Il Governo istituzionale per l’Italia, all’interno della crisi finanziaria globale in corso, rappresenta un rischio per la cittadinanza. Le autorità finanziarie nonostante le stiano provando di tutte, non riescono a bloccare l’emorragia in corso sui mercati finanziari. Secondo oramai molti “guru” il mondo è entrato nella più grave crisi finanziaria del dopoguerra. In realtà questa crisi rischia di rappresentare la più grave che la storia dell’uomo ricordi se i governi nazionali non intervengono in modo coordinato. Essa, infatti non coinvolge singole regioni del pianeta, ma tutto il pianeta. L’interdipendenza tra economie è oggi tale che una crisi finanziaria ed economica negli Stati Uniti finisce con il coinvolgere tutta la catena dell’economia planetaria. Il grosso problema è che l’economia statunitense in primo luogo e quelle post-industriali in genere, sono una truffa in quanto ciò che nominalmente (contabilmente) rappresentano non ha niente a che fare con la vita reale della gente.
Questa situazione non è irrimediabile se si decide di abbandonare il modello economico-finanziario vigente: da un sistema monetarista e liberista, si deve tornare ad un sistema dirigistico che guardi all’economia fisica. Solo quegli stati-nazionali che punteranno a salvare i diritti civili della persona, piuttosto che gli artificiosi diritti di credito dei salotti finanziari, resteranno in piedi.
All’interno di questo contesto, un Governo tecnico od istituzionale – magari guidato da un Draghi, o da un Monti – rappresenta un pericolo per la Nazione. In quanto non eletti, non avendo alcuna responsabilità politica di fronte al popolo, questi signori sarebbero esclusivamente dei garanti dei circoli finanziari.

Che la classe politica dirigente si sia trasformata da eletti del popolo dediti al perseguimento del Bene Comune, promotori del pieno sviluppo della persona umana (come recita l’art. 3, 2° co., Cost.), a meri esecutori, amministratori delegati, “sceriffi di Nottingham” degli interessi finanziari, ce lo dimostra anche il raffronto tra l’ultimo discorso alla Camera dei Deputati da Presidente del Consiglio di Romano Prodi e gli ultimi dati Eurispes. Secondo Prodi i “conti sono stati risanati” e l’economia sarebbe ripartita. Secondo l’Eurispes solo una famiglia su tre arriverebbe a fine mese.
Di fronte a problematiche di questo tipo, Piero Fassino a Porta a Porta con piglio da “ganzino”, quasi alla ricerca del perché l’universo non funzioni più, si lamentava del fatto che la destra non aveva sostenuto il progetto di liberalizzazione del settore taxi (!) e si beava del fatto che le liberalizzazioni del ’96 e del 2001 del settore bancario l’aveva fatte il centro-sinistra. Non si può che affermare che a forza di farci, ci sono diventati! Questi credono veramente che la deregolamentazione, serva a migliorare l’economia e dunque la vita della gente. Ma d’altra parte il governatore della Fed, Ben Bernanke, con la sua operazione “stimulus” crede di far ripartire l’economia americana solo ampliando la “libertà” del mercato di prendere del denaro per farci ciò che più gli aggrada.
Siamo di fronte ad un dramma con epilogo tragico – la tragedia è il tenore distrutto delle famiglie – dove l’epicentro del terremoto è dato, come tutto ciò che muove l’universo, da un elemento di carattere soprasensibile: l’idea (nel senso platonico del termine, come principio). Questa idea devastatrice è quella per cui l’uomo invece che regolare i processi, debba liberarli dal suo nefasto intervento. Questo è il liberismo. Alla radice del liberismo vi è una concezione antropologica pessimista, hobbesiana: meno l’uomo conosce e fa e meglio è. In politica ciò è alla radice del fascismo: il conoscere e l’agire sarebbero privilegio solo di alcuni eletti. Lo Stato viene concepito come una realtà immateriale inquinante, piuttosto che il più alto livello organizzativo che gli uomini tra di loro si dànno.
