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    Predefinito Fra Religione E Filosofia

    Zeus e gli altri? I «padri» dei santi cristiani
    di luciano canfora
    Non è la prima volta che torna in auge il culto degli dei greci, dopo la loro eclissi. All’inizio del Novecento, in Germania, la «cerchia di Stefan George», restaurò culto e cerimoniali sia pure ad uso di un gruppo piuttosto ristretto di letterati estetizzanti. Essi volevano essere direttamente i greci antichi. Non pochi ne sorrisero. Il loro contributo ad una rinascita dell’Ellade antica fu nullo. Altri culti «pagani», ma di origine paleogermanica, furono rimessi in vigore non molti anni dopo dal massimo criminale del secolo XX, Heinrich Himmler, il capo supremo delle SS e fondatore del «Ahnenerbe» (il lascito degli antenati). Qui la farsa diventò tragedia. Ma, indagando in tema di restaurazioni, si potrebbe riandare ancora più indietro nel tempo, fino al tentativo di un grande e misconosciuto imperatore del IV secolo, Giuliano, detto ingiustamente «l’apostata», il cui sforzo di restaurare l’antica religione greca fu incrinato dal modo stesso, filosofico e dunque metaforico, con cui egli intendeva tale restaurazione. Restaurare la religione greca è arduo. Esistette infatti una religiosità greca, ma, al tempo stesso, esistettero tanti e tra loro assai diversi culti riguardanti non di rado le stesse divinità. Quella greca non fu una teologia chiusa, ma piuttosto una teologia aperta, sorretta da una idea vaga e complessiva del divino e sempre più fortemente impregnata di filosofia. È dunque difficile ricavarne e addirittura restaurarne un determinato culto. Ma, a ben vedere, la religione dei greci, via via impregnata di pensiero neoplatonico, vive ancora: nel Cristianesimo e in particolare nel Cattolicesimo, che è solo apparentemente monoteistico, ma che ha ripristinato una molteplicità di entità divine attraverso il culto di figure intermedie quali la «Vergine» e i «santi». E inoltre esso è sorretto da una teologia che è innervata di pensiero greco. Nulla nella storia scompare, tutto si mescola e si trasforma.



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  2. #2
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    Predefinito Fra religione e letteratura, Octavio Paz



    Queste parole sono tratte da un romanzo di Octavio Paz intitolato –Il labirinto della solitudine”.
    Si nota nella descrizione della festa tutta una serie di germi propri del mondo gentile e pagano che è rimasto anche nella nostra società , seppur sottotraccia. La festa intesa come liberazione o atto cultuale e cultuale per imbonirsi le divinità affinché ci aiutino ,durante tutto l’anno, nel superare le difficoltà le paure, per superare la penuria e la miseria materiale. Una storia eterna che si ripete, e che l’uomo tenta di superare con gli stessi metodi: <<con un giorno di caos, per ritrovare l’ordine e la serenità>>.
    D’altra parte il Messico tenta disperatamente di mantenere il legame con il passato indio attraverso opprimente cultura ispanico-europea disastratamene cristiana
    .

