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    Antispecismo, Comunismo e Comunità

    Solo per gli interessati...un dibattito politico, filosofico, morale ed etico che appassiona il mondo legato al vegetarismo ed all'animalismo...



    Il presente testo nasce come risposta ad una serie di domande poste da Massimo Filippi di Oltre la Specie a Marco Maurizi durante una tavola rotonda al Veganch'io 2007. Le risposte, improvvisate sul momento, sono state qui trascritte e rielaborate tenendo conto anche del dibattito che ne è seguito.




    Cos'è l'antispecismo

    di Marco Maurizi


    1. Che cos’è l’antispecismo?

    L’antispecismo è la teoria e la prassi di lotta allo specismo, quindi per comprendere cos’è l’antispecismo occorre prima avere una nozione di quest’ultimo. Dello specismo si possono dare una lettura “ristretta” e una “allargata”.
    La prima deriva direttamente dall’opera di Singer e può essere sintetizzata nell’espressione: “pregiudizio morale basato sull’appartenenza di specie”. Lo “specismo”, in questa prima accezione, si manifesta come attributo di proposizioni morali e conseguentemente delle azioni che a queste si ispirano o che da esse sono giustificate. In poche parole, Singer mostra molto bene come, quando ci chiediamo quale giustificazione morale abbiamo per trattare in modo diverso umani e non umani, ogni argomento morale si riduce (o può essere ricondotto) alla mera apparteneneza di specie.[1]
    La famigerata questione dei “casi marginali” (cerebrolesi, infanti) non serve ad altro che a mostrare questo ed è una polemica interamente strumentale. È in realtà del tutto indifferente che si ponga il discrimine morale tra uomo e animale a livello della razionalità, del linguaggio, dell’anima etc. Poiché se anche fosse vero che l’animale non ha, in assoluto, una delle caratterestiche ritenute cruciali per entrare nell’ambito della considerazione morale, ciò significherebbe attribuire lo status di soggetto morale esclusivamente agli esseri che partecipano di questa caratteristica e dunque di fatto agli umani. È la struttura dell’argomentazione ad essere specista, non il suo contenuto. Infatti, parlare astrattamente di “esseri razionali” o “esseri dotati di linguaggio” o “di anima” come degli unici soggetti morali possibili è un’operazione di indebita estensione delle qualità che si riconoscono esclusivamente all’uomo.[2]
    La teoria “ristretta” dell’antispecismo mostra in modo inequivocabile come esistano argomentazioni morali “speciste”. Ma non mostra affatto che esista un’entità come lo Specismo. Ciò è affare della teoria “allargata” dell’antispecismo che, a partire dalla natura specista di determinati argomenti morali, sostiene l’esistenza di una attitudine mentale o di un habitus identificabili con lo Specismo. Si tratta di una essenzializzazione che non va da sé (dall’esistenza di argomenti specisti all’esistenza dello Specismo) e che presenta difficoltà già a livello logico, soprattutto quando dello Specismo, cioè del risultato di un processo di astrazione dai casi particolari, si fa la causa di questi stessi casi particolari. Come a dire: gli argomenti specisti esistono perché c’è lo Specismo. Lo Specismo, in questo senso allargato, può essere definito in vari modi: la riduzione degli animali a cose, l’assunto che l’uomo è il centro dell’universo o che gli abbia comunque il primato su ogni altro essere vivente. Generalmente lo specismo in questo senso diventa un sinonimo di “antropocentrismo”.
    Esiste, infine, una versione ulteriormente rozza dell’antispecismo che considera lo Specismo, inteso come habitus morale, la causa dello sfruttamento e della violenza sugli animali e che quindi compie un passaggio ulteriore, poiché non deriva semplicemente gli argomenti morali specisti da una qualità che è a sua volta derivata da essi, ma di questa qualità – essenzializzata e resa un’entità autonoma – fa addirittura la causa delle prassi reali di prevaricazione sull’animale. Con il risultato che tutta la storia della civiltà, testimoniando costantemente di tale prevaricazione, diventa una manifestazione dello Specismo. Il che non è scandaloso di per sé, se non fosse che tale criterio interpretativo si mostra del tutto incapace di spiegare la complessità della storia reale. Definisco tali derive dell’antispecismo forme di antispecismo metafisico.[3]


    2. Qual è l’origine dello specismo?

    È indubbio che qualcosa come un’attitudine mentale o un habitus morale che ponga l’interesse dell’uomo al di sopra di quello di ogni altro vivente esiste. Ma esiste socialmente non individualmente. Esso è cioè il prodotto dell’interazione tra gli uomini e di una determinata organizzazione della società, non può essere spiegato in termini biologici o psicologici (come un desiderio di prevaricazione insito nella natura umana o l’espressione di una violenza innata). Lo sfruttamento animale che è alla base della sopravvivenza economica della società attuale viene infatti giustificato e presentato come “naturale” dalla culla alla bara e determina perciò l’orizzonte culturale in cui ogni coscienza morale si costituisce. Si può quindi anche sostenere che gli argomenti specisti siano causati dallo Specismo – inteso, in senso “allargato”, come habitus mentale – a patto però di riconoscere, come abbiamo appena detto, che quest’ultimo è sua volta qualcosa di derivato e non di primario e originario. A meno di non voler sostenere che lo Specismo è causa dello sfruttamento animale e che anche la cultura specista è una creazione dello Specismo. Con il che ci troveremmo però nel più assoluto idealismo! È assolutamente sbagliato porre lo Specismo alla base dello sfruttamento animale, poiché nella misura in cui si può parlare dello Specismo, esso è una conseguenza, più che una causa di esso. In altri termini, non è affatto vero che noi sfruttiamo gli animali perché li consideriamo inferiori, piuttosto li consideriamo inferiori perché li sfruttiamo.
    La questione dell’origine dello specismo va quindi posta in modo storico e ponendo attenzione ai rapporti reali tra umani e non umani. Essa va quindi formulata nel modo seguente: quando inizia lo sfruttamento animale? A tale domanda si può rispondere – in modo un po’ generico ma nella sostanza corretto – risalendo al passaggio dal nomadismo (ovvero dalla forma sociale che gli antropologi definiscono “società di raccolta e caccia”) alle società stanziali (fondate sull’agricoltura e l’allevamento). Dal punto di vista dello scambio tra società e natura, infatti, la fase nomade è caratterizzata da un rapporto di totale simbiosi tra esseri umani e ambiente, laddove le società stanziali operano – attraverso i processi di domesticazione di animali e piante – un controllo su quest’ultimo che perde ogni autonomia e diventa “risorsa” a disposizione dell’uomo. A questo fenomeno si accompagnano storicamente importanti mutamenti nell’ordine sociale e in quello simbolico che finiscono per retroagire anche sul rapporto tra uomo e natura fornendo la base materiale e ideale a ciò che noi oggi definiamo specismo. Le società che abbandonano il nomadismo, infatti, abbandonano anche il tendenziale egualitarismo che caratterizza le società di raccolta e caccia e danno origine a forme di gerarchia sociale. La civiltà non sorge solo grazie allo sfruttamento della natura ma anche grazie allo sfruttamento umano che quello rende possibile e che quest’ultimo intensifica in modo esponenziale. Ciò ha pesanti ripercussioni a livello simbolico. Laddove, infatti, nella cultura magica propria delle società nomadiche vige un confine labile tra l’umano e il non umano, è solo nelle società patriarcali e fortemente gerarchizzate che può nascere il fenomeno della divinizzazione dell’uomo. L’abisso tra uomo e animale ha qui la propria origine ma è un abisso che non è scavato dall’uomo in generale nei confronti degli animali, bensì da chi è posto all’apice della piramide sociale nei confronti di tutti gli esseri che stanno alla base di essa: uomini e animali. Oppressione umana e oppressione animale sono tra di loro strettamente connesse, tanto che è solo dal loro intreccio che nasce il fenomeno che Singer chiama “specismo” e che è una realtà derivata e secondaria rispetto allo sfruttamento reale. In altri termini, senza sfruttamento animale non c’è società di classe, ma senza società di classe non c’è lo specismo.
    Se ci si pone invece dal punto di vista dell’antispecismo metafisico e ci si chiede quando ha inizio non lo “sfruttamento animale” ma lo “specismo”, ci si trova in una confusione concettuale che non permette di dare una risposta sensata. È solo ponendosi dal punto di vista della storia e dei rapporti reali che l’enigma dello specismo può essere risolto e la sua origine svelata. A ben vedere, ci sono solo due risposte possibili a tale questione, che sorgono dal fatto di assumere la definizione ristretta o allargata dello specismo.
    Nel primo caso (lo specismo come “pregiudizio morale legato all’appartenenza di specie”), saremo costretti a dire che lo specismo nasce con l’illuminismo o, addirittura, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo, visto che qui – per la prima volta nella storia – la società umana riconosce un diritto universale di tutela e un “valore intrinseco” all’uomo in quanto tale, fondando cioè tale diritto sulla semplice appartenenza alla specie e, con ciò, negandolo esplicitamente ai non umani. Si potrebbe obiettare che anche nelle società pre-illuministiche (in particolare quelle cristiane) vigeva il pregiudizio secondo cui solo l’uomo aveva il privilegio della “dignità” morale. Tuttavia è un fatto che in tali società e, per un gran pezzo anche in quelle postilluministiche, ciò non ha automaticamente significato un trattamento degli umani conforme alla loro presunta dignità morale. Lo sfruttamento umano, anzi, veniva ritenuto naturale tanto quanto quello animale e giustificato moralmente a prescindere dal riconoscimento della dignità ascritta idealmente all’essere umano come tale. A società in cui poteva accadere che l’uomo valesse quanto o anche meno di un animale, la definizione ristretta di specismo non può essere applicata.
    Se si assume la prospettiva dell’antispecismo “allargato”, invece, si può ben dire che la divinizzazione dell’uomo e l’abisso simbolico scavato tra uomo e animale preceda di gran lunga la società borghese. Inteso come habitus mentale esso può ben essere retrodatato alla fine del nomadismo e al sorgere della civilità. Questa tesi ha trovato espressione negli antispecisti primitivisti che, sulla scorta di John Zerzan, arrivano a definire la civiltà come un errore di percorso da cui l’umanità deve liberarsi.[4] Oltre alle eccessive semplificazioni storiche e teoriche cui incorre tale teoria, gli antispecisti primitivisti devono però fare i conti con il fatto che le società di raccolta e caccia pur non essendo affette da alcuna forma di specismo, praticano forme di sopraffazione sull’animale che sono incompatibili con l’antispecismo. Queste società erano e sono del tutto incapaci di compiere una critica della predazione (che è parte della loro base di sostentamento) e di elaborare un concetto di uguaglianza universale (che è reso loro impossibile dal possedere un sistema simbolico “particolaristico”). Non troviamo qui gli orrori della civiltà, ma anche nessuna idea di giustizia. Ovviamente i primitivisti considerano anche l’idea di giustizia un errore della civiltà e dunque si sentiranno immuni da questa critica, ma ciò costitiuisce un secondo errore su cui avremo modo di tornare.


