Fonte: Corriere della Sera
«Non capì i giovani e si schierò con i baroni e i parrucconi. Anche io portavo i capelli lunghi
«Ci si emozionava sentendo Joan Baez, i Beatles, il nome dell'università di Berkeley, c'erano i figli dei fiori, il Piper, si portavano i capelli lunghi... E anche io me li lasciai crescere». Il meeting «Cambio di stagione, 1968-2008» si avviava senza scosse verso la fine, quando Gianfranco Fini è andato sul palco.
Ha venato la voce di qualche nostalgia per i suoi sedici anni e ha detto che nel '68 «la Destra perse una grande occasione ». Anziché capire le ragioni dei giovani — ha proseguito il presidente di An — la Destra difese l'esistente, si schierò con i baroni universitari, con i parrucconi». Brivido nella sala del Palazzo dei congressi all'Eur, dov'erano risuonati, per la mattina intera, toni duri contro ogni eredità del '68. Senza sfumature erano state le parole di Josè Maria Aznar, già premier a Madrid, di Ferdinando Adornato, militante Pci, Forza Italia e ora Udc, organizzatore del convegno, di Pier Ferdinando Casini. «C'era un magma — dice Fini —. Il desiderio di una società migliore. Una rivolta esistenziale. Un bisogno di senso, come dimostra la mobilitazione, due anni prima, per l'alluvione di Firenze. In un primo momento i contestatori non erano solo marxisti. Cultura liberale e cultura cattolica non furono in grado di capire che si contestava anche il comunismo con la sua negazione della libertà e dei diritti dell'uomo. Così, il '68 non nacque a sinistra, ma finì a sinistra».
Poi, col Corriere, Fini sarà più preciso: «Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono lasciti del primo '68». Non si ferma alla revisione della storia: «Esiste oggi una condizione giovanile paragonabile. Insoddisfazione. Quasi la "nausea" di Sartre. Di fronte, oggi come allora, una gerontocrazia imperante. E, ora più di allora, assenza di punti di riferimento: i giovani sono una "generazione tuareg", come dice il titolo del libro di Francesco Delzìo, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria. Nomadi in cerca, nel deserto ». Che dovrebbe fare il centrodestra per non reiterare l'errore? «Rimettere al centro i valori del primo '68. L'uguaglianza, cioè parità di condizioni di partenza per tutti, per arrivare a una gerarchia meritocratica: da qui prese avvio il '68 e poi degenerò nell'egualitarismo marxista. La libertà legata però all'autorità, altrimenti diviene licenza, anarchia. La responsabilità personale, mentre il '68 approdò alla deresponsabilizzazione».
Poi, servono miti, esempi. «Il '68 è anche l'anno di Praga, del sacrificio di Jan Palach, ma dilagarono Che, Mao...». Conclusione: «Batteremo i sessantottini di professione quando gli strapperemo la bandiera da interpreti della società italiana, quando sapremo elaborare analisi culturali che fanno la differenza». Il convegno è finito, qui dove sarebbe potuto iniziare. Aznar aveva detto che il '68 «fu un'operazione per captare simpatizzanti alla causa del comunismo» e aveva definito Guevara un «sanguinario paranoico ». Adornato aveva ammonito: «La scimmia del '68 è ancora sulle nostre spalle». E Casini: «Il '68 ci ha lasciato in eredità lo slogan "né con lo Stato né con le Br"». A Fini si è avvicinato l'ex ministro degli Interni, Pisanu, per sussurrargli che aveva parlato come Aldo Moro: «A quei giovani ribelli dovevamo dare un progetto...».
Andrea Garibaldi
03 febbraio 2008




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