponesse alla realizzazione di un fascismo rivoluzionario. Era [...] polemica condotta con sincerità, onestà e buona fede contro il ‘carrierismo’ e il ‘pescicanismo’, contro un vertice sclerotizzato nella burocratica mentalità delle mezze maniche"(12). I giovani della mistica dovevano formare gli uomini nuovi, gli italiani di Mussolini, "solo quando un valore - scriveva Giani - o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo stile, soltanto lo stile è il rilevatore della compiutezza degli uomini nuovi e lo stile distingue realmente il fascista"(13). La mistica doveva rappresentare non una "nozione di cultura", ma un modo di vivere fascista, "non vuole dare della cultura, nè dottrinarismo, ma essa è e vuole rimanere maestra di vita: che tutto torna agli uomini, ha detto Mussolini"(14).
    "Siamo dei mistici - affermava Giani al convegno nazionale indetto dalla Scuola nel 1940 sul tema ‘Perché siamo dei mistici’ - perché siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini partigiani per eccellenza e quindi per il classico borghese anche assurdi [...] del resto nell’impossibile e nell’assurdo non credono solo gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la volontà, niente è assurdo. [...] La storia è e sarà sempre un assurdo: l’assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia: cioè la mistica. Fascismo uguale Spirito, uguale a Mistica, uguale a Combattimento, uguale a Vittoria, perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte"(15).
    La guerra che scoppiò rappresentò per i giovani della Scuola il banco di prova della loro preparazione, "una rivoluzione - aveva scritto F. Mezzasoma vicedirettore della Scuola - che voglia durare e perpetuarsi nei secoli ha bisogno di collaudare al fuoco della guerra l’ idea dalla quale è sorta e per cui combatte"(16). Nella primavera del 1943 saranno 16 i caduti (cinque le Medaglie d’oro) della Scuola.
    Niccolò Giani cadde in Albania il 14 marzo 1941. Alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compito di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa di pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l’ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: ‘avanti Bolzano, viva l’Italia’, veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e amor patrio"(17). La sua morte fu coerente ad un ideale di vita intesa come sacrificio ed eroismo, era l’insegnamento di Arnaldo che ritornava "Essere sempre entusiasti, giovani, pieno lo spirito di gioia, lieti di combattere e lieti di morire, per dare a questo mondo che ci circonda la forma dei nostri sogni e dei nostri ideali"(18).
    NOTE:
    (1) Libro e moschetto, 20 marzo 1930.
    (2) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano 1976.
    (3) N. Giani, Aver coraggio, Dottrina fascista, settembre 1937.
    (4) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord. N. Giani, 509017, fasc. SMF, programma della Scuola per l’ anno XI.
    (5) Cfr. M.Ingrassia, L’idea di Fascismo in Arnaldo Mussolini, ISSPE, Palermo 1998.
    (6) A. Mussolini, Coscienza e dovere, in Il Popolo d’ Italia, 1 dicembre 1931.
    (7) Generazioni di Mussolini sul piano dell’ impero, estratto dalla rivista Tempo di Mussolini, n. 2 1937.
    (8) idem.
    (9) F. Mezzasoma, Niccolò Giani discepolo di Arnaldo, in Dottrina fascista, luglio 1941.
    (10) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, cit.
    (11) N. Giani, Aver coraggio, cit.
    (12) D. Marchesini, Un episodio della politica culturale del regime: la Scuola di Mistica Fascista, in Rivista di Storia Contemporanea, n. 1 1974.
    (13) N. Giani, La mistica come dottrina del fascismo, in Dottrina fascista, aprile 1938.
    (14) Idem.
    (15) N. Giani, Perché siamo dei mistici, in Dottrina fascista, gennaio-marzo 1940.
    (16) F. Mezzasoma, Il cittadino della nuova Italia, in Dottrina fascista, febbraio-marzo 1942.
    (17) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord., N. Giani, busta 985, fasc. 509017/2, segreteria politica del PNF.
    (18) A. Mussolini - F. Belfiori - L. Gagliardi, Arnaldo: la rivoluzione restauratrice, Settimo Sigillo, Roma 1985.
    http://www.isspe.it/Apr2001/patrizi.htm


  2. #2
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    Predefinito

    L'articolo a firma di Niccolò Giani:
    Perché siamo dei mistici
    Non era assurda per i tiepidi e per i pavidi la marcia su Roma? Per i pessimisti e per i ragionatori non sono state ugualmente assurde la vittoria contro i 52 Stati sanzionisti e la conquista dell'Etiopia? Non era ugualmente assurdo per i miopi, il trionfo della nuova Spagna (...). A questi assurdi Mussolini ci ha abituati da vent'anni, di questi assurdi, oggi, è imbevuta l'anima di noi tutti (...). La Storia, quella con l'esse maiuscola, è stata e sarà sempre un assurdo: l'assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia; cioè mistica. Fascismo = Spirito = Mistica = Combattimento = Vittoria perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte".

  3. #3
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    Predefinito Un Ordine Religioso

    I giovani della mistica si sentivano appartenenti ad un ordine religioso, nella consegna data alla Scuola Mussolini aveva infatti detto loro: «La mistica è più del partito un ordine. Chi vi partecipa deve essere dotato di una grande fede. Il fascismo deve avere i suoi missionari, cioè degli uomini che sappiano convincere alla fede intransigente. È la fede che muove - letteralmente - le montagne. Questa può essere la vostra parola d’ ordine».

    BENITO MUSSOLINI NEL 1938 A VALDAGNO

  4. #4
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    Predefinito Mussolini Mistico

    il fascismo di "Gerarchia" tende, appunto, ad esiti mistici per propagandare grandi sogni di grandezza e fare la storia. Mussolini è il Capo e, su "Gerarchia", viene esaltato come l' Uomo della Provvidenza, l' Uomo Nuovo, il Demiurgo fascista, il Principe della Giovinezza, il Duce o solamente DUX.