    3. Che rapporto c’è tra liberazione animale e liberazione umana?

    Da quanto è stato detto finora appare chiaro che, se l’oppressione umana e l’oppressione animale sono tra di loro intrecciate, non può darsi alcunaliberazione animale senza liberazione umana. Dobbiamo anzi dire che la liberazione animale è liberazione umana. Molti antispecisti condividono tale assunto, seppure spesso per motivi diversi. Singer, ad esempio, sostiene che la diffusione del vegetarismo e l’abolizione dell’allevamento intensivo significherebbe avere a disposizione più prodotti agricoli per i bisogni umani e dunque la fine della fame nel mondo.[5] Si tratta però, come si vede, di un rapporto del tutto esteriore e accidentale: le conseguenze della liberazione animale produrrebbero benefici anche per l’uomo. Con ciò si dimentica che la fame nel mondo non è la conseguenza di un’insufficienza produttiva ma di un rapporto di oppressione: lo squilibrio nella distribuzione è l’effetto dell’oppressione umana e finché quest’ultima non viene colpita non potrà esserci alcuna distribuzione solidale delle ricchezze.
    Una seconda lettura, più profonda ma altrettanto errata, del nesso tra liberazione animale e liberazione umana è quella che vede l’antispecismo come forma ulteriore di una lotta alla discriminazione che include, quindi, l’antirazzismo e l’antisessismo. Da questo punto di vista, si sostiene, chi lotta contro lo specismo lotta anche necessariamente contro il razzismo e il sessismo e, dunque, non può che lottare per una società umana più giusta.[6] Ma tutto ciò è del tutto insufficiente ad un concetto rigoroso di liberazione umana. Si può ben immaginare una società multietnica e non sessista in cui tutte le etnie e le donne sono sfruttate al pari dei maschi bianchi! Noi viviamo, per altro, in una società che già professa la sua ostilità al razzismo e al sessismo pur senza offrirci un’oncia di liberazione umana. La questione è che quest’ultima – così come la liberazione animale – non può limitarsi alla dichiarazione di “principi morali” ma richiede l’abolizione reale dello sfruttamento. E, dunque, non può esserci liberazione umana senza superamento della società di classe.
    Questo è il grande limite di cui soffre l’antispecismo quando si intende come lotta contro una forma di “discriminazione” e pone, dunque, un’analogia tra specismo, razzismo e sessismo. Il problema non è, come solitamente si dice, che qui soggetto che libera e soggetto liberato non coincidono. Ciò è, anzi, del tutto falso e si rivela una forma surrettizia di specismo: l’uomo è un animale e non si capisce perché la liberazione animale non dovrebbe riguardarlo come soggetto da liberare. È in questo senso che liberazione animale e liberazione umana possono coincidere: l’uomo è un animale ridotto in schiavitù dalla stessa civilità che ha assoggettato la natura non umana. La circolarità del dominio che a partire dal dominio sulla natura rende possibile l’asservimento dell’uomo, la gerarchia sociale e la divisione del lavoro, l’alienazione religiosa e l’antropocentrismo, di modo che tutto ciò si ripercuota in un’ulteriore stretta sul controllo della natura e così via, questa circolarità deve essere spezzata. Solo se assume questo duplice compito come qualcosa di unitario (liberare l’uomo, liberare l’animale) si può uscire dalla paradossalità di un movimento di liberazione che paternalisticamente si preoccupa di altri soggetti e che spesso, per mancanza di analisi, finisce nelle secche del nichilismo estinzionista[7] o comunque nei paraggi (“l’uomo malvagio è per natura dunque cerchiamo di salvare il salvabile”).
    Questo modo di impostare il concetto di liberazione animale si oppone tanto alle teorie antispeciste correnti che vedono la liberazione animale opera di due soggetti diversi (l’uomo che libera l’animale), sia alla visione primitivista che intuisce l’unità tra i due soggetti ma propone una forma di regresso ad uno stadio pre-neolitico dell’umanità.
    La prima presuppone una distinzione statica e astorica tra uomo e animale e finisce per sposare la tesi che, una volta abolito lo sfruttamento animale, non è possibile alcuna interazione tra di essi ma può regnare solo l’indifferenza.
    Il secondo riconosce che l’opposizione tra uomo e animale è qualcosa di storicamente divenuto ma non conosce altro rapporto possibile tra questi due soggetti che quelli propri delle società di raccolta e caccia: tutto ciò che è stato prodotto dalla civiltà è alienazione ed errore. Il primitivismo, in particolare, non esercita alcuna critica della predazione ma la giustifica come rapporto “naturale”. In tal modo, come si vede, la storicità dell’uomo è riconosciuta solo per essere negata come detour sbagliato dalla natura! Anche qui c’è, come nel primo caso, la presupposizione di una natura umana già data e di cui la cultura rappresenterebbe una semplice distorsione.
    La prospettiva antispecista qui elaborata riconosce invece che il rapporto di estraneazione tra uomo e animale è un prodotto storico sociale, esitodi una cultura patriarcale, gerarchica e oppressiva. Dunque riconosce, come il primitivismo, che esso non è un “destino” ineluttabile dell’umanità ma qualcosa che può essere combattuto e sconfitto. A differenza del primitivismo, tuttavia, non vede la civiltà come un aberrazione della natura e un semplice errore da cancellare ma la prosecuzione della natura in una forma specifica (la cultura) che ha permesso all’uomo l’elaborazione di nuovi strumenti congitivi e di nuovi pratiche di relazione infra e intraspecifiche. L’antispecismo nasce proprio nel mezzo della cultura ipertecnologica dell’occidente, dalla massima estraneazione tra uomo e animale ed elabora, proprio perciò, un progetto politico di riconciliazione col mondo naturale che assume principi creati dall’uomo. Questi principi non sono desunti da una Natura oggettivamente intesa ma dalla cultura intesa come interazione tra il soggetto umano e quello non umano. La liberazione animale intesa in questo senso non implica un “ritorno a…” ma un nuovo corso nei rapporti tra le specie. Questi rapporti includono conseguenze ben poco “naturali” come l’assunzione di un’alimentazione in contrasto con l’onnivorismo della specie (il veganismo), l’idea di uguaglianza interspecifica e, dunque, la solidarietà verso l’altro non umano nella sua generalità (che può giungere fino alla pietà verso le vittime della predazione). L’obiezione primitivista all’antispecismo è che esso è figlio dell’alienazione della civiltà e che le sue pratiche (il veganismo) e i suoi “valori” (l’uguaglianza animale) sono essi stessi delle deformazioni. L’abolizione della civiltà condurrà, si dice, alla sparizione di entrambi e alla loro sostituzione con un rapporto “libero” e “naturale” tra le specie. Ma la non naturalità delle pratiche e dei concetti antispecisti può apparire tale solo a chi si fa un’immagine astratta della natura come altro dall’uomo, dunque a chi considera la cultura umana dovuta alla civiltà un unico grosso errore senza differenziazioni al suo interno. Ma questo è un assunto indimostrato: in realtà tanto il concetto di uguaglianza quanto l’idea di empatia verso l’animale che soffre, pur essendo figli della civiltà e della sua alienazione, possono ben rappresentare l’apparizione di rapporti naturali nuovi, inediti che ancora aspettano la popria piena realizzazione. L’immagine della natura come un ordine statico e sempre uguale a se stesso è obsoleta e sbagliata. Una volta accettato che non esiste una Natura sempre identica ma si assume l’ottica della “storia naturale” (cioè della natura come incessante divenire), anche la civilità può avere il proprio posto in questa storia come un momento di crisi e di rivolgimento che dà origine ad una fase nuova dei rapporti tra le specie.

    Note 1. P. Singer, Liberazione animale, ed. LAV, Roma 1987, p. 9.
    2. Su questo cfr. già la critica di Schopenhauer al concetto kantiano di "essere razionale": A. Schopenhauer, Die beiden Grundprobleme der Ethik, in Id., Sämtliche Werke, Frankfurt 1986, vol. 3, pp. 657-58.
    3. Il passaggio dalla teoria specista “ristretta” a quella “allargata” – in tutte le sue forme – c’è già embrionalmente in Singer, benché la versione più rozza di esso sia stata sviluppata in modo conseguente solo dagli antispecisti primitivisti. In tal senso ho avuto modo di ritenere che già la teoria singeriana è una forma di antispecismo metafisico. Cfr. M. Maurizi, “Antispecismo storico e antispecismo metafisico. Nove Tesi”, in Rinascita animalista. Officina della Theoria.
    4. Sull’anarco-primitivismo vedi: J. Zerzan, Futuro primitivo, Nautilus, Torino 2001 e Id., Primitivo Attuale. Cinque saggi sul rifiuto della civiltà, Stampa Alternativa, Roma 2003.
    5. P. Singer, Liberazione animale, cit., p. XXIV.
    6. È in base a questo argomento che si sostiene – anche qui a torto – l’impossibilità di un antispecismo “di destra”. Tale conclusione varrebbe soltanto alle seguenti condizioni: 1) che il razzismo e il sessismo debbano essere professati in modo esplicito; 2) che debbano essere sostenuti in base ad argomenti biologici. È del tutto evidente che il primo presupposto è falso. Nessun razzista o sessista si autodefinisce tale, ma mostrerà la propria insofferenza per altre etnie e il proprio atteggiamento verso le donne con le proprie azioni e gli assunti impliciti che le sostengono. E, dunque, può ben esserci un antispecista rigoroso che è di fatto un razzista e un sessista pur senza ammetterlo: egli sarebbe un antispecista “di destra” a prescindere dalle sue rassicurazioni in contrario. Ma, a ben vedere, si può essere antispecisti destrorsi anche in modo esplicito professando cioè razzismo e sessismo, senza entrare in contraddizione con la teoria antispecista. Quest’ultima, infatti, si basa sul presupposto di un pregiudizio morale nei confronti degli animali fondato sull’appartenenza di specie, cioè su un dato biologico. Ora, anche in epoca fascista il razzismo biologico era solo una delle forme in cui si manifestava il razzismo. I fascisti di oggi ricorreranno probabilmente ad altre argomentazioni per fondare la propria idea di una società chiusa, monoetnica e tradizionalista. Ed ecco, dunque, che si può ben credere nella necessità di chiudere le frontiere e rispedire a casa i migranti (“è per il loro bene”) o di limitare le alternative di vita per le donne ai fornelli e alla nursery (“è la loro natura”), rimanendo dei bravi – e magari radicali – antispecisti.
    7. L’estinzionismo è una sciocchezza assoluta perché assurdo da un punto di vista squisistamente logico. Se l’uomo potesse giungere alla consapevolezza collettiva della propria malvagità radicale e decidere di autoestingersi, dimostrerebbe con ciò di poter raggiungere un livello morale tale da mettere in questione quella malvagità: sarebbe in effetti l’animale più altruista mai visto sulla faccia della terra! Dunque delle due l’una: o si pensa che l’uomo possa accelerare coscientemente la propria estinzione (e allora a maggior ragione si deve pensare che egli è in grado di compiere gesta etiche di ben altra portata), oppure no (e allora il movimento per l’estinzione volontaria è privo di senso). Ovviamente coloro che civettano con l’estinzionismo lo fanno soprattutto per “provocare”. Ma mi risulta difficile comprendere l’utilità di questa provocazione che impedisce ogni analisi seria dei rapporti tra natura e civilità.

    http://www.liberazioni.org/liberazio...auriziM-06.htm
    www.liberazioni.org

  2. #2
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    Riporto all'attenzione di tutti questa discussione in previsione di una prossima diatriba tra gli antispecisti e gli specisti che avverrà su questo forum. Utilizzeremo questa discussione per dibattere.

