LA CONCEZIONE DELLO STATO PRESSO I ROMANI

L’avvenire del popolo romano fu determinato dalla concezione dello Stato. Il quale non fu per il Romano creazione umana diretta ad assicurare il benessere dei singoli, né opera TOTALMENTE divina da accettarsi senza alcuna possibilità di perfezionamento, ma fu un patrimonio ideale e materiale di tutto il popolo, che doveva essere trasmesso ai posteri quale lo si era ereditato dagli avi... Questa coscienza dell’eternità dello Stato, prepotente nel Romano come era prepotente la coscienza della perpetuità della famiglia, non si concretava in un meschino, superstizioso rispetto delle forme esteriori, perché il Romano era in ogni momento pronto ad adeguare le istituzioni ai nuovi bisogni, ma nel concetto della maiestas populi, cioè del prevalere dell’interesse comune su quello del singolo: la più alta aspirazione del cittadino era di promuovere, al limite delle sue forze, la grandezza dello Stato, e ciò non per soddisfare un istinto di dominio, ma per ubbidire a un dovere.


Di qui due conseguenze a prima vista opposte, ma ugualmente emananti dal concetto dello Stato: da una parte l’esigenza del singolo di vedere rispecchiate in sé le libertà e i diritti comuni, la cui esistenza era condizione dell’esistenza dello Stato; dall’altra la deliberata rinuncia a limitare le altrui libertà, il disciplinato assoggettarsi alle leggi e ai magistrati, cioè alla volontà comune. Così nel Romano il bisogno di libertà si armonizzava con il senso della autorità...
Per il Romano l’autorità risultava in parti uguali dalla gloria ereditata dagli avi, dal valore spiegato sul campo di battaglia, dal senno dimostrato nelle faccende pubbliche, dalla felicità delle imprese compiute, dall’innocenza della vita privata; a chi ne era rivestito, essa dava non già un potere formale, ma un prestigio tale che il suo parere, nei più diversi campi, veniva seguito senza alcun timore di perdere in libertà o dignità...
Naturalmente un siffatto ideale politico, che investiva anche la vita privata, agì anche su altri aspetti secondari del carattere morale. Esso ebbe per effetto di stimolare l’attività individuale incanalandola verso la vita pubblica; ogni occupazione rivolta ad altro che alla politica o all’economia domestica fu riguardata come otium, inerzia: ciò che mise al bando ogni possibilità di abbandonarsi a una visione pessimistica della vita e fece trionfare il senso realistico che permea ogni manifestazione genuina della romanità.

ALFREDO PASSERINI


Se Roma fu grande per la forza invincibile delle armi, il suo impero non si esaurì nella conquista territoriale; i suoi vinti non furono servi, ma compartecipi di una civiltà mondiale, che fu la generatrice delle nazioni moderne.
La coscienza della missione spirituale di Roma, che è missione d’impero, di clemenza, di giustizia, anima i versi notissimi di Virgilio che, nel periodo più fulgido della gloria della sua patria, incide quasi nel bronzo i motivi per cui l’Urbe fu signora dei popoli: di contro alla civiltà greca, basata sulle creazione dell’arte e sulle conquiste del peosiero, sta la solennità della funzione storica dei Romani, il cui compito è essenzialmente di dare, con la pace, leggi comuni alle genti: miti verso il nemico che si piega, inflessibili verso chi protervamente resiste. Cadrà, dopo tante vicende di secoli, l’impero di Roma, ma non l’idea di Roma: e quando la crisi è già tragicamente in atto, un Gallo romanizzato, Rutilio, avvertirà ancora il fascino della grandezza di un mondo che è romano, e leverà il suo inno di gloria alla Città che è la vera patria del mondo.
La forza operante della romanità, che resiste ad ogni rovina e che farà
dire al Carducci: « ... tutto che al mondo è civile, grande, augusto, egli è romano ancora », è, con vigorosa sintesi, caratterizzata, al di fuori di ogni facile retorica, nella pagina conclusiva di uno dei più grandi studiosi della latinità,
concetto Marchesi.

di una città facesti di quello che prima era il mondo
(Rutilio Namaziano, Il ritorno, I, vv. 63-65)

hai Fatto una sola patria di quante eran genti diverse, a popoli invitti non spiacque l’averti signora: i vinti rendesti consorti di tutte le giuste tue leggi, una Città facesti di quello che prima era il Mondo.

Traduz. di COSTA-LO Voi

La gente romana ebbe signoria sulle altre genti perché seppe appropriarsi degli elementi creativi della civiltà ed elaborarli nel suo pensiero e nella sua lingua in modo da poterli universalmente propagare.

la lingua e i costumi dei Romani vincitori non potevano creare né unificare un impero che abbracciava quasi tutto l’Occidente europeo, se questi vincitori, che imponevano tributi e leve, non avessero dato ai popoli vinti quegli strumenti della cultura e dell’attività intellettuale che schiudono all’uomo una libertà assai più grande di ogni indipendenza politica e un dominio assai più vasto di ogni territorio: la libertà e il dominio del proprio spirito. Questo dette Roma alla Spagna, alla Gallia, all’Africa: questo dette pure in parte a Germani e a Britanni: questo che a loro mancava, che era la ricchezza maggiore e più durevole, ed era la base delle future grandezze nazionali.
Per questo Roma, più che dominatrice, fu la generatrice delle nazioni:
e l’impero romano, creatore della civiltà occidentale, distrusse per sempre
la possibilità di ogni altro impero sulla terra.

CONCETTO MARCHESI