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  1. #1
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    If the Arabs put down their weapons today, there would be no more violence. If the Jews put down their weapons today, there would be no more Israel.
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    Predefinito Come sono nati i palestinesi

    Gli arabi palestinesi non possono rivendicare un proprio contesto storico, culturale, politico perchè non hanno una propria lingua, non sono una nazione distinta dalle altre, bensì appartengono alla più vasta "nazione araba". Nei documenti ufficilai palestinesi, fino al 1964, viene usata, per esprimere l'espressione "nazionale" la parola qawmi che significa pan-arabo; solo dal 1968 questa parola fu sostituita da watani e solo da allora si cominciò a parlare di "popolo palestinese"!.
    Nel 1931 nelle terre arabe che dovevano poi formare lo Stato Ebraico, c'erano solo 145.000 arabi. Nei successivi 13 anni gli ebrei divennero 530.000 e gli arabi 800.000. Ciò perchè l'attività degli ebrei aumentò la produttività del paese e rese possibile una forte immigrazione di arabi (circa 400.000) dai paesi limitrofi, attratti dal livello superiore dei salari. Per cui buona parte di coloro che oggi si definiscono palestinesi non sono altro che figli e nipoti di immigrati recenti. Meno palestinesi dunque degli stessi israeliani che si erano insediati nelle prime fattorie alla fine del 1800.

    Silvia Adani
    Corriere della Sera del 23/07/82

  2. #2
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    Predefinito sTORIA DELLA PALESTINA

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  3. #3
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    Predefinito

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  4. #4
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    Predefinito il SECOLO LUNGO DELLA pALESTINA (I PRIMI DUE POST NON SONO stati scaricati) pardon


