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Discussione: Adriano Romualdi

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    Il volto dell'avvenire | Adriano Romualdi

    Il volto dell'avvenire

    Un filosofo contemporaneo, Augusto Del Noce, ha parlato d’una “non santa allenza” tra gli Stati Uniti d’America e la Russia per mantenere lo status quo europeo. La definizione è appropriata: la prima Santa Alleanza creata dai governi d’Austria, Russia e Prussia nel 1815 e la “non santa alleanza” russo-americana ci appaiono entrambe rivolte contro il mutamento dell’ordine stabilito e una presa di coscienza politica degli Europei. Allora si parlava di religione e di legittimità, oggi di “distensione” e di “sicurezza internazionale”, ma il contenuto sostanzialmente immobilistico è lo stesso.

    Tuttavia, bisogna riconoscere alla prima alleanza – quella “Santa” – una eleganza diplomatica, una nobiltà di concezione, un senso di responsabilità verso l’ordine spirituale dell’Europa, che la “non santa alleanza” non può minimamente vantare. E il principe di Metternich, per poco simpatico che egli possa apparire a molti italiani, non ha meritato d’essere accostato a Gromyko, anche perché la paternalistica moderazione dei suoi sistemi polizieschi non può neppure essere paragonata al meccanismo di oppressione e terrore instaurato dalla Russia nei Paesi satelliti.

    Queste considerazioni ce le suggerisce quella grossa farsa internazionale che è stata la “Conferenza per la sicurezza europea”. Una Conferenza in cui l’agnellino – e cioè gli Stati europei – sedevano ad uno stesso tavolo con il lupo – ossia con la Russia sovietica – per garantirsi la “reciproca sicurezza”. E’ un vero peccato che oggi non vi sia favoliere della stoffa di Esopo per illustrarci degnamente la scena. Ricordate: “Superior stabat lupus…“.

    Ed è un vero peccato che il vincitore morale della seconda guerra mondiale, Stalin, non abbia potuto godersi la scena, ma talvolta par quasi di sentire la sua risata stridere fuori dalla bara come quei cigolii e quello sferragliare che si odono nelle case abitate dai fantasmi.

    Abbaimo scritto che Stalin è il vero vincitore morale della seconda guerra mondiale. Ciò forse richiede un chiarimento.

    Poiché forse vi sono ancora dei valentuomini che credono che dopo la seconda guerra mondiale il mondo sia stato riorganizzato sulla base del diritto internazionale e della libertà dei popoli di disporre di sé stessi. Se esistessero, le solenni dichiarazioni ripetute durante la confernza di Helsinki in merito alla “inviolabilità dei confini” e alla “non ingerenza reciproca” dovrebbero bastar ad aprire loro gli occhi.

    Poiché la “inviolabilità” dei confini significa soltanto che è inviolabile la cortina di ferro, il muro di Berlino e inviolabili i confini di rapina imposti alla Germania con la espulsione di 14 milioni di Tedeschi dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia. E la “non ingerenza reciproca” significa soltanto che gli occidentali devono disinteressarsi dei metodi con cui, nei Paesi dell’Est, una minoranza di funzionari comunisti asservisce i propri connazionali. Che la “non ingerenza” possa significare qualche altra cosa è stato escluso dallo stesso rappresentante sovietico, il quale ha candidamente dichiarato che essa non riguarda l’intervento sovietico in Cecoslovacchia – tutt’altro.

    Altro che Carta Atlantica, che diritti dell’ONU! A vent’anni dalla data della sua morte Stalin è più vivo che mai. La sua politica di sopraffazione portata avanti con successo tra il 1945 e il 1949 trionfa in una solenne assise internazionale in cui la usurpazione si maschera da diritto e la garanzia sulla refurtiva “sicurezza europea”. La “sicurezza” alla quale si è intitolata la Conferenza altro non è che la sicurezza della Russia, la sicurezza dello status quo stabilito nel 1945 con la cortina di ferro. Questa è la vittoria morale di Stalin, la vittoria del diritto di preda del barbaro asiatico sul magniloquente e farisaico umanitarismo delle democrazie anglosassoni.

    Che ciò avvenga in nome dei grandi princìpi, della “inviolabilità” e della “non ingerenza è naturalmente una beffa. Ma non fu già una beffa l’atto che resta il fondamento morale del mondo politico contemporaneo, il suggello morale della “non santa alleanza” tra Russia e America, e cioè il processo di Norimberga? Una beffa, si guardi bene, non tanto perché vi si giudicò in base a un diritto delle genti mai codificato in nessun luogo, ma perché a giudicare dei “crimini” nazisti sedettero i rappresentanti di uno dei regimi più “criminali” della storia.

    Quando si permise a Stalin – che aveva edificato il potere sovietico su venti milioni di morti – di mandare i suoi giudici a Norimberga a condannare quei nazisti coi quali si era alleato nel 1939, ogni nozione del diritto internazionale affogò nella farsa. È in nome di questa logica beffarda che i sovietici, dopo aver represso nel sangue ogni moto di libertà nell’Europa orientale, discettano seriosamente – ieri a Helsinki, domani a Ginevra – di “sicurezza” e di “inviolabilità”. D’altronde, la Russia è maestra nell’arte di unire la prepotenza alla beffa.

    Un talento in cui la ferocia un poco sorniona dell’Asia si mescola al sottile, crudele formalismo bizantino e al terrorismo gesuitico comunista. Si ricorderà che la Russia chiese – ed ottenne – di occupare un seggio per l’Ucraina nel consesso dell’ONU. Non le era bastato di aver represso nel sangue il nazionalismo ucraìno; scuoiata la vittima, volle anche indossarne la pelle.

