LA LAZIO TRA NUMERI E PAROLE (prima parte)


di Alfredo Parisi

In questi ultimi tempi ho cercato di non pensare più a quei colori che mi hanno riempito la mente e l’anima per oltre cinquant’anni e che, seppure sbiaditi dall’attuale miseria umana, hanno continuato a vivere in un angolo del mio cuore.

E così, dopo molte insistenze, ho cercato di rispondere alle domande che in più riprese mi sono state rivolte dalla gente che, mentre una volta pensava alla formazione e a quel o quell’altro giocatore, ora deve interessarsi di economia,di finanza, di diritto e di numeri per poter parlare di Lazio.

Ho cercato di dare alcune risposte nel modo più semplice e chiaro possibile, con l’intento di fornire elementi dai quali capire le mille parole ed i numeri come emergono dal bilancio della NOSTRA società.


È vero che l’attuale Presidente del Consiglio di gestione ha risanato e sta risanando la società e ne ha pagato e sta pagando i debiti ?

Una premessa è necessaria: chi paga è sempre e solo la Lazio e non altri; questo equivoco a mio avviso si presta ad interpretazioni non corrette di chi voglia imputare meriti e comportamenti a qualcuno. Infatti identificare la persona fisica di chi gestisce la società con la società stessa è un errore soprattutto di immagine.

Vediamo cosa è stato fatto per i debiti della società, anche perché molti sono stati i giudizi sulla “grande” capacità dell’attuale proprietà della Lazio spa di risanamento della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società.

Innanzi tutto una differenza di base tra due parole: risanamento e ristrutturazione finanziaria.
Con il primo termine si vuole definire l’attività, soprattutto di natura patrimoniale, che vede un’azienda in una situazione di notevole eccedenza delle passività sulle attività.

Su questa situazione un intervento di risanamento comporta una notevole immissione di capitali da parte dei soci (vecchi ed eventualmente nuovi) tale da consentire di diminuire notevolmente le passività e sostenere, nel contempo, lo sviluppo dell’impresa attraverso investimenti che possano comportare un aumento dei ricavi .

Si agisce sulla struttura patrimoniale della società nel suo complesso, cioè su tutti e due i lati del bilancio: la componente passiva (notevole abbattimento dei debiti e maggiori capitali liquidi immessi nel circuito societario) e la componente attiva (maggiori investimenti, possibili proprio grazie ai capitali investiti, atti a produrre maggiore reddito).

Diversa è l’ipotesi di ristrutturazione finanziaria in cui gli interventi vengono effettuati principalmente sulla componente passiva tendendo a spostare i termini di pagamento dei debiti verso terzi (banche, fornitori, fisco, personale) in un arco temporale il più lungo possibile ed a costi meno onerosi (le così dette operazioni di consolidamento dei debiti a breve) oltre ad effettuare operazioni sul capitale, ancorché in misura contenuta.

Nei termini come sopra sintetizzati si può senz’altro definire l’attività posta sinora in essere dalla proprietà come un processo di ristrutturazione finanziaria, limitata alla componente indebitamento e nel quale gli interventi sul capitale sono stati limitati agli effetti dell’OPA imposta dalla Consob nel gennaio 2007.

Infatti alla data di chiusura del bilancio (30.06.2007) le passività correnti (cioè i debiti da pagare entro l’esercizio ) pari a € 62,3 mln rappresentano il 196,5% delle attività dello stesso tipo (€ 31,7 mln).

Ne emerge una notevole “certezza” nei debiti il cui ammontare (€ 210 mln al netto della componente Patrimonio Netto) è controbilanciato da un attivo in cui gli elementi “valutati” (partecipazioni, parco giocatori) ammontano ad oltre il 63% del totale.

In quest’ottica le affermazioni giornalistiche, ancorché qualificate, sul merito dell’attuale gestione di aver “ripianato i debiti” appaiono quantomeno non coerenti.

Ad integrazione di quanto sopra credo sia importante spendere qualche parola sulla transazione con il Fisco che ha condizionato e condiziona la vita della società, lasciando spazio agli approfondimenti dell'Avv. Rossetti .

Va, infatti, sfatata un’altra leggenda metropolitana che gira sull’attuale gestione della Lazio: vale a dire quella per cui Lotito sarebbe stato “l’ideatore” e “l’inventore” della transazione raggiunta con l’Agenzia delle Entrate.

Ciò non risponde al vero, in quanto, dopo l’acquisizione del controllo della Società, Lotito non ha fatto altro che subentrare nell’istanza di transazione presentata nel novembre 2003 dall’allora A.D., Avv. Masoni, il quale aveva presentato, altresì, istanza di condono dell’ingente debito fiscale della Lazio.