  3. #3
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    Per capirci, sempre sul tema...Antispecismo, veganesimo, ecologismo...Gli uomini, gli animali, la natura non sono questioni distinte: o cerchiamo di salvarli insieme o li perderemo tutti.

    11-01-2006 - Fonte: La NemesiAntispecismo Per evitare le facili banalizzazioni degli "ismi", sentiamo la necessità di presentare una visione di insieme delle idee che ci mettono in movimento. Da una filosofia di vita alle pratiche quotidiane.
    Le definizioni, si sa, sono approssimative e spesso deleterie, ma rimangono necessarie. Comunismo e anarchismo, ad esempio, sono sia dei movimenti con una loro storia precisa sia delle etichette con cui si cerca di sintetizzare alcuni punti fondamentali. Sotto questi cartelli ci si trova però di tutto ed è perciò indispensabile sottolineare le differenze. Come l'anarchismo non è riducibile ad un rifiuto del comando e dell'autorità, così, parlando degli "-ismi" argomento dell'articolo, animalismo ed ecologismo non sono soltanto salvaguardia degli animali e della natura. Sarà inutile cercare il nostro pensiero in manuali filosofici o in autori considerati teorici di questi due movimenti. Non abbiamo pensatori antispecisti di riferimento, quello che qui esprimiamo è ciò che noi pensiamo e non è da "inscriversi" in pensieri formulati da esponenti di qualsivoglia corrente. Questa non è una affermazione di ignoranza, soltanto non ci interessa precipitare in un dibattito a colpi di citazioni da cui usciremmo sicuramente sconfitti.

    Il nostro essere antiautoritari nasce certamente dal rifiuto della gerarchia e del dominio, ma anche dall'intolleranza verso forme di costrizione e prevaricazione. Il che significa provare un irresistibile fastidio per chi vuole controllare, sottomettere, manipolare, sovrastare le nostre vite e quelle dei nostri simili, ma anche per chi permette e tollera che ciò accada a chi non ha sembianze umane.
    Una premessa necessaria è che l'antispecismo che portiamo avanti rappresenta una tensione, non una soluzione per ogni evenienza. E' un'urgenza di fare che è nelle nostre possibilità già da ora e che non può attendere. La nostra teoria è ancora bisognosa di arricchirsi di contributi e approfondimenti ma ciò che deve prevalere è la conseguente pratica. Rispondere a tutti i dubbi e osservazioni significherebbe addentrarsi nella giungla dei se e dei ma, tentando di immaginare quali potrebbero essere le obiezioni più comuni. Certamente anche le critiche più scontate sono legittime, che non diventino però una maschera per non capire il discorso essenziale, già espresso nel primo numero della rivista. La coerenza non è mantenere in ogni caso della vita le nostre regole ferree ed essere rigidi con gli altri, è anche qui una tensione, un cercare di...
    L'identificazione con individui della nostra specie è responsabile del fatto che generalmente ci impressioniamo di più nel vedere una persona morta in mezzo alla strada rispetto ad un piccione schiacciato dalle macchine. Questo può essere dovuto ad una incapacità di immedesimazione, ma non escludiamo sia in larga parte risultato dell'allontanamento della morte umana dalla nostra vita, tenuta sempre più lontana dalla vista e di cui si evita di parlare. Questa maggiore identificazione con gli umani non toglie che il disagio, il dolore, il benessere o la gioia non sono monopolio di nessuno e che si equivalgono. Sentire e condividere qualcosa con qualcuno in una determinata circostanza è etimologicamente l'empatia ed è quello che ci porta davanti e dentro ai cancelli di un laboratorio di vivisezione e che ci fa solidarizzare con le persone rinchiuse nelle carceri, vittime dello squallore degli eserciti o perseguitate in tutte le tristi occasioni che si presentano agli sfruttatori. Non riusciamo ad essere conformi a degli assiomi che dicono che è più facile per gli umani soffrire insieme a degli umani piuttosto che con altri animali.
    Immedesimarsi con il dolore di un essere a noi più simile deriva sicuramente anche dalla nostra capacità di udirne la sofferenza, vederne i segni sul corpo che sappiamo essere tratti distintivi di questa condizione (lacrime, espressioni del viso), mentre altri animali soffrono in silenzio (pensiamo per esempio ai pesci).
    Stesso discorso vale per l'accusa di non estendere i diritti alle forme dì vita vegetale. Pur accordando valore alle piante, è innegabile una vicinanza tra le forme di vita animale, compresi gli umani, maggiore di quella che c'è tra animali e vegetali. Ci possiamo dunque identificare nella sofferenza di un animale, sia che lo vediamo angosciarsi e dibattersi o che sappiamo semplicemente avere un sistema nervoso simile al nostro, ma per nostri limiti percettivi non riusciamo a capire se i vegetali comunichino. Ma ascoltare gli animali non esclude che diamo ascolto anche alle piante. Piangiamo comunque di fronte ad un albero soffocato dal cemento, ad una foresta rasa al suolo, vedendo in questa non un bel luogo a nostro uso, ma un brulicare di vita in sé che difendiamo aspramente.
    Chi usa la scusante che "anche le piante soffrono" per continuare a perpetuare lo sfruttamento degli animali spesso non fa niente per eliminare la sofferenza vegetale portata come argomentazione, per frenare la pazzia di una società che sta macinando ogni giorno vite e rendendo questo pianeta una landa sterile. Non fare un passo a nostra disposizione perché non è possibile farli tutti è solo un modo per nascondere pigrizia o insensibilità.

