Un articolo "profetico", visto che le sue ipotesi sono state confermate dagli avvenimenti di oggi.
Dal Riformista del 7 febbraio 2008
La corsa in solitaria del PD verso il centro chiude una stagione politica
C'erano due sinistre, forse non ce ne sarà nessuna
We can, possiamo farcela, dice Walter Veltroni nel giorno dello scioglimento delle camere. E niente "accordi tecnici" per il Senato con la sinistra (ma Fausto Bertinotti è soddisfatto della separazione consensuale), niente minicoalizioni con i socialisti, ai quali viene proposto, prendere o lasciare, di togliere il disturbo accontentandosi di qualche strapuntino. Il Partito Democratico di Walter Obama corre da solo. Se farà un'eccezione alla regola dura ma inebriante della solitudine, la farà solo per Tonino Di Pietro e la sua Italia dei Valori. Le cronache danno pressoché per scontata l'intesa, ma per ragionarci su (e i nostri non sarebbero davvero giudizi entusiastici) ci prendiamo qualche ora, e aspettiamo che prenda effettivamente corpo: materia per discutere ce n'è già molta.
La solitudine, o la quasi solitudine, del Partito Democratico sta lì a certificare, anche se pochi hanno l'onestà di dirlo apertamente, che, con l'Unione, è stato archiviato anche il centrosinistra. Può darsi che domani o dopodomani risorga, anche se in forme assai diverse. Per ora, e per tutta la campagna elettorale, il concetto stesso di centrosinistra è defunto. Doveva essere l'architrave, il timone, il motore riformista della coalizione, il PD, o almeno in questi termini era stato rappresentato. Adesso (ha perfettamente ragione il nostro democentrico preferito, Marco Follini) si pone l'obiettivo, forse ancora più ambizioso, ma di certo assai diverso, di «cominciare a far rinascere una nuova, grande, vera forza di centro».
Auguri, e auguri sinceri, ci mancherebbe, perché l'impresa, se non è un imbroglio mediatico, è titanica: discutibile, certo, ma per nulla banale. L'unica «grande, vera forza di centro» che abbiamo conosciuto, la DC dell'età dell'oro, era un partito moderato, sì, ma a suo modo riformatore, al quale l'Italia, anche se non può ostentarne apertamente la nostalgia, sa di dovere moltissimo. Non sarà facile rinverdirne le glorie, seppure in forme inedite, nel terzo millennio, per Veltroni e per i postcomunisti e i postdemocristiani che, piaccia o no, sono l'ossatura del suo nuovo partito.
In ogni caso. Va bene la separazione consensuale. Ma, se il più grande partito del centrosinistra che fu vira così decisamente al centro, si apre, è ovvio, una questione drammatica per la sinistra. Una questione, intendiamo dire, di vita o di morte. Sino a qualche tempo fa (ricordate?) ce n'erano addirittura due, l'una riformista, o che si dichiarava tale, l'altra che veniva definita radicale, massimalista, antagonista, fate voi: e ci si chiedeva, legittimamente, quale delle due avrebbe alla fine prevalso e, nel frattempo, se fosse possibile o no una loro convivenza. Adesso è fondato chiedersi se, dopo il 13 aprile, l'Italia diventerà l'unico Paese di qualche rilievo nell'Europa continentale in cui non c'è posto non solo per un grande partito socialista, ma neppure per una sinistra di qualche peso, non residuale, non settaria, plurale, capace, nella vittoria come nella sconfitta, di coltivare una prospettiva d'avvenire. È con questa realtà, più che con i problemi di sopravvivenza di questo o quel pezzo del suo ceto politico, che la sinistra (le sinistre?) dovrebbe misurarsi. Servirebbe un colpo d'ala, quel colpo d'ala che è clamorosamente mancato nell'ultimo anno. La speranza è l'ultima a morire. Ma certo le meste cronache della Costituente Socialista e della Cosa Rossa non sono propriamente quel che si dice una sferzata di ottimismo e di energia.




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