    I gesti del Duce vengono definiti "ispirati" e le sue frasi oracolari vengono venerate fino a professare il culto dogmatico della sua Parola come unica fonte di verità, di cultura e di Storia.


  5. #5
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    Predefinito Nicolò Giani Fondatore della SMF ed Eroe Fascista


  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Dvalin Visualizza Messaggio
    Niccolò Giani (Muggia, 20 giugno 190914 marzo 1941) è stato un giornalista italiano, fondatore della Scuola di Mistica Fascista.

    Cenni biografici

    Dopo essersi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Milano e quindi ai Gruppi Universitari Fascisti (GUF), nel 1930 fonda nel capoluogo lombardo la Scuola di Mistica Fascista Sandro Italico Mussolini. Nel 1935 ottiene la libera docenza in Diritto del lavoro e previdenza sociale e quindi la cattedra di Storia e dottrina del fascismo all'Università di Pavia.
    Collabora a diverse testate, tra cui Tempo di Mussolini, Dottrina Fascista (organo ufficiale della Scuola di Mistica Fascista) e Cronaca Prealpina.
    Partecipa come volontario alla Guerra d'Etiopia nel 1935-1936 e alla Seconda Guerra Mondiale, dove cade sul fronte greco-albanese il 14 marzo 1941 nella battaglia per la conquista della Punta Nord del Mali Scindeli. Il Ministero della Guerra gli conferisce alla memoria la medaglia d'oro al valor militare.

    Onorificenze


    Medaglia d'oro al valor militare
    «Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di forte pattuglia ardita che aveva il compito di riconoscere un'importante posizione nemica. Affrontato da forze superiori, con meraviglioso sprezzo del pericolo, le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, con calma e superba decisione, disponeva gli uomini per resistere. Rimasto privo di munizioni si slanciava alla testa dei pochi superstiti alla baionetta per svincolarsi. Veniva colpito, in piedi, sulla trincea nemica, mentre lanciava l'ultima bomba a mano e incitava gli arditi col suo esempio al grido di Avanti Bolzano; vita l'Italia.»

    — Punta Nord del Mali Scindeli, fronte greco-albanese.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Niccol%C3%B2_Giani