    Se è vero che soffriamo insieme ad un elefante incarcerato allo zoo, è vero anche che alla vista di un verme agonizzante, invece che tirare dritto magari ci fermiamo e lo raccogliamo. Biologicamente e sentimentalmente siamo più vicini all'uno, ma ciò non implica che abbia più senso di vivere dell'altro. Cercare di salvare anche quel verme è una forma di buonismo e assistenzialismo animalista o semplicemente lo si fa perché è capitato di aver visto la scena e lo si può fare? Non è questione di graduatorie, non attribuiamo più importanza ad alcuni sviluppi della vita rispetto che ad altri. E' semmai più corretto dire che soffriamo con (significato di simpatia) l'uno in modo più coinvolgente che con l'altro. Ma ogni essere vivente pensa che la propria vita sia importante e così quel verme alla cui vista qualcuno rabbrividisce, sta arrancando per il proprio interesse ed è importante per se stesso. Una scala delle importanze è una gerarchia ad uso e consumo di chi la fa.
    La Natura non protegge tutti gli individui di tutte le specie, la Natura è distruttiva, opera delle selezioni e lo fa per necessità, perché sa autoregolarsi. La Natura elimina alcuni individui e suonerebbe davvero assurdo applicare delle categorie morali alle azioni degli animali. Lo stesso non si può dire per un macellaio che appende, squarcia e seziona una mucca mentre questa muove ancora gli occhi e muggisce disperata. Questo individuo segue il ciclo della Natura o piuttosto è una aberrazione della specie umana e potrebbe fare a meno di essere un assassino? La necessità è fondamentale nel valutare la naturalezza delle azioni. Non ce la prendiamo con gli indigeni che cacciano gli animali nella foresta, in primo luogo perché non ce la sentiamo di dare delle indicazioni su come sopravvivere in quell'ambiente e poi perché loro vivono immersi nel ciclo naturale di predatori e prede, prendendone tutti i rischi e i vantaggi.
    Ai detrattori dell'antispecismo viene facile dire che la specie umana deve fare i propri interessi, come è normale, anche a discapito delle altre. Se si parla di interesse della specie umana allora si deve anche giustificare la mattanza di uccelli (il caso dell'influenza aviaria) perché potenzialmente dannosi per l'uomo senza vedere che forse questo rischio è solo la giusta risposta ad una aberrazione di buona parte del mondo naturale operata dalla specie umana e all'insopportabile pretesa di essere più importanti degli altri. Gli animali tendono sì a fare il proprio interesse ma non stravolgono l'equilibrio delle altre forme di vita e se vivono in libertà non si discostano da quello che è nella loro natura. Le responsabilità dell'umanità sono evidenti, perché deve continuare a fare sempre e comunque i suoi interessi? A questo proposito è doveroso chiedersi quali siano i reali interessi dell'umanità.
    Veganesimo
    Molti, "praticanti" e non, lo riducono ad una abitudine alimentare, ad un regime dietetico ferreo. A volte aleggiano rimproveri di moralismo verso chi non si lascia "corrompere"dalla piadina con lo strutto o dal cioccolatino al latte e chi "trasgredisce" si sente un coraggioso eretico contro una pletora di dogmatici. Una persona che ne abbia capito il senso, si libera di tutta una serie di cibi che, oltre ad essere prodotti della sofferenza animale, sono a ben vedere superflui e imposti dalle tradizioni culinarie e dalla semplice comodità. Se li butta alle spalle, insieme all'abitudine di non pensare a cosa si mangia e perché. Li abbandona e ne scopre tanti altri. Non parliamo certo di cose come "tonno di tofu" o "pollo di seitan", ma di tutte le possibilità offerte dalla natura. Liberarsi dei prodotti di origine animale può anche essere un'occasione per riscoprire un approccio al selvatico con la conoscenza e la raccolta delle erbe, con la consapevolezza della stagionalità dei frutti della terra. Far da sé conserve e pane, recuperare al mercato frutta e verdura che verrebbero buttati, coltivare un orto, riciclare e dare un nuovo utilizzo ai contenitori degli alimenti, deriva da una attenzione a ciò che si ingurgita e a come è stato prodotto. Inoltre il cibo non è solo qualcosa che riempie la pancia ma energia e terapia per il nostro corpo.
    Purtroppo è vero che così come gli altri alimenti, anche quelli "privi di crudeltà" vengono confezionati in fabbriche che occupano terra depredata ai boschi, che queste fabbriche hanno un ciclo industriale inquinante e che non si sottraggono alle logiche di mercato. Tutte queste osservazioni però, non cancellano il fatto che prevalentemente un non-vegano partecipa a questi meccanismi due volte, una come consumatore di prodotti animali e una come fruitore di tutti gli altri prodotti. Molte altre futili argomentazioni cercano di giustificare il consumo di animali, una per esempio è che i cibi vegani sono costosi, riservati ad una élite che se li può permettere. Come se fosse vero che un etto di manzo costa più di uno di seitan, e come se il veganesimo fosse appunto fatto solo di questi prodotti. Sarebbe come dire che una dieta onnivora è carissima perché il caviale e il formaggio francese costano tanto.
    Scendere dal carrozzone
    Il nostro veganesimo si accompagna indissolubilmente ad un ecologismo radicale e ad abitudini di vita non consumistiche, il più possibile attente agli sprechi e all'inquinamento. Si prova a lasciarsi alle spalle quel mondo di bottiglie di plastica, di involucri che racchiudono altri involucri, di carta macina-alberi, insomma la violenza dell'usa e getta. Si cerca di immaginare qualcosa d'altro al posto dei cartelloni pubblicitari e degli studi televisivi, dei cantieri e dei tralicci. Sono sempre esistiti i poli fieristici, le tangenziali, le zone industriali, i mega-stores? Com'era prima? Nei supermercati, sconfinati e sterili contenitori di merci, si aggirano persone che magari proprio su quel terreno avevano, in tempi passati, il loro orto o il loro campo. Derubati della terra, costretti a comprare ciò che riuscivano a far crescere con le proprie mani, ridotti ad essere dipendenti dai prodotti delle industrie, impoveriti di rapporti umani in un non-luogo dove si è solo consumatori e fruitori di servizi, dove gli scambi fra le persone sono assoggettati ai soldi. Camminano in quei posti e si ricordano dei colori e dei profumi della campagna che giace lì sotto. In posti resi inospitali da colate di cemento, macchine, costruzioni e divieti di accesso, una volta i viandanti potevano riposarsi e sostare tranquillamente all'ombra degli alberi, ad ascoltare il canto di grilli e rane che poi, in un giorno disgraziato, sono stati cacciati all'improvviso senza poter più far ritorno e la desolazione ha preso il sopravvento.
    Il degrado ambientale è un fenomeno che non può non crearci disagio e imbarazzo nel momento in cui varchiamo la soglia, ad esempio, di un centro arredi, economico, giovanile e colorato, in cerca di qualche accessorio per la nostra casa pulita ed accogliente. Infatti mentre per noi scegliamo ciò che soddisfa quel bisogno di futilità che si genera nel vedere foto di oggetti su una rivista patinata, condanniamo a morte la vita di piante, animali e comunità umane, cioè di quel mondo che ha subito l'onere dell'avvento di questo "progresso", di questa epoca di agi e sprechi. La maggior parte delle persone va a fare i propri acquisti in modo spensierato perché forse per loro la bruttezza di questi posti non stride con la bellezza di ciò che poteva esserci prima e perché la prepotenza delle ruspe ha fatto tacere le sue vittime.
    Generare e distruggere
    Il senso materno e paterno sono vissuti da buona parte dell'umanità come sentimenti egoistici rivolti solo alla propria prole e a ciò che è proprio, della famiglia, invece che essere allargati agli altri esseri viventi il cui benessere può dipendere dalle nostre scelte. Maternità e paternità dovrebbero essere sentimenti di responsabilità e protezione verso tutto. I detersivi puliscono la casa e secondo la pubblicità proteggono ciò che ami (il tuo bambino, la tua famiglia, i tuoi cari) ma distruggono ciò che di bello, di vivo, di bisognoso di rispetto c'è nel percorso di quell'acqua che si porta via lo sporco.
    Dire a dei genitori che imporre una dieta vegana al proprio cucciolo è una scelta irresponsabile e che deve essere una cosa che deciderà da sé è simile all'osservazione che da sempre riecheggia a chi non fa battezzare i propri bambini...Come può una madre non solidarizzare con una vacca alla quale vengono strappati i vitelli in modo da spremerla per allattare le bocche fameliche di uomini, donne e bambini?
    Amorevoli omogeneizzati, biberon di latte caldo e coccole per i cuccioli umani, botte e pianti per i bimbi degli altri animali, questo suscita il pensare a questo tipo di maternità.
    A metà degli anni novanta ci furono delle combattive ed instancabili proteste per far cessare le esportazioni di animali vivi dall'aeroporto inglese di Coventry, una mobilitazione che proseguì ancora più determinata dopo che Jill Phipps fu investita e uccisa da uno dei camion che trasportavano gli animali. Qui c'era un gruppo di donne che protestava come "madri contro il latte", una definizione che parla eloquentemente di un rifiuto di prevaricare le altre famiglie animali in favore della propria umana.

    La maternità non è una prerogativa
    Autoproduzione e fine dell'utilizzo degli animali

    Un formaggio fatto col latte delle mucche degli alpeggi è da preferire senz'altro ad uno fabbricato in un'industria, ma ci sarebbe da sapere che le mucche vengono ingravidate non dal toro ma da una siringa, che i vitelli maschi vengono separati dalle madri e mandati al macello e che tutta la favola del pascolo si è interrotta molto tempo fa.
    Infatti il latte di alcuni animali dopo essere stato scoperto come alimento per gli umani, era comunque considerato un prodotto stagionale, disponibile in alcuni mesi e non in altri. Snaturare un evento quale la nascita di un figlio (il vitello, l'agnello, il capretto, l'asinello) per farlo coincidere con la pretesa di rubare il latte della sua mamma, è ciò che rende moltissime persone degli orgogliosi allevatori, mungitori, casari, intenditori e consumatori di latticini e carne.
    Nel mondo esistono delle persone che vivono in comunità con le loro bestiole e che non le spediscono via dai pascoli su dei carri bestiame per essere macellate, che le mungono con cura quando hanno latte a sufficienza, senza cioè sottrarlo al cucciolo, che le guardano negli occhi e non pensano a mangiarsele. Anche nel caso che abbiano la viltà di uccidere, c'è una differenza di umanità abissale rispetto agli affaristi e comunque considerando che la maggior parte delle persone è specista, non possiamo nemmeno condannare chi uccide o mangia un animale tanto quanto faremmo con un omicida. Questo non perché all'improvviso non lo riteniamo un assassinio ingiustificato, ma semplicemente perché è talmente consolidato e diffuso che ci troviamo, un pò per forza un po' per volontà, a doverci convivere. Dopotutto ci vuole una certa forza per spezzare la cantilena "si fa così da sempre, è normale uccidere gli animali".

    Chi vive in situazioni dove l'autosufficienza è una scelta di vita, sfuggendo alle logiche della produzione industriale, potrebbe accontentarsi di ciò che coltivare la terra gli può regalare invece che uccidere animali i quali, pur vivendo finalmente nella natura, non scampano ad una triste morte in nome dell'autoproduzione. La liberazione animale significa animali che non vivono più in funzione dell'umanità, finalmente liberi di vivere per se stessi. C'è un'evidente fastidio ad affrontare l'argomento mangiare carne in montagna o in altri luoghi ameni e l'unica risposta è "sempre meglio che stare in città e andare al supermercato". Farsi forti di questa argomentazione sembra piuttosto un pretesto per criticare chi sceglie di vivere in città e decide di non contribuire alla commercializzazione degli animali. E' ridicolo chi accusa indiscriminatamente i cittadini di essere responsabili di consumismo e inquinamento. Non essere consumista è indipendente dal dove si vive... cittadini con coscienza, campagnoli e montanari senza, o viceversa, dipende da quello che una persona matura dentro di sé. Non siamo più in un epoca dove chi vive lontano dall'urbe svolge necessariamente una vita modesta e innocua per la natura. E poi, una piccola digressione: non serve andare a rifugiarsi in qualche villaggio felice, dobbiamo rimanere nelle schifezze o nelle loro vicinanze per riuscire a combatterle.

    Tratto da La Nemesi # 2
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    Per la gioia del nietzschiano Leonida...

    Antispecismo in alcuni aforismi di Nietzsche
    a cura di Pasquale Cacchio

    DA “CINQUE PREFAZIONI PER CINQUE LIBRI NON SCRITTI” (1872)
    Traduz. di Ferruccio Masini, Newton Compton, Roma 1981

    1. Sul pathos della verità. […] Forse, di tutto ciò che noi con una metafora presuntuosa chiamiamo “storia universale” e “verità” e “gloria”, un demone privo di tatto non avrebbe niente da dire se non queste parole:
    «In un qualche angolo remoto di questo fiammeggiante universo che si estende attraverso un’infinità di sistemi solari, ci fu un tempo un corpo celeste sul quale degli animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Si trattò del minuto più tracotante e mendace dell’intera storia universale, e tuttavia soltanto d’un minuto. Dopo alcuni sussulti della natura quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire. Ed era tempo: giacché per quanto andassero superbi del loro aver già molto conosciuto, alla fine con loro grande rincrescimento dovettero arrivare alla conclusione che tutto avevano conosciuto in maniera falsa. E questa fu la sorte di questi disperati animali che avevano trovato la conoscenza».

    5. Certame omerico, dalla prefazione. Quando si parla di umanità, l’idea in fondo riguarda ciò che separa e contraddistingue l’uomo dalla natura. Ma una tale separazione in realtà non si dà: le qualità “naturali” e quelle che si presumono specificamente “umane” sono cresciute insieme inseparabilmente. L’uomo, nelle sue forze più alte e più nobili, è tutto natura e porta in sé questo suo strano carattere ancipite. […].


    DA “VERITÀ E MENZOGNA IN SENSO EXTRAMORALE” (1873)
    Traduz. di Ferruccio Masini, Newton Compton, Roma 1981

    Ottavo capoverso. […] Già [all’uomo] costa molta fatica ammettere che l’insetto o l’uccello percepiscono un mondo del tutto diverso rispetto a quello dell’uomo, e che chiedersi quale sia la più giusta delle due percezioni è assolutamente privo di senso, poiché qui si dovrebbe misurare in base al paradigma della giusta percezione e cioè in base a un paradigma che non esiste.


    DA “UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA PER LA VITA” (1874)
    Traduz. di Cristiana Valentini, Newton Compton, Roma 1974

    Cap. 1, primo capoverso. [l’uomo] si vanta di fronte all’animale della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello […].