    Quale senso ha che le nazioni europee siedano allo stesso tavolo con i rappresentanti di una potenza che calpesta la libertà di nove popoli europei? E che senso ha che esse si facciano garantire la loro sicurezza da quelli stessi che la minacciano? Ma la diplomazia segreta americana e la logica della “non santa alleanza” spingevano all’incontro di Helsinki, un incontro che continuerà a Ginevra in settembre nel solito clima di beffa e di equivoco. La Conferenza per la “sicurezza europea” non serve né alla libertà né alla dignità dell’Europa ma ribadisce – contro gli interessi storici europei – la volontà delle due superpotenze di mantenere lo status quo del 1945.

    È abbastanza singolare che l’unica voce coraggiosa che si sia levata contro la Conferenza sia quella dell’Albania, la quale, senza mezzi termini, ha denunciato le mene della Russia. L’Albania parlava evidentemente a nome della Cina. Ora, è doloroso, e nello stesso tempo pericoloso, che i cinesi si prendano a cuore l’indipendenza e la dignità dell’Europa più degli stessi governi europei. È pericoloso, perché nel vuoto morale e politico che regna nel nostro continente, potrebbe portare delle conseguenze.

    Si pensi ad esempio a cosa potrebbe accadere se il partito cinese in Europa – oggi ancora rappresentato da sparute avanguardie di extraparlamentari – diventasse domani l’unica voce libera nei confronti delle due superpotenze, al prestigio che guadagnerebbe presso le nuove generazioni, alla risonanza tra i giovani.

    Intanto, la Russia continua a cogliere successo dietro successo. Nel 1944-45, col consenso degli Alleati occupò tutta l’Europa orientale e centrale. Tra il 1945 e il 1949 con una serie di colpi di mano le riuscì di trasformare questa occupazione in una dominazione perpetua. Tra il 1949 e il 1968, stroncando le rivolte di Berlino, Budapest, Poznan e Praga ha soffocato ogni moto d’autonomia nelle nazioni occupate. Oggi, con la Conferenza europea essa compie un altro passo avanti legittimando la sua usurpazione nel nome della “inviolabilità dei confini” e della “non ingerenza”.

    Cosa essa si prefigga domani è ormai chiaro a tutti. È l’Europa “finlandese”, l’Europa smilitarizzata che godrebbe di una relativa autonomia in cambio della rinuncia a ogni pregiudiziale anticomunista e alla libertà di parola nei problemi riguardanti l’Est europeo. Questa Europa addomesticata, definitivamente emarginata come forza politica, rappresenterebbe un utile complemento della sua economia aiutandola a colmare le deficienze del suo sviluppo economico. Così gli Europei aiuterebbero il regime sovietico a superare le proprie contraddizioni economiche facilitandine lo sviluppo militare e ribadendo le catene della Europa orientale.

    Questo è il volto dell’avvenire, dietro la maschera della distensione e della sicurezza europea. Un avvenimento che forse porterà con sé la “pace” – la sottomissione è anch’essa una forma di pace – ma non certo la libertà.

    * * *

    Tratto da Il Giornale d’Italia del 31 luglio 1973.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi

    Drieu La Rochelle: il mito dell'Europa | Adriano Romualdi

    Qualche anno fa un libro di Paul Serant, Romanticismo fascista, rivelava al distratto pubblico italiano l’opera e la figura di Pierre Drieu La Rochelle, lo scrittore collaborazionista morto suicida nel 1945. Quasi contemporaneamente in Francia si cominciava a dare alle stampe gli inediti di Drieu: Les chiens de paille, Recit secret, Histoires deplaisantes etc. Sulla scia di questa « riscoperta » in Italia venivano tradotte alcune delle opere più significative: Gilles, La commedia di Charleroi, Fuoco fatuo, mentre recentemente l’editore Volpe ha pubblicato una importante raccolta di scritti politici.

    Diciamo subito che Drieu non è il solito scrittore che ci si decide a « riscoprire » per impinguare congiunture librarie o booms editoriali. Non è uno di quei minori che ogni tanto vengono levati dall’oblio per illustrare questo o quell’aspetto particolare di una letteratura. Drieu è una forte personalità, uno scrittore di grande temperamento, un romanziere, un polemista, un saggista come pochi ne ha prodotti l’Europa negli ultimi cento anni.

    A questo punto ci si può chiedere il motivo della (relativamente) scarsa notorietà di Drieu all’infuori dello ambiente francese. Il fatto è che Drieu è stato uno di quelli che hanno compreso che non si possono servire due padroni, la verità e la notorietà, e che hanno preferito essere compresi poco e male nel loro tempo per dire cose la cui validità si manifesta intera a distanza di decenni. « Inattuale », come già Nietzsche lo era stato, Drieu ha lasciato che la sua attualità si dispiegasse gradualmente nel tempo.

    Scegliendo la verità Drieu ha contemporaneamente scelto l’impopolarità. Istintivamente, infallibilmente egli si è ribellato alle menzogne del momento dicendo contro di esse le verità più aspre e più spiacevoli.

    Valoroso combattente della Grande Guerra, ferito a Charleroi e a Verdun, urta i sentimenti della censura patriottica con i suoi primi versi, pubblicati nel 1917 :

    «A voi Tedeschi — con la mia bocca per lungo tempo muta per ordine militare — io parlo. Mai vi ho odiato. — Vi ho combattuto con volontà inflessibilmente tesa ad uccidervi. — La mia gioia è sboccata nel vostro sangue. Ma voi siete forti. — Non ho potuto odiare in voi la forza, madre delle cose».

