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    Predefinito Governo "di scopo", Cosa rossa ed altro ancora

    Il governo istituzionale è una trappola mortale!

    Claudio Bellotti - Direzione Nazionale PRC
    30 gennaio 2008

    Il dibattito nel Prc dopo la caduta di Prodi

    La proposta del segretario di Rifondazione Giordano di schierare il Prc a favore di un governo “di scopo” costituisce un azzardo che mette in bilico le stesse sorti del nostro partito.
    Tutto milita contro una simile proposta, come tenteremo di argomentare. Tutto, tranne l’oltranzismo di Bertinotti e la perversione elettoralista che identifica la forza del partito col numero dei parlamentari che riesce ad eleggere (meglio ancora, secondo questa logica, se inseriti in una maggioranza di governo).
    Prima osservazione: un governo “neutrale” che si dedichi solo a scrivere le cosiddette regole del gioco, non è mai esistito e non esisterà mai. Qualsiasi governo esca, appena insediato agirà necessariamente su tutti i terreni. In politica estera, si troverà a gestire non solo il dibattito sulla missione in Afghanistan, ma anche quello sui Balcani (sull’orlo di un possibile conflitto per la annunciata secessione unilaterale del Kosovo) e del Libano (sull’orlo di una guerra civile). In politica economica, si troverà ad affrontare le conseguenze della crisi borsistica e finanziaria internazionale; sul terreno economico e sociale, Confindustria già preme per riaprire i vari tavoli di controriforma, primo fra tutti quello sui contratti nazionali di lavoro. E si potrebbe continuare a lungo.
    Seconda osservazione: un governo del genere, per la sua stessa natura, ha un forte potere di ricatto sulla sua stessa maggioranza; immaginiamo che l’ipotetico governo tecnico su uno qualsiasi di questi terreni prendesse decisioni fortemente contrarie a quanto proposto dal nostro partito: come potremmo rompere a pochi giorni o settimane dal suo insediamento, coprendoci di ridicolo e compromettendo il bene supremo (secondo Giordano) della legge elettorale?
    Terza osservazione: qualora il governo fallisse, si finirebbe diritti al referendum, che se approvato porterebbe a una legge elettorale paragonabile alla legge fascista Acerbo del 1924 (il primo partito si prende la maggioranza assoluta dei deputati).

    Cosa rossa a pezzi

    Ce ne sarebbe a sufficienza per archiviare la proposta di Giordano come una barzelletta o una eccentricità, ma ancora non basta. Alla proposta di governo “di scopo” si affianca un tentativo disperato di rilanciare una Cosa rossa, altrimenti detta Sinistra arcobaleno, che dire in pezzi è ancora poco.
    Riassumiamo. Dopo l’assemblea dell’Arcobaleno dell’8-9 dicembre, i Verdi si sono praticamente sfilati dall’impresa e guardano sempre più da vicino al Partito democratico. Il Pdci è su posizioni diametralmente opposte a quelle di Rifondazione e chiede elezioni subito, si oppone alla riforma della legge elettorale e sogna di poter essere nuovamente imbarcato nel centrosinistra. All’interno di Sinistra Democratica si è aperta una ulteriore divisione, con il settore legato alla burocrazia Cgil che si dichiara insoddisfatto per l’eccessiva vicinanza con Rifondazione. Cosa può mai dire il ritornello ripetuto da Giordano secondo cui “si parte con chi ci sta”, se non che evidentemente a “starci” sono ormai davvero pochi? Gennaro Migliore ha poi proposto di aprire un tesseramento autorganizzato al nuovo soggetto. Così, dopo il “partito senza tessere” che alcuni propongono a Veltroni come modello per il suo Pd, avremo anche la “tessera senza partito”…

    Coalizione “coatta” o autonomia?

