Il Re è morto, viva il Re!
di Puccio Loselin
Quando nella Francia pre-rivoluzionaria moriva un sovrano, si usava annunciare l’evento al popolo con una frase di circostanza: «Il re è morto, viva il re!». Si voleva così ricordare che la monarchia non finiva con un monarca, e che un successore era sempre pronto a garantire la continuità dello status quo ante. Quando la sera del 24 gennaio ho ricevuto la notizia della mancata fiducia del Senato al governo di Romano Prodi, la prima frase che mi è passata per la mente è stata grosso modo «Il governo è morto, viva il governo!».
Personalmente dalla caduta di Prodi non ho ricavato il minimo dispiacere. Ho invece trovato giusto che quello che giudicavo un pessimo governicchio, che vivacchiava tirando a campar male, fosse finalmente messo davanti alle responsabilità che si ostinava a non voler vedere. Devo dire che, per contro, non ho nemmeno provato una particolare gioia. Attorno a me ho visto sia esternazioni di rabbia, disperazione e dolore, sia manifestazioni di sollievo, felicità e speranza. Evidentemente qualcuno considerava fondamentale, per la sua esistenza (o per quella del Paese), che l’esecutivo fosse retto dal grigio Prodi piuttosto che dall’esuberante Berlusconi.
Chiamiamo le cose col loro nome: un anno e mezzo fa Berlusconi, sicuro di perdere le elezioni, inventa la gabola, e fa imbastire in fretta e furia una legge elettorale che renda la maggioranza degli avversari debole e risicata. La gabola funziona, ma i gabolati non ci pensano minimamente a lasciare le cadreghe. Testardamente ed ottusamente tirano a campare, ed una prima crisi non basta ad aprire loro gli occhi. L’idea di cambiare la legge elettorale e tornare alle elezioni non passa loro nemmeno lontanamente per la testa. Adesso che il governicchio è morto e sepolto, tirano fuori, tardivamente, la carta della riforma elettorale. Non certo per il bene del Paese, quanto perché se si votasse adesso temono l’effetto “rovesciamento”, che di solito, dopo una crisi, penalizza il governo uscente.
Berlusconi, da parte sua, non ci pensa nemmeno e, con tutti gli alleati al seguito, insiste perché si vada subito alle urne. Probabilmente ha paura che in tre o quattro mesi l’effetto “rovesciamento”, che di solito favorisce le opposizioni, possa esaurirsi. Il rischio di ritrovarsi di nuovo con una maggioranza risicata ed un governo imbelle, non tocca minimamente né il cavaliere né gli alleati. L’obiettivo primario ovviamente sono gli ambiti cadreghini.
Sembra che ad ognuno importino in primo luogo gli affari propri, ed in secondo luogo quelli di chi può fargli un favore. Del bene dell’Italia, invece, pare che tutti si siano dimenticati.
Ecco perché, pur essendo contento che sia caduto il governo guidato dal noioso democristiano con la faccia da prete di campagna e sostenuto da una colorita accozzaglia di residuati sessantottini, femministe fuori tempo massimo, eco-pacifisti arcobalenati, post-comunisti convertiti dai diritti degli operai a quelli degli invertiti, radicali liberi e intrallazzoni democratici-cristiani, non provo particolare felicità nel pensiero di un ritorno al potere del centro-destra.
Non mi faccio illusioni particolari: se il cavaliere tornerà in sella (perché in ogni caso, se vincerà il centro-destra, il candidato premier sarà lui, senza concedere nulla alle velleità di qualche altro capo-partito), avremo solo la replica di quanto abbiamo avuto dal 2001 al 2006.
Senza tirare in ballo improbabili ed indefinite “rivoluzioni”, troverei normale auspicare la formazione di un esecutivo che si dedichi a qualche obiettivo dettato dal buon senso: conciliare una ragionevole equità fiscale col rigore contro l’evasione, razionalizzare la spesa pubblica e porre rimedio alle carenze della scuola e della sanità, perseguire una linea realista in politica estera, vincolare la concessione dei permessi di soggiorno al posto di lavoro e reprimere l’immigrazione clandestina, riordinare forze armate e di polizia, e magari provvedere ad una riforma istituzionale organica e coerente. E perché no: far arrivare i treni in orario, gli italiani ne sarebbero felici.
Non sarebbe una rivoluzione, e nemmeno una “grande riforma”, ma a volte capita di doversi accontentare. E a dirla tutta, già avere la possibilità di accontentarsi di questo sarebbe un netto miglioramento. Io purtroppo ho il timore che, se il centro-destra tornerà al governo, non si curerà di nulla di tutto ciò. Neppure dei treni in orario.


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