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Un'Italia dimezzata partecipaoggi a Londra al vertice dei quattro maggiori Paesi europei sulla congiuntura economica internazionale. Per di più l'Italia aveva rischiato di essere esclusa ed ancora una volta, per le vicende interne, la presenza non corrisponde all'influenza. Ma l'incontro di Londra, al di la del tema specifico in discussione, sollecita ulteriori riflessioni sulle forme dell'Europa futura. I Paesi dell'Unione fuoriescono dalle istituzioni per affidarsi ad una geometria ristretta e del tutto informale. L'avvenire è dunque dei direttòri a composizione variabile, resi forse meno esclusivi dalla presenza del Presidente della Commissione, garante della "volontà generale" dell'Unione? È questo l'approdo prevedibile entro le coordinate del Trattato di Lisbona, nella prospettiva di una Unione ingovernabile perché troppo ampia e disomogenea? Una Unione che in alcuni Paesi, in sede di ratifica dell'assetto istituzionale, per sopravvivere, deve sottrarsi alla verifica della partecipazione popolaree dei circuiti elettorali nazionali. A determinare la geometria dell'Unione saranno in futuro i temi che lo scenario globalizzato impone. Si potrebbe quasi trasferire nell'Unione il principio che Bush aveva invocato per la Nato,«la missione impone la coalizione ». Tanto più che il Trattato di Lisbona ci consegna una Europa ingessata da tante dichiarazioni e protocolli aggiuntivi, puntigliose eccezioni sulle competenze e le prerogative degli Stati membri, intese a sottolineare e proteggere le diversità dei singoli Paesi, posizioni che gli altri hanno subìto più che condividere. L'Unione può apparire il gigante immobilizzato dai mille lacci lillipuziani. Si può solo sperare che alla fine la forza delle cose sarà più forte della rete minuta delle deroghe. Si potrà uscirne solo con cerchi di integrazione di intensità diverse,con avanguardie di Paesiche posseggono la volontà politica e gli strumenti necessari, aperta a chi nel tempo vorrà e potrà aggiungersi. Il processo conferma il declino del contenuto specificamente nazionale dello Stato,ma non nelle forme dell'europeismo classico. Il rischio è tuttavia che una Unione invertebrata sul piano istituzionale si trasformi in un direttorio permanente dei tre maggiori Paesi, con una partecipazione variabile degli altri a seconda degli argomenti. Un convoglio di testa che trascina vagoni diversi a seconda dei casi. Un diffidente concerto intergovernativo in puro stile ottocentesco. Talvolta, come nella ventilata Unione Mediterranea,uno spazio di cooperazione privilegiata tra una parte dell'Unione e l'altra sponda del mare che segna il confine meridionale dell'Europa. Con il rischio che a noi tocchi talvolta di chiedere di essere inclusi,con esiti resi più incerti dalla nostra fragilità nazionale. Nè potremmo proteggerci chiedendo di allargare il direttorio. Un direttorio, ad esempio a sei,che includerebbe anche la Spagna e la Polonia. Ma se la sua base è una popolazione più larga,allora perché escludere la Romania. Se d'altra parte il criterio è quello economico, come non includere l'Olanda,che ha un prodotto interno lordo più grande di quello della Polonia? Sarà questo, direttorio o cooperazioni rafforzate, uno dei dilemmi che i Paesi membri, in primo luogo l'Italia, dovranno affrontare all'ombra dell'Europa di Lisbona. In ultima analisi l'Italia fa bene sin da ora a non voler essere esclusa dai gruppi ristretti che predeterminino le posizioni europee fuori delle istituzioni, svuotandone di significato le decisioni. Ma alla lunga sarebbe una continua rincorsa troppo spesso perdente. La via può essere invece solo quella di sfruttare la flessibilità del nuovo trattato costruendo l'Europa più coesa lungo i percorsi che i Trattati, segnatamente l'ultimo, offrono ai volenterosi. Può esserne un esempio la proposta francese di una riunione dell'Eurogruppo al livello dei capi di Governo. Una proposta non condivisa dalla Germania, vista come un tentativo di circoscrivere l'indipendenza della Banca Centrale europea ad opera di un Sarkozy che giudica la politica monetaria europea una specie di cavallo di Troia a beneficio delle economie di potenze extraeuropee vecchie e nuove. Ma intorno all'Eurogruppo si può costruire una parte del futuro,poiché esso è costituito da Paesi che condividono il nucleo forte delle politiche europee:lo spazio presidiato dalla moneta unica, la cooperazione giudiziaria, la libera circolazione, la Carta dei valori fondamentali. Un avanzamento selettivo è possibile anche nel campo della difesa al fine di porre in essere un soggetto geopolitica non solo economico all'interno della più vasta Unione. Proprio nella politica estera la fine della guerra fredda ha mostrato quanto fosse illusorio immaginare il mercato come schermo in grado di occultare la memoria dei popoli. La strategia di lungo periodo non può essere che in questa direzione, pur nella consapevolezza che il peso delle singole istituzioni può variare ciclicamente nel tempo. La Commissione,oggi in declino, negli anni '70 sembrava destinata ad essere oscurata dal nascente Consiglio Europeo ed ebbe invece nel decennio successivo,con Jacques Delors, un forte ritorno . L'Italia ha raccolto sempre consensi fra i Paesi minori dell'Unione proprio per questa sua logica inclusiva e non esclusiva fondata sul gioco delle istituzioni. La scelta dei nuovi vertici dell'Unione maturerà sotto presidenza francese nella seconda metà di questo anno. Le nomine saranno un tutt'uno, risponderanno a vari equilibri, di partito, geografici. Solo ponendo personalità di grande prestigio e carisma dentro e fuori dell'Europa alla guida di una Unione così larga si eviterà una geopolitica fluida in grado di svuotare la prevedibilità e la trasparenza dei processi comunitari.




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