    Cap. 9, quarto e quinto capoverso. […] Vertici e mete del processo del mondo!
    Senso e soluzione di tutti gli enigmi del divenire in genere espressi nell’uomo moderno, il più maturo frutto dell’albero della conoscenza, - ciò chiamo un sentimento pieno di superbia: in questo elemento si possono riconoscere gli anticipatori di tutti i tempi, anche se sono venuti per ultimi! Mai giunse così in alto la concezione della storia, nemmeno in sogno; poiché oggi giorno la storia umana è solo la continuazione della storia degli animali e delle piante; se nei più profondi abissi del mare l’universalista storico può trovare ancora le tracce di se stesso, come mucillagine vivente, vedendo come un miracolo l’enorme strada percorsa fino ad ora dall’uomo, lo sguardo è colto da vertigini dinanzi all’ancora più stupefacente miracolo, dinanzi allo stesso uomo moderno che può abbracciare con lo sguardo questa strada. Egli sta alto e superbo in cima alla piramide del processo del mondo, in quanto pone in cima la pietra finale della sua conoscenza, sembra che egli gridi alla natura tutto intorno: «Siamo alla meta, siamo alla meta, noi siamo la natura compiuta».

    Cap. 9, sesto capoverso. Europeo troppo orgoglioso del diciannovesimo secolo, tu vaneggi! Il tuo sapere non porta a compimento la natura, ma uccide solo la tua propria. Paragona una sola volta la tua altezza di uomo che sa, alla tua piccolezza di uomo che può.

    Cap. 9, diciassettesimo capoverso. […] Se invece gli insegnamenti del sovrano divenire, della fluidità di tutte le cose, tipi e specie, della mancanza di tutte le differenze cardinali tra l’uomo e l’animale, insegnamenti che io ritengo veri ma micidiali, […]


    DA “UMANO, TROPPO UMANO” VOL. I (1878-79)
    Traduz. di Sossio Giametta e Mazzino Montinari

    2. Difetto ereditario dei filosofi. Tutti i filosofi hanno il comune difetto di partire dall’uomo attuale e di credere di giungere allo scopo attraverso un’analisi dello stesso. Inavvertitamente «l’Uomo» si configura alla loro mente come una aeterna veritas, come un’entità fissa in ogni vortice, come una misura certa delle cose. Ma tutto ciò che il filosofo enuncia sull’uomo, non è in fondo altro che una testimonianza sull’uomo di un periodo molto limitato. La mancanza di senso storico è il difetto ereditario di tutti i filosofi; molti addirittura prendono di punto in bianco la più recente configurazione dell’uomo, quale essa si è venuta delineando sotto la pressione di determinate religioni, anzi di determinati avvenimenti politici, come la forma fissa dalla quale si debba partire. Non vogliono capire che l’uomo è divenuto e che anche la facoltà di conoscere è divenuta; mentre alcuni di loro si fanno addirittura fabbricare, da questa facoltà di conoscere, l’intero mondo. […] Per conseguenza il filosofare storico è da ora in poi necessario, e con esso la virtù della modestia.

    4. Astrologia e affini. […] pretende che le stelle del cielo girino intorno al destino dell’uomo […].

    11. Il linguaggio come presunta scienza. L’importanza del linguaggio per lo sviluppo della civiltà consiste nel fatto che l’uomo pose mediante il linguaggio un proprio mondo accanto all’altro, un punto che egli ritenne così saldo da potere, facendo leva su di esso, sollevare dai cardini il resto del mondo e rendersene signore. In quanto ha creduto per lunghi periodi di tempo nelle nozioni e nei nomi delle cose come in aeternae veritates, l’uomo ha acquistato quell’orgoglio col quale si è innalzato al di sopra dell’animale: egli credeva veramente di avere nel linguaggio la conoscenza del mondo. Il creatore del linguaggio non era così modesto da credere di dare alle cose appunto solo denominazioni; al contrario egli immaginava di esprimere con le parole la più alta sapienza sulle cose […].

    29. Inebriato dal profumo dei fiori. La nave dell’umanità, si pensa, ha una profondità d’immersione tanto maggiore, quanto più viene caricata; si crede che quanto più profondamente l’uomo pensa, quanto più delicatamente sente, quanto più altamente stima se stesso, quanto più cresce la distanza fra lui e gli animali, - quanto più appare fra gli animali come il genio, - tanto più vicino giungerà alla reale essenza del mondo e alla sua conoscenza […].

    247. Circolo dell’umanità. Forse tutta l’umanità è soltanto una fase evolutiva di una determinata specie animale di durata limitata: sicché l’uomo è divenuto dalla scimmia e in scimmia ancora si trasformerà, mentre non c’è nessuno che prenda qualche interesse a questo bizzarro scioglimento di commedia. […].

    519. La verità come Circe. L’errore ha fatto di animali uomini; sarebbe la verità in grado di rifare dell’uomo un animale?


    DA “UMANO, TROPPO UMANO” VOL. II (1878-79)
    Traduz. di Sossio Giametta e Mazzino Montinari

    9. “Legge di natura” una parola della superstizione. Se parlate con tanto rapimento del dominio della legge nella natura, o dovete ammettere che tutte le cose naturali seguano, per un’obbedienza libera che si sottomette, la loro legge – nel qual caso voi dunque ammirate la moralità della natura – oppure vi affascina l’idea di un meccanico creatore, che ha fatto l’orologio più artistico, applicandovi come ornamento esseri vivi. Attraverso l’espressione “dominio della legge”, la necessità della natura diventa più umana e un ultimo rifugio per le fantasticherie mitologiche.


    DA “IL VIANDANTE E LA SUA OMBRA”

    12. […] un’umanità – il cui sentimento fondamentale è e rimane quello per cui l’uomo è l’essere libero nel mondo della necessità, l’eterno taumaturgo, sia che agisca bene, sia che agisca male, la sorprendente eccezione, il superanimale, il quasi-Dio, il senso della creazione, il non pensabile come inesistente, la parola risolutiva dell’enigma cosmico, il grande dominatore della natura e dispregiatore di essa, l’essere che chiama la sua storia storia del mondo! – Vanitas vanitatum homo.

    57. I rapporti con gli animali. Si può ancora osservare il sorgere della morale nel nostro comportamento verso gli animali. Dove utilità e danno non vengono in considerazione, noi abbiamo un sentimento di piena irresponsabilità; uccidiamo e feriamo per esempio insetti, o li lasciamo vivere, senza di solito attribuire a ciò alcuna importanza. Siamo così goffi, che già le nostre gentilezze verso i fiori e i piccoli animali sono quasi sempre micidiali: ciò che non pregiudica affatto il piacere che prendiamo da essi. […].

    327. La natura dimenticata. Noi parliamo di natura e intanto ci dimentichiamo di noi stessi: noi stessi siamo natura, quand même -. Per conseguenza la natura è qualcosa di affatto diverso da quello che sentiamo nel farne il nome.

    350. Il motto aureo. All’uomo sono state poste molte catene, affinché egli disimpari a comportarsi come un animale: e veramente egli è divenuto più mite, spirituale, gioioso e assennato di tutti gli animali. Ma ora soffre ancora del fatto di aver portato per tanto tempo le catene, di aver mancato per tanto tempo di aria buona e di movimento libero; queste catene però sono, lo ripeterò sempre di nuovo, gli errori gravi e insieme sensati delle idee morali, religiose e metafisiche. […].


    DA “AURORA” (1879-81)
    Traduz. di Ferruccio Masini e Mazzino Montinari, Adelphi editore.

    4. Contro la fantasticata disarmonia delle sfere. Dobbiamo nuovamente cancellare dal mondo la molta, falsa grandiosità, perché essa è contro la giustizia alla quale hanno diritto tutte le cose dinanzi a noi. E per questo occorre che non si voglia vedere il mondo più disarmonico di quel che è.

    17. La buona e la cattiva natura. Gli uomini hanno cominciato col trasporre fittiziamente se stessi nella natura: vedevano se stessi e i loro simili, cioè i loro sentimenti malvagi e bizzarri, come occultati tra nubi, temporali, animali da preda, alberi e piante; inventarono allora la “natura malvagia”. Ed ecco che venne un tempo in cui ancora fittiziamente estromisero se stessi dalla natura, il tempo di Rousseau: si era così sazi l’uno dell’altro che si voleva assolutamente avere un angolo del mondo in cui l’uomo non potesse giungere con il suo tormento: si inventò la “natura buona”.

    26. Gli animali e la morale. Le pratiche che vengono perseguite nella società più raffinata: cioè evitare accuratamente il ridicolo, lo stravagante, il pretenzioso; tener nascoste le proprie virtù come pure le bramosie più ardenti, mostrarsi equanime, inserirsi in un ordine, diminuirsi, - tutto questo, in quanto costituisce la morale sociale, lo si può trovare grosso modo ovunque, perfino al livello più basso del mondo animale, - e solo a questa profondità vediamo la riposta intenzione di tutte queste amabili precauzioni: ci si vuole sottrarre ai propri persecutori e si vuole essere avvantaggiati nel braccare la preda. Perciò gli animali imparano a dominarsi e a simulare in modo che molti, per esempio, accordano i loro colori al colore dell’ambiente (in virtù della cosiddetta “funzione cromatica”), si fingono morti oppure prendono le forme e i colori di un altro animale o della sabbia, delle foglie, dei licheni, delle spugne (quel che gli scienziati inglesi designano con la parola mimicry). Così il singolo si nasconde sotto la generalità del concetto “uomo” o nella società, ovvero si adatta a principi, classi, partiti, opinioni del tempo o dell’ambiente: e si troverà facilmente la similitudine animalesca per tutte le sottili maniere di fingerci felici, riconoscenti, potenti, innamorati. Anche quel senso che in fondo è il senso della sicurezza, l’uomo lo ha in comune con l’animale: non ci si vuole fare ingannare, non ci si vuole indurre noi stessi in errore, si presta orecchio con diffidenza alle parole suadenti della passione, ci si reprime e si rimane in guardia contro se stessi: l’animale comprende tutto questo al pari dell’uomo, anche in esso l’autodominio germoglia dal senso del reale (dalla saggezza). Similmente l’animale osserva gli effetti che esercita sulla rappresentazione di altri animali, a partire da lì impara a riguardare indietro su se stesso, a cogliersi “oggettivamente”: esso ha il suo grado di autocoscienza. L’animale giudica i movimenti dei suoi avversari e dei suoi amici, impara a memoria le loro peculiarità, è su questo che prende le sue misure: contro individui di una determinata specie rinuncia una volta per tutte alla lotta, e allo stesso modo, nell’avvicinare molte varietà di animali, indovina la loro intenzione di pace e di accordo. Gli inizi della giustizia come quelli della saggezza, della moderazione, del valore, - insomma tutto ciò che qualifichiamo con il nome di virtù socratiche, è animalesco: un corollario di quegli istinti che insegnano la ricerca del nutrimento e la fuga dai nemici. Se ora noi consideriamo che anche l’uomo più elevato si è innalzato e affinato appunto soltanto nel modo del suo nutrimento e nel concetto di tutto quanto glie è ostile, ci sarà concesso di designare come animalesco l’intero fenomeno morale.