Il bello è che il discorso di Fassino contiene già in sé la dimostrazione che tutta l’architettura del suo pensiero economico (ma primariamente antropologico) sia fallace. Il fatto che le liberalizzazioni bancarie le abbia fatte il centro-sinistra non è qualcosa di cui vantarsi. Se invece di fare quotidianamente il bagno nei privilegi concessi dal fare i politicanti, questi signori si fermassero costantemente a riflettere su come funziona la realtà, forse si accorgerebbero che il processo di liberalizzazione (anche se sarebbe più corretto dire di privatizzazione) del comparto bancario, non ha fatto altro che creare un megaduopolio dove sono sostanzialmente restate in campo soltanto due banche italiane (e dove una è praticamente controllata dall’altra grazie ad una relazione di controlli azionari). Privilegi, riduzione degli stipendi dei lavoratori, inefficienza del servizio, ne sono i risultati.
Questi signori dovrebbero perseguire l’obiettivo del pieno sviluppo della persona umana ma se nel corso degli anni le loro conoscenze e le loro conseguenti azioni hanno portato alla distruzione dei tenori di vita delle famiglie, vuol dire che si stanno occupando di altro e che le loro azioni sono manifestamente violazioni delle leggi e della legge fondamentale a cui tutto il nostro sistema politico, economico e sociale dovrebbe rimettersi.

Il Presidente della Corte di Cassazione ha denunciato all’apertura dell’anno giudiziario che non una sola legge è stata utile a ridurre di un sol giorno la durata dei processi. E questa accusa è ovviamente rivolta a tutta la classe politica dirigente che nel corso degli anni si è alternata alla guida del Paese.
Non si fanno le cose che possono migliorare il presente ed il futuro dei cittadini, ma solo quelle che tornano utili ai preminenti interessi finanziari.
Si pensi ad ulteriore titolo di conferma, che il Governo ieri caduto, aveva avviato la propria esperienza politica con l’altisonante slogan del “No alla politica dei due tempi!” (con ciò intendendo che non si voleva ripetere l’errore del 1996-2001 dove prima si “risanò” il bilancio e poi si tentò di attuare politiche di crescita economica). Di fatto anche a questo giro si è ricorsi alla “politica dei due tempi” o meglio di “un solo tempo”, quello dei tagli di bilancio, senza alcuna politica di crescita attuata. D’altra parte se per politica di crescita si intendono le liberalizzazioni, meglio che non ne abbiano attuata alcuna. Le uniche possibili politiche di crescita sono quelle di stampo rooseveltiano o, detto più propriamente, quelle del “Sistema americano di economia politica” come ebbe modo di definirlo Alexander Hamilton. Lo sono esclusivamente queste perché si fondano sulle qualità ontologiche umane del conoscere e del creare. La comunità, attraverso il livello organizzativo datosi – cioè lo Stato – , è chiamata ad armonizzare tutte le individualità al fine di intervenire, e non a farsi da parte e a lasciare alle “magiche” leggi del mercato il fare.
Ritornando al rapporto Eurispes, è interessante rilevare il dato dell’economia sommersa (in nero). Si tratterebbe di un valore pari ad 549 mld di euro, ossia un valore pari ai pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld) messi insieme.
Se in termini contabili e di tendenze economiche questo rappresenta un problema a cui si deve porre rimedio, in termini di vita reale delle persone, praticare politiche fiscali punitive, vuol dire di fatto uccidere intere famiglie. L’opzione Visco dunque è un male peggiore del problema da risolvere. Con il cappello delle politiche rigoriste, monetariste e liberiste, perseguitare in ambito fiscale tali realtà corrisponde alla lesione dei diritti civili. Senza politiche di tipo espansivo e dirigistico non è possibile dare alla gente le necessarie alternative lavorative legali, prima di strapparle al lavoro sommerso. Dunque all’interno del Trattato di Maastricht sono concepibili solo degli “sceriffi di Nottingham” alla Visco. Tuttavia questa politica economico-fiscale era sostenuta da preminenti parti del centro-sinistra.
