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  1. #1
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    Predefinito Le grandi manifatture: Nain

    Nei primi anni del novecento la forte domanda di tappeti, proveniente dai paesi occidentali, spinse le varie aree di produzione, per contenere i costi, a velocizzare i sistemi di realizzazione, anche a scapito della qualità del prodotto. Attorno al 1920, all’interno delle produzioni persiane, caucasiche, anatoliche, comparvero manufatti realizzati in modo scadente con materiali scadenti. Le lane di conceria “tabakhi”, il nodo “jufti”, i coloranti sintetici, fecero il loro ingresso massiccio in un campo dove la qualità, per tradizione, era sempre stata il principale obbiettivo da perseguire. In Persia, per dare un nuovo slancio qualitativo, nei primi anni trenta del novecento furono avviate le manifatture di “Qum” e “Nain”. Quest’ultima, situata fra le città di Isfahan e Yazd, era famosa per la produzione di tessuti e di un pregiato abito classico persiano, lo “aba”. La progressiva occidentalizzazione dei costumi, unita ad una massiccia campagna tendente a scoraggiare l’uso di vestiti tradizionali, mise in crisi le manifatture di Nain, favorendo così il progetto di trasformazione delle manifatture da “tessitrici” ad “annodatrici”. Ne nacquero tappeti molto raffinati, con tonalità pastello e mai violente, dotati di annodature fitte e compatte: questo permetteva una rasatura bassa che conferiva estremo risalto ai motivi curvilinei dei decori. Lane pregiate, spesso “cork”, per il vello; cotone di ottima qualità per l’armatura, intrecciato in diverse quantità di fili, per donare finezza ma anche grande resistenza all’annodato. L’utilizzo della seta, mai per la struttura e raramente a pieno vello, fu principalmente riservato ad evidenziare i profili del decoro secondo una tecnica, già usata in passato da altre manifatture, definita in loco “gharty”. Questo conferisce ai fiori, ai tralci fioriti, alle foglie, una particolare lucentezza che li fa risaltare anche nelle tonalità tono su tono. All’inizio i disegni riprendevano i decori cari ad Isfahan, ma anche a Yazd ed ai prodotti del Chahar Mahal, successivamente, l’ingegno di valenti maestri, modificò l’iconografia proposta creando una tipologia varia e raffinata. Dal classico motivo a medaglione polilobato ed “aslimi”, sorta di spirali floreali, a campi con medaglioni ripetuti, a disegni con flora e fauna sino anche a motivi geometrici, soprattutto per tappeti di piccole dimensioni. I telai, appositamente preparati, permettono la realizzazione di molte misure, comprese quelle grandi. Personalmente ho visto un esemplare di oltre 100 m², allora appartenente a Telemarket, ed ho notizie di un tappeto, realizzato in un unico pezzo, di 756 m² (36x21mt) e dal peso di 1300 kg. Commissionato dallo Scià, fu terminato nel 1979, quando lui era già in esilio. Alla sua realizzazione parteciparono 45 annodatrici che, in sei anni, hanno eseguito 170 milioni di nodi. Il disegno, molto elaborato, al centro ha l’esatta riproduzione della volta della moschea di Isfahan dedicata a Sheikh Lotfollah. Pensate, il “disassamento” del manufatto, su tutta la sua interezza, è di soli quattro centimetri. Un capolavoro. All’inizio la manifattura di Nain produceva in città e luoghi limitrofi come Tudeshk, piccolo centro situato a poca strada da Nain. Anzi, in questo villaggio, attorno agli anni quaranta/cinquanta del novecento, furono eseguiti tappeti fra i più belli mai realizzati con questa tipologia. Purtroppo, con il passare del tempo e la crescente richiesta del mercato internazionale, la qualità andò deteriorandosi. Non per i prodotti cittadini, che rimasero sempre ad un ottimo livello, ma per gli annodati realizzati in luoghi lontani, come Tabas (Khorasan), dove la possibilità di incentivazione delle vendite convinse le maestranze locali a realizzare tappeti di “tipo Nain” dalla qualità assai mediocre. Molta confusione è stata anche generata dall’attribuzione, spesso fantasiosa, a maestri più o meno tali. Questo disinvolto modo di commerciare ha generato aspettative, presso gli acquirenti meno esperti, molte volte sfociate in cocenti delusioni. Infatti, se è pur vero che molti Nain sono “firmati” da importanti ustad come Habibian, Soltani, Mofidi, è anche vero che le stesse non sono “autografe” quindi, nella migliore delle ipotesi, contraddistinguono esclusivamente un determinato laboratorio. Solo l’eleganza del decoro, l’accostamento dei colori, la precisione dell’annodatura, la qualità dei materiali, sono un indice distintivo della qualità. Personalmente, tra un ottimo Nain senza firma ed un ottimo tappeto firmato Habibian, sarò incapace, ma non riesco a notare nessuna differenza qualitativa.
    Ad integrazione, voglio mostrare una serie di annodati Nain in parte pubblicati su un testo di Essie Sakhai.










