Alla notizia del piano di Bush di destinare miliardi di dollari ad uno “stimulus”, molti si saranno chiesti: «tutti questi soldi per un intestino pigro?!?». Questi distratti non sanno che “stimulus” è la nuova parola d’ordine per l’intervento a piè pari del governo nell’economia. In questo senso, gli Stati Uniti – che pure rimangono una delle economie più libere del pianeta – hanno una nutrita tradizione di stimolatori illustri. Franklin Delano Roosevelt, ad esempio. O Herbert Hoover, che – proprio come Bush – ai primi accenni di recessione si è detto: «ora ci penso io»: sappiamo bene com’è finita, nel ’29. La stessa idea di uno stimolo per risollevare l’economia nei momenti di difficoltà ha dei profili patologici: come si è chiesto l’economista Steve Pejovic, se davvero il governo sapesse come migliorare le performance dei mercati, perché mai dovrebbe attendere i momenti di recessione per porre in atto i propri piani ingegnosi? Purtroppo, è la conferma che a dispetto della fase di gradimento calante in cui le sue teorie sono cadute in ambito accademico, l’appeal di John Maynard Keynes sulle classi politiche è ancora considerevole: come disse Milton Friedman nei primi anni ’70 – e non Richard Nixon, come comunemente si crede – oramai «siamo tutti keynesiani».
L’idea fondamentale dietro alle misure annunciate da Bush è che sia il consumo a guidare lo sviluppo economico, ingenerando un vorticoso processo di moltiplicazione dei pani e dei pesci: e come in quella pubblicità “regresso” di alcuni anni fa, il consumatore assurge al rango di benefattore della comunità. Nel famoso esempio di Keynes, persino far scavare una buca e poi richiuderla innesca la crescita: tutto va bene purché i soldi girino in fretta. Peccato che un’economia funzionante richieda l’esatto contrario: il risparmio, cioè l’accumulazione di capitale, poiché come insegnava già tre secoli fa Jean-Baptiste Say è l’offerta a creare la propria domanda. Altro tema tipicamente keynesiano è poi la persuasione che il breve termine sia determinante, perché “nel lungo saremo tutti morti”; ciò che non si considera è la relazione tra i due ambiti, cioè il modo in cui le distorsioni introdotte nel breve termine modificheranno anche le prospettive nel lungo. In altre parole, Bush (che ha sottoscritto esplicitamente questa visione anche nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione) finge d’ignorare che il suo piano dovrà essere finanziato da qualcuno: cioè da quegli stessi cittadini che – nelle previsioni – dovrebbero tuffarsi nello shopping sfrenato offerto dal Presidente.
Se gli americani avranno un minimo di buon senso, viceversa, riserveranno gli assegni governativi per i prevedibili aumenti d’imposte. Si tratta di un piano, insomma, non soltanto basato su premesse scientifiche insostenibili, ma anche destinato a neutralizzarsi da sé. Quest’episodio non testimonia solo dell’insipienza economica di Bush o dei suoi consigliori, purtroppo, ma rappresenta un grande lezione per la politica statunitense. In primo luogo, si tratta probabilmente del degno sipario su una presidenza in cui furono riposte grandissime attese – al termine dell’epopea clintoniana alla Casa Bianca (od – Obama permettendo – del suo primo atto) – ma che non ha decisamente mantenuto le promesse. Inoltre, e questo è persino più grave, esso costituisce la più lampante dimostrazione della rivoluzione che ha avuto luogo nello scenario della cultura politica a stelle e strisce negli ultimi decenni, certo con la vistosa eccezione di Ronald Reagan. Uno scenario in cui – escludendo, forse, il tema delle imposte, laddove è più viva l’eredità, anche solo retorica, del presidente-attore – le piattaforme economiche dei due partiti maggiori sono difficilmente distinguibili, e la battaglia elettorale pare limitata ad altri campi, dalla politica estera ai diritti civili. Intendiamoci: difficilmente un Marco Rizzo troverebbe posto al Congresso; ma si può ragionevolmente asserire che molti esponenti democratici o repubblicani, anche di primo piano, farebbero la loro porca figura in un qualsiasi partito socialdemocratico europeo.
È evidente che le tradizionali catalogazioni, a cui siamo tanto affezionati, non funzionano più: ed espressioni inveterate come “fiscal conservative” fanno oramai persino sorridere, ove si pensi che a detta di numerosi analisti, i repubblicani sono diventati il vero partito della spesa pubblica. Non è davvero paradossale, insomma, che Ron Paul – il candidato libertario alle primarie del GOP – si sia potuto definire “il più repubblicano dei repubblicani”. La speranza per il partito dell’elefante – e per l’America tutta – non può prescindere da una rigorosa inversione di marcia. D’altro canto, perché mai scegliere delle copie sbiadite (Bush o chi per lui) quando uno può avere Hillary?
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