    Nella Direzione nazionale del Prc tenutasi il 16 gennaio si è insistito sul fatto che tutto questo si fa in nome dell’autonomia del partito e della sinistra. Una nuova legge elettorale ci permetterebbe di sfuggire alle “coalizioni coatte” obbligate dall’attuale legge. Sfugge completamente che la “coazione” a coalizzarsi, detto più chiaramente la subalternità di fronte al Partito democratico, non nasce dalle leggi elettorali, ma nasce innanzitutto nella testa, ossia nelle strategie e nell’opportunismo di tanti dirigenti della sinistra. Sia fuori che dentro il Prc.
    Basti vedere le reazioni all’annuncio di Veltroni che il Pd andrà da solo alle prossime elezioni. Immediatamente è partito un lungo corteo di postulanti che hanno iniziato a bussare a tutte le porte del Pd spiegando con voce piagnucolosa che così “Walter” regala la vittoria a Berlusconi, che significa “dichiarare morto il centrosinistra” (questo lo ha detto Mussi: e noi, poveri idioti, convinti che non solo fosse morto, ma il cadavere stesse pure cominciando a profumare…).
    Vedremo come andrà a finire, nel Pd ci sono orecchie più sensibili a questo discorso, altre meno. Ma ci sembra del tutto secondario rispetto al punto fondamentale che vorremmo porre al centro della discussione nel Prc: il rapporto tra noi e il Pd non può essere discusso nei termini fin qui proposti, ossia una ripetizione di quanto è avvenuto con l’Unione di Prodi: si discute la piattaforma, si vede se “esistono le condizioni”, e poi si decide. L’esperienza del programma dell’Unione ci sembra al riguardo più che sufficiente.
    Il rapporto tra noi e il Pd non può essere determinato da ciò che in un dato momento venga scritto su un pezzo di carta detto programma. È invece determinato dalla natura di classe di quel partito, che ne determina programmi, orientamenti, strategie. È questa la discussione da farsi nel Prc, che invece è stata fino ad oggi elusa completamente. Oggi il Pd è compiutamente uno dei pilastri, probabilmente il principale, della politica della borghesia italiana, è il partito che più sistematicamente e coerentemente si propone di tradurre le istanze della classe dominante in azione politica. Questo fatto può venire messo in ombra per una fase dalla probabile rimonta di Berlusconi, ma rimane un punto centrale da assumere se vogliamo che la nostra strategia si basi sui fattori fondamentali e strutturali e non sull’ultima brezza che soffia in parlamento o sull’ultima dichiarazione alla stampa di questo o quell’esponente politico.

    Il dibattito interno

    La Direzione del 16 gennaio ha visto un’ulteriore articolazione nella (ex?) maggioranza, considerato che alle critiche nostre, di Essere comunisti e dell’Ernesto si è affiancata quella di Mantovani (come già da diverso tempo) e quelle di Elettra Deiana e di Giovanna Capelli (entrambe deputate). Ferrero ha limitato i suoi distinguo alla richiesta che l’ipotetico governo “di scopo” non prolunghi la sua esistenza oltre la primavera. È inoltre emersa una posizione ancora più moderata, presente nell’intervento di Graziella Mascia, che ha criticato l’ipotesi che il partito possa compiere delle rotture sui prossimi voti in parlamento e segnatamente sulle missioni militari e sul pacchetto sicurezza. Se dovesse affermarsi tale impostazione avremmo una nuova ed estrema versione del governismo che ha portato il Prc sugli scogli: il “governismo senza governo”.
    Rimane tutto da compiere un serio bilancio del percorso fin qui seguito a partire dal congresso di Venezia del 2005. Il catalogo delle frasi vuote con le quali si è tentato di giustificare e abbellire quanto si stava compiendo potrebbe riempire un libro. Dalla “grande riforma della società italiana” sventolata da Bertinotti a Venezia, al “no alla politica dei due tempi” durante la stesura del programma, al famigerato “vuoi vedere che l’Italia cambia davvero” della campagna elettorale, al celebre manifesto “anche i ricchi piangano” della prima finanziaria… ad ogni legnata che arrivava si rispondeva con esorcismi e formule magiche. Ora tutto questo è arrivato al capolinea. Con l’Unione è morta anche una strategia fallimentare. Invece di attardarsi in tentativi fuori tempo massimo, è il momento di cominciare a sgomberare le macerie.
    Macerie che, ne siamo ben consapevoli, non sono certo solo residui di una fase superata. La linea governista è stata sconfitta dai fatti, ma resta il compito più importante e decisivo, quello di sconfiggerla nella coscienza del partito, di costruire un argine contro le pressioni che continueranno a venire innanzitutto dal settore più apertamente liquidazionista, appoggiato dalle forze moderate che si concentrano innanzitutto nel vertice di Sd e, infine, di elaborare una strategia di opposizione, la piattaforma programmatica, di far rinascere nella militanza la voglia e la passione di calarsi nel vivo delle contraddizioni sociali e dei conflitti dai quali attingere le forze per un rilancio del nostro partito.
    Se esiste un futuro per Rifondazione, è nella sua ricostruzione come forza di opposizione. La strada è lunga, tanto prima la imboccheremo, tanto meglio sarà!