  2. #2
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    Grazie per l'ennesima pagina di utilissimo approfondimento. Non sono assolutamente un appassionato del genere, ma ti chiederei un altro sforzo per chiarirmi brevemente la storia dei 6 e 9 fili che è un po' il cavallo di battaglia nelle notazioni "tecniche" tanto care ai presentatori di telemarket. Infine un'osservazione: 160 milioni di nodi su 756 mq mi sembra un'annodatura un po' lasca (come direbbe basilico) per un nain.

  3. #3
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    Grazie Saruq delle sempre puntuali e competenti informazioni tecniche ed i preziosi supporti fotografici.
    Troppo commerciali è la mia risposta a questa manifattura, troppa qualità mediocre in circolazione. Un esagerato abuso di firme e di Habibian x me, hanno "spu...nato" troppo la manifattura, tanto è che non ne ho 1, pur avendo spesso design in linea col mio gusto.
    Personalmente non consiglio di comprare nulla come investimento, salvo gusto personale, neppure il 6la.

    L'attenzione andrebbe rivolta x me tecnicamente-qualitativamente-x finezza su alcune produzioni di decine di anni fa ed anche talune rarissime moderne, come i 4la ed i 3la, a disegno rigidamente gombadeh od a pavimento luoghi santi, oppure con base di colori verdi x tappeti ordinati-destinati direttamente allo scià (che amava questa manifattura forse anche più di kum), od extrarari recenti come l' 1-la presso Nezam-Dalmine (il tappeto persiano più fine al mondo, mi sembra da oltre 3,2mm di nodi al mq) che non temono alcun confronto, vecchia o recente, sia di questa stessa manifattura firmata o meno che di altre importanti manifatture nobili persiane contemporanee o coeve di produzione (Tabriz 80-90-100raj, Koom Mirmedhi, Ispahan Davarì, Teheran, Kashan, Senneh, ecc.).
    Insomma ..... a parte il vero Habibian, vecchio ed ottimo, da valutare sempre, si trova oggi ancora qualche pezzo in seta (ovviamente a prezzi elevati al mq) veramente di qualità indiscutibile-eccelsa e da considerarsi rarità (x me, anche veri investimenti x il futuro), anche se kum ha oggi una produzione qualitativamente superiore nella media ed anche più innovativa nella ricerca.
    Bye

  4. #4
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    E’ vero, in assoluto, 170M di nodi su 756 m² fanno circa 2400 nodi/dm², come un buon Bakhtiari. Bisogna però tenere conto delle dimensioni: un “ossatura” con filati di diametro troppo piccolo non sosterrebbe il peso dell’opera. Quindi i nodi, per avvolgersi attorno agli orditi ed incastrarsi nelle trame, non potevano essere minuti. La cosa importante è la precisione dell’impianto, dimostrata dalla bassa asimmetria, come fosse un 4x3.
    La scienza delle costruzioni ci insegna che un filo composto da più capi, a parità di materiale, è più resistente di uno omogeneo di pari diametro. Per dare corpo e resistenza, in tutte le manifatture, vengono perciò usati filati composti da più fili. Più il materiale è di qualità elevata, più questi fili potranno essere sottili. Il Nain “Noh-la” ha il filo dell’ordito composto da tre filati in cotone che danno origine, se strefolati, ad un totale di nove fili. Più fine, l’ordito definito ”Shesh-la è composto da due fili, ciascuno dei quali a sua volta formato da tre fili, uno ritorto nel senso di una S e l’altro ritorto nel senso di una Z, per dare ancora maggior resistenza all’insieme. Ecco perché, per annodati molto fini, alcune manifatture scelgono orditi in seta. Si tratta, infatti, di una fibra ad alta resistenza meccanica (si fabbricano i paracadute); questo permette la costruzione di armature realizzate con filati molto sottili, pertanto, nodi più piccoli. Personalmente, che il nodo sia finissimo non mi può fregare di meno. Pur riconoscendo l’alta qualità del “vero Nain”, non è una manifattura che amo particolarmente e per la quale spenderei denari: si trattasse anche del “1-la”, o come si chiama. Rimpiango, questo si, un finissimo Nain Tudeshk anni 50, molto simile a quello della fotografia pubblicata, che ho avuto in passato.

    Un saluto.

 

 

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