KOSOVO, ULTIMO ATTO:
A OTTO ANNI DALL’AGGRESSIONE NATO, SI PREPARA IL GENOCIDIO DELLE MINORANZE SERBE
SOTTO GLI OCCHI DELLA COSIDDETTA COMUNITA’ INTERNAZIONALE…
di Maria Lina Veca
Il Kosovo è il paese dei paradossi: paradossale che ad otto anni dall’aggressione della NATO alla Serbia lo status di questo territorio non sia ancora definito e che le truppe di occupazione siano ancora largamente presenti; paradossale che, a fronte di una spesa di 4 miliardi e 300.000 Euro, le minoranze serbe e le altre minoranze non-albanesi sopravvivano in prigioni a cielo aperto che vengono chiamate “enclavi” senza diritti umani elementari, con il filo spinato tutto intorno, senza libertà di movimento, di lavoro, di espressione, di religione; paradossale che, nonostante la presenza di migliaia di soldati “di pace” (?) e di migliaia di funzionari dell’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite (UNMIK) nessuno veda i traffici illegali, il terrorismo e la criminalità albanese in piena fioritura, gli attentati contro chiese e monasteri serbo-ortodossi, la sofferenza e l’umiliazione della minoranza serba; paradossale che la risoluzione n. 1244 dell’ONU abbia definito questo territorio “provincia autonoma della guerra” dopo la fine dei 78 giorni di bombardamenti NATO (13.000 proiettili all’uranio impoverito che hanno devastato per sempre questa terra) e che ora con estrema naturalezza, ci si avvii a proclamare un’indipendenza in spregio del diritto internazionale e di soddisfazione solo per gli USA, per i loro alleati, e per la criminalità albanese.
Il Kosovo è un paese bellissimo, verde e collinoso, con tanti fiumi e laghi. Un paesaggio che nasconde e rivela improvvisamente, sulla cima di un monte, alla confluenza di due vallate, nascosto fra gli alberi, la bellezza e la magnificenza dei più antichi ed importanti monasteri ortodossi al cui interno si trovano mosaici, arredi, iconòstasi, icone, di incomparabile splendore. Kosovo significa “la terra dei corvi” ma il nome completo di questa terra è Kosovo e Metohija, e Metohija significa “il paese dei monasteri” proprio perchè i monasteri più belli, più preziosi di tutta la cultura cristiano-ortodossa serba si trovano qui. Perchè “terra dei corvi”? Perchè il 28 giugno 1389, Lazar, principe della Serbia, che si estendeva allora fino alla Bulgaria e alla Grecia del Nord, fu ucciso dai Turchi nella battaglia di Kosovo, a Kosovo Polje, e insieme a lui l'intero esercito venne annientato.
La battaglia di Kosovo Polje, la piana dei Merli, divenne un episodio- chiave dell'epica popolare serba. Il Kosovo assunse un valore simbolico nella definizione dell'identità serba. Da allora si dice che si aggiri, fra le montagne, lo spirito dei morti in quella battaglia, condotta dai cristiani ortodossi per difendere la terra dei duecento monasteri dai conquistatori dell’epoca, i turchi-ottomani. E, sarà per la leggenda o per caso, di corvi in Kosovo ancora ce ne sono tantissimi!
Oggi la situazione delle minoranze non albanesi, in particolare dei pochi serbi sopravvissuti, a quasi otto anni dalla fine (9 giugno 1999) della guerra messa in atto dalla NATO contro la Serbia con imponenti bombardamenti sopra il Kosovo e sopra tutto il territorio serbo, è caratterizzata da mancanza di libertà di movimento, da condizioni di vita di estremo disagio nelle “enclavi” (spazi chiusi, delimitati, controllati, una sorta di “prigioni a cielo aperto”, da pregiudizi etnico-religiosi che impediscono il libero accesso a strutture sanitarie, da una grave compromissione del territorio legata a fattori inquinanti e contaminanti, dall’assenza di definizione dello status politico della regione per la quale la maggioranza albanese pronuncia la sola parola “indipendenza”, e dalla permanenza sul territorio di forze multinazionali che, di fatto, tendono ad una globalizzazione ed egemonizzazione del sistema di vita.
"Ritorno” dei civili serbi era stato promesso dalla risoluzione dell’ONU n. 1244, “ritorno” è stata una delle parola-chiave per capire quello che è accaduto e sta accadendo nel periodo post-bellico in Kosovo, e quello che potrà succedere nel futuro, a medio e lungo termine. Il "ritorno" sembra oggi, per i Serbi, un luogo della memoria, un luogo e un tempo di un immaginario e di una sofferenza collettiva, una speranza irrealizzabile.