    Nell’immediato dopoguerra, quando il suo paese esulta per la revanche e manda truppe sul Reno e nella Ruhr, Drieu scrive quella terribile Mesure de la France dove lucidamente afferma che 40 milioni di Francesi non rappresentano più nulla di fronte ad 80 milioni di Tedeschi, 150 milioni di Americani, 180 milioni di Russi. Scriverà più tardi: « Non credevo alla vittoria. Troppi Americani, troppi negri».

    Dopo la crisi del ‘29, quando l’Europa è presa nella ineluttabile stretta politica che sboccherà soltanto in una nuova guerra, egli darà ancora maggiore scandalo. Mentre i suoi amici degli anni ‘20, i Malraux, gli Eluard, gli Aragon si schierano dalla parte del comunismo egli si proclama apertamente fascista: «.Sono diventato fascista perché ho visto i progressi della decadenza. Ho veduto nel fascismo il mezzo per frenare ed arrestare questa decadenza ».

    Nel 1936 entra nel partito di Doriot, nel ‘40 si impegna a fondo nella collaborazione. Ancora egli vede più in là dei Francesi del suo tempo. Nel romanzo Les chiens de paille, scritto nel 1943, il protagonista Constant si beffa dei «patrioti» e dei resistenti: « Voi volete conservare un patriottismo provinciale all’epoca degli imperi, all’epoca in cui gli aerei varcano gli oceani in poche ore. Siete liberi di farlo. Perseverare nel proprio essere fino alla decomposizione è una fatalità alla quale ben pochi possono sfuggire… Nel 1940 né la Francia è stata vinta ne la Germania ha vinto. Tutto questo non aveva gran che a che fare con la Francia e la Germania. La Germania non è che uno strumento, come l’America e la Russia, uno strumento molto meno brutale e schiacciante di queste ultime due… Io vedo folle immense, mostruosamente armate, in marcia per ‘il mondo per costruire imperi di dimensioni continentali. Questi imperi saranno atrocemente barbari perché l’estrema civilizzazione genera l’estrema barbarie».

    Infine, l’ultimo scandalo e il più grande, egli si separa non solo dai Francesi del suo tempo ma da tutti gli uomini del suo tempo, anche i fascisti, che non sono stati abbastanza rivoluzionari, anche i Tedeschi, che non hanno saputo colpire con sufficiente intelligenza, e, attraverso una serrata meditazione metafisica, si rifugia nel suicidio : «Ho bisogno di appartenere contemporaneamente a questo mondo e all’altro, dì vivere nell’azione e nella contemplazione, dentro e fuori dai confini della creazione».

    * * *

    Questo libro vuole offrire una immagine succinta ma completa dell’opera e della figura di Drieu la Rochelle. Esso è diviso in tre parti, ciascuna di autore differente, ciascuna dedicata ad un particolare argomento, ma tutte collegate e comunicanti.

    La prima parte tratta della figura di Drieu, dalle origini normanne (« v’è in lui qualcosa di un farmacista normanno che abbia letto Gobineau invece di Voltaire e sogni dei suoi antenati vichinghi in villaggio velato di spuma marina ») alla partecipazione alla guerra (« questo reame d’uomini alle porte di Parigi: foresta delle Argonne, deserto dello Champagne, paludi di Piccardia…»), dalla vita brillante del dopoguerra all’impegno politico («Voi morirete democratici o risorgerete trasformandovi in fascisti…»), dalla collaborazione al suicidio.

    La seconda parte analizza l’evoluzione del pensiero di Drieu dall’ambiente familiare al conflitto mondiale (Abbiamo restaurato la guerra – questo gioco da adolescenti crudeli…), dal nazionalismo al federalismo europeo («L’Europa si federerà o sarà divorata»), dall’adesione al fascismo all’accettazione dell’Europa fatta dalla Germania («soltanto la Germania può assumere una funzione egemonica europea»).

    La terza parte esamina gli elementi di pensiero che affiorano nel complesso dell’opera di Drieu, i suoi legami con Nietzsche, la sua meditazione sulla decadenza dello Occidente, l’aspirazione ad una disciplina del corpo e dell’anima, la religiosità di tipo pagano.

    Drieu non è uno di quegli autori che si studiano per arricchire la propria conoscenza di un periodo storico. Il suo pensiero non è per nulla superato, anzi sta conquistando la sua più profonda attualità proprio in questi anni. Non è un caso che il libro più bello e più vivo su Drieu lo abbia scritto Jean Mabire, un reduce della guerra algerina, un esponente della nuova generazione. Quali sono le affermazioni fondamentali di Drieu, quelle destinate a diventare patrimonio spirituale di quanti vogliono ancora lottare contro la decadenza dell’Occidente?

    In primo luogo l’idea europea. Già nel primo dopoguerra, in un’epoca di nazionalismo cieco e trionfante, Drieu vedeva con inesorabile chiarezza che l’Europa doveva pervenire all’unità politica per non diventare una colonia della Russia o dell’ America. Ricco, amato dalle donne, circondato da una aureola di scintillante notorietà parigina Drieu non volle diventare il solito comunista da salotto ma il primo dei militanti europei:

    Noi siamo uomini d’oggi.
    Noi siamo soli.
    Non abbiamo più dei.
    Non abbiamo più idee.
    Non crediamo né a Gesù Cristo né a Marx.
    Bisogna che immediatamente,
    Subito,
    In questo stesso attimo,
    Costruiamo la torre della nostra disperazione e del nostro orgoglio.
    Con il sudore ed il sangue di tutte le classi
    Dobbiamo costruire una patria come non si è mai vista.
    Compatta come un blocco d’acciaio, come una calamita.
    Tutta la limatura d’Europa vi si aggregherà
    per amore o per forza.
    E allora davanti al blocco
    della nostra Europa
    l’Asia, l’America e l’Africa
    diventeranno polvere.

