L'“anima dell'educazione” è la speranza, afferma Benedetto XVI nella
Lettera che ha indirizzato alla diocesi e alla città di Roma sul difficile
compito educativo.

Il Papa riconosce che educare “non è mai stato facile, e oggi sembra
diventare sempre più difficile”. Per questo si parla di una grande
“emergenza educativa”, “confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso
vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di
collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita”.



In questa situazione, “viene spontaneo dare la colpa alle nuove
generazioni, “come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli
che nascevano nel passato”.



“Si parla inoltre di una 'frattura fra le generazioni', che certamente
esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata
trasmissione di certezze e di valori”.



Di fronte al difficile compito educativo, ha osservato il Pontefice, sia
tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori è
forte “la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non
comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi
affidata”.



“Non temete!”, ha detto il Papa ai Romani.



“Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili – li ha
rassicurati –. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia
di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la
responsabilità che giustamente l'accompagna”.



Se in campo tecnico o economico i progressi di oggi possono sommarsi a
quelli del passato, “nell'ambito della formazione e della crescita morale
delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché
la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna
generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni”.



“Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere
ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta,
scelta personale”.



Chi crede in Cristo, ha aggiunto, ha “un ulteriore e più forte motivo per
non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci
raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e
debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene”.



L'“anima dell'educazione, come dell'intera vita”, quindi, per il Papa “può
essere solo una speranza affidabile”.



Al giorno d'oggi, constata il Vescovo di Roma, “la nostra speranza è
insidiata da molte parti”, ed è proprio qui che nasce “la difficoltà forse
più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi
dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita".



Di fronte a questo, il Papa ha invitato a “porre in Dio la nostra
speranza”.



“Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo
amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua
misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze
subite”.



“La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre
anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene,
ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore”.



Una vera educazione, ha proseguito il Papa, ha bisogno anzitutto “di
quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore”.



Ogni vero educatore, ha infatti spiegato, “sa che per educare deve donare
qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a
superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico
amore”.



Il punto “forse più delicato” dell'opera educativa, secondo Benedetto XVI,
è “trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina”.



“Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno
anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene
preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro”.



Il rapporto educativo, tuttavia, è “anzitutto l'incontro di due libertà e
l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.



“L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene – ha concluso
–: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo
di mettersi in sintonia con la sua missione”.