LE AMNESIE DELLA «GIORNATA DELLA MEMORIA»

di Enrico Galoppini

Premessa (gennaio 2008). Due anni fa, un "coraggioso" (sic) professore di Liceo mio amico propose quest'articolo alla sua classe come argomento di discussione. Ne uscirono dei temi nei quali i ragazzi espressero un ampio consenso per le idee sostenute in questo articolo, articolandolo con numerose ed originali riflessioni. I giovani, infatti, non avendo ancora un "posto" da mantenere, una "reputazione" da difendere, un ruolo (una "maschera"?) da recitare, non si "scandalizzano" come gli adulti, non hanno sviluppato il fiuto che li tiene lontani dalle "rogne": sono naturalmente portati - prima di essere "educati" - ad accogliere ogni "verità", per discuterla ed integrarla con altre "verità".

Si capisce bene perché dei "poveri di spirito" si agitano tanto affinché le "giovani generazioni" vengano "educate"... Per evitare che ragionino, che "pensino con la propria testa", sebbene si senta ripetere che questo è un (laicissimo) "valore"...

EG


Mentre una propaganda a tamburo battente in questi giorni ci obbliga a «non dimenticare», il circo politico-mediatico (nel quale si agitano, appunto, veri pagliacci) che da un settimana a questa parte, totalitariamente, propone all’attenzione degli italiani solo e sempre un’unica interpretazione di un’unica vicenda, è lo stesso che di fronte a situazioni del tutto analoghe a quelle vissute dagli abitanti di Varsavia sessant’anni fa non trova di meglio che glissare, occultare, mistificare, far passare una cosa per un’altra. Per cui, se gli ebrei del ghetto avevano tutte le ragioni per insorgere contro i tedeschi, ed il loro eroismo varrà sempre come fulgido esempio, per gli insorti delle odierne Varsavia non c’è neanche l’ombra di una citazione: nessuno - a meno che non si vada su internet a cercare informazione alternativa - ne vedrà mai gli abitanti massacrati e le abitazioni sventrate: Jenin, nel 2002, Falluja, nel 2004 (e tutt’ora)… città i cui abitanti hanno opposto una strenua resistenza agli invasori israeliani, nell’un caso, americani, nell’altro. Occhio non vede, cuore non duole.



Un innominabile parlamentare, commentando la storica sentenza milanese[1] che distingue tra guerriglia e terrorismo[2] in Iraq, ha sproloquiato: “Tutti gli italiani che seguono quel che accade in Iraq non possono non indignarsi di fronte a questa sentenza”. Tanto per cominciare, tutti gli italiani meno uno, ovvero il sottoscritto. E poi chissà quanti altri… probabilmente tutti quelli che leggono questo giornale, verrebbe da dire parafrasando quell’esaltato.

Ma non solo, perché almeno tutte le persone che frequento io hanno trovato quella sentenza sacrosanta. Le cose sono due: o io, i lettori di “Rinascita” e i miei amici siamo tutti ‘sbagliati’, oppure si è in presenza di un fenomeno di sovraesposizione mediatica di un unico punto di vista, di un controllo dei confini della «moralità» del dibattito politico mai visto prima. Le redazioni dei giornali, i centri studi, le «fabbriche del consenso», insomma, più le segreterie dei partiti, sono difatti presidiate da personaggi incaricati di fissare i paletti del «moralmente corretto»: oltrepassarli equivale inequivocabilmente a collidere con tendenze innominabili, ad evocare «rigurgiti nazisti», ad intelligenza col Nemico, a farsi portatori del Maligno.



Tuttavia, in circolazione ci sono molti meno cretini di quanti spererebbero questi apprendisti stregoni, per cui ciascuno, in mancanza di tribune partitiche, televisive e giornalistiche libere da questa invadente, insolente, prepotente e vomitevole presenza (per non parlare di quegli ‘alternativi’ che si autocensurano), può arrangiarsi come può. Ad esempio, recandosi in un’emeroteca per rileggersi come la stessa stampa che oggi vediamo allineata in blocco sulle posizioni israelo-americane si posizionava negli anni Settanta-Ottanta riguardo agli stessi argomenti.

L’ipotetico investigatore si accorgerebbe che le cose non sono sempre andate così come ci troviamo a sopportarle. Se ne rende conto se solo va a ripassare la stampa di sinistra radical chic, quella benpensante scalfariana, che ha sempre avuto la pretesa di parlare in nome della «gente», mentre in realtà è espressione di uno snobismo elitario che è quanto di più lontano si possa pensare dalla famosa «gente».