    Coerentemente, Drieu comprese che questa Europa poteva organizzarsi solo intorno al blocco degli 80 milioni di Tedeschi cui il Nazismo aveva dato forza, unità, disciplina. Egli accettò lucidamente l’Europa fatta dalla Germania perché vedeva in essa l’ultima chance del nostro continente, minacciato dagli imperialismi d’Oriente ed Occidente: « In ogni caso il Nazismo mi è parso e mi pare… l’ultima diga di qualche libertà in Europa, di quella poca libertà che può essere salvata dalla calata dei Russi e dalle distruzioni irreparabili provocate da un conflitto finale tra Russia e America». La disperazione di Drieu all’alba del tragico 1945 è anche la disperazione di tutti i veri europei: «Povera Europa sconvolta e perduta. Hai chiamato da un lato gli Americani e dall’altro i Russi. E ora sei calpestata e spinta al peggiore degli (qui sul manoscritto c’è una parola illeggibile), ai peggiori sradicamenti irrimediabili. Europa— Grecia».

    In secondo luogo Drieu è il profeta di una nuova disciplina sociale e razziale. La sua Europa non è una Europa neutra, l’aborto esangue ed intellettuale dei federalisti di Strasburgo o di altri democratici mentecatti. L’Europa di Drieu è un blocco di forza che detta la sua legge ponendo un’alternativa tra capitalismo e comunismo, democrazia anglosassone e bolscevismo russo, individualismo liberale e collettivismo marxista. Essa è una sintesi fascista dei valori di libertà e autorità, di lavoro e di capitale. Questa Europa deve fare rinascere un uomo nuovo, temprato nel corpo e nell’anima: «La rivoluzione che sta avvenendo in Europa è totale perché è la rivoluzione dei corpi, la rivoluzione dei valori nati dal corpo, e, nello stesso tempo, è la rivoluzione dell’anima che si scopre di nuovo, ritrova i suoi valori attraverso il corpo. Coraggio, pazienza, sacrificio, forza, non sono forse le virtù del corpo come quelle dell’anima?»

    Drieu sottolinea poi il carattere razziale che sta alla base della sua idea d’Europa. L’Europa è la patria originaria della razza ariana che in epoca preistorica si è irradiata verso la Persia, l’India, il Mediterraneo, l’Asia Minore creando le grandi civiltà dell’antichità.

    Nelle poesie scritte durante la guerra col titolo di «Runes» egli esalta l’Ordine Nuovo come il blocco della razza europea realizzato all’ombra della rossa bandiera crociuncinata:

    La race des Aryens retrouve son union
    Et reconnâit son dieu à l’encolure forte.
    Trois cents millions d’Humains chantent dans un seul camp.
    Un seul drapeau rouge à la cime des Alpes.
    Voici les temps sacrés remontant des enfers.

    Ma anche qui Drieu ha voluto spingere il suo sguardo più in là di quelli che gli stavano intorno. Egli vedeva che accanto all’Europa, patria originaria della stirpe ariana, si erano venute formando altre due grandi aree di razza bianca: la Russia slava e l’America anglosassone di lingua e d’origine germanica. L’8 giugno 1944, due giorni dopo lo sbarco in Normandia, egli scriveva nel suo diario: «Ieri guardavo i giovani S.S. sfilare lungo gli Champs Elyseès sui loro carri armati. Ho sempre amato questa razza bionda alla quale io stesso appartengo ma ad essa appartengono anche gli Inglesi, gli Americani e i Russi». L’Europa di Drieu deve diventare la Nazione guida dell’umanità di razza bianca, non in urto ma in collaborazione con l’America e la Russia in un’opera comune di sfruttamento dei beni della terra e di coordinamento dei popoli di colore.

    C’è poi una terza fondamentale esigenza che si rinviene nell’opera di Drieu: l’esigenza di trovare una nuova forma di religiosità che possa animare dal di dentro quella disciplina totale necessaria per la resurrezione dell’uomo occidentale. Drieu ha sentito la crisi del Cristianesimo che, nel suo processo di umanizzazione del Divino, ha finito col renderlo incomprensibile alla maggioranza degli uomini: «Io dico Dio per abitudine occidentale. Ma questa parola per me non ha niente a che fare con la nozione grossolana e ridicola del Geova ebraico. Non esiste tanto Iddio quanto il divino, quel che gli Indiani chiamano il Sè, l’Atman o, con altra espressione, il Brahman». Conseguentemente Drieu ha cercato una forma di religiosità più vasta che egli trovava sia nelle opere di Guénon, del quale era appassionato lettore, sia nello studio de «gli spiriti che sempre vegliarono sulle vette, al di sopra dei due versanti del pensiero ariano: quello indiano e quello occidentale».

    La religione intraveduta da Drieu non era quella semitica del Dio personale creatore e punitore ma una forma spirituale che abbracciava l’intero mondo ariano in tutta la sua latitudine, dall’India alla Norvegia, e che alimenta la sua tradizione con le Upanishad e con le Enneadi, con l’Edda e la Baghavad Gita, con Platone e con Buddha, con Seneca e con Meister Eckhart. E’ una posizione religiosa che si può chiamare «paganesimo» quando con questo termine si intende un ritorno agli orientamenti metafisici dell’Europa ariana e precristiana. Essa è molto vicina a quella di un Evola (un altro grande misconosciuto, al quale prima o poi si dovrà attribuire tutta la sua importanza), le cui opere Drieu avrebbe sicuramente tenute in gran conto, o a quella del Günther di Frömmigkeit nordischer Artung. Anche in questa ricerca spirituale Drieu non ha lavorato solo per se stesso ma per una nuova coscienza europea.