    www.marxismo.net

  2. #2
    Μάρκος Βαφειάδης
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    GOVERNO: MINORANZA PRC, UNICA SOLUZIONE ELEZIONI
    di
    su Ansa del 30/01/2008

    «L'idea di un governo a tempo non ci convince. È una proposta non sostenibile. L'unica cosa giusta da fare ora sono le elezioni per recuperare un rapporto di trasparenza con gli elettori». Gian Luigi Pegolo, deputato di Rifondazione Comunista ed esponente della minoranza dell'Ernesto boccia l'ipotesi di un governo istituzionale e indica come unica soluzione il ricorso alle urne. In una conferenza stampa organizzata con Fosco Giannini, senatore del Prc, e Leonardo Masella, entrambi esponenti della minoranza del partito, Pegolo non esita a mettere in guardia Rifondazione stessa dall'appoggiare un governo istituzionale: «Avrebbe una ripercussione drammatica a livello elettorale». Per l'Ernesto dunque l'ipotesi di un governo a termine non è praticabile: «Noi - dice Pegolo a chi gli chiede quale sarà l'atteggiamento nell'eventualità le Camere siano chiamate a dare la fiducia - siamo liberi di fare qualsiasi cosa, non abbiamo condizionamenti. L'unico vincolo è la lealtà verso gli elettori che non ci chiedono di appoggiare un governo di centrodestra». L'ipotesi di un governo istituzionale però per l'Ernesto non è praticabile: «Il problema - osserva ancora il deputato del Prc - sono le elezioni, temiamo che ci si arrivi in modo sbagliato». «Noi - prosegue Fosco Giannini - siamo stati sempre responsabili nei confronti del governo, anche se è da tempo che ponevamo il problema che le politiche economiche e internazionali del governo deludevano il popolo della sinistra». Giannini non nasconde ora «la paura per un voto in cui la destra sarà vincente anche grazie al tradimento del programma da parte del governo». Critiche infine non sono risparmiate al gruppo dirigente del partito: «L'ultima direzione - sottolinea il senatore dell'Ernesto - è stata a dir poco stravagante. Le risposte date dal segretario sono sbagliate rispetto ai problemi posti. Noi crediamo che l'unica strada percorribile sia l'unità delle forze comuniste, il cuore di una colazione di sinistra».

