Mio caro Ferrara, che ti aspettavi? Se semini vento... di GIAMPIERO MUGHINI

Caro Giuliano, leggo e vedo con raccapriccio gli articoli e le immagini che attengono all'ignobile episodio di Bologna, dove eri montato su un palco a dire le tue ragioni e dove sei stato il bersaglio fisico e simbolico di quattro delinquenti della parola e della ragione. Solo che se uno va nelle piazze italiane a cercare voti, a cercare un sì o no, a cercare che la mela sia spaccata in due - la metà buona e la metà cattiva, e che la metà buona sia la propria -, quello trova. Non i poeti o i conversatori settecenteschi. Trova gli urlatori, i faziosi all'estremo, quelli che venerano la propria verità e solo quella. Trova soprattutto quelli che per invidia e per mediocrità odiano te, la tua silhouette, la tua storia intellettuale, i tuoi cangiamenti di opinione, i tuoi redditi, che odiano tutto questo più di ogni altra cosa al mondo. Basta saperlo, e uno di lungo corso come te non può non saperlo. Il fatto è che tu sei divorato dalla tua voracità dell'essere e del fare. Tu non ti vuoi precludere nessun orizzonte, nessun ruolo, nessuna chance. Pensi che passare dallo scrivere un articolo su un giornale letto dai ferrariani scalzi al presentare una lista elettorale su un tema più delicato della porcellana bianca quale l'aborto sia un passaggio da nulla. Un'impresa possibile e obbligata. Un'ambizione sacrosanta. Tu che ami il randello intellettuale, non puoi sorprenderti che qualcuno usi contro di te un randello che non ha nulla di intellettuale perché usato da gente che non ha avuto come nonno Ferrara il liberale, come padre Ferrara il comunista, come zio Ferrara il repubblicano, e invece sono soltanto dei dementi. L'aborto. L'altro ieri, mentre assistevo alla proiezione di "Juno", il film di cui qualcuno mi ha chiesto se lo reputavo un manifesto politico contro l'aborto, e io per poco non gli davo una randellata a sentirmi dire che un film debba essere un manifesto politico, ho abbassato gli occhi quando c'è la scena in cui l'ecografia mostra quello che già vive ed esiste nella pancia della sedicenne incinta. Ossia una creatura piena. Ho abbassato gli occhi perché non reggevo quell'immagine, e nel frattempo la memoria mi correva a quel giorno in cui accompagnai la mia fiamma bionda da una mammana. Un ricordo devastante che non mi risparmia, a quasi quarant'anni di distanza. L'aborto. E con tutto questo l'ultima cosa che farei è dare il voto a una lista che ha per insegna "L'aborto? No grazie", una cosa che detta a modo di randellata non vuol dire nulla di nulla. Perché 60 milioni sono gli italiani e altrettanti sono i destini, le circostanze specifiche, le contraddizioni dell'avere dentro di sé una vita che nasce e si muove. E nessuno può dettare legge e nessuno può montare su un palco a pronunciare la sua verità assoluta su una tale condizione, sulle scelte che ne conseguono. Come tu hai avuto l'ambizione di fare. Chi semina vento, non può non raccogliere tempesta. Sei tu che hai dato dell'«assassino» a Umberto Veronesi. Sull'aborto io non pronuncio parole. Se lo facessi, sarebbero parole alla stregua di quelle che hanno pronunciato nel tempo Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Norberto Bobbio, Giuliano Amato, e ne sto dimenticando qualcuno. Sarebbero parole di commozione e lutto. Ma perentorie no. E parole perentorie non ne pronuncia neppure il bel film "Juno", che saranno certo in tanti a guardare. Giuliano, te lo ripeto. Mi è spiaciuto vedere quei pomodori lanciati contro di te. E tu che li rilanci, in una vana difesa. Perché contro la demenza non c'è difesa. Sai bene che di quella demenza sono stato vittima umanamente e professionalmente da oltre vent'anni. Sai bene che quando una congrega di nullità mi ha tolto dall'elenco dei giornalisti professionisti, sono stati due e non più di due i giornalisti di sinistra che mi hanno espresso solidarietà. Nulla che mi stupisca, così è la vita. Non si può avere tutto, e neppure tu puoi avere tutto. Plàcati, rinuncia a qualcosa. Appagati degli amici che hai e delle soddisfazioni intellettuali e professionali che hai avuto. Non randellare oltremodo, perché chi di randello ferisce di randello perisce. E quanto all'aborto, dio mio, parliamone a voce bassa e con tutte le sfumature che meritano un argomento e una realtà talmente drammatiche. Tuonare a favore di «una lista per la vita», non vuol dire nulla e non vale nulla. Dircelo tra noi due, a voce bassa e mentre nessuno ci ascolta, che preferiamo la vita, quello sì che vale.

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