    Ma quanti hanno occhi per l’Europa che Drieu intravedeva, quella per la quale è morto? I fascisti europei hanno lungamente esitato su sterili posizioni nazionalistiche prima di essere spinti quasi a forza nella direzione di una rivoluzione continentale dalla inesorabile iniziativa di Adolfo Hitler. E’ stata questa iniziativa rivoluzionaria totale a fondere in un solo fronte le forze disperse dei fascismi. L’Europa di Drieu è quella distesa tra Brest e l’Elbruz, tra Narvik e Creta, risoluta a difendere la sua rivoluzione contro il capitalismo yankee e il bolscevismo asiatico.

    E’ quella dei volontari francesi e scandinavi accorsi a difendere Berlino. E’ quella delle S.S. danesi, olandesi, belghe che preferirono l’annientamento alla resa nella tragica sacca di Korsun.

    Questa Europa viveva chiara e distinta nella visione di una minoranza. Ma questa minoranza ha testimoniato nel suo tempo con maggiore autorità dei molti e dei troppi. Da un superiore punto di vista storico, il sacrificio di poche centinaia di migliaia di S.S. internazionali è più significativo di quello dei milioni caduti per le vecchie concezioni nazionali. Questi hanno testimoniato per le vecchie patrie, donando l’ultimo guizzo di luce al nazionalismo morente, quelli si sono sacrificati per la nuova patria ariana del fascismo europeo. La loro testimonianza è inconfutabile. Se vi sarà ancora un fascismo esso non sarà quello della vecchia scuola ma quello di un Drieu, di un Evola, dei precursori.

    Qualcuno potrà trovare importuno l’uso continuo che in questo libro si fa della parola fascismo. Potrà giudicare sbagliato legare una battaglia europea ad un programma fascista, una causa viva e affascinante a una parola vecchia e mal vista. Ma la verità, la cruda verità è che non può esservi una Europa unita senza che in qualche modo non risorga un fascismo. Sono trascorsi vent’anni dalla fine della guerra. L’Europa democratica e liberale, quella dei De Gasperi, degli Schumann, degli Spaak non si è ancora vista. E non si vedrà mai perché è assurdo che dai partiti della sconfitta, dai fiduciari e dai prefetti dei barbari di Oriente e d’Occidente, dei Russi e degli Americani, venga anche un solo atto di libertà e d’indipendenza politica.

    Guardiamoci in faccia: questo antifascismo del quale si parla continuamente non è la libertà, non è la democrazia, non è il socialismo è, prima di tutto questo, la conservazione dello spirito di Yalta sul continente europeo che deve garantirne la pacifica soggezione. E’ la garanzia politica destinata a prevenire la rivolta degli Europei contro i loro padroni russi e americani. L’antifascismo è la rinuncia, è la viltà, e l’accettazione della sconfitta del 1945. In nome dell’antifascismo la coscienza dei vecchi partiti è insorta contro il tentativo dell’OAS di mantenere le posizioni europee nel Nordafrica, è per paura della accusa di Fascismo che i governi europei hanno vergognosamente abbandonato l’Africa ai negri e al caos. E’ in nome dell’antifascismo che sì continuerà a tradire, ad abbandonare, a rinnegare i valori e gli interessi dell’Europa.

    Quindi, niente Europa senza Fascismo. Per ardua e difficile che possa sembrare una simile strada, essa è la unica che si possa percorrere. Scriveva Drieu che la Francia sarebbe morta democratica o sarebbe guarita diventando fascista. Noi ripetiamo che l’Europa risorgerà fascista o si spegnerà lentamente nel benessere e nella democrazia finché, nell’ora immancabile del giudizio storico finale, sarà travolta dalla rivolta mondiale dei popoli di colore guidati da una Cina fanatica e inesorabile. E’ l’Apocalisse che Drieu ha veduto venire da lontano, le «folle mostruosamente armate in marcia attraverso il pianeta per costruire imperi continentali». «D’abord les films americaines et après la fin du monde».

    Noi, che non siamo né democratici né massoni, né ebrei né comunisti, vogliamo che l’Europa risorga. Agli scettici e ai critici possiamo sempre rispondere con le parole di Guglielmo il Taciturno: «Non occorre riuscire per perseverare né sperare per intraprendere ».

    * * *

    Questo brano costituisce l’Introduzione al volume M. Prisco – G. Giannettini – A. Romualdi, Drieu La Rochelle: il mito dell’Europa, Edizioni del Solstizio, 1965, pp. 101-136.
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi

    Contestazione controluce | Adriano Romualdi



    Il movimento studentesco è ormai divenuto il fenomeno caratteristico di questa fase senile della democrazia italiana. […] Raggruppa solo un’esigua parte di tutta la popolazione universitaria italiana. È un fatto però che la gran maggioranza è perfettamente apatica e passiva, sì che questa maggioranza si pone come la punta avanzata della confusione, del traviamento e della mistificazione dilaganti in tutto il mondo giovanile. […] Documenta la profondità a cui è penetrata in animi immaturi un tipo di retorica sinistrosa diffusa dalla televisione, dal cinema, dalle grandi case editrici, da tutte le centrali ideologiche occulte accampate nel cuore del sistema […] Il problema che il movimento studentesco ci pone è quello d’ una contestazione contro un sistema che […] simpatizza col contestatore; e, insieme del perché la contestazione si inserisca nella retorica democratica del sistema anziché urtarsi contro di essa.

    [...]