Non solo, ma tra le due strade (transazione e condono), la gestione Masoni propendeva per il condono; tanto è vero che, nella convulsa trattativa con i due soggetti interessati al controllo della Lazio, figurava l’impegno dell’acquirente a far fronte alle rate del condono stesso, ammontanti a complessivi circa 60 milioni di euro, da pagarsi tra luglio e dicembre 2004.

Una volta acquisita la società da Lotito per circa 20 milioni di euro, si seppe successivamente che quest’ultimo non avrebbe seguito la strada del condono, bensì quella, rivelatasi ben più impervia e onerosa, della prosecuzione dell’istanza di transazione presentata nel novembre 2003 dall’A.D., Avv. Masoni.

A titolo di notazione a margine relativa alla succitata trattativa, non è fuori luogo ricordare che Capitalia, tra i criteri indicati all’allora A.D., Avv. Masoni, per la scelta dell’offerente al quale affidare il controllo della Lazio, aveva specificato l’impegno di “continuare a mantenere elevati livelli di competitività agonistica in linea con le aspettative della tifoseria” (leggasi il “Corriere dello Sport” del 17 luglio 2004, pag.4): questo impegno sarà stato effettivamente assunto da Lotito ? e, in caso affermativo, si può dire che esso sia stato e sia effettivamente onorato anche in prospettiva futura?
Va detto che la “famosa” o “famigerata” transazione che taluno ancora si ostina, con pervicace e malevola incompetenza degna di miglior causa, a definire una sorta di “imbroglio”, di “norma ad personam” a favore della Lazio, ignora che essa è stata soltanto il risultato dell’applicazione di una norma di legge approvata nel 2002, di certo non “pro Lazio” o “pro società di calcio” e neppure “pro contribuenti morosi”, bensì “pro Fisco”.

Infatti tale norma reca l’inequivocabile titolo di “Potenziamento dell’attività della riscossione dei tributi”, ( e solo successivamente abolito) non è stata affatto un “affare” per la Lazio, bensì per il Fisco.

Quest’ultimo, infatti, in virtù della transazione in discorso, sta ricevendo e riceverà in pagamento tutto il credito maturato in capitale, sia pure nell’arco di un lungo spazio di tempo, mediante rate annuali comprensive di interessi. Là dove l’alternativa sarebbe stata quella di ottenere pochi "spiccioli" dal fallimento della Lazio.

Chi, dunque, ci ha guadagnato: il Fisco o la Lazio?

A quest’ultima, come era nelle intenzioni e nelle previsioni, sarebbe certamente convenuto il condono, solo che l’acquirente che si era manifestato nel luglio 2004 avesse messo o avesse avuto l’intenzione di mettere nel piatto una sessantina di milioni di euro tra luglio – dicembre 2004, facendo un intervento, questo sì “risanatore”, invece di puntare su una pura e semplice, quanto molto onerosa, spalmatura temporale del debito fiscale maturato, ad esclusivo carico della Società che è l’unica che ha pagato, sta pagando e pagherà il debito in oggetto, non il suo attuale azionista di maggioranza .

Sempre con riferimento alla “famosa” o “famigerata” transazione, si deve constatare che è stata ripescata in questi giorni l’altrettanto “famosa” o “famigerata” leggenda metropolitana dei così detti “paletti” agli ingaggi ai calciatori della Lazio; “paletti” che, “a ridetta” del Presidente, sarebbero stati e sarebbero imposti dalla transazione stessa.

Ciò ad onta del fatto che, grazie a una insistente “operazione verità” portata avanti da alcuni piccoli azionisti,tra cui gli scriventi,l’Agenzia delle Entrate, a suo tempo, abbia formalmente smentito che tali “paletti” si rinvenissero nella transazione e che la Società abbia dovuto altrettanto formalmente riconoscere e precisare che i “paletti” erano e sono una del tutto discrezionale, unilaterale e autonoma scelta della Società medesima [1].

[1] Quanto alla catena di controllo della Lazio ed alle acquisizioni azionarie che l’hanno interessata , non possono non venire in mente le parole contenute nel saggio “Capitalismo opaco” di Guido Rossi, a cura di Federico Rampini, edito da Laterza (seconda edizione novembre 2005), in cui, a pag. 131, a proposito del sistema finanziario italiano, si legge che esso resta un “sistema banco – centrico, il cui controllo è passato dal Ministero del Tesoro alla Borsa Spa, ma quest’ultima è un’emanazione delle banche.
La sopravvivenza delle strutture di controllo societario di tipo piramidale, o scatole cinesi, ne è la migliore prova” e in cui, ancora, si legge, a pag. 132 “Il guaio è che la nostra legge è utopica perché nasce dall’idea che esista anche in Italia un vero mercato con un apparato di vigilanza efficiente.
Purtroppo non è così e l’ultima dimostrazione sono le scalate bancarie del 2005. Quindi la legge sull’OPA è buona ma facile da aggirare, con operazioni illecite sotto il profilo civile e penale: così tocca alla Magistratura esercitare un ruolo di supplenza”.




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