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Dvalin Visualizza Messaggio
    MEZZASOMA FERNANDO
    Niccolò Giani
    Il 14 marzo 1941, Niccolò Giani — il battagliero direttore della «Cronaca Prealpina» di Varese, l'ascetico direttore della Scuola di Mistica fascista, l'appassionato docente di storia e dottrina del Fascismo nell'ateneo di Pavia e nel Centro di preparazione politica per i giovani — cadde da leggendario eroe sulla cima di una montagna in Albania per consacrare col proprio sacrificio quella che egli stesso aveva definito la consegna dei mistici: l'immediata consequenzialità tra il pensiero e l'azione. Di tutte le definizioni che Mussolini ha dato del Fascismo nei suoi scritti e discorsi, via via che la dottrina fascista si andava sviluppando e maturando, una Niccolò Giani ne assunse quale insegna della sua vita: «Il Fascismo è una mistica che agisce». Credere e agire fu infatti il suo motto, la sua parola d'ordine. L'ansia del combattimento era stato l'assillo degli ultimi anni della sua esistenza. E ogni volta che tornò dai fronti di guerra, gli sembrò di non aver dato abbastanza in coraggio e in abnegazione. Così fu dopo la guerra per la conquista dell'Impero. Nel suo aureo diario africano, dal titolo: «128º Battaglione Camicie nere», la sua più bella giornata — come egli la chiamò — porta la data del 22 febbraio 1936, e cioè la data del giorno in cui, iniziandosi l'azione contro il nemico, gli fu dato in consegna il gagliardetto del battaglione. Più tardi, salpando vittoriosamente verso l'Italia, colmi gli occhi della superba immagine della Patria che Mussolini aveva fatto potente e temuta, così manifestava la sua soddisfazione: «Noi ti abbiamo servito, Duce. Ci basta. Ti ringraziamo. E oggi una cosa sola ti chiediamo: anche domani riservaci il privilegio di servire, di imbracciare nuovamente il moschetto». Fu durante quel medesimo anno — che doveva vedere Roma ritornata alle glorie dell'Impero —, ed esattamente il 1º marzo 1936, ch'egli, ricevendo la commovente notizia della nascita del suo primo figlio, vergò orgogliosamente, sospinto da un'irresistibile intima forza, un documento di profonda spiritualità che doveva divenire non soltanto il suo testamento per il figlio Romolo Vittorio Africano, bensì un testamento di alte virtù morali per le future generazioni italiane.
    «Solo per questa Italia — così si esprimeva rivolgendosi al suo primo nato — dovrai saper morire col corpo e con l'anima. E mai, mai, dovrai dimenticare che per questo nome sacro madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano a morire, mariti abbandonarono in fiera letizia le giovani spose, padri hanno orgogliosamente baciato per l'ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si son fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per Essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai. Ma, se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori anche per me».
    E più oltre: «Quando sarai adulto, alla mutilata corona che vedrai sul capo della tua Patria, ti sarà facile riconoscere le gemme di cui il volger del tempo e l'ignavia degli uomini l'hanno fatta priva. Riconoscerai la culla dei tuoi avi, quella sacra terra di Dalmazia dove ogni sasso impreca al tradimento e dove ogni pino sale al cielo come una preghiera a Dio per il ritorno della Madre. Riconoscerai Corsica e Malta, Canton Ticino e Grigioni. Ritroverai le gemme perdute di quest'Africa dove ora s'è accesa la grande favilla della nostalgia e di quell'Asia che già vide i miracoli dei grandi figli di Roma. Riconoscerai tutte, tutte le gemme che a lei devono ritornare e tu vedrai restituirgliele, ché a una a una ritorneranno; e tu insegnerai a tuo figlio le mancanti perché non una sola, fra cento, fra mille anni, le manchi».
    Con queste parole egli concludeva: «Che i tuoi occhi non vedano che grandezza e potenza, gloria e vittoria. Figlio, nel nome che porti c'è l'auspicio del tuo tempo e della tua generazione; l'Africa dovrà essere il tuo segno e la tua via, il tuo destino e il tuo dovere, dovrà essere la tua speranza e il tuo diritto. Ora cresci: la camicia nera e la divisa kaki, che con la pietà di Cristo tua madre ti ha fatto trovare nella culla, ti dovranno essere compagne di tutta la vita. Sappile portare con onore e con fierezza. E poiché Iddio ti ha fatto nascere nel tempo di Mussolini, sii sempre degno di appartenervi: ricordati che questo è l'unico orgoglio che t'insegna tuo padre».
    A rileggere queste nobilissime pagine un nodo sale alla gola e il cuore accelera i suoi battiti, per l'urto di due opposti sentimenti: la fierezza per tanta purità d'intendimenti e di aspirazioni, che hanno di Niccolò Giani un modello perfetto di fascista, e cioè d'Italiano; lo sdegno per l'aberrazione in cui sono caduti altri italiani indegni di questo nome, i quali hanno oltraggiato il sacrificio dei morti e il diritto dei vivi, hanno impedito che divenisse realtà il luminoso sogno di Guido Pallotta, di Berto Ricci, di tutti gli allievi della Scuola di Mistica caduti, come Giani, per la vera libertà della Patria, di tutti coloro che sono tornati coi segni del valore e l'insuperabile gioia del dovere compiuto fino all'ultimo, di tutti i soldati rimasti sui campi di battaglia di Russia, di Grecia, d'Africa e di Spagna, con una visione di grandezza e di potenza, di gloria e di vittoria, suggestiva e splendente come quella che Niccolò Giani aveva auspicato per il suo Romolo Vittorio Africano e ch'egli stesso serrò nelle sue pupille, distaccandosi eroicamente dalla vita terrena.
    Grande fortuna per lui fu quella di non conoscere l'infamia della congiura giudaico-massonica del 25 luglio, la vergogna della capitolazione dell'8 settembre.