    “Potere studentesco” è la parola d’ordine con cui i comunisti e i loro utili idioti hanno cominciato a occupare le università italiane al principio del ’68. Uno slogan chiaramente ricalcato su “ potere negro” , e, infatti, uno dei contro-corsi verteva appunto sul black power, mentre altri ne seguivano sulla rivoluzione culturale cinese […], sui benefici della droga e sui rapporti tra repressione sessuale e autoritarismo. […] “Potere studentesco” è una grossolana formula demagogica con cui i comunisti tentano di speculare sui gravi scompensi che affliggono le università italiane. […] Vogliono il “potere studentesco” , ossia la dittatura di quell’esigua frangia di studenti rosi dal marxismo che introduce nelle università la demagogia permanente e impedisce quella selezione dei quadri, quell’approfondimento degli studi, che sono garanzia di maggior serietà nella vita pubblica e di una maggiore efficienza nazionale. […] “Potere studentesco” è una formula mitica che s’inserisce in un certo mito generale della vita, un mito di cui fan parte il “potere negro” e la LSD, Fidel Castro e la pillola, Ché Guevara, Marcuse e la zazzera.

    [...]

    Gli occupanti pretendono di lottare contro la società, ma i loro miti, il loro costume, il loro conformismo sono precisamente quelli di questa società contro cui dicono di battersi. Dicono di essere contro lo stato, e la televisione di stato gli adula e li vezzeggia, dicono d’ essere contro il governo, e i socialisti al governo li proteggono, dicono di costituire un’alternativa ai tempi, ma le loro chiome, gli abiti, gli atteggiamenti, i loro folk-songs, le loro donnine beat, sono quanto di più consono allo spirito dei tempi si possa immaginare. Si atteggino ad “antiamericani” , ma sono marci di americanismo fino al midollo: le loro giacche, i loro calzoni, i loro berretti, sono quelli dei beatniks di San Francisco, il loro profeta è Allen Ginsberg, la loro bandiera la LSD, il loro folk-songs quelli dei negri del Mississipi, la loro patria spirituale il Greewich-Village. Sono marxisti, ma non alla maniera barbarica dei russi o dei cinesi ma in quella particolare maniera in cui è marxista un certo tipo di giovane americano frollo di civiltà. Proclamano il “collegamento con la classe operaia” , la “giuntura tra la semantica della rivendicazione studentesca e la dialettica del mondo operaio” , ma nulla più del loro snobismo è remoto dall’animo dei veri operai e contadini, nessuno più di questi pulcini usciti dall’uovo d’una borghesia marcia è lontano dalla mentalità di chi deve lottare con le più elementari esigenze. Il loro problema è la droga; quello degli operai il pane.

    [...]

    È piuttosto la sommossa d’una minoranza d’intellettuali da salotto, di giovani e ricchi borghesi che rompon la noia di un’esistenza troppo facile giocando ai cinesi o ai castristi. Le roccaforti della rivolta studentesca sono state proprio le facoltà snob, come la facoltà di architettura di Roma dove- di fronte ai muri su cui era scritto “guerriglia cittadina” – stazionavano in doppia fila le eleganti auto sportive degli occupanti. [… ] È la rivolta di una minoranza di borghesi comunisti allevati nelle serre calde di alcune facoltà tradizionalmente rosse come Lettere, Fisica, Architettura. È la rivolta dei capelloni, degli zozzoni, dei bolscevichi da salotto, di una gioventù che, più che bruciata, si potrebbe chiamare stravaccata. [… ] Ecco che all’operaio, integrato nella società borghese e indisponibile per le chiassate marxiste, si sostituisce il giovane blasé, il figlio di papà con la spider e il ritratto del Ché sul comodino.

    [...]

    Per un colmo di ironia, la rivolta studentesca, che ha il marxismo scritto sulle sue bandiere, smentisce proprio la teoria marxista del fondamento economico d’ogni moto politico. La rivolta studentesca è una tipica sommossa ideologica, libresca, sfornata dalle riviste impegnate, dalla libreria Feltrinelli, come i distintivi di protesta e i ritratti del Ché venduti nei grandi magazzini come tappezzeria. Questa rivolta che polemizza con la civiltà dei consumi, è una tipica espressione del “consumo culturale” , di un boom librario impiantato sul sesso e sul marxismo, sulla droga e Ché Guevara, su Fidel Castro e sulle donne nude. Da un punto di vista di mercato, il militante del “movimento studentesco” è il tipo medio del consumatore della cultura di protesta, che trangugia ogni giorno la sua razione di quella letteratura marxista, sessuomane, negrafila, che le grandi case editrici gettano sul mercato in quantità sempre maggiori. Il consumatore culturale è progressista, cinese, antirazzista, per lo stesso motivo per cui indossa i blue-jeans e beve Coca-Cola, consuma il romanzo cochon o il diario di Ché Guevara come si “ consuma” una scatola di fagioli o un rotolo di carta igienica, consuma la rivolta giovanile che oramai si fabbrica e si vende come una qualunque merce.

    [...]