    31. Lo spirito come motivo d’orgoglio. L’orgoglio dell’uomo il quale recalcitra contro la teoria della sua discendenza dagli animali, e tra natura e uomo pone il grande iato, - questo orgoglio ha il suo fondamento in un pregiudizio riguardo a ciò che è spirito; e questo pregiudizio è relativamente giovane. Nella grande preistoria dell’umanità si supponeva lo spirito in ogni luogo e non si pensava a onorarlo come privilegio dell’uomo. Poiché anzi di tutto quanto è spirituale (accanto a ogni istinto, malvagità, inclinazione) si era fatto un bene comune e conseguentemente lo si era reso comune, non ci si vergognava di discendere da animali o piante (le stirpi aristocratiche si credevano onorate da tali favole) e si vedeva nello spirito ciò che ci ricollega alla natura, non ciò che ci separa da essa. Così ci si educava alla modestia, - e pure in seguito a un pregiudizio).

    49. Il nuovo sentimento fondamentale: la nostra definitiva caducità. Una volta si cercava di pervenire al sentimento della sovranità dell’uomo, indicando la sua origine divina: questa è divenuta una via proibita, poiché alla sua porta c’è la scimmia accanto ad altri orribili animali, e digrigna intelligentissima i denti come per dire: non oltre in questa direzione! Così ora si tenta la direzione opposta: la strada verso cui va l’umanità deve servire a dimostrare la sua sovranità e la sua affinità con Dio. Ahimé, anche così non si arriva a niente! Alla fine di questa strada c’è l’urna funeraria dell’ultimo uomo e dell’ultimo becchino (con la scritta “nihil humani a me alienum puto”). Per quanto alto possa risultare lo sviluppo dell’umanità – che forse finirà per essere assai più in basso di quanto non fosse al principio – non c’è per essa alcun trapasso in un ordine più elevato, come non potrebbero la formica e il verme auricolare innalzarsi, al termine della loro “carriera terrestre”, all’affinità con Dio e all’eternità. Il divenire si strascica dietro l’essere stato: perché mai in questa eterna commedia ci dovrebbe essere un’eccezione per un qualsiasi piccolo astro, ed ancora per una piccola specie vivente su di esso? Basta con questi sentimentalismi!

    286. Animali domestici, da salotto e simili. C’è qualcosa di più nauseante del sentimentalismo verso piante e animali, da parte di un essere che fin dal principio ha abitato in mezzo a loro come il più furibondo nemico, e che infine pretende anche sentimenti affettuosi nelle sue vittime indebolite e mutilate? Dinanzi a questo genere di “natura” si addice all’uomo soprattutto serietà, supposto che sia un uomo pensante.

    333. “Umanità”. Non riteniamo gli animali esseri morali. Ma pensate forse che gli animali ritengano noi esseri morali? Un animale che sapeva parlare disse: «L’umanità è un pregiudizio di cui, se non altro, noi animali non siamo vittime».

    424. Per chi esiste la verità. […] Una volta si era convinti a tal punto che l’uomo fosse il fine della natura, da […].

    438. Uomo e cose. Perché l’uomo non vede le cose? Perché vi ha interposto se stesso: egli nasconde le cose.

    455. La prima natura. Dato il modo in cui oggi veniamo educati, noi riceviamo in primo luogo una seconda natura; e quando il mondo ci dice maturi, maggiori d’età, utilizzabili, noi la possediamo. Pochi sono abbastanza serpenti da staccarsi un bel giorno questa pelle di dosso, allorquando, sotto il suo guscio, è maturata la loro prima natura. Nei più, avvizzisce il seme di essa.


    DA “LA GAIA SCIENZA” (1881-82)
    Traduz. di Ferruccio Masini e Mazzino Montinari, Adelphi editore, Milano.

    115. I quattro errori. L’uomo è stato educato dai suoi errori: in primo luogo si vide sempre solo incompiutamente, in secondo luogo si attribuì qualità immaginarie, in terzo luogo si sentì in una falsa condizione gerarchica in rapporto all’animale e alla natura, in quarto luogo escogitò sempre nuovo tavole di valore considerandole per qualche tempo eterne e incondizionate, di modo che degli umani istinti e stati, ora questo, ora quello venne a prendere il primo posto e in conseguenza di tale apprezzamento fu nobilitato. Se si esclude dal computo l’effetto di questi quattro errori, si escluderà anche l’umanesimo, l’umanità e la “dignità dell’uomo”.

    143. Il vantaggio più grande del politeismo. […] Il monoteismo, invece, questa rigida conseguenza della dottrina di un uomo normativo e unico – la fede quindi in un dio normativo, accanto al quale non ci sono che dèi falsi e bugiardi – costituì forse il pericolo più grande corso dall’umanità fino a oggi; fu allora che rappresentò una minaccia per l’umanità quell’arresto prematuro, già da un pezzo raggiunto, per quel che c’è dato sapere, dalla maggior parte delle altre specie animali: in quanto esse tutte credono in un animale unico, normativo e ideale della loro specie e hanno definitivamente tradotto in carne e sangue l’eticità del costume. […].

    224. Critica degli animali. Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.

    294. Contro i calunniatori della natura. Mi risultano sgradevoli quegli uomini presso i quali ogni tendenza naturale si trasforma subito in malattia, in qualcosa di deturpante o perfino ignominioso: costoro ci hanno indotto a credere che tendenze e istinti degli uomini siano malvagi; essi sono la causa della nostra grande ingiustizia contro la nostra natura, contro ogni natura. […].

    346. Il nostro interrogativo. […] Tutto l’atteggiamento “uomo contro mondo”, l’uomo come principio “rinnegante il mondo”, come misura di valore delle cose, come giudice del mondo, che finisce per mettere l’esistenza stessa sulla bilancia e la trova troppo leggera: la mostruosa assurdità di questo atteggiamento è entrata come tale nella nostra coscienza e ci disgusta – ci vien già da ridere, quando troviamo “uomo e mondo” posti l’uno accanto all’altro, separati dalla sublime arroganza della paroletta “e”! […].

    354. Del «genio della specie». […] A che scopo una coscienza in generale, se essa è in sostanza superflua? […]

    379. Troncando il discorso del giullare. […] quanto meno è umana la natura, tanto più l’amiamo […].


    DAI FRAMMENTI POSTUMI (1881-82)

    11 [7] […] Siamo le gemme di un solo albero. Che sappiamo noi di ciò che possiamo diventare nell’interesse dell’albero? Ma nella coscienza sentiamo come se volessimo è dovessimo essere tutto, arriviamo a fantasticare di un “io” contrapposto a tutto il resto, “al non io”. […].

    11 [26] […] Penso che già ogni essere organico presupponga il rappresentare.

    11 [84] […] Il saggio e l’animale si avvicineranno e produrranno un tipo nuovo!

    11 [119] L’uomo è l’animale diventato pazzo […].

    11 [236]. È strano: ciò di cui l’uomo va più orgoglioso, l’autocontrollo per mezzo della ragione, viene raggiunto meglio e più sicuramente anche dagli organismi infimi! Ma l’agire secondo scopi, in realtà, non è che la minima parte del nostro autocontrollo: se l’umanità agisse realmente secondo la propria ragione, cioè sul fondamento delle sue opinioni e della sua scienza, sarebbe da moltissimo tempo perita. […].

    11 [289]. Ecco un’idea sbagliata: per conservare la specie vengono sacrificati innumerevoli esemplari. Un simile “per” non esiste! Così non esiste una specie, ma soltanto vari esseri individuali! Perciò non vi è sacrificio né dissipazione! Dunque nemmeno irrazionalità! La natura non vuole “conservare la specie”! Di fatto si conservano molti esseri simili con condizioni di esistenza simili più facilmente di esseri abnormi.

    11 [307]. Il mio compito: la disumanizzazione della natura e poi la naturalizzazione dell’uomo, una volta che egli sia giunto al puro concetto di “natura”.

    11 [337]. L’uomo che prende la natura al suo servizio e la sopraffà.
    L’uomo scientifico lavora con l’istinto di questa volontà di potenza e si sente giustificato.
    Progresso nel sapere come progresso nella potenza (ma non come individuo). Piuttosto questo uso schiavistico dello scienziato abbassa l’individuo.


    DA “AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE” (1887)
    Traduz. di Marina Montanari, Rizzoli, Milano, 1968.

    2. Dopo aver letto abbastanza a lungo i filosofi tra le righe e averli tenuti d’occhio, mi dico: anche la maggior parte del pensiero cosciente si può annoverare tra le attività istintive, persino nel caso del pensiero filosofico; […] “l’essere cosciente” non può essere contrapposto in modo rilevante all’istinto; […] Posto infatti che non sia proprio l’uomo la “misura delle cose”…

    21. La causa sui è la migliore contraddizione che finora sia stata inventata, una specie di prodotto artificiale logico contro natura: ma l’orgoglio sconfinato dell’uomo ha fatto sì che egli proprio in questo non senso si sia impigliato e irretito tremendamente. La esigenza della “libertà di volere”, in quella sorta di metafisico intelletto superlativo, che purtroppo predomina ancora nelle teste dei mezzi informati, l’esigenza di assumere intera e fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni scaricandone e scagionandone Dio, il mondo, gli antenati, il caso e la società, non è in sostanza se non l’esigenza di essere causa sui, con una temerarietà più grande di quella del barone di Münchhausen nel volersi cavar fuori dal pantano del nulla tirandosi per i propri capelli.

    202. Diciamo subito ancora una volta ciò che abbiamo già detto cento volte: perché le orecchie non sono oggi ben disposte per tali verità, per le nostre verità. Noi sappiamo già abbastanza quanto suoni offensivo se uno osa annoverare l’uomo semplicemente e senza ambagi fra gli animali; ma viene poi addirittura considerato una colpa il fatto che riferendoci agli uomini delle “moderne idee” continuamente noi impieghiamo espressioni come “gregge”, “istinti del gregge” e simili. Che ci possiamo fare! Non possiamo altrimenti: perché è proprio in questo che risiede la nostra nuova concezione. […].

    230. […] Riportare appunto l’uomo alla natura; saper rendersi conto e liberarsi delle molte spiegazioni e dei molti doppi sensi orgogliosi ed entusiasti che finora sono stati appiccicati col gesso e col pennello a quell’eterno fondo dell’homo natura; e far sì che l’uomo d’ora in poi stia davanti all’uomo, come già oggi, indurito alla scuola della scienza, sta davanti all’altra natura con imperterriti occhi edipici e sigillati orecchi ulissidi, sordo ai richiami degli antichi uccellatori metafisici, che per troppo tempo gli hanno fischiato nell’orecchio: “Tu sei qualcosa di più! qualcosa di più alto! sei d’altra origine!”.