    Tornato dall'impresa etiopica aveva ripreso il suo posto di lavoro, al giornale, alla Scuola di Mistica, all'Università di Pavia. E si prodigò durante quattro anni, prima dell'ingresso dell'Italia nell'attuale conflitto, attraverso articoli, pubblicazioni e discorsi per infondere nei giovani le sue virtù che caratterizzarono la sua anima e ispirarono ogni sua azione: la fedeltà e l'intransigenza. La fedeltà incorruttibile al Capo e all'Idea e cioè il diritto a essere un “disperato” del Fascismo — così come egli si vantava di essere —, il diritto a combattere senza tregua e in prima linea contro i nemici di fuori e di dentro, contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, contro gli attentatori della nostra integrità spirituale. L'intransigenza più assoluta e cioè il dovere di chi veramente e fermamente crede di non accettare compromessi, di non ammettere transazioni, di non tollerare giochi politici, di respingere decisamente ibridismi di qualsiasi genere.
    Una rivoluzione che è nata dal sangue e si è alimentata col sangue deve essere difesa a oltranza, con tutti gli inevitabili errori attraverso i quali fu necessario passare per realizzare tutte le sue indistruttibili conquiste.
    «Noi non siamo disposti — affermò Niccolò Giani nel memorabile convegno di Milano del febbraio 1940 —, in nome di più o meno accomodanti compromessi, a tradire l'Idea e il Duce. Preferiremmo lasciarci le penne».
    A questo modo egli si sentiva fascista. A questo modo egli volle e seppe essere fascista. Non al modo di coloro che in gran parte abbiamo perduto, per nostra fortuna, lungo il cammino, poiché erano abbarbicati molto di più alla loro pelle che non alla nostra causa. Non al modo di coloro che oggi vanno invocando ibridi abbracciamenti in nome di un'Italia generica, di un'Italia senza aggettivi per timore di compromissioni, di un'Italia buona per tutti i partiti e per tutte le idee, buona anche per coloro che l'hanno tradita e stanno fornicando col nemico; come se fosse possibile concepire un'Italia che non sia quella fascista, che non sia quella a cui Mussolini diede benessere e rinomanza; la stessa Italia a cui Mussolini e gli uomini migliori cercano oggi di restituire dignità e prestigio.
    In quel convegno Niccolò Giani precisò il significato di Mistica: «Essere dei mistici del Fascismo significa essere i portatori esaltati e intransigenti di questo credo politico. Delle virtù fasciste — egli aggiunse — i mistici vogliono mettere in atto la fede operante, l'intransigenza costruttiva, la virtù eroica del credere. Noi siamo per le conversioni — disse ancora —; ci sono però due inderogabili gradi iniziativi: anzitutto la buona fede più certa, più indiscutibile, più ampia; in secondo luogo nessuna riserva, di alcun genere».
    È questa — e non altra — l'intransigenza che noi, che avemmo il privilegio d'essere accanto a Giani, per lunghi anni, suoi compagni di lavoro e di lotta, intendiamo difendere e affermare.
    Se per avventura fossero ancora nelle nostre file — che il rischio ha assottigliato ma ha reso più agili e ferree — animule incerte e tremolanti, nulla vieta loro di liberarsi dal peso di un giuramento che non hanno la forza di sostenere. I veri fascisti, soprattutto in questo duro momento, che esige da ognuno l'esatta misura della fede e del coraggio, non si accontentano di essere semplicemente dei “tesserati”, ma vogliono essere, come Niccolò Giani, disperatamente fascisti, gelosi custodi del loro passato, fanatici seguaci di Mussolini nelle nuove conquiste della sua trentennale rivoluzione.
    Poco dopo il convegno di Milano, Niccolò Giani partì per la nuova guerra. Fu tra i primissimi ad arruolarsi. E con lui quasi tutti i dirigenti e gli allievi della Scuola di Mistica furono sul fronte occidentale, in Africa, in Grecia; e dopo ch'egli diede l'esempio, anche nel sacrificio, molti altri lo imitarono in Africa, in Grecia, in Russia. Quattordici Caduti vanta la Scuola, cinque Medaglie d'oro: da Niccolò Giani, che aveva chiesto al Duce come premio al combattimento il ritorno al combattimento, a Guido Pallotta, il cui sferzante decalogo, dettato per la Scuola di Mistica, merita di essere ricordato, quale monito agli immemori, quale conforto ai fedelissimi di tutte le ore:
    1)1 obbedire al Duce; 2)2 odiare sino all'ultimo respiro i nemici del Duce, cioè della Patria; 3)3 smascherare i traditori della Rivoluzione, senza sbigottire per la loro eventuale potenza; 4)4 non aver paura d'aver coraggio; 5)5 non venir mai a compromessi col proprio dovere di fascisti, dovessero andarne perduti il grado, lo stipendio, la vita; 6)6 meglio morire orgogliosamente affamati che vivere pinguemente avviliti; 7)7 spregiare il cadreghino; 8)8 odiare il vile denaro; 9)9 preferire la guerra alla pace, la morte alla resa; 10)5 non mollare mai. Ecco i postulati dell'intransigenza che noi vogliamo professare. In questo senso ci sentiamo dei settari, dei faziosi, dei fanatici. E abbiamo il diritto di esserlo perché per questa nostra fede siamo pronti, come Giani, come tanti altri, a dare ogni nostra energia, la nostra stessa vita.
    È questa nostra incrollabile fedeltà al Duce e all'Idea, alla parola che abbiamo data, al giuramento che prestammo, all'alleanza che abbiamo scelta, che ci rende orgogliosi e ci fa guardare al futuro con fermezza e con fiducia.
    È questa nostra intransigenza nei confronti della dottrina che abbiamo sposata, delle battaglie che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di marcia e di battaglia, con coloro che nell'Italia invasa perseguitano i fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli invasori e aprire la strada al nostro ritorno.
    Questa deve essere oggi la nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di Niccolò Giani. Questo è il suo insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri Caduti, i superstiti della Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l'autentica gioventù italiana.
    La Rivoluzione fascista continua la sua marcia. Essa non può morire e non morrà. Non v'è angolo di questa nostra adorabile terra in cui il Fascismo non abbia posto radici che nessuna forza umana potrà estirpare e che dal nuovo sangue versato traggono alimento e vigore.
    È compito soprattutto dei giovani salvare, con l'esistenza dell'Italia, il loro stesso domani.
    http://www.paginadelleidee.net/9_b_storia/storia14.htm

