
Originariamente Scritto da
apoliticos
Chi davvero vuole l'evasione! (prima parte)
Claudio Bianchini
07/08/2007
Vincenzo ViscoIl prossimo 8 agosto scade il termine per il pagamento
delle tasse sul reddito senza l'applicazione delle sanzioni per i
soggetti sottoposti agli studi di settore (praticamente tutte le
piccole e medie imprese ed i lavoratori autonomi).
Quest'anno il giro delle proroghe, dei rinvii, delle modifiche
normative con effetto retroattivo ad esercizio già chiuso ed in
deroga allo statuto del contribuente è stato particolarmente
frustrante ed ha fatto rilevare come lo scontro tra i due
schieramenti politici utilizzi l'arma della politica economica (in
particolare quella fiscale) non per cercare di migliorare la nazione
ma per punire le categorie che hanno votato per la parte avversa.
In realtà chi perde è il sistema produttivo.
La pletora degli adempimenti formali (per lo più inutili e
vessatori), nuove normative che si accavallano con le vecchie ed
incertezze sui tempi di applicazione delle stesse, rendono
praticamente impossibile avere un rapporto regolare con il fisco
italiano ed espongono le imprese a rischi di vessazioni da parte
degli organi di accertamento.
Un semplice esempio: una piccola azienda manifatturiera con un
milione di euro annuali di fatturato, che importa o acquista beni in
Europa per rivenderli in Italia, e che ha un solo dipendente, è
soggetta ai seguenti obblighi:
-obblighi periodici (mensili o trimestrali)
- liquidazioni IVA e versamento dell'IVA;
- elaborazione dei modelli Intrastat sugli acquisti intracomunitari;
- elaborazione ed invio delle dichiarazioni d'intento;
- elaborazioni mensili del cedolino paga;
- comunicazioni mensili all'INPS;
- versamento mensile delle ritenute fiscali e dei contributi INPS
per i dipendenti;
Ci sono inoltre obblighi dichiarativi annuali (che si cumulano a
quelli periodici di cui sopra):
- certificazioni delle ritenute pagate ai terzi percipienti;
- elenchi dei clienti e fornitori;
- bilancio d'esercizio;
- comunicazione annuale IVA;
- dichiarazione dei redditi con uniti gli studi di settore;
- dichiarazione dei sostituti d'imposta.
Nessuno di questi adempimenti può essere gestito in prima persona
dall'imprenditore se non è un professionista del settore.
Nell'elenco sono inclusi solo gli adempimenti principali.
Andrebbero aggiunti anche gli obblighi dichiarativi ICI (se si ha un
immobile) e la dichiarazione annuale MUD relativa ai rifiuti,
nonché l'invio dei registri dei corrispettivi per chi vende al
pubblico.
Oltre agli obblighi dichiarativi ci sono naturalmente anche i
pagamenti.
Anche qui le date non sono sempre le medesime: per le imposte sul
reddito si effettuano a giugno/luglio e novembre di ogni anno,
unitamente ad alcune imposte locali (addizionali regionali e
comunali).
Date diverse sono invece previste per i rimanenti tributi locali,
quali la TARSU (i rifiuti urbani), l'imposta di Registro per i
contratti di affitto, l'ICI, le imposte sulla pubblicità, ecc…
Si tenga presente anche che i contribuenti sono tenuti a pagare le
imposte con un anno di anticipo: assieme alle imposte sul reddito
dell'anno 2006 si paga un importo analogo aggiuntivo a titolo di
acconto d'imposta per l'anno 2007 che è pari, fatto unico in Europa,
al 100% delle imposte dovute per l'esercizio 2006 appena chiuso.
A tutto ciò vanno aggiunti gli adempimenti relativi alla Legge 626
(sicurezza sul lavoro); quelli per la privacy e quelli previsti
dagli accordi Basilea 2 (se no vengono tolti i fidi bancari).
Adempimenti che sanno di beffa viste le continue violazioni in
materia di privacy e gli incidenti sul lavoro recentemente segnalati
dalla cronaca, ma che alle aziende costano.
Questo assurdo elenco di adempimenti fiscali e amministrativi si
applica anche a micro imprese con fatturati risibili e molti di
questi rappresentano delle vere e proprie duplicazioni di dati.
Ad esempio, per chiudere l'esercizio e presentare i propri dati al
fisco e al Registro imprese, indipendentemente dai ricavi
realizzati, una società di capitali deve:
- redigere un bilancio;
- presentare una dichiarazione riepilogativa annuale IVA;
- presentare una dichiarazione dei redditi (dove si mettono gli
stessi dati già esposti in bilancio e nella dichiarazione
riepilogativa IVA);
- predisporre gli studi di settore (che si fanno in modo diverso
dalla dichiarazione dei redditi pur riportando anch'essi i dati già
indicati nel bilancio e nella dichiarazione dei redditi).
Dovrebbero spiegarci perché si devono predisporre quattro documenti
invece che presentarne uno solo quando i dati vanno sempre
all'amministrazione finanziaria.
Quanto sopra scoraggia chiunque ad aprire una nuova iniziativa e
anche per questo in Italia non investe più nessuno.
Nemmeno gli italiani.
Chi può scappa.
Anzi è già scappato.
Ecco altri 2 esempi significativi su questa situazione.
Detrazioni IVA
E' diventata ormai da lungo tempo prassi, da parte
dell'amministrazione finanziaria, quella di cambiare ogni anno le
regole fiscali.
Ma all'inizio del 2007 hanno superato se stessi varando regole che
hanno effetto retroattivo sul 2006, quando i bilanci delle aziende
erano già stati in larga parte presentati e approvati dalle
assemblee dei soci.