    (tratto da il manifesto, 11.04.2002)
    Il secolo lungo della Palestina
    Un'appassionata analisi che fa risalire il conflitto in corso all'origine "coloniale" d'Israele
    "La questione palestinese". Ristampato il testo di Edward Said sul conflitto tra palestinesi e israeliani
    DANILO ZOLO
    Ho riletto in questi tristissimi giorni La questione palestinese di Edward W. Said (Gamberetti editore, prima edizione del 1995 e ora ristampato sempre dallo stesso editore, pp. 290, euro 17.56). E' un libro molto bello, non meno di Orientalismo, l'opera che ha reso celebre questo professore statunitense di origine palestinese. La questione palestinese è un libro colto, ricco di dati, frutto di una ricerca di prima mano, appassionato. Ma è soprattutto un libro utile: è una delle pochissime "interpretazioni palestinesi" della storia della Palestina di cui la cultura occidentale disponga. Nonostante che sia stato scritto circa vent'anni fa - o forse proprio per questo -, il libro offre elementi di riflessione di grande rilievo e di una sorprendente attualità. Ci aiuta a cogliere in profondità le ragioni storiche di ciò che oggi sta accadendo in Palestina: il definitivo fallimento degli accordi di Oslo e della "mediazione" statunitense, l'esplosione della nuova Intifada che ha ormai come obiettivo l'indipendenza di tutto il popolo palestinese, la devastazione di ciò che resta di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme-est dopo trentacinque anni di occupazione militare, lo smantellamento dell'Autorità nazionale palestinese, la strage senza fine di ebrei e di palestinesi innocenti.
    Capire ciò che sta accadendo in Palestina non è facile, anche perché i grandi mezzi di comunicazione, in particolare la televisione, non ci aiutano. Ignorano o rimuovono deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto, affidandosi esclusivamente alle cronache degli inviati speciali o alle dubbie competenze di "esperti" politici o militari, che danno spesso l'impressione di non aver mai messo piede in Palestina. Per di più, il riferimento emotivo al tema dell'antisemitismo e dell'Olocausto e una latente ostilità nei confronti del mondo islamico impediscono a molti europei una valutazione razionale delle responsablità politiche degli attori coinvolti: gli Stati Uniti, Israele, i paesi arabi, le organizzazioni palestinesi.
    Ciò che a mio parere rende prezioso il contributo di Said è il suo tentativo di ricostruire la "questione palestinese" da un punto di vista palestinese - non genericamente arabo o islamico - e di farlo a partire dagli inizi dell'intera vicenda: la nascita del movimento sionista, l'affermazione della sua ideologia nel contesto della cultura colonialista europea degli ultimi decenni dell'Ottocento, l'avvio del fenomeno migratorio verso la Palestina. E in parallelo Said traccia la storia del popolo palestinese e ne presenta un accurato profilo demografico e sociologico.
    E' da questi elementi che bisogna partire, sostiene Said, se si vuole "capire" la questione palestinese. "Capire", se si accoglie questo suggerimento metodologico, significa rintracciare la linea di continuità storica e ideologica che lega fra loro una lunga serie di eventi: le prime ondate dell'emigrazione sionista in Palestina, la costituzione dello Stato di Israele, la sua progressiva espansione territoriale, la dispersione violenta del popolo palestinese, la negazione (non solo israeliana, ma anche araba) della sua identità collettiva, l'occupazione militare di tutte le sue terre, la prima e la seconda Intifada, il terrorismo suicida di Hamas e degli altri gruppi del nazionalismo palestinese estremo.
    C'è un tema cruciale sul quale Said insiste, accumulando un'ampia documentazione e interpretandola con estrema cura filologica. Nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, periodo nel quale le potenze europee, in primis l'Inghilterra, decidevano le sorti della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio e che lo occupava legittimamente da secoli.
    I palestinesi parlavano l'arabo ed erano in gran parte mussulmani sunniti, con la presenza di minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch'esse la lingua araba. Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite della regione mediorientale: intellettuali, imprenditori e banchieri palestinesi occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento e tale sarebbe rimasta fino a qualche settimana prima della proclamazione dello Stato d'Israele nella primavera del 1948: in quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone (mentre gli ebrei, nonostante l'imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione).
    L'intera vicenda dell'invasione sionista della Palestina e della autoproclamazione dello Stato di Israele ruota dunque attorno ad una operazione ideologica che poi si incarnerà in una sistematica strategia politica: la negazione dell'esistenza del popolo palestinese.
    Nelle dichiarazioni dei maggiori leader sionisti - da Theodor Herzl a Moses Hess, a Menachem Begin, a Chaim Weizman - la popolazione nativa, quando non è totalmente ignorata, viene squalificata come barbara, indolente, venale, dissoluta. A questo diffusissimo clichet coloniale è strettamente associata l'idea che il compito degli ebrei sarebbe stato quello di occupare un territorio arretrato e semideserto per ricostruirlo dalle fondamenta e "modernizzarlo". E secondo una interpretazione radicale della "missione civilizzatrice" dell'Europa e del suo "colonialismo ricostruttivo", la nuova organizzazione politica ed economica israeliana avrebbe dovuto escludere ogni cooperazione, se non di carattere subordinato e servile, della popolazione autoctona (mentre lo Stato israeliano sarebbe rimasto aperto all'ingresso di tutti gli ebrei del mondo e soltanto degli ebrei).
    Non a caso, la prima grande battaglia che i palestinesi sono stati costretti a combattere per risalire la china dopo la costituzione dello Stato d'Israele è stata quella di opporsi alla loro vera e propria cancellazione storica. Il loro obiettivo primario è stato di affermare - non solo contro Israele, ma anche contro paesi arabi come l'Egitto, la Giordania, la Siria - la loro identità collettiva e il loro diritto all'autodeterminazione. Soltanto molto tardi, non prima del 1974, le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell'esistenza di un soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante.
    La negazione dell'esistenza di un popolo nella terra dove si intendeva installare lo Stato ebraico è lo stigma coloniale e, in definitiva, razzistico che caratterizza sin dalle sue origini il movimento sionista: un movimento del resto strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cade sulla Palestina non solo e non tanto per ragioni religiose, quanto perchè si sostiene, assieme a Israel Zangwill, che la Palestina è "una terra senza popolo per un popolo senza terra".
    E' in nome di questa logica coloniale che inizia l'esodo forzato di grandi masse di palestinesi - non meno di settecentomila - grazie soprattutto al terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern, guidata da Yitzhak Shamir, e come l'Irgun Zwai Leumi, comandata da Menahem Beghin, celebre per essersi resa responsabile della strage degli abitanti - oltre 250 - del villaggio di Deir Yassin.
    Poi, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, l'area occupata dagli israeliani si espande ulteriormente, passando dal 56 per cento dei territori della Palestina mandataria, assegnati dalla raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 per cento, includendo fra l'altro l'intera Galilea e buona parte di Gerusalemmme. Infine, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 per cento, si annette illegalmente Gerusalemme-est e impone un duro regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall'intrusione di imponenti strutture urbane nell'area di Gerusalemme araba, oltre che in quella di Nazaret.
    Ma, fra tutte, è la vicenda degli insediamenti coloniali nei territori occupati della striscia di Gaza e della Cisgiordania a fornire la prova più persuasiva del buon fondamento dell'interpretazione "colonialista" proposta da Edward Said. Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il 78 per cento del territorio della Palestina, dopo aver annesso Gerusalemme-est ed avervi insediato non meno di 180 mila cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una progressiva colonizzazione anche di quell'esiguo 22 per cento rimasto ai palestinesi, e già sotto occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del territorio della Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e poverissima striscia di Gaza ha confiscato il 32 per cento del territorio, istallandovi circa 30 colonie.
    Complessivamente non meno di 200 mila coloni oggi risiedono nei territori occupati, in residenze militarmente blindate, collegate fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass routs) interdette ai palestinesi e che frammentano e lacerano ulteriormente ciò che rimane della loro patria.
    Si può dunque concludere, assieme a Said, che il "peccato originale" dello Stato di Israele è il suo carattere strutturalmente sionista: il suo rifiuto non solo di convivere pacificamente con il popolo palestinese ma persino di gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e sostanzialmente razzisti. Ciò che l'ideologia sionista è riuscita ad ottenere - indubbiamente favorita dalla persecuzione antisemitica e dalla tragedia dell'Olocausto - è stata la progressiva conquista della Palestina dall'interno. E ciò ha dato e continua a dare al mondo - non solo a quello occidentale - l'impressione che l'elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi. In questa anomalia sta il nucleo della tragedia che si è abbattuta sul popolo palestinese, la ragione principale delle sue molte sconfitte: il sionismo è stato molto più di una normale forma di conquista e di dominio coloniale dall'esterno. Esso ha goduto di un consenso e di un sostegno generale da parte dei governi e della opinione pubblica europea come non è accaduto per alcun'altra impresa coloniale.
    Ma qui sta anche il grave errore commesso dalla classe politica israeliana e dalla potente élite ebraica statunitense che ne ha sempre condiviso le scelte politico-militari. Un popolo palestinese esisteva in Palestina prima della costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente intenzionato a sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, le umiliazioni, la sanguinosa distruzione dei suoi beni e dei suoi valori.
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  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Viva Israele! Visualizza Messaggio
    Gli arabi palestinesi non possono rivendicare un proprio contesto storico, culturale, politico perchè non hanno una propria lingua, non sono una nazione distinta dalle altre, bensì appartengono alla più vasta "nazione araba". Nei documenti ufficilai palestinesi, fino al 1964, viene usata, per esprimere l'espressione "nazionale" la parola qawmi che significa pan-arabo; solo dal 1968 questa parola fu sostituita da watani e solo da allora si cominciò a parlare di "popolo palestinese"!.
    Nel 1931 nelle terre arabe che dovevano poi formare lo Stato Ebraico, c'erano solo 145.000 arabi. Nei successivi 13 anni gli ebrei divennero 530.000 e gli arabi 800.000. Ciò perchè l'attività degli ebrei aumentò la produttività del paese e rese possibile una forte immigrazione di arabi (circa 400.000) dai paesi limitrofi, attratti dal livello superiore dei salari. Per cui buona parte di coloro che oggi si definiscono palestinesi non sono altro che figli e nipoti di immigrati recenti. Meno palestinesi dunque degli stessi israeliani che si erano insediati nelle prime fattorie alla fine del 1800.