  3. #3
    Μάρκος Βαφειάδης
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    Governo istituzionale: una scelta esiziale per Rifondazione comunista
    di Gianluigi Pegolo e Fosco Giannini*
    (*Deputato e senatore Prc-Se, del coordinamento nazionale dell'area de /'"Ernesto")



    Pensare in questo contesto politico e sociale, dopo l'esito deludente dell'esperienza del governo Prodi, a fronte di una situazione sociale che resta grave, di sostenere un governo tecnico o istituzionale per fare la legge elettorale è, a nostro avviso, un assurdo. Una simile scelta sarebbe esiziale per Rifondazione Comunista, per il suo progetto e per la sua tenuta organizzativa. Sentìamo l'obbligo, prima che politico, morale di pronunciarci sulla questione perché avvertiamo acutamente il rischio di dissoluzione del partito. Non ci muove in questo intervento il calcolo di convenienza di chi, di fronte ad un possibile nuovo scivolone della maggioranza che governa il partito, punta a lucrare sulle possibili disgrazie che ne deriverebbero, magari per ottenere qualche consenso in più in vista del prossimo congresso. Quello che vogliamo è lanciare un allarme per impedire che una scelta insensata porti dritti alla dissoluzione di un'esperienza politica straordinaria. Le ragioni di questo dissenso nei confronti delle soluzioni tecnico-istituzionali di cui si sta discutendo sono presto dette. In primo luogo, qualsiasi sia la formula che fosse adottata, il nuovo esecutivo nascerebbe con una maggioranza allargata a settori del centro-destra. Possiamo ben immaginare quale effetto avrebbe una scelta simile sul nostro elettorato. In secondo luogo, qualsiasi fosse la limitazione posta ai compiti assegnati a questo nuovo governo (per esempio la definizione di una nuova legge elettorale) alcune decisioni comunque dovrebbero essere assunte su temi delicatissimi: dalle questioni sociali a quelle di politica intemazionale. Si può ben immaginare a quali compromessi si potrebbe giungere: le nostre critiche alla politica moderata di Prodi impallidirebbero di fronte allescelte di questo nuovo esecutivo. Ed infine, con questa scelta si consumerebbe un ulteriore isolamento asinistra, rompendo con quelle forze che, come hanno già annunciato, non entrerebbero nel nuovo governo, lasciando a Rifondazione la patente di forza ambigua e cinica. Il ragionamento di quei compagni che sostengono la richiesta del governo istituzionale (o come lo si vorrebbe definire) poggia sulla necessità di ottenerea tutti i costi una nuova legge elettorale, perché la presente sarebbe un pericolo per le istituzioni. Occorre allora fare chiarezza. L'argomento èlargamente privo di consistenza. In primo luogo, il danno che potrebbe derivare dal ricorso alle urne con questa legge sul piano strettamente istituzionale è uno solo. La possibile ripetizione di risultati differenza fra Camera e Senato con il rischio di una nuova instabilità. Ma questo, lo si deve dire con chiarezza, sarebbe un rischio "virtuale", dato che qualsiasi fosse la legge concui si andasse a votare oggi, dato illogoramento subito dal centro-sinistra, l'evento più probabile sarebbe purtroppo - quello della vittoria del centro-destra. Né, in ogni caso, ci si può illudere che prolungando la legislatura di qualche mese attraverso un governo istituzionale si potrebbe scongiurare questo esito prevedibile: L'inciucio" con il centro-destra non gioverebbe certamente al recupero di consensi nel paese. Rifondazione, in particolare, dopo una simile esperienza rischierebbe un'implosione sul piano elettorale. La scelta logica, lineare e coerente con la battaglia politica condotta in questi anni dal nostro partito è quella di chiedere, a questo punto, il ricorso alle urne. Che è poi l'atto dovuto, nei confronti degli elettori, a fronte di una situazione di logoramento dell'attuale quadro politico ormai insostenibile, con risvolti davvero inquietanti, come ci dimostra la vicenda della proliferazione degli arresti di esponenti politici dell'Udeur o quella dei nuovi disastri ambientali, come nel caso dei rifiuti. Sappiamo bene cosa muove alcuni compagniacercare di andare avanti comunque. Si tratta della volontà di ottenere una legge elettorale sul modello di quella proposta nella bozza "Bianco" o ad essa simile. Questa ostinazione deriva da un calcolo politico che mira ad ottenere le condizioni istituzionali necessarie per imporre la costituzione del partito unico della sinistra radicale. Si tratta però di un calcolo sbagliato. Dopo la divaricazione che si aprirebbe fra chi entra e chi no nel governo istituzionale, dopo la fibrillazione che si produrrebbe nel partito,dopo le più che prevedibili ripercussioni negative sul piano del consenso, pensare che una nuova legge elettorale con alto sbarramento possa risolvere i problemi politici è insensato. Con ogni probabilità, si aprirebbero scenari tali da rimettere in discussione la stessa possibilità di rapporti unitari a sinistra, ammesso e non concesso che il partito fosse ancora in grado di svolgere un ruolo.