Così ecco che ad aprile del 2007 viene detto che la detrazione IVA
sulle auto per l'anno 2006, già modificata nel corso dello stesso
2006, è ulteriormente cambiata e stabilita al 40%, e che gli effetti
fiscali relativi al 2006 si potranno riconoscere solo nella prossima
dichiarazione dei redditi relativa al 2007.
Insomma è stato varato un effetto fiscale retroattivo che si
denuncerà 2 anni dopo.
Studi di settore
I criteri di determinazione della congruità ai fini degli studi di
settore relativi all'anno 2006 sono stati oggetto di modifiche da
parte della pubblica amministrazione sino al mese di giugno 2007.
A giugno 2007!
Quando era già scaduta la prima finestra utile per il pagamento
delle imposte senza maggiorazione. Mentre il fisco stava ancora
discutendo su come applicare gli studi di settore, molte aziende e
contribuenti stavano già pagando le imposte in base alle proprie
risultanze contabili, secondo i termini indicati dalla stessa
amministrazione finanziaria.
Il problema è che con gli studi di settore l'amministrazione fiscale
vorrebbe determinare le imposte in base a indici statistici di
redditività, dimenticando però che non sono state abrogate le norme
che obbligano i contribuenti a determinare le imposte in base alle
risultanze contabili.
Andrebbe spiegato allora ai cittadini perché si debba tenere una
contabilità, fare dei bilanci, predisporre dichiarazioni dei redditi
e calcolare le imposte in base alla contabilità se poi questa stessa
documentazione non viene esaminata dal fisco, che determina le
imposte in base ai metri quadrati dell'ufficio o in base a quanto
sono larghi i bagni dell'azienda.
Per chi e per cosa si sta lavorando?
Perché si è obbligati a prendere (e pagare) un commercialista se poi
il suo lavoro non viene considerato?
Il peggioramento nei rapporti con l'amministrazione finanziaria è
palpabile anche se, per inciso, il deterioramento della situazione
risale a molto lontano.
Un esempio?
Eccolo.
Si Provi senza l'aiuto di un esperto a leggere la propria busta
paga: non si capirà nulla.
Eppure dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo.
E' dall'unità d'Italia che ci sono i lavoratori dipendenti.
Come è possibile che il dipendente non possa leggersi la propria
busta paga?
Perché ad una azienda serve un esperto per calcolare la retribuzione
dei propri dipendenti?
Perché un negoziante non può fare le paghe dei propri garzoni?
Dove sono i sindacati?
Dove sono le associazioni degli imprenditori?
Una volta per seguire un'impresa sotto l'aspetto amministrativo e
fiscale, e senza i computer, vi era un unico consulente (di solito
un dottore commercialista o un ragioniere) e le buste paga venivano
fatte a mano, ed erano relativamente semplici.
Oggi, che esistono i computer, per fare le stesse cose nelle aziende
ci sono:
il consulente del lavoro;
il dottore commercialista;
il ragioniere commercialista;
il tributarista;
il revisore dei conti;
il consulente d'azienda.
E sicuramente se ne sta dimenticando qualcuno.
Non si parla di nuovi servizi o di nuove funzioni.
Si parla di fare quello che si faceva 50 anni fa.
Senza alcun valore aggiunto.
Tutto ciò grava sulla società, sui cittadini, e quindi alla fine sul
prezzo dei beni e dei servizi che vengono acquistati.
Anche sul versante del numero delle imposte esistenti, tra gabelle
nazionali e gabelle locali, ci si perde nel conto.
Sembra che gli amministratori pubblici prendano premi e incentivi
per complicare ed ingarbugliare le situazioni
Nel 1992 era stato fatto un timido tentativo per semplificare il
numero delle imposte.
Ma poi si è continuato a legiferare nuovi balzelli, che si
aggiungono ai precedenti.
E' frustrante persino farne l'elenco.
Si arriva allo sconcerto se poi si pensa che per creare questo
groviglio costoro vengono anche pagati.
Tra l'altro la massa di questi adempimenti, oltre a creare
confusione, costa di più ai cittadini senza un reale beneficio nei
conti della pubblica amministrazione.
Non ci risulta infatti che, per effetto dei numerosi adempimenti
trasferiti dalla pubblica amministrazione alle aziende negli ultimi
15 anni (intrastat, dichiarazioni d'intento, eliminazione della
modulistica doganale dal 1993, ecc..) la pubblica amministrazione
abbia diminuito il proprio personale.
Ma soprattutto l'insieme di questa situazione non consente più ad
una persona di media cultura di gestire o iniziare una nuova impresa.
Troppe variabili non controllabili.
E con tutti questi adempimenti nessuno, dicasi nessuno, può essere
sicuro di considerarsi in regola con il fisco di questo Paese.
Ancora una volta il danno maggiore lo subiscono le piccole e medie
imprese, nonché tutte quelle micro iniziative economiche che non
hanno speranza di decollare in questo sistema.
Sembra di assistere all'organizzazione delle gite scolastiche, dove
orari e costi cambiano sino all'ultimo minuto in base al numero dei
partecipanti.
Ma qui si parla della programmazione economica e fiscale di un Paese
che una volta era la sesta potenza industriale del pianeta e che
oggi, a sentire i giornali, è ridotta ad avere come priorità
principale quella di tenere sotto controllo il deficit pubblico.
Se la politica fiscale è questa, o siamo rappresentati dalla
peggiore classe politica di sempre oppure sorgono dubbi sul ruolo
effettivo delle tasse.
Vedremo il perché nella prossima parte.
Claudio Bianchini