Ora, alla luce di tutto ciò, chi continua a parlare di riforma elettorale si dimostra essere un traditore della Nazione. Questa riforma elettorale non è necessaria per il semplice fatto che l’instabilità governativa si aveva anche con la precedente legge elettorale del ’93. Si pensi alla caduta del primo Governo Berlusconi nel ’94 ed alla caduta del primo Governo Prodi nel ’98. Con la legge elettorale del ’93 alcune esperienze di governo crollarono su sé stesse, altre si ressero (secondo Governo Berlusconi, ma anche il primo Governo D’Alema che cadde per la sconfitta elettorale del centro-sinistra alle amministrative). Anche nell’ipotesi per ora inverosimile di due soli partiti, i governi potrebbero risultare instabili. Si pensi ad una gara tra il Partito Democratico (PD) ed il Partito Popolare della Libertà (PPL). Il PD vince le elezioni con un premio di maggioranza che lo porta ad almeno il 60% dei seggi. Tuttavia nel PD come nel PPL vi sono varie correnti (d’altra parte è così anche negli Stati Uniti ed è inverosimile pensare che così non possa essere). La corrente prodiana piuttosto che quella dalemiana, per esempio, decidono che Veltroni utilizzi metodi troppo veltronicentrici (o meglio debenedetticentrici) e non sostiene più il Governo (si astiene su una mozione di fiducia). Siamo punto e a capo. Ecco che emerge il pericolosissimo punto a cui si rischia di arrivare in un processo di fascistizzazione pienamente in corso: l’abolizione del costituzionale divieto del mandato imperativo (non vi è un rapporto di mandato tra eletto ed elettore). Se Tizio è eletto sotto il PD, ad un certo punto può cambiare idea e sostenere il PPL. Questo divieto fu introdotto per ovviare ai fenomeni di limitazione della libertà del parlamentare; questo non risponde giuridicamente della propria azione parlamentare, ma solo politicamente, alle successive elezioni di fronte ai propri elettori con il non voto da parte di questi ultimi.
Il pericolo della deriva fascista è evidente nel momento in cui nessuno nella classe politica prende posizione esplicita contro le affermazioni apologetiche di reato di Umberto Bossi quando minaccia rivoluzioni col ricorso ai fucili. La magistratura non può realisticamente intervenire – interverrebbe contro un capopopolo rischiando di accendere chissà quali focolai violenti – se la classe politica non prende posizione contro questa palese violazione della legge.
Allora la grande questione e soluzione torna ad essere la questione della verità. Senza grandi valori e progetti attorno a cui coalizzare i più non è possibile uscire dal tunnel in cui non solo l’Italia è piombata. Se non si fa ricorso alla forza della verità tutto è impossibile. In concreto, se non si denuncia l’orgia speculativa che da un quarantennio succhia il sangue dei popoli, e non si dà avvio al progetto di Nuova Bretton Woods architettato da Lyndon LaRouche per la riforma del sistema monetario internazionale, nessuna economia mondiale potrà salvarsi dalla crisi finanziaria in corso. Fatta questa riforma si deve dare avvio a politiche dirigistiche di credito pubblico per il finanziamento di grandi progetti infrastrutturali ed industriali ad alta intensità di tecnologia e di capitale. In una parola occorre riscoprire Franklin Delano Roosevelt (FDR). Via i pretestuosi parametri di bilancio – d’altra parte non li hanno la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – almeno per gli investimenti in conto capitale; via l’assurda idea per cui sia il mercato lasciato a sé stesso a produrre ricchezza; via l’assurda idea per cui si è progrediti troppo, dimostrando di non comprendere che la relazione tra l’uomo e la natura, impone un rapporto di padronanza della stessa sempre più elevato, pena altrimenti la distruzione dell’uomo e della natura stessa.

Claudio Giudici