    291. L’uomo, una bestia assai bugiarda, artificiosa e opaca, pericolosa per gli altri animali meno per la sua forza che per la sua astuzia e prudenza, ha scoperto la buona coscienza per godere della sua anima come di una cosa semplice; e tutta la morale è una coraggiosa e lunga falsificazione, in virtù della quale diventa generalmente possibile il godimento della contemplazione dell’anima. Sotto questo punto di vista, fanno forse parte del concetto di “arte” molte più cose di quando comunemente si creda.


    DA “CREPUSCOLO DEGLI IDOLI” (1887)
    Traduz. di Ferruccio Masini, Adelphi editore.

    Quelli che “migliorano” l’umanità
    2. In tutti i tempi si è voluto “migliorare” gli uomini: soprattutto a questo si è dato il nome di morale. Ma sotto la stessa parola sta nascosta la massima diversità di tendenza. Sia l’ammansimento della bestia uomo, che l’allevamento di una specie umana, sono stati chiamati “miglioramento”: soltanto questi termini zoologici esprimono realtà – senza dubbio realtà di cui il tipico “miglioratore”, il prete, non sa nulla – non vuole sapere nulla… Chiamare “miglioramento” l’ammansimento di un animale è quasi una facezia per le nostre orecchie. Chi sa cosa avviene nei serragli, dubita che quivi la bestia venga “migliorata”. Essa viene infiacchita, viene resa meno nociva, diventa, grazie al sentimento depressivo della paura, grazie al dolore, alle ferita, alla fame, una bestia malaticcia. Non diversamente stanno le cose per l’uomo mansuefatto, che il prete ha “migliorato”. […].


    DA “L’ANTICRISTO” (1888)
    Traduz. di Ferruccio Masini, Adelphi editore.

    14. Abbiamo altrimenti appreso. In tutte le cose ci siamo fatti più modesti. Non deriviamo più l’uomo dallo “spirito”, dalla “divinità”, lo abbiamo ricollocato tra li animali. Esso è per noi l’animale più forte, perché è il più astuto: una conseguenza di ciò è la sua intelligenza. Ci guardiamo, d’altro canto, da una vanità che anche a questo punto vorrebbe di nuovo far sentire la sua voce: quella per cui l’uomo sarebbe stato la grande riposta intenzione dell’evoluzione animale. Egli non è in alcun modo il coronamento della creazione: ogni essere è, accanto a lui, su uno stesso gradino di perfezione… E affermando questo, affermiamo ancora sempre troppo: relativamente parlando, l’uomo è l’animale peggio riuscito, il più malaticcio, il più pericolosamente aberrante dai suoi istinti – indubbiamente, con tutto ciò, anche il più interessante! -


    DA “ECCE HOMO” (1889)
    Traduz. di Roberto Calasso, Adelphi editore, Milano.

    Dal prologo
    2.
    […] “Migliorare” l’umanità sarebbe l’ultima cosa che io mai prometterei. Non sarò io a elevare nuovi idoli, e quanto ai vecchi, comincino a imparare che vuol dire avere i piedi di argilla. Rovesciare idoli (parola che uso per dire “ideali”) – questo è affar mio. La realtà è stata destituita del suo valore, del suo senso, della sua veracità, nella misura in cui si è dovuto fingere un mondo ideale… […].


    DA “LA VOLONTÀ DI POTENZA” (….)
    Traduz. di Angelo Treves, Bompiani, Milano 2000, III edizione

    Frammento 303
    L’uomo: una piccola, sovreccitata specie animale, che – per fortuna – ha il suo tempo; la vita sulla terra in generale dura un istante, è un incidente, un’eccezione senza conseguenze, una cosa che rimane senza importanza per il carattere complessivo della terra; la terra stessa, come ogni stella, è uno iato fra due nulla, un evento non pianificato, senza ragione, né volontà, né coscienza di sé, è la forma peggiore della necessità, la stupida necessità…Contro questa osservazione qualcosa si rivolta in noi; il serpente Vanità ci parla e ci dice: “Tutto ciò deve essere falso perché ci ripugna…Non potrebbe essere il Tutto una mera parvenza? E l’uomo nonostante tutto, per dirla con Kant…”.

    Frammento 506
    È evidente che ogni creatura diversa da noi percepisce altre qualità e quindi vive in un mondo diverso da quello in cui viviamo noi. Le qualità sono le idiosincrasie proprie di noi uomini: pretendere che queste nostre interpretazioni e valori umani siano valori universali e forse costitutivi è una pazzia ereditaria della superbia umana.

    Frammento 684
    La mia veduta d’insieme. Prima proposizione: l’uomo in quanto genere non progredisce. Si raggiungono, sì, dei tipi superiori, ma non si conservano. Il livello della specie non si eleva.
    Seconda proposizione: l’uomo come genere non rappresenta un progresso rispetto a un qualsiasi altro animale. L’intero regno animale e vegetale non si sviluppa procedendo dal più basso al più alto…Ma tutto si sviluppa contemporaneamente, una cosa oltre l’altra e attraverso l’altra e contro l’altra. Le forme più ricche e più complesse – poiché le parole “tipo superiore” non dicono nulla di più – periscono con maggiore facilità: solo le infime conservano un’apparente immortalità. I tipi superiori si ottengono di rado e si mantengono al vertice a stento: i più bassi hanno il vantaggio di una compromettente fecondità.
    […]
    Terza proposizione: l’addomesticamento (“la cultura”) dell’uomo non arriva a grande profondità…Laddove penetra in profondità ecco subito la degenerazione (tipo: il cristiano). L’uomo “selvaggio” (o, per esprimermi nel linguaggio della morale, l’uomo cattivo) è un ritorno alla natura – e, in un certo senso – un ripristino dell’uomo, la sua guarigione dalla “cultura”…

    http://www.liberazioni.org/liberazio...acchioP-01.htm

    Nota della rivista: Pubblichiamo una raccolta di aforismi e stralci di aforismi tratti dall'opera di F. Nieztsche inviataci da Pasquale Cacchio che ringraziamo per il notevole lavoro svolto. La ricerca ha lo scopo di fornire ulteriori spunti di riflessione sul rapporto uomo/natura/animali ed è in linea con la recente tendenza in ambito antispecista a privilegiare la tradizione filosofica continentale - Th. W. Adorno, M. Heidegger, J. Derrida - rispetto ai tradizionali approcci anglosassoni - P. Singer, T. Regan (si veda il contributo di Ralph R. Acampora, Corporal Compassion: Animal Ethics and Philosophy of Body).

  5. #5
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    bravissimo outis, puntuale come sempre.
    Sono io ad aver lanciato il dibattito, in quanto lo ritengo interessantissimo sul piano della concezione dell'uomo nel suo rapporto con la natura.
    Per il momento non entro nel vivo del dibattito relativo alle letture che outis ha postato, ma introduco in due parole la mia posizione:

    sono un convintissimo specista, poichè credo nella distinzione ontologica dell'uomo rispetto all'animale, pur consapevole del fatto che il mondo animale conosce gradi di avanzamento dell'autocoscienza molto elevati e che la somiglianza con l'uomo è assolutamente visibile e grandiosa.
    Sono vegetariano, adoro la natura e gli animali, ho un rapporto quasi-umano con i cani, e ( come sa bene sandinista) ammansisco lupi
    scherzi a parte, sono un convintissimo sostenitore dell'importanza di un trattamento degli animali e della natura consono alla nostra migliore sensibilità ed io stesso ho difficoltà ad ammazzare una zanzara ( lo dico davvero).
    Posto questo ritengo però sbagliato credere che
    1-l'uomo sia sullo stesso piano dell'animale, poichè ritengo l'uomo posto su un piano ontologico e non solo fisico, del tutto distinto, cosa che va ben al di là delle percentuali matematiche di DNA in comune, e che riguarda lo spirito umano rispetto allo spirito animale
    2- sono contrarissimo a giudicare gli animali soggetti di diritto. Ciò accade attualmente in Austria e in Spagna, nazioni in cui sono state introdotte leggi recenti che attribuiscono diritti soggettivi agli scimpanzé, considerati come la specie animale più prossima all'uomo.
    Ritengo questa scelta paradossale del nostro tempo e del relativismo culturale imperante: mentre di massacra il diritto dell'uomo, al lavoro, alla casa, alla vita stessa, si concedono diritto animali soggettivi a soggetti che non hanno neanche la possibilitù di invocare tali diritti, incorrendo in una contraddizione immensa


    In conclusione il mio amore per la natura e per gli animali, non mi porta a sostenere in alcun modo l'antispecismo, ritenendo invece il genere umano un qualcosa di totalmente distinto dal mondo animale.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    bravissimo outis, puntuale come sempre.
    M'hai istigato? ...e io te distruggo... ... ...a parte la battuta in stile Alberto Sordi, sarà una battaglia dura, te lo prometto.

    Sono io ad aver lanciato il dibattito, in quanto lo ritengo interessantissimo sul piano della concezione dell'uomo nel suo rapporto con la natura.
    In che termini parli di "natura"? Come mai metti un rapporto uomo-natura? Che lo fai per tutte le altre specie animale? Cane-natura, gatto-natura, pollo-natura, etc.?

    Per il momento non entro nel vivo del dibattito relativo alle letture che outis ha postato, ma introduco in due parole la mia posizione:
    Poi leggi tutto però...

    sono un convintissimo specista
    ...è la prima volta che leggo qualcuno definirsi così... Quindi, fami capire, riconosci differenze di specie nella tutela e nella salvaguardia degli animali così come riconosci delle differenze biologiche all'interno del mondo animale umano?

    poichè credo nella distinzione ontologica dell'uomo rispetto all'animale
    L'uomo ha delle capacità differenti rispetto all'animale non umano, non ci sono dubbi, così come ci sono differenze tra animale ed animale o tra un uomo ed un altro. L'antispecismo si fonda sull'uguaglianza sostanziale tra animali umani ed animali non umani, ma non dice che siamo tutti uguali. La distinzione, però, che fa, tra uomini ed altri esseri animali, rimane circoscritta a delle capacità, lasciando intatta un'unità sostanziale per ciò che concerne il trattamento, il rispetto e la vita stessa. Per questo gli antispecisti sono vegan.

    pur consapevole del fatto che il mondo animale conosce gradi di avanzamento dell'autocoscienza molto elevati e che la somiglianza con l'uomo è assolutamente visibile e grandiosa.
    Il mondo animale è quello cui apparteniamo. L'uomo è un animale.