  8. #8
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    Predefinito Augusto del Noce su Giani

    "Ci sono, nell'ultima generazione fascista, i mistici che hanno punto cardine del fascismo la lotta di spiritualismo contro il materialismo; e Casucci ha fatto bene a raccogliere alcune pagine di Nicolò Giani, un giovane triestino caduto in guerra, che hanno un tale accento di sincerità e di disinteresse da imporre rispetto anche a chi abbia idee completamente avverse."

  9. #9
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Berto Ricci Un Mistico del Fascismo


    BERTO RICCI E L'UNIVERSALE
    Avremmo voluto rispettare il desiderio dello scrittore fiorentino Berto Ricci il quale in un suo Avviso del gennaio 1932 scrisse: " Non son di nostro gusto gli anniversari, ne' i grandi ne' i piccoli ma ..." la grave situazione italiana e la ricerca di punti di riferimento teorici sicuri per costruire il futuro su solide basi dottrinali ci spingono a violarne il volere, per cercare nel suo pensiero spunti importanti, un esempio di stile da additare ai piu' giovani, oltre che a ricordarlo nella ricorrenza della scomparsa.
    Egli influenzo' sensibilmente i giovani dell'epoca, in special modo Indro Montanelli, Romano Bilenchi e Vasco Pratolini, per i quali i suoi attesissimi Avvisi, pubblicati sull'Universale, erano " come una rivelazione destinata a trasformare il mondo ". La sua importanza e' riconosciuta anche da Benedetto Croce il quale nei Quaderni della Critica sottrae all'assoluto giudizio negativo sul Fascismo solo quei giovani fascisti alla Ricci cui " deve rendersi giustizia ".
    Il suo anticonformismo piaceva - come confermo' Paolo Spriano - anche ai fuorusciti comunisti, tipo Ruggero Greco. I quali s'interessarono al professore fascista fiorentino che aveva voglia di rivoluzione, di scandalizzare i moderatiscrivendo che la Russia " con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa " ed elogiava gli italiani che col Fascismo avendo dato una mazzata al liberalismo e a tutti i socialismi trasformisti, " non possono sentirsi piu' vicini a Londra parlamentare e conservatrice, che a Mosca comunista...L'antiroma c'e', ma non e' a Mosca. Contro Roma, citta' dell'anima, sta Chicago, capitale del maiale " e considerava il fascismo " borghese " come antifascismo bello e buono. Ma non si deve confonderlo con un bolscevico travestito, o un fascista di sinistra. Ricci sostenne che il Fascismo avesse bisogno sia di una fase di " destra ", che identifico' nella conquista dell'Impero, sia di una di "sinistra ", in cui prevalesse la spinta sociale. Il nemico numero uno, come scrisse nel 1939, " fu e resta il centro, cioe' la mediocrita' accomodante...Il centro e' compromesso, noi siamo per l'affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalita' ". Egli era un convinto mussoliniano; esaltava la rivoluzione fascista come " premessa necessaria dell'Impero romano che realizzera' la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini ".
    Berto Ricci, all'anagrafe Roberto, nacque a Firenze il 21 maggio 1905 ed eroicamente morì da tenente delle Camicie Nere, XXVI Reggimento Artiglieria, III Gruppo IX Batteria, verso le nove del 2 febbraio 1941 a Bir Gendula, nel Gebel cirenaico, mentre cercava di far riparare i suoi uomini dal fuoco micidiale di due aerei Spitfire inglese. Alla maniera degli antichi eroi - secondo il suo amico Paolo Cesarini- " fu fulminato con il volto severo verso il cielo " mentre in piedi gridava: " A terra, a terra! "
    Dopo un'iniziale militanza anarchica, nel 1930, fu conquistato dalla fede nel Fascismo, restando pervaso per tutta la feconda vita dall'entusiasmo del neofito. A Mussolini e al Fascismo Ricci arrivo' collaborando al Selvaggio, di cui non accettava l'antimodernismo reazionario, e frequentando l' ambiente di Strapaese. " Toscanaccio " tra " toscanacci " non poteva che apprezzare il fascismo rude, popolare e intransigente delle " squadre " che sognavano la " seconda ondata ".
    Rinunciando ai molti vantaggi che il suo prestigio intellettuale e i suoi legami con il Partito potevano procurargli resto'militante tra i militanti, mantenendo la famiglia con il modesto stipendio di insegnante di matematica nei Regi Istituti Tecnici Industriali Statali di Prato e " V.E. III " di Palermo, perche'‚ come scrisse Diano Brocchi " si rifiuto' di campare della sua arte di scrittore per paura che il mestiere riuscisse ad influire su cio' che andava scrivendo in giornali e riviste del Regime ".
    Anche per Ricci si potrebbero ripetere le parole dette da Leonardo da Vinci dopo la morte di un altro giovane eroe: " Mai cieco ferro al mondo tronco'piu' grande speranza ". Infatti, il giovane polemista fiorentino fu una delle piu' promettenti speranze della generazione venuta all'impegno dopo la tempesta della I Guerra Mondiale. Essi aspirarono ad essere degni dei fratelli maggiori o dei padri che l'avevano combattuta e vinta, morendo se la Patria ne avesse avuto bisogno, o partecipando alla edificazione dello Stato fascista con l'impegno intellettuale, di cui rivendicarono una larga autonomia. Egli chiese ai giovani intellettuali di misurarsi con tre storici problemi della societa' italiana: questione religiosa, formazione di una nuova classe dirigente e riforma del costume.
    Berto Ricci appartenne ad una covata d'intellettuali militanti, fascisti eretici e puri, come ad esempio Carlo Roddòlo, Guido Pallotta e Niccolo Giani, che raccolti attorno alle riviste giovanili, L'Italiano, Selvaggio, Cantiere, Vent'anni, Bargello, portarono una ventata di giovinezza e d'anticonformismo nel Fascismo, ormai diventato Regime e sempre piu' preda del gerarchismo, i cui malefici frutti si vedranno il 25 Luglio 1943.
    La sua passione piu' viva e profonda fu forse l'attivita' letteraria. Ma l'impegno giornalistico, unito all'insegnamento, seriamente esercitato per tutta la vita, ci lasciano di lui poche opere: Poesie e Corona Ferrea, due raccolte di versi pubblicate rispettivamente nel 1930 e nel 1933; intramezzate dallo Scrittore Italiano, edito nel 1931, e della contemporanea traduzione del Vicario di Wakelfield di O. Goldsmith. Il Meglio del Petrarca, un'antologia del 1928, fu la sua prima opera. Colto umanista tradusse Ovidio e Shakespeare. Nei numerosi articoli sulle espressioni della letteratura europea contemporanea fu avvantaggiato dal conoscere il francese, il tedesco, il portoghese e l'inglese.
    Nel libro Lo Scrittore italiano, oltre ad una serie di considerazioni sull'arte e sugli scrittori, volle fornire un modello, umano e politico oltre che artistico, agli intellettuali fascisti o italiani, termini considerati da Ricci come due sinonimi.
    L'importanza di Ricci è dovuta, principalmente, alla pubblicazione dell'Universale, che ebbe come " padre spirituale " Ottone Rosai. Il bimensile, un " fascicolo di 30 pagine, scritto col fuoco, alla carducciana e non con lo stile alla leopardevole; fu fondato " con la volonta' di agire sulla storia italiana ". Il periodico, " segui Rosai. Il poeta stampo'il foglio credendo " che attraverso i suoi errori, le sue contraddizioni, l'Universale espresse con le sue idee, anzi con la sua esistenza, una verita' fondamentale: la necessita' per gli artisti e per gli scrittori italiani, di partecipare alla vita italiana "... senza " isolette oceaniche e paradisi artificiali " volendo " portare un contributo alla storia in atto ". La rivista, che ebbe vita breve e difficile, usci' dal 3 gennaio 1931 al 25 agosto 1935.