    Il problema che si pone a questo punto è il seguente: come mai una “ rivoluzione” così sfacciatamente inautentica è riuscita a imporsi alla gioventù, e non solo a quella più conformista, ma anche a quella più energica e fantasiosa? La risposta è semplice: perché dall’altra parte non esisteva più nulla. Seppellita sotto un cumulo di qualunquismo borghese e patriottardo – sotto il perbenismo imbecille della garanzia “sicuramente nazionale, sicuramente cattolica, sicuramente antimarxista” – la destra non aveva più una parola d’ordine da dare alla gioventù. [… ] In un’epoca di crescente eccitazione dei giovani, essa diceva loro “statevi buoni”; in un’epoca di offensive e confronti ideologici, essa dormiva tranquilla perché le percentuali FUAN nei “parlamentini” restavano stazionarie. Fossilizzata nelle trincee di etroguardia del patriottismo borghese, incapace di agitare il grande mito di domani, il mito dell’Europa, le organizzazioni giovanili ufficiali vegetavano senza più contatto alcuno col mondo delle idee, della cultura, della storia.
    È bastato un soffio di vento a spazzare questo immobilismo che voleva essere furbesco, ma era soltanto cretino. Bastarono le prime occupazioni per comprendere che dall’altra parte – quella della destra – non c’era più nulla. La cosiddetta classe giovanile si lasciò sommergere in pochi giorni, senza fantasia e senza gloria. Quando le bandiere rosse sventolarono in quelle università che avevano costituito fino a pochi anni prima le roccaforti della destra nazionale, molti guardarono a destra, attesero un segno. Ma il segno non venne: mancarono, più che il coraggio, e i giovani che erano pronti, l’iniziativa e le idee. Maturata nei corridoi di partito, in un clima furbesco e procacciatore, questa cosiddetta classe dirigente giovanile ormai rarefatta a tre o quattro nomi non aveva assolutamente niente da dire di fronte alla formidabile offensiva ideologica delle sinistre. Ne era semplicemente spazzata via. Si riuscì a farsi rinchiudere nel ghetto della banalità più retriva.

    [...]

    Mentre le sinistre, con tutta una rete di circoli politici e culturali, agitavano, con sempre maggiore fantasia, tutta una serie di temi rivoluzionari, la gioventù di destra era castigata a montar la guardia al “dio- patria- famiglia” . Si parlava un po’ di Gentile, il cui patriottismo generico era abbastanza scolorito e tranquillizzante, ma si evitavano con gran cura le tesi antiborghesi d’uno Julius Evola. La parola d’ ordine era di amare la patria e la conciliazione, di odiare il divorzio, il cinema pornografico e la Süd TirolerVolkspartei . Fascisti si, ma con moderazione; dei nazisti, neppure parlarne. Ci si deve meravigliare se molti dei migliori giovani di destra siano diventati “cinesi”? Per un giovane di temperamento veramente fascista, le parole estreme, la violenza, le bandiere dei “cinesi” venivano a surrogare quel che la destra ufficiale, tiepida e invecchiata, non poteva più dare. Ci si può meravigliare se per reazione, sorse il fenomeno dei nazimaoisti? [… ] Molti di questi nazi-maoisti erano soltanto dei signorini che cercavano di tenersi alla moda. Ma anche quelli che sinceramente speravano di creare un nuovo fronte rivoluzionario, disparvero nella selva di bandiere rosse dei loro “alleati” . La loro incerta tematica fu risucchiata dal gergo marxista. Crearon dei dubbi, di cui solo il comunismo si avvantaggiò. [… ] Esso sta a dimostrare come una visione di destra rivoluzionaria e antiborghese avrebbe per lo meno disorientato i contestatori, e come la contestazione avrebbe potuto essere loro strappata di mano se solo si fosse avute alle spalle una tematica meno bolsa e convenzionale. Ciò che non ha compreso la destra, la necessità di ringiovanire la sua tematica, lo ha ben compreso il PCI.

    [...]

    Il PCI ha coscientemente coltivato tutta una certa mitologia mediante associazioni culturali, politiche, artistiche, alle quali vien garantita la massima libertà critica nei confronti del partito, ma che portano avanti un certo di discorso atto a condurre i giovani nell’area del comunismo. [… ] Il PCI ha compreso anche che un certo comunismo da cellula, alla russa, è ormai qualcosa di troppo austero coi tempi che corrono, e ha puntato le sue carte sui comunismi esotici, romantici, tropicali, sui poteri negri e gialli, sui comunismi barbutelli, pidocchiosi, fantasiosi, il comunismo del Ché e del cha-cha-cha, di Luther King e di Halleluja. E’ questo il comunismo alla moda, il comunismo che piace ad una gioventù sempre più sbracata. Il centro d’infezione di questo nuovo comunismo è la casa editrice del miliardario comunista Giangiacomo Feltrinelli (per gli amici “Giangi” ), il Giangiacomo Rousseau della nuova rivoluzione. [… ] È dalle librerie di Feltrinelli che escono a migliaia i libri sulla droga e sulla Bolivia, sui negri e su Fidel Castro, è là che si possono comprare i distintivi di protesta, è là che fu tenuta a battesimo la rivista «Quindici», organo del “movimento studentesco” . Poco importa che le avanguardie cinesi e castriste snobbino il PCI. Esse seminano pur sempre un grano che non sarà mietuto nelle lontane Avana e Pechino, ma dal comunismo nostrano. Il “movimento studentesco” attira i giovani in un ordine d’idee che – placatisi i giovani bollori- farà di loro dei bravi elettori comunisti. Il PCI ha sempre controllato l’agitazione studentesca. Nessuno crederà che le occupazioni di facoltà protrattesi per mesi interi siano state possibili senza l’apparato logistico del partito comunista, senza i rifornimenti della FGC. I pacchi-viveri che furono distribuiti a Roma nella facoltà di Lettere occupata, erano involti in carta elettorale del PCI. I professori alla testa della rivolta erano i soliti Chiarini, Amaldi, Asor-Rosa. I parlamentari alla testa dei cortei del “movimento studentesco” erano parlamentari comunisti.

    [...]

    Quali risultati politici si aspetta il partito comunista da quest’agitazione? Innanzi tutto, creare un clima di frontismo giovanile, un fronte comune di giovani cattolici e giovani comunisti contro il governo e, chissà, domani, utili idioti “nazionali” e giovani comunisti contro la NATO. Logorando la preclusione anticomunista nei giovani democristiani, esso pone le premesse per il superamento dell’anticomunismo DC. In secondo luogo, esso ricatta i socialisti, costringendoli ad una “corsa a sinistra” all’interno del centro-sinistra. In terzo luogo, esso pone la sua candidatura alla partecipazione al governo, della quale -a parte l’alleanza atlantica- esistono già tutte le premesse. Di fronte a questo lucido disegno del PCI, che si serve della gioventù universitaria come d’una forza d’urto, sta l’inettitudine dell’attuale classe dirigente della destra giovanile a dire una parola nuova alla gioventù. È quest’inettitudine che ha condotto a quelle defezioni e a quelle confusioni che si sarebbero potute evitare.