    Sono vegetariano
    Latto-ovo-vegetariano... Non te l'ho mai chiesto: perché?

    adoro la natura e gli animali
    Parli come se fossero entità differenti...

    ho un rapporto quasi-umano con i cani
    Questa è una forma di "animalismo", ovvero di amore verso una specie animale.

    sono un convintissimo sostenitore dell'importanza di un trattamento degli animali e della natura consono alla nostra migliore sensibilità
    Assumi sempre un punto di vista antropocentrico, è chiara la differenza che ci separa.

    ed io stesso ho difficoltà ad ammazzare una zanzara ( lo dico davvero).
    Io non uccido né utilizzo alcun animale.

    Posto questo ritengo però sbagliato credere che
    1-l'uomo sia sullo stesso piano dell'animale, poichè ritengo l'uomo posto su un piano ontologico e non solo fisico, del tutto distinto, cosa che va ben al di là delle percentuali matematiche di DNA in comune, e che riguarda lo spirito umano rispetto allo spirito animale
    Per risponderti dovrei adottare le stesse argomentazioni che ci sono contro il razzismo inter-umano, che vede un tipo, una razza o una etnia al di sopra delle altre. Non lo farò... Tu metti su un piedistallo l'animale uomo, perché lo ritieni superiore da un punto di vista metafisico, cioè lo spirito. Cos'è, a questo punto, lo spirito?

    2- sono contrarissimo a giudicare gli animali soggetti di diritto. Ciò accade attualmente in Austria e in Spagna, nazioni in cui sono state introdotte leggi recenti che attribuiscono diritti soggettivi agli scimpanzé, considerati come la specie animale più prossima all'uomo.
    Non ho capito bene il punto, cioè non ho capito se sei contro i diritti animali o se non ti piacciono le risoluzioni austriache e spagnole in tal senso - che non conosco -.

    Ritengo questa scelta paradossale del nostro tempo e del relativismo culturale imperante: mentre di massacra il diritto dell'uomo, al lavoro, alla casa, alla vita stessa, si concedono diritto animali soggettivi a soggetti che non hanno neanche la possibilitù di invocare tali diritti, incorrendo in una contraddizione immensa
    Gli altri animali dovrebbero essere tutelati come tutti gli animali umani anche e soprattutto perché la maggior tutela dei più deboli garantisce equità e pace per tutti.

    In conclusione il mio amore per la natura e per gli animali, non mi porta a sostenere in alcun modo l'antispecismo, ritenendo invece il genere umano un qualcosa di totalmente distinto dal mondo animale.
    Aspetto di capire qual è questa cosa che lo rende "totalmente distinto"... Se tutto si riduce allo spirito, allora stiamo parlando di metafisica e se parliamo di metafisica, io inizio a discorrere di reincarnazione, folletti, tradizione primordiale, Guénon, Burkardt, Scaligero e compagnia bella...

  7. #7
    Dalla parte del torto!
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio

    Aspetto di capire qual è questa cosa che lo rende "totalmente distinto"... Se tutto si riduce allo spirito, allora stiamo parlando di metafisica e se parliamo di metafisica, io inizio a discorrere di reincarnazione, folletti, tradizione primordiale, Guénon, Burkardt, Scaligero e compagnia bella...
    Non entro nel merito di un discorso che non conosco. Ma intervengo solo su quest'ultima frase di Outis che non mi trova d'accordo: in particolare nell'associazione che fai. Perchè dire che ciò che distingue l'Uomo dall'Animale è lo spirito(o l'anima) vuol dire iniziare a parlare di Tradizione Primoriale,Guenon,Burkardt, e Scaligero? Dire infatti che, mentre l'animale è un essere puramente "materiale", l'Uomo è un essere anche "spirituale"(che aspira cioè anche ad altro) vuol dire essere associati automaticamente nel campo "tradizionalista"? A meno che non si voglia fare un discorso di "ateismo estremista" che non mi trova d'accordo.Tra l'altro lo Spirituale, per come lo intendo io, non è assolutamente solo una concezione religiosa ma si concreta nella vita di tutti i giorni, nell'arte ad esempio.

    Ciao e buon natale
    Sinistra Nazionale!

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Rodolfo Visualizza Messaggio
    Non entro nel merito di un discorso che non conosco. Ma intervengo solo su quest'ultima frase di Outis che non mi trova d'accordo: in particolare nell'associazione che fai. Perchè dire che ciò che distingue l'Uomo dall'Animale è lo spirito(o l'anima) vuol dire iniziare a parlare di Tradizione Primoriale,Guenon,Burkardt, e Scaligero? Dire infatti che, mentre l'animale è un essere puramente "materiale", l'Uomo è un essere anche "spirituale"(che aspira cioè anche ad altro) vuol dire essere associati automaticamente nel campo "tradizionalista"? A meno che non si voglia fare un discorso di "ateismo estremista" che non mi trova d'accordo.Tra l'altro lo Spirituale, per come lo intendo io, non è assolutamente solo una concezione religiosa ma si concreta nella vita di tutti i giorni, nell'arte ad esempio.

    Ciao e buon natale
    Ciao caro e buone feste (...o sei diventato Cristiano? )!

    La mia associazione mentale è partita per collegare l'importante discorso che stiamo facendo al campo della spiritualità, dello spirito. Spiego subito a cosa alludo. Cosa ti fa pensare che gli animali non umani siano solo "materiali" e cosa ti permette di escludere la loro natura "spirituale"?

    Butto in mezzo il tradizionalismo per introdurre un concetto caro ai suoi sostenitori, ossia la tripartizione tra spirito, anima e corpo, che porta (o ri-porta) l'uomo su un piano superiore rispetto agli altri animali per la sola presenza di questo "spirito"...e qui ti ho spiegato l'associazione mentale.

    Poi, per quel che riguarda l'essere anche "spirituale" dell'uomo, vorrei proprio capire cosa ci trovi di "spirituale", cos'è questo spirito? Prendo anche in considerazione l'ateismo (che non mi sembra estremista come non lo sono tutte le altre concezioni del divino), perché no? non ho vincoli religiosi da rispettare, grazie al cielo, ed ho una certa libertà mentale di discutere le mie posizioni apertamente, ammettendo anche gli errori, senza problemi.

    Mi piacerebbe capire cosa intendi per spirituale, visto che lo vedi anche nell'arte e che lo disgiungi dal religioso... Dai dai, avanti col dibattito!

  9. #9
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    M'hai istigato? ...e io te distruggo... ... ...a parte la battuta in stile Alberto Sordi, sarà una battaglia dura, te lo prometto.
    bene sono pronto...



    In che termini parli di "natura"? Come mai metti un rapporto uomo-natura? Che lo fai per tutte le altre specie animale? Cane-natura, gatto-natura, pollo-natura, etc.?
    premetto che sono antropocentrico, e la ragione è molto semplice anche se la coscienza di ciò l'ho acquisita in tempi relativamente recenti senza rinnegare in alcun modo la mia sensibilità per la vita in ogni sua forma e aspetto.
    L'antropocentrismo è semplicemente consapevolezza di appartenere ad un genere vivente che comunica tra i suoi membri ( gli uomini ) attraverso il linguaggio dell'amore e della comprensione....cosa che non è in alcun modo possibile fare con altri animali.


    Poi leggi tutto però...
    ho già iniziato.




    .
    ..è la prima volta che leggo qualcuno definirsi così... Quindi, fammi capire, riconosci differenze di specie nella tutela e nella salvaguardia degli animali così come riconosci delle differenze biologiche all'interno del mondo animale umano?
    riconosco un'unica differenza fondamentale: quella tra uomo e resto della natura. Non riconosco alcuna differenza biologica all'interno del genere umano. Gli uomini sono tutti uguali nella diversità, e questo è un presupposto rigoroso ed irrinunciabile per impostare il discorso senza equivoci di sorta.


    il resto, compagno, a più tardi, perchè devo scappare.....
    la discussione la trovo interessantissima ed anche in un certo senso fondativa di qualcos altro..ci tengo che tu sappia che l'acquisizione del pensiero che attualmente ho al riguardo è il risultato di un percorso lungo in cui sono sempre partito dalla considerazione altissima del mondo naturale ed animale nella loro interazione costante con l'essere umano ed al loro interno.
    quando parlo di antropocentrismo ineffetti mi riferisco esclusivamente alla univoca distinzione che vedo tra uomo e resto della natura nel rapportarsi al prossimo: non è certo un punto di vista di lecita manipolazione e distruzione della natura o dell'animale da parte dell'uomo.
    Sono vegetariano, ad esempio, per il diritto oggettivo degli animali, ma non per un loro diritto soggettivo, cosa ben diversa che più tardi proverò a spiegare nel dettaglio.....

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    premetto che sono antropocentrico, e la ragione è molto semplice anche se la coscienza di ciò l'ho acquisita in tempi relativamente recenti senza rinnegare in alcun modo la mia sensibilità per la vita in ogni sua forma e aspetto.
    L'antropocentrismo è semplicemente consapevolezza di appartenere ad un genere vivente che comunica tra i suoi membri ( gli uomini ) attraverso il linguaggio dell'amore e della comprensione....cosa che non è in alcun modo possibile fare con altri animali.
    Mettere al centro l'uomo e non l'ecosistema (o, se preferisci, "la natura") significa porre l'uomo su un piedistallo rispetto al resto del creato, ponendo le basi per lo sfruttamento di tutto ciò che lo circonda a proprio piacimento. Non è la logica che vogliamo combattere?

    riconosco un'unica differenza fondamentale: quella tra uomo e resto della natura. Non riconosco alcuna differenza biologica all'interno del genere umano. Gli uomini sono tutti uguali nella diversità, e questo è un presupposto rigoroso ed irrinunciabile per impostare il discorso senza equivoci di sorta.
    Capisco il tuo punto di vista, che non condivido, ma non vedo come possiamo parlare dell'amore e del linguaggio come punti che lo differenzierebbero dal resto della biosfera...

    il resto, compagno, a più tardi, perchè devo scappare.....
    ...e chi si muove...

    la discussione la trovo interessantissima ed anche in un certo senso fondativa di qualcos altro..ci tengo che tu sappia che l'acquisizione del pensiero che attualmente ho al riguardo è il risultato di un percorso lungo in cui sono sempre partito dalla considerazione altissima del mondo naturale ed animale nella loro interazione costante con l'essere umano ed al loro interno.
    quando parlo di antropocentrismo ineffetti mi riferisco esclusivamente alla univoca distinzione che vedo tra uomo e resto della natura nel rapportarsi al prossimo: non è certo un punto di vista di lecita manipolazione e distruzione della natura o dell'animale da parte dell'uomo.
    Mettere al centro l'uomo è un procedimento filosofico che può degenerare, anzi, che degenera quotidianamente.

    Sono vegetariano, ad esempio, per il diritto oggettivo degli animali, ma non per un loro diritto soggettivo, cosa ben diversa che più tardi proverò a spiegare nel dettaglio.....
    Attendo..

 

 
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