    Il professore e i suoi ragazzi pensavano, secondo Montanelli che: " il fascismo, da quella mezza burla che era stato sino ad allora, poteva trasformarsi in una rivoluzione vera solo se riusciva a costruire un nuovo tipo d'italiano: quello per il quale Ricci - piu'che a fornire idee - bado' a fornire un esempio a chi gli stava intorno, e ci riusci' ". Collaborarono al bimensile, tra gli altri, Roberto Pavese, detto il filosofo, Indro Montanelli, Romano Bilenchi, che fu il piu' vicino collaboratore di Ricci e che lo sostituì nella direzione del periodico dal giugno all'agosto 1935, Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Dino Garrone, Diano Brocchi e Camillo Pellizzi. Da questa covata, fu compiuto l'estremo tentativo di una minoranza di giovani intellettuali d'inserirsi, incidendovi, nella vita italiana. Lo scrittore fu aiutato, come giudicò Montanelli, dalla " sua prosa polemica cosi' asciutta e tagliente, e cosi in contrasto con lo stile del tempo, " che " la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuta di tanto stringente, dura e, qua e la', spavalda ".
    Farinacci dalle pagine del cremonese Regime Fascista accuso'Ricci di " bolscevismo " a causa di due Avvisi del febbraio 1932 in cui si lamentava " l'ozio di una parte della classe ricca, sia borghese che aristocratica, " alla quale ultima " qualche chiappafumo s'impunta a assegnarle in teoria prerogative da medioevo ". Inoltre, i suddetti ceti venivano imputati di " criminosa diserzione " nella difficile situazione economica del periodo e ammoniti che: " La proprieta'inviolabile non e' affatto un principio dello Stato fascista, che ha dimostrato di saper colpire anche la proprieta' in nome della Patria. La proprieta' inviolabile e' un dogma liberale non fascista, inglese e non romano: da noi proprietario e'depositario e non altro...[la storia italiana ] e' storia di spogliazioni compiute dallo Stato per il popolo ".
    In un Avviso dell'ottobre 1932, si dichiaro' " non entusiasta " del concetto di Corporazione Proprietaria, esposto da Ugo Spirito durante il Convegno di Ferrara.
    Nel gennaio 1933, il professore e i suoi sottoscrissero un Manifesto Realista in cui definirono il " marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana ", e teorizzarono che: " Il tramonto inarrestabile del sistema liberale esiga da una parte l'eticita' dell'economia, dall'altra la graduale partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e la fine d'ogni proletariato. Ritengono che la societa' futura avra' a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprieta' nei limiti utili allo Stato; e che il diritto di proprieta' e quello d'eredita' siano buoni in quanto servono allo Stato, nocivi in quanto non concordano coi suoi fini; che l'iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio ". La rivista fu intransigente contro i tentativi di reinserimento nella vita politica compiuti dai vecchi sovversivi dell'Italia prefascista. Per l'opposizione d'Alessandro Pavolini, in quel periodo " federale " di Firenze, Ricci avra'la tessera del P.N.F. solo nel febbraio del 1934, dopo tre anni di successi de l'Universale.
    Allo scoppio del conflitto italo-etiopico, Ricci, che aveva definito la guerra " madre della civilta' " e teorizzato che " non c'e' rivoluzione fascista senza impero ", lascio' la moglie, la figlioletta di appena due anni e l'insegnamento, per combattere, col grado di scelto, nella I Divisione delle Camicie Nere.
    L'Universale diede " dodici combattenti per l'Impero; un caduto, medaglia d'argento Roddolo, un mutilato, medaglia di bronzo Cesarini ".
    Gli Avvisi piacquero molto al Duce che invito' la covata dello scrittore fiorentino," antidealista ed antigentiliana "a portare una ventata di aria frizzante di gioventu' tra le polverose stanze de Il Popolo d'Italia. Gli alti papaveri del Regime fecero naufragare l'iniziativa. Lo stesso Mussolini, che apprezzava il fiorentino considerandolo quasi il prototipo dell'italiano nuovo nato dal Fascismo, approvo' l'iniziativa di affidargli un giornale, ma il progetto sfumo' nei meandri del MINCULPOP, in quel periodo impegnato nella ricerca di eretici o infiltrati nelle riviste giovanili. La ritrosia di Ricci,cui pesava chiedere le cose piu' di una volta, e la vincita di un concorso alla cattedra di matematica a Palermo fecero naufragare definitivamente il progetto della Tribuna dell'Universale.
    Il trasferimento in Sicilia, accettato a malincuore dal giovane reduce, non interruppe la sua partecipazione alla vita politica e culturale attraverso le stoccate pubblicate sulla rivista di Giuseppe Bottai Critica Fascista ed ad articoli sul giornale mussoliniano Popolo d'Italia. Dal 30 gennaio al 15 settembre 1937, Ricci insegnò matematica presso il Regio Istituto Tecnico Industriale " Vittorio Emanuele III " di Palermo. Critico severo delle degenerazioni cattoliche della religione di Cristo, la cui decadenza " impone ormai...di risorgere o morire ", e del lento procedere verso la costruzione dello Stato Nazionale del Lavoro, Ricci diede del Fascismo un'interpretazione che si rifaceva a tratti a Mazzini, criticando la scelta monarchica del 1922.
    Nell'importante lettera circolare ai collaboratori del 3 aprile 1938 scritta per annunciare la rinascita del periodico, affermò che: " Bisogna preparare la liberta' fascista ", e che il Fascismo, dopo aver dato agli italiani il senso dello Stato, doveva educare il popolo alla vera libertà e alla partecipazione alla vita pubblica ed espresse il suo " rispetto e simpatia alla Nazione tedesca e alla rivoluzione nazionalsocialista; avversione assolutaall'ideologia razzista e specialmente a qualunque sua infiltrazione in Italia ".
    Allo scoppio della II Guerra Mondiale riusci, dopo "aver scocciato mezza Italia " e aver scritto " venti lettere per farsi richiamare e venti ... per farsi trasferire ... ad una destinazione piu' guerriera da un accampamento a pochi chilometri da casa " a farsi mandare sul fronte marmarico,dove cadde mentre combatteva, da volontario in camicia nera, gli " inglesi di fuori ", pensando di risolvere a guerra finita i conti con " gli inglesi di dentro ". Per Ricci, come scrisse in una lettera del 14 gennaio 1941 al pittore e scrittore Nino Bertocchi, la vittoria doveva essere " davvero imperiale e innanzi tutto morale e civile ". In tal modo smentendo le tesi di Ruggero Zangrandi e di Romano Bilenchi, con cui aveva gia' chiuso da tempo, che per sminuire i loro voltafaccia post bellici parleranno poi del gesto del volontario Ricci in termini di " consapevole suicidio " o di un Ricci che sopravvissuto sarebbe diventato comunista. Il quale nel suo ultimo incontro con Montanelli disse che il problema di una sua conversione per lui non si poneva in quanto: " Sono già convertito - ricordando la sua giovanile militanza anarchica - non posso riconvertirmi per la seconda volta. Sarebbe una arlecchinata ".
    Confusa fra tante appare la sua tomba nel sacrario dei caduti d'Oltremare di Bari, l'iscrizione " (Ro) Berto Ricci " e la data della sua morte. Vergognosamente l'amministrazione comunale di Firenze cancello', nel 1948, una via a lui dedicata.