Le condizioni imposte ai Serbi sono tremende. E la situazione del ritorno è che...non c'è ritorno. Non c'è nessun ritorno, tranne poche decine di casi isolati, non esiste nessuna visibilità del problema, nessun progetto politico. L’idea del ritorno non è mai stata accettata a livello internazionale, la maggioranza albanese ha ottenuto il controllo sempre maggiore delle istituzioni che prendono parte alla gestione del potere per attuare il processo verso l'indipendenza, il processo di raggiungimento degli standards internazionali di sicurezza richiesti. Questo processi escludono la presenza dei Serbi.
Il ritorno non può essere individuale, richiedeva un piano per gruppi, un piano che riguardasse la sanità, le comunicazioni, la libertà di movimento, la fine della situazione delle enclavi.
La guerra in Kosovo è stata condotta con armi di tipo non "convenzionale", cioè previste dalla Convenzione di Ginevra, bensì con armi di tipo chimico-nucleare. Infatti sono stati impiegati munizionamenti e missili con testate all'uranio "impoverito" (Depleted Uranium), nonché cluster-bombs a frammentazione.
L'unica strategia della comunità internazionale è stata quella di proteggere e risolvere i problemi della maggioranza, non quelli di tutti gli abitanti di Kosovo e Metohija. Ci sono circa 250.000 non-albanesi, che erano residenti in Kosovo e Metohija, che sono stati cacciati dalle loro case e non vi hanno potuto fare ritorno. Il concetto di "multietnicità" è soltanto un'ipocrisia. Soltanto le istituzioni albanesi sono state rafforzate. La guerra delle parole è per ora stata vinta da chi combatte sul versante opposto della verità.
Maria Lina Veca
Pochi giorni fa una conferenza organizzata da SOS Jugoslavia si è chiusa con questo comunicato che volentieri riproponiamo:
“Un nodo nel cuore dell’Europa. Le forze secessioniste kosovare albanesi chiedono l'indipendenza dalla Serbia. Se ciò dovesse accadere, si aprirebbe uno scenario di tensione, uno squilibrio internazionale, la destabilizzazzione non solo in Kosovo e nella Serbia ma anche in Macedonia, Bosnia, Montenegro, Bulgaria e Grecia settentrionale. Scenari preoccupanti forse di guerra, ma sicuramente di inaudita violenza. A otto anni dalla guerra "umanitaria" in Kosovo nella regione si vive tra illegalità, criminalità, violazioni dei diritti umani e civili, violenze etniche nei confronti delle minoranze". Lo ha dichiarato Enrico Vigna, portavoce del "Forum di Belgrado per un mondo di uguali", nel corso di una conferenza stampa sul tema: "Verità e giustizia per i popoli del Kosovo Metohija", tenuta oggi a Palazzo Madama. “Sulla questione Kosovo, regione nella quale sta per esplodere una enorme tragedia, ormai da troppo tempo è calato il buio, è sceso il silenzio. La cosa più grave è l’impressionante scarto esistente tra quanto sta realmente accadendo e quanto è a conoscenza dell’opinione pubblica”. – Ha detto in apertura dei lavori il Sen. Prc-SE Fosco Giannini, promotore dell’iniziativa. All’incontro hanno preso parte la Sen. Lidia Menapace, presidente della Commissione d'inchiesta uranio impoverito e componente della Commissione Difesa; la Sen. Franca Rame (IdV), la Sen. Haidi Giuliani, Falco Accame presidente dell'Anavafaf, Don Andrea Gallo, l'ex ministro degli Esteri della Jogoslavia, Zivadin Jovanovic, in collegamento telefonico da Belgrado e Milisav Savic, Ambasciatore ad interim dell’Ambasciata Serba in Italia. "La verità storica è sotto gli occhi di tutti: l'operazione militare in Kosovo ha raggiunto gli obiettivi politici, militari e strategici della Nato, ma per i popoli della regione è stata un totale fallimento – ha detto Vigna che, con il forum di Belgrado, sta promuovendo l’Appello Sos Yugoslavia, per un futuro di pace e progresso nella regione del Kosovo, firmato già da numerosi intellettuali italiani. “La pulizia etnica nei confronti dei serbi continua da secoli e si è acuita negli ultimi decenni. L’attuale situazione è molto lontana dalla società multietnica, multiculturale e multireligiosa tanto auspicata – ha dichiarato l’ex ministro degli Esteri Jovanovic – chiediamo agli amici italiani di impegnarsi affinché il negoziato tra le parti sia strettamente fondato sulle norme del diritto internazionale come concepito dalla Carta dell’Onu; venga rispettata e applicata la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, e che ai 300mila profughi serbi sia garantita la sicurezza e i diritti umani e civili”.




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Questo quaderno di geopolitica n. 6 è dedicato ad un tema estremamente attuale: la provincia sotto amministrazione internazionale del Kosovo, contesa da Serbi ed Albanesi, il cui status futuro risulta forte fattore di divisione tra Russia e Stati Uniti.
