Oggi ho letto su Avvenire della lotta senza quartiere che la Diocesi di Gela sta portando avanti contro la mafia (specialmente nella persona del suo vescovo, sua Eminenza Mons. Michele Pennisi, da ieri sotto scorta delle forze di polizia).
Penso sia giusto testimoniare su questo forum la nostra vicinanza morale ed il nostro sostegno nella preghiera.

COSA NOSTRA
Sul settimanale diocesano l’appello ai mafiosi «a cambiare vita e a riparare il male fatto».
Parole e gesti concreti: le imprese sospette escluse dalle trattative per la costruzione di nuove chiese
Gela, la mafia minaccia Il vescovo sotto scorta
Da giorni nella città siciliana circola un volantino anonimo con insulti diretti contro monsignor Michele Pennisi. Il prelato si batte per sottrarre i giovani alla criminalità: «Sono sereno»
DA MILANO NELLO SCAVO
P reoccupato neanche un po’.
Monsignor Michele Pennisi le minacce le aveva messe nel conto.
«Il Signore ci liberi dal pizzo e dalla mafia», si limita a commentare il vescovo di Piazza Armerina che da ieri è sottoposto alla discreta tutela delle forze dell’ordine.
A Gela da qualche giorno circola infatti un volantino anonimo contenente insulti e minacce contro il presule che coraggiosamente si batte per sottrarre soprattutto i giovanissimi alle sirene della criminalità. Parole anche contro forze dell’ordine e magistrati. «Insomma – osserva il presule –, sono in buona compagnia e insieme intendiamo continuare questo percorso». Il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ha ritenuto di non considerare opera di un mitomane il contenuto del foglio diffuso clandestinamente in più copie. Nel testo si fa esplicito riferimento alla scelta del presule di non disporre la celebrazione pubblica dei funerali del boss gelese Daniele Emmanuello, ucciso mentre tentava di fuggire alla cattura della polizia lo scorso 3 dicembre. «Il vescovo si mostra sereno e consapevole di avere operato per il bene, coerentemente con il suo compito di pastore», precisa il portavoce della diocesi don Pino Rabita.
«Io sono tranquillo», si limita a replicare il vescovo di Piazza Armerina che sa di aver dato fastidio non solo in occasione dei mancati funerali ad Emmanuello, peraltro facendo seguito ad una precisa richiesta delle autorità. Il vescovo aveva recentemente pubblicato sul settimanale diocesano un appello ai mafiosi «a cambiare vita e a riparare il male fatto».
Parole precedute da gesti concreti, come quello di aver preventivamente escluso imprese in odor di mafia dalle trattative per i lavori di costruzione di alcune nuove chiese e poi le ripetute denunce pubbliche «per liberare la città di gela dalle piaghe cancrenose della mafia, del pizzo e dell’usura».
A monsignor Pennisi è pervenuta ieri mattina la solidarietà del segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, che ha incoraggiato il presule nella sua missione pastorale. Quattro giorni fa Pennisi era stato a Gela per il convegno intitolato 'Il pizzo industria del male', usando anche in quella occasione parole forti. Accanto al vescovo, come sempre ormai, c’era il sindaco di Gela Rosario Crocetta, esponente del Partito dei comuniti italiani e sempre in prima fila nelle attività promosse dalla diocesi. Nelle stesse ore in cui Pennisi lanciava il suo ennesimo monito, il sindaco apprendeva che i boss avevano pianificato il suo omicidio, sventato dall’intervento delle forze dell’ordine. Nel 2006 Crocetta aveva fatto licenziare la moglie di Daniele Emanuello, assunta al Comune perché si era dichiarata nullatenente. Ora le minacce contro il vescovo Pennisi non fanno che aumentare la tensione. «Il ruolo della comunità ecclesiale cattolica, profeticamente guidata dai suoi pastori, è senza dubbio fondamentale nel percorso di liberazione dal giogo di quella che può essere a buon diritto definita una vera e propria struttura di peccato», così il vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, il deputato del Pd Giuseppe Lumia, ha commentato la notizia delle minacce contro il presule.
A Gela le cosche di Cosa nostra e quelle della Stidda (un’organizzazione criminale autonoma ma alleata dei clan tradizionali) hanno raggiunto un livello di spavalderia senza precedenti. Nei mesi scorsi alcuni emissari dei clan chiesero il pizzo perfino alla parrocchia che ricadeva nella loro 'giurisdizione'. Il parroco, dopo essersi confrontato con il vescovo, denunciò tutto ai carabinieri.
«Io continuo normalmente la mia attività pastorale – spiega ancora monsignor Pennisi –. Domenica ho celebrato il rito dell’elezione in vista del battesimo di 9 adulti (6 donne e tre uomini) di Gela, città che continua ad essere al centro della mia sollecitudine pastorale».


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