    [...]

    [… ] Questa mitologia d’una borghesia putrefatta che spera nella “rivoluzione”, per conquistare sempre nuovi paradisi di libertà e sudiciume, non è in nessun modo un’antitesi al sistema, ma solo l’evoluzione interna del sistema verso la sua inevitabile conclusione: la putrefazione dei popoli di razza bianca e il tramonto dell’occidente. […] Il fatto è che il partito comunista ha compreso da anni una verità che nel nostro ambiente non è ancora entrata in testa a nessuno, e cioè che un partito estremista, in un momento non rivoluzionario, con una situazione internazionale statica e un certo sonnacchioso benessere all’interno, può portare avanti solo un’offensiva ideologica, appoggiata a minoranze imbevute di un certo mito della vita e che vengon gettate avanti per conseguire effetti psicologici. [… ] Perché è chiaro che si può respingere un certo trito linguaggio benpensante senza cadere per questo nella retorica viet-cong o guevarista. Che si può alzar la bandiera del nazionalismo europeo senza dimenticare le garanzie necessarie alla sicurezza dell’Europa. Che ci si può battere nelle università contro “ l’ordine costituito” ma, contemporaneamente contro i comunisti. Poiché la destra, il fascismo, pur nella loro crisi attuale, rappresentano pur sempre l’unica alternativa rivoluzionaria per la gioventù.

    * * *

    Brani tratti da Contestazione Controluce, in «Ordine Nuovo», a. I, n. s. 1, marzo-aprile 1970.
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

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    Uno dei miei punti di riferimento, non solo per le analisi ma anche per la giovane età e per la militanza politica nelle file di Ordine Nuovo. Uno dei "padri" del nazional-europeismo rivoluzionario-conservatore, di cui ha tracciato una weltanshaaung analizzando i punti basilari; gli indoeuropei e le tradizioni d'europa, platone, nietzsche ed evola, la rivoluzione conservatrice e il fascismo in Europa, la caduta dell'Europa e le nuove prospettive.

    Il suo pensiero è da "aggiornare"; le ricerche sugli indoeuropei grazie a Dumezil hanno fatto passi in avanti, l'URSS è caduta ed è risorta diventando l'ultimo baluardo d'Europa (e forse Dughin e Thiriart hanno analizzato bene la situazione), l'Europa non è più alle ultime ore ma agli ultimi cinque minuti - essendo minata nella sua identità come hanno ben descritto Freda e, per quanto riguarda l'Islam, Faye.

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    Condivido Midgard, ma Romualdi ha sempre militato nel MSI, mai in Ordine Nuovo.

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    Citazione Originariamente Scritto da soldato Visualizza Messaggio
    Condivido Midgard, ma Romualdi ha sempre militato nel MSI, mai in Ordine Nuovo.
    Nel libro di Compagno su Paolo Signorelli - membro di ON - c'è scritto:

    Le controverse stagioni di Ordine Nuovo, di cui Signorelli è espressione e che a suo giudizio arriva sino a una grande mente, quella di Adriano Romuladi, "un ordinovista. Una limoidezza solare nella sua paganità indoeuropea di cui rimane ampia traccia nelle opere da lui scritte". Insieme, firmarono diversi pezzi su Ordine Nuovo e Civiltà.

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    Ricordo testimonianze di Giannettini e Rauti (numero di Civiltà in omaggio a Romualdi dopo la morte) in cui si diceva esplicitamente che A. Romualdi era contrario alla scissione ordinovista e continuava a militare nel MSI, pur apportando contributi e in un clima di amicizia con gli ordinovisti.
    Quando la componente rautiana ritornò nel Partito, secondo la testimonianza di Maceratini, Romualdi ne fu fiero.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da soldato Visualizza Messaggio
    Ricordo testimonianze di Giannettini e Rauti (numero di Civiltà in omaggio a Romualdi dopo la morte) in cui si diceva esplicitamente che A. Romualdi era contrario alla scissione ordinovista e continuava a militare nel MSI, pur apportando contributi e in un clima di amicizia con gli ordinovisti. Quando la componente rautiana ritornò nel Partito, secondo la testimonianza di Maceratini, Romualdi ne fu fiero.
    Ah bene. In effetti i confini tra il Centro Studi Ordine Nuovo e l'ala missina "evoliana" non erano così netti.

    Ad ogni modo Romualdi è il punto di partenza per chi volesse approfondire tutto ciò che riguarda l'Europa Nazione.hefico:

  9. #9
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    Una mente brillante stroncata troppo precocemente.
    Gesù Cristo Re d'Italia vince e impera.


    Siamo cattolici, apostolici, romani, figli devoti e membri vivi dell'unica Santa Chiesa e tali intendiamo restare, con la grazia di Dio, fino alla tomba, nell'eternità della Chiesa trionfante.

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    Citazione Originariamente Scritto da Midgard Visualizza Messaggio
    Ah bene. In effetti i confini tra il Centro Studi Ordine Nuovo e l'ala missina "evoliana" non erano così netti.

    Ad ogni modo Romualdi è il punto di partenza per chi volesse approfondire tutto ciò che riguarda l'Europa Nazione.hefico:
    Tesi simili circolavano in ambito thirirtiano già da tempo, come saprai.

 

 
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