    Bagheria, 18 febbraio 1998
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  10. #10
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Niccolò Giani

    Niccolò Giani, uno che ci credeva davvero.
    In occasione della pubblicazione di “Gli eroi di Mussolini - Niccolò Giani e la Scuola di Mistica fascista" di Aldo Grandi, su Libero di venerdì 24 settembre è comparso questo omaggio al celebre gerarca giuliano.
    IL DUCE GLI RUBO' L'ANIMA di ALESSANDRA MORI
    Nella storia mondiale, a qualunque epoca essa si riferisca, si cela sempre un’altra storia: quella, personale, degli individui che l’hanno vissuta. Ed è solo cercando di conoscere quest’altra storia che si può arrivare a comprendere - senza per questo doverlo necessariamente condividere - anche ciò che, talvolta, può apparire privo di una ragion d’essere. È quello che ha fatto il giornalista e scrittore Aldo Grandi nel suo ultimo libro “ Gli eroi di Mussolini - Niccolò Giani e la Scuola di Mistica fascista”, in libreria dal 29 settembre. « Nel 1984, a 23 anni, stanco di sentir sparare e sparlare gli altri sul fascismo - dice l’autore - decisi che dovevo essere io a cercare di capire, da solo, che cosa aveva significato crescere durante il Ventennio per uomini che, all’epoca, avevano la mia stessa età. Leggendo la stampa universitaria del tempo, scoprii una grande vivacità di idee e di posizioni, di critiche verso l’ufficialità e di insofferenza verso l’apparenza a discapito della sostanza. E tra i tanti che pagarono con la vita la fedeltà a un’idea, anche se sbagliata, trovai Niccolò Giani, fondatore della Scuola di Mistica fascista, Guido Pallotta, Berto Ricci e Sigieri Minocchi » . Vent’anni dopo, l’autore ha rintracciato i figli di Giani che nel 1941, quando morì il padre, erano ancora bambini. E ha deciso di raccontare « la storia di un uomo e di quella fetta di gioventù che andò in guerra non perché costretta - come ci hanno voluto far credere numerosi storici - ma perché convinta che Mussolini avesse sempre ragione, tentando di far capire il perché di quelle scelte » . Questo è stato possibile grazie all’archivio della famiglia Giani, dove sono custoditi documenti, foto, ritagli di giornali del tempo e carteggi inediti, come il diario di guerra dello stesso Giani e le lettere che i giovani volontari della Scuola di Mistica spedivano dai vari fronti di guerra. Per non parlare di quelle che Niccolò scriveva alla moglie Maria Rosa Sampietro, la donna che aveva conosciuto nel 1929, all’età di 20 anni, durante il servizio militare a Santa Caterina Valfurva ( Sondrio). La stessa che si era guadagnata, dopo alcuni anni di fidanzamento, il posto per una sua foto sulla scrivania di Giani, proprio accanto a quella, autografata, del Duce ( nel ’ 36 durante un furto nella sua casa di via Bissolati a Milano, fu rubata anche la foto di Mussolini che però, dietro richiesta di Giani, gliene inviò un’altra). Particolari, questi, che insieme a molti altri fanno del libro di Grandi una sorta di biografia di un uomo che credeva profondamente nei principi della rivoluzione fascista e nella necessità, anzi nel dovere, di difenderli ad ogni costo; non solo come direttore della scuola e, in qualità di giornalista, della rivista “ Dottrina fscista” e del quotidiano “ Cronaca Prealpina”, ma anche e soprattutto come tenente dell’XI Reggimento alpini, pronto a combattere in prima linea, all’insegna del « non aver paura di aver coraggio » . Per questo partì volontario - come del resto fecero gli altri giovani della scuola, tra i quali Pallotta e Ricci - prima per la guerra d’Etiopia nel ’ 35 e successivamente, nel ’ 40, per il fronte occidentale. Tornato in Italia, chiese di essere inviato in Africa Settentrionale, poi, con i suoi alpini del Battaglione Bolzano, riuscì a farsi spedire in Albania. E proprio sul fronte greco- albanese, precisamente sulla punta Nord del Mali Scindeli, morì il 14 marzo 1941, ad appena 32 anni, colpito da una raffica di mitragliatrice alla gola. Sei mesi dopo gli fu concessa la medaglia d’oro al Valor militare. Le sue ultime parole furono: « Avanti Bolzano, Italia » . A dimostrazione, fino alla fine, che il senso della Patria, identificata nel fascismo, era la sua ragione di vita. Perché per lui la lotta era la vita, « chi vive deve combattere, chi vuol stare in pace, deve vegetare » . E Giani aveva scelto di comb at t e re . La fede assoluta in Mussolini e nel suo operato lo ha trasformato in un eroe: per il Duce stesso, per quei giovani intellettuali che avevano seguito il suo esempio lasciando il libro e imbracciando il moschetto e, non ultima, per la sua famiglia. Per la moglie Mary, o Miriam, come la chiamava negli ultimi tempi, che si è addirittura rivolta a Mussolini per ritrovare e recuperare il corpo del marito ; per i figli Livio, Diana ( che tutt’ora vive a Milano), e