Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Schliemann
    Ospite

    Predefinito Palermo: condannati 38 boss legati a Provenzano, problemi per le candidature

    Venti anni di carcere ai capi della "triade mafiosa" legata a Bernardo Provenzano, altri 260 anni per 36 imputati legati a Cosa nostra. E' una nuova, dura condanna, quella che parte da Palermo in un processo che questa volta vede alla sbarra boss e gregari delle cosche palermitane. Il giudice dell'udienza preliminare, Piergiorgio Morosini, ha condannato a 400 anni di carcere i 38 imputati del processo "Gotha", un'inchiesta nata intercettando conversazioni e incontri di boss in un box in lamiera dove si tenevano summit mafiosi. Il processo col rito abbreviato vede la condanna per i capimafia Antonino Rotolo, ai vertici della famiglia di Pagliarelli, e di Franco Bonura, della famiglia Dell'Uditore, ai quali sono stati inflitti 20 anni di carcere ciascuno.
    L'accusa, sostenuta in aula dai pm Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Roberta Buzzolani, ha quindi ottenuto una pena pesante per il vertice delle cosche dei "corleonesi": il loro arresto, nel giugno del 2006, aveva di fatto spianato la strada all'ascesa di Salvatore Lo Piccolo, il "re del pizzo", ai vertici di Cosa nostra.
    "Gli arrestati" aveva spiegato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, "sono reggenti di 13 famiglie mafiose e di sei mandamenti. La caratteristica particolare è che questi capimafia arrestati sono stati in passato quasi tutti condannati per mafia ed hanno già scontato la pena. Una volta pagato il loro debito con la giustizia, sono ritornati a delinquere prendendo in mano le redini delle cosche".
    L'inchiesta che ha portato all'arresto, e ora alla condanna, è stata coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm Maurizio De Lucia, Michele Prestipino, Roberta Buzzolani, Nino Di Matteo e Domenico Gozzo. Buona parte dell'indagine è stata condotta dopo che la polizia ha piazzato una microspia in un box in alluminio dove si riunivano Rotolo (che era agli arresti domiciliari e veniva anche filmato mentre scavalcava il muro di cinta di casa per raggiungere a piedi il luogo dei summit), Bonura e gli altri boss di Palermo.
    Indicato col numero 25 nei "pizzini" di Provenzano, Rotolo era agli arresti domiciliari per motivi di salute: era infatti riuscito a ottenere il beneficio dimostrando grazie ad alcuni certificati medici di essere in cattive condizioni di salute.
    Ascoltando i discorsi dei boss la Procura antimafia ha acquisito un numero impressionante di conversazioni che hanno consentito di tracciare l'organigramma aggiornato di Cosa nostra.
    L'inchiesta "Gotha" ha anche svelato la nuova strategia di Cosa nostra nei confronti della politica: i boss, rispetto al passato, non si accontentano più di appoggiare elettoralmente il candidato di turno che gli permette più aiuto e impunità, ma propongono essi stessi l'inserimento in lista dei candidati loro affiliati. "Rotolo, Bonura e Cinà avevano rapporti con esponenti del mondo politico", hanno scritto i pubblici ministeri nella richiesta di arresto. "La strategia di Cosa nostra era volta non solo ad appoggiare nelle competizioni elettorali candidati ritenuti di assoluta fiducia ma ad ottenere anche l'inserimento nelle liste dei candidati di persone ancora più affidabili perché legati agli stessi uomini d'onore da vincoli di parentela o da rapporti ritenuti di uguale valore".
    Il boss del triumvirato delegato ai rapporti con la politica, Franco Bonura, di politica parlava a lungo nel 2005 con Nino Rotolo. I verbali sono finiti tra l'altro nell'inchiesta sul concorso esterno a Cosa nostra che vede indagato il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, condannato venerdì a 5 anni per favoreggiamento del boss Giuseppe Guttadauro e dei medici condannati per concorso esterno Salvatore Aragona e Domenico Miceli. "Con Cuffaro ci siamo incontrati, siamo stati vicini, lui è venuto diverse volte a trovarmi" diceva infatti Rotolo, ignaro delle intercettazioni. I boss parlavano anche del progetto di eliminare i Lo Piccolo padre e figlio, che erano favorevoli al ritorno in Italia dei boss "scappati" negli anni Ottanta negli Usa per sfuggire alla vendetta di Provenzano e Riina. Un progetto che trovò l'opposizione di Provenzano che, nei "pizzini" indirizzati a Rotolo e Cinà, sosteneva l'opportunità di averli sotto controllo in Italia. Le ultime indagini antimafia, tra l'altro, hanno provato come il clan di Villabate, particolarmente legato a Provenzano, avesse investito ingenti quantità di denaro in Usa nel settore della distribuzione di prodotti alimentari italiani. Il processo è una tranche dell'inchiesta «Gotha» perché altri otto imputati, tra cui l'ex deputato regionale di Forza Italia, Giovanni Mercadante, hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario.

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...lesView=Libero

  2. #2

  3. #3
    Schliemann
    Ospite

    Predefinito

    Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani». Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi. Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».
    Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.
    Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».
    Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.
    Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».
    La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.
    All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontate, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.

    http://www.mediasan.it/cerca/article.php?n=380

 

 

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