    http://www.liberazione.it/

  4. #4
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    Dichiarazione stampa del segretario di fabbrica Fiat del PdCI, Gerardo Giannone

    Il tempo delle chiacchiere ormai è finito, il tempo in cui si doveva aspettare e finito, il tempo con il quale si diceva di aspettare ormai è finito, e con esso è finito il governo Prodi.

    La Classe operaia dopo aver dovuto digerire per forza maggiore i soprusi della borghesia italiana, e dopo aver chiesto invano con una manifestazione nazionale, il 20 ottobre 2007, la non approvazione della riforma su pensioni e welfare, oggi sa che è arrivato il tempo del non ritorno, o meglio è arrivato il tempo dei comunisti.

    L’Italia oggi s’interroga se sia opportuno avere un governo di larghe intese oppure se sia il caso di andare subito alle elezioni, ma la verità è che l’Italia è stanca di subire angherie ed ingiustizie.

    Penso ai lavoratori che con questo governo e con il governo guidato da Berlusconi hanno dovuto ingoiare sia dall’una che dall’altra parte vere e proprie ingiustizie sociali, economiche e di libertà di espressione.

    Infatti, basta guardare al passato:

    • riforma delle pensioni e welfare “ MARONI” centro destra
    • riforma delle pensioni e welfare “ DAMIANO” centro sinistra
    • riforme aliquote fiscali governo Berlusconi.
    • riforme aliquote fiscali governo Prodi.
    • riforma della giustizia “Castelli” centro destra.
    • riforma della giustizia “ MASTELLA” centro sinistra

    si potrebbe continuare all’infinito, e notare come un governo sia alternativo all’altro solo nel mettere il proprio nome alla riforma senza che essa sia d’aiuto reale ai cittadini.

    Ora basta, il centro faccia il centro la sinistra decida se essere socialista o comunista, non si può continuare ad essere alleati di chi non condivide nulla di te, e abbia come unico fine il potere.

    I comunisti come già affermato dal segretario del partito DILIBERTO, hanno chiesto elezioni subito senza giri di parole o di inciuci.

    La Classe Operaia, merita una rappresentanza di classe, merita un partito di lavoratori, merita una dirigenza che sappia distinguere tra IL FINE COME GOVERNO E IL MEZZO COME GOVERNO.

    Un partito che decide di essere veramente antagonista e anticapitalista non avrà mai e poi mai problemi con soglie di sbarramento.

    Chiedo e ribadisco la volontà di adoperarci in merito alla costruzione di un vero partito di massa, il quale sia di vera rappresentanza di classe, e che abbia come scelta ideologica il COMUNISMO.

    Pertanto tutti i compagni che militano nei partiti che fanno riferimento o si riconoscono nel comunismo diano slancio dalla base e dall’alto della loro posizione affinché vengano riportate in auge le aspettative più che legittime di una parte molto consistente e battagliera del popolo Italiano.

    La storia ci aspetta, andiamole incontro.

    Fiat, 27 gennaio 2008

    Giannone Gerardo, membro del Comitato Centrale del PdCI

    http://www.resistenze.org/sito/os/ip...a28-002579.htm

 

 

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