il primogenito Romolo Vittorio Africano al quale, dall’Abissinia, non appena informato della sua nascita ( 1 ° marzo 1936), scrisse un lungo “ testamento” spirituale ( ne pubblichiamo uno stralcio) che è un vero e proprio inno alla patria, a Mussolini, al f a s c i s m o. « Mussolini riuscì nell’intento, foriero di infauste e gravissime conseguenze nel corso dei decenni e fino a oggi, di identificare, agli occhi dei giovani e degli italiani, il concetto di Patria con quello di Fascismo. Non eri italiano se non eri fascista » afferma Grandi. « E nel dopoguerra ben pochi si sono sforzati di far capire che si poteva anche essere stati e essere italiani senza per questo sentirsi fascisti. Per anni siamo stati italiani solo in occasione dei campionati mondiali di calcio o delle Olimpiadi. Eppure oggi, forse come non mai, c’è bisogno di sentirsi e dirsi italiani, portatori di una cultura e di un passato del quale dobbiamo riappropriarci, senza vergogne » . Anche Giani aveva avvertito il bisogno di riappriopriarsi di qualcosa, di quella fede, di quella spiritualità il cui venir meno aveva provocato una crisi del sistema: « L’uomo non crede più in nessun valore e in nessun principio, né in quelli religiosi, né in quelli morali, né in quelli politici, né in quelli sociali, ed economici: tutto è diventato relativo, contingente… » . E il rimedio, ancora una volta, lui l’aveva trovato nel fascismo e nella sua mistica: « Figlia della ragione, a essa dà un cuore, un’anima e ali per volare. La mistica risolve così il contrasto dell’uomo moderno che non può dimenticarsi di avere scoperto la ragione ma non vuole, d’altra parte, ignorare la bellezza del sogno » . Un sogno che ha avuto il volto e l’anima di migliaia di giovani, incuranti del pericolo e sprezzanti del carrierismo intrapreso da altri, che furono fedeli al Duce fino a « scongiurare » di poter indossare il grigioverde o la camicia nera per essere inviati al fronte « dove si combatte e si muore » . E in guerra si può morire anche se non si è andati per c o m b at t e re, come è accaduto a Fabrizio Quattrocchi, il primo ostaggio italiano ad essere ammazzato in Iraq, lo scorso aprile. L’autore ha terminato di scrivere questo libro proprio pochi giorni prima della sua morte: non lo conosceva e non gli interessa sapere se, prima di morire, ha veramente rivendicato il suo modo di essere italiano: « se lo ha fatto, comunque, ha dimostrato innanzitutto di essere un uomo, poi un eroe nel senso meno retorico, più umano, commovente e disperato del termine. Anche Giani morì da eroe, lui sì da fascista convinto, ma per un ideale assurdo, seguendo la bramosia e le velleità di un Mussolini ridotto a servo sciocco di Hitler. Pensando a Giani e a Quattrocchi mi sono domandato perché, in Italia, non si riesce mai a guardarsi indietro e decidersi una volta per tutte a caricarsi sulle spalle le responsabilità e le colpe del nostro passato, non per esaltarlo o rinnegarlo, bensì per conoscerlo e accettarlo così com’è stato. Questo libro, senza alcuna volontà di strumentalizzazione e per quel poco che vale e che serve, vorrei dedicarlo proprio a Quattrocchi, un italiano qualunque che ha saputo morire come e più di quanto, altri italiani come lui, non hanno saputo e non sanno vivere » . Aldo Grandi “ Gli eroi di Mussolini” Rizzoli Bur Pagg. 240, euro 8.
    Il testamento spirituale al figlio: "Una sola cosa amerai, l'Italia!"
    « Caro Romolo Vittorio... Tu non conoscerai fazioni, non partiti. Non vedrai nemici entro i confini sacri della Patria. Solo conoscerai un nome: “ Italia”; una cosa sola amerai: “ Italia”; e per essa sola dovrai essere capace di tutto lasciare, tutto perdere, tutto dimentica- re. Di essere odiato e vilipeso, umiliato e straziato; solo, solo per questa Italia dovrai saper morire col corpo e coll’anima: e mai, mai dovrai dimenticare che per questo sacro nome madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano amorire, mariti hanno abbandonato in fiera letizia le giovani spose, padri hanno, orgogliosi, baciato per l’ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si sono fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai: ma se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori ancora anche per me. E ricordati che solo quando vedrai cadere il tuo amico più caro, quello che ti è spiritualmente fratello, e tu troverai soltanto il tempo di chinarti a baciarlo, e dalla tua bocca non uscirà una sola parola di rabbia e nel tuo cervello non affiorerà un solo pensiero di imprecazione, ma tu vorrai solo andare avanti per conoscere la Vittoria, e così facendo sarai certo di vendicare l’amico caduto, allora, allora appena sarai certo di averla imparata a conoscere, sarai certo di amarla! »

    http://nessunaresa.splinder.com/archive/2004-09

 

 
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