    Il nostro calendario è popolato di feste. In certi giorni, nei piccoli villaggi più appartati come nelle grandi città, l'intero paese prega, grida, mangia, si ubriaca e uccide in onore della Vergine di Guadalupe o del Generale Zaragoza.
    Ogni anno, il 15 settembre, alle undici di sera, in tutte le piazze del Messico celebriamo la festa del Grido; e una moltitudine effettivamente inebriata grida per lo spazio di un'ora, forse per meglio tacere per il resto dell'anno. Durante i giorni che precedono e che seguono al 12 dicembre, il tempo sospende la sua corsa, fa un alt, e invece di spingerci verso un domani sempre irraggiungibile e menzognero, ci offre un presente pieno e perfetto, di danza e di divertimento, di festino e di comunione con ciò che vi è di più antico e di più segreto del Messico. Il tempo cessa di essere successione e torna a essere quello che fu ed è originariamente: un presente, in cui passato e futuro alla fine si riconciliano. Ma non bastano le feste che la Chiesa e la Repubblica offrono a tutto il paese. La vita di ogni città e di ogni villaggio è retta da un santo, che si festeggia con devozione e regolarità. I quartieri, le corporazioni hanno pure le loro feste annuali, le loro cerimonie e le loro fiere. E infine, ognuno di noi, atei, cattolici o indifferenti, possiede il proprio santo, che onora ogni anno.
    Sono incalcolabili le feste che celebriamo e il danaro e il tempo che spendiamo per festeggiarle. (…) La nostra povertà si può misurare dal numero e dalla sontuosità delle feste popolari. I paesi ricchi ne hanno poche: non c'è tempo ne humour. Non sono necessarie, la gente ha altre cose da fare e quando si diverte lo fa in piccoli gruppi. [...] Ma un povero messicano, come potrebbe vivere senza quelle due o tre feste annue, che lo compensano delle sue ristrettezze e della sua miseria? Le feste sono il nostro unico lusso; esse sopravvivono, forse con vantaggio, al teatro e alle vacanze, al week-end e ai cocktail-party degli anglosassoni, ai ricevimenti della borghesia e al caffè dei mediterranei. In quelle cerimonie - nazionali, locali, di corporazione o familiari - il messicano si apre all'esterno. Tutte quelle feste gli danno modo di rivelarsi e di dialogare con la verità, con la Patria, gli amici o i parenti. Durante quei giorni il silenzioso messicano fischia, grida, canta, getta petardi, scarica la sua pistola in aria; scarica la propria anima. Il suo grido, come i razzi che tanto gli piacciono, sale fino al cielo, scoppia in una esplosione rossa, verde, azzurra e bianca, e cade vertiginoso, lasciando una coda di scintille dorate. [...] [IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/LUIGIP%7E1/IMPOST%7E1/Temp/msohtml1/01/clip_image001.jpg[/IMG]
    A volte l'allegria finisce male: vi sono lotte, ingiurie, colpi di pistola, coltellate. Anche questo fa parte della festa. Perché il messicano non si diverte: vuole superarsi, saltare il muro della solitudine che per il resto dell'anno lo isola. Tutti sono posseduti dalla violenza e dalla frenesia. Le anime scoppiano, come i colori, le voci, i sentimenti. Si dimenticano di se stessi, mostrano il loro vero volto? Nessuno lo sa. L'importante è di uscire, di aprirsi la strada, di inebriarsi di rumore, di gente, di colore. Il Messico è in festa. E questa resta attraversata da lampi e da deliri, è come il rovescio brillante del nostro silenzio e della nostra apatia, della nostra riserva e della nostra scontrosità. [...]

    Iscritta nell'orbita del sacro, la Festa è, anzitutto, l'avvento dell'insolito. La reggono regole speciali, peculiari, che la isolano e ne fanno un giorno d'eccezione. E con essa si introduce una logica, una morale e persino una economia che frequentemente contraddicono quelle di ogni giorno. Tutto accade allora in un mondo incantato: il tempo è un altro tempo (situato in un passato mitico o in una attualità pura); lo spazio in cui si verifica cambia di aspetto, si stacca dal resto della terra, si adorna e si converte in un "luogo di festa" (in genere si scelgono luoghi speciali o poco frequentati); i personaggi che intervengono abbandonano il loro rango umano o sociale e si trasformano in vive rappresentazioni, anche se effimere. In certe feste sparisce la nozione stessa di ordine, il caos ritorna e regna la licenza. Tutto è permesso: spariscono le gerarchie abituali, le distinzioni sociali, i sessi, le classi, le corporazioni. [...]. Così, dunque, la Festa non è solamente un eccesso, uno spreco rituale dei beni così penosamente accumulati durante tutto l'anno; è anche una rivolta, un improvviso immergersi nell'informe, nella vita pura. [...] La Festa è un'operazione cosmica: l'esperienza del Disordine, la riunione degli elementi e dei principi contrari per provocare la rinascita della vita.

  3. #3
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    Predefinito Sempre Octavio

    “Tutto si trasfigura, tutto è sacro,
    il centro della terra è in ogni stanza,
    sempre è la prima notte, il primo giorno,
    il mondo nasce quando due si baciano”
    OCTAVIO PAZ
    QUESTE PAROLE ,FUORI DALLA BANALITA' TENTANO DI ABBRACCIARE LA VERA RELIGIOSITà DELL'UOMO , QUELLA PRIMA, QUELLA CHE NON MORIRA' MAI.

 

 

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