Il nostro Sherlock Holmes, spulciando, s’imbatterebbe nel titolo dell’editoriale de La Repubblica del 13 agosto 1976 sulla strage di palestinesi avvenuta nel campo di Tell el Zaatar, assediato da siriani e falangisti libanesi: Come 30 anni fa nel ghetto di Varsavia. E ad un primo sbigottimento, ne farebbe seguito un altro: lo stesso quotidiano, il 20 settembre 1982, dopo il massacro di Sabra e Shatila (16-18 settembre), titolava: Le menzogne israeliane; nell’occhiello: I soldati israeliani rastrellano e deportano i sopravvissuti.



Sembra di riesumare dei reperti archeologici, eppure sono titoli di venti-venticinque anni fa, quando il ricatto morale dei filo-sionamericani non era ferreo come oggi e stare con i palestinesi garantiva pur sempre un rendita. Che cosa è cambiato nel frattempo, si chiederebbe il nostro allibito investigatore?



A chiarirgli le idee è giunta, quanto mai tempestiva, la messa in onda, in occasione della «Giornata della memoria», del film Il pianista di Roman Polanski, in cui si narra la storia di un suonatore di piano di religione israelita, le cui note vengono irradiate nell’etere dall’ultima trasmissione della radio polacca prima che i nazisti provvedano a chiuderla.



Apriamo una parentesi necessaria. Per comprendere come il ricatto morale imposto su tutto ciò che coinvolge il Sionismo si stia rinforzando sempre più, è bene tenere a mente che i filo-israeliani (israeliti e non) profondono energie intellettuali e risorse finanziarie di non poco conto in una certosina opera di conservazione dello stato di narcosi in cui i non diretti interessati - che potrebbero sempre tornare in sé - vengono interessatamente e forzatamente mantenuti. Tuttavia, come nei normali casi di tossicodipendenza, il drogato non può restare tale se non gli si somministrano dosi sempre più elevate. A questo provvedono i vari Schindler's List, La vita è bella, Perlasca... sfornati e riproposti con cadenza regolare, a dosi omeopatiche, ammantati dell’aura del capolavoro e puntualmente sommersi da statuette premio, elargite da istituzioni culturali ovviamente libere e indipendenti.



Ma non è questo il punto più importante. E non è neppure in questione l’aspetto artistico de Il Pianista, come quello delle altre pellicole summenzionate. Si tratta invece di una questione di equità.



Questo genere di film - ci viene detto - viene proposto all’attenzione del pubblico perché impartirebbe una lezione imperitura, affinché simili abiezioni non abbiano più a ripetersi. «Mai più», è uno degli slogan più ripetuti.

E allora perché lo stupro di Jenin? Perché il martirio di Falluja? E, soprattutto, perché la totale indifferenza da parte dello stesso sistema che manda le scolaresche ad Auschwitz[3] e impone un consenso bulgaro sulla «Giornata della memoria»?

Ecco, piuttosto, le lezioni che si traggono dall’osservazione della realtà:

Prima lezione: simili abiezioni – malgrado le rieducazioni cinematografiche - si sono ripetute e si ripetono regolarmente, per non dire sempre più spesso;

Seconda lezione: la maggior parte di simili odierne abiezioni si svolgono nell’indifferenza, massima nel caso della Palestina e dell’Iraq;

Terza lezione: per tale indifferenza si distinguono particolarmente coloro che sono in prima fila nel denunciare quotidianamente l’abiezione che ha portato alla rivolta del ghetto di Varsavia.



Parliamoci chiaro. A chi non vuol vedere le cose con le lenti del pregiudizio, l’osservazione dei dati forniti dall’esperienza insegna che la somministrazione regolare di queste pellicole determina un unico risultato: l’impunità dei crimini passati, presenti e futuri dell’America e del Sionismo[4], e la garanzia della (immeritata) rispettabilità per tutti quei politici, giornalisti ed opinionisti che hanno qualche interesse nel dimostrare una somma indifferenza di fronte ai massacri dei popoli aggrediti dai loro padroni. Popoli la cui cinematografia, al massimo, viene proposta in qualche cineclub seminascosto (è il caso dell’ultimo documentario-intervista ad Arafat, che né la Rai né La7 hanno voluto trasmettere), con la scusa che si tratta di materiale inopportuno, fazioso, antiamericano, antisemita…



L’insistenza su una «memoria» a senso unico alimenta il conformismo, e il risultato è che un solo messaggio veicolato da una sola cinematografia, la più potente e dotata di mezzi, impone la dittatura dei soggetti e dei palinsesti. Ecco dove conduce la cultura della «memoria» sponsorizzata Hollywood[5]: al punto zero dell’indifferenza.



Fonte: “Rinascita”, 29 gennaio 2005