    Silvia Adani
    Corriere della Sera del 23/07/82
    Ma smettetela di dire cazzate, voi e quei quattro "intellettuali" venduti....

  6. #6
    Israele= Paese terrorista
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    Citazione Originariamente Scritto da Viva Israele! Visualizza Messaggio
    Gli arabi palestinesi non possono rivendicare un proprio contesto storico, culturale, politico perchè non hanno una propria lingua, non sono una nazione distinta dalle altre, bensì appartengono alla più vasta "nazione araba". Nei documenti ufficilai palestinesi, fino al 1964, viene usata, per esprimere l'espressione "nazionale" la parola qawmi che significa pan-arabo; solo dal 1968 questa parola fu sostituita da watani e solo da allora si cominciò a parlare di "popolo palestinese"!.
    Nel 1931 nelle terre arabe che dovevano poi formare lo Stato Ebraico, c'erano solo 145.000 arabi. Nei successivi 13 anni gli ebrei divennero 530.000 e gli arabi 800.000. Ciò perchè l'attività degli ebrei aumentò la produttività del paese e rese possibile una forte immigrazione di arabi (circa 400.000) dai paesi limitrofi, attratti dal livello superiore dei salari. Per cui buona parte di coloro che oggi si definiscono palestinesi non sono altro che figli e nipoti di immigrati recenti. Meno palestinesi dunque degli stessi israeliani che si erano insediati nelle prime fattorie alla fine del 1800.

    Silvia Adani
    Corriere della Sera del 23/07/82
    E io che credevo che un palestinese fosse nato da uomo e una donna palestinesi, guarda quante cose si imparano a leggere i post dei fondamentalisi israelani.
    Chi sono i filosudici? Quelli che definiscono filoterroristi i difensori dei palestinesi.
    I MELONOMI, i sudditi della meloni
    Israele=Paese Terrorista - Palestina libera dai terroristi dell'IDF

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Viva Israele! Visualizza Messaggio
    Gli arabi palestinesi non possono rivendicare un proprio contesto storico, culturale, politico perchè non hanno una propria lingua, non sono una nazione distinta dalle altre, bensì appartengono alla più vasta "nazione araba". Nei documenti ufficilai palestinesi, fino al 1964, viene usata, per esprimere l'espressione "nazionale" la parola qawmi che significa pan-arabo; solo dal 1968 questa parola fu sostituita da watani e solo da allora si cominciò a parlare di "popolo palestinese"!.
    Nel 1931 nelle terre arabe che dovevano poi formare lo Stato Ebraico, c'erano solo 145.000 arabi. Nei successivi 13 anni gli ebrei divennero 530.000 e gli arabi 800.000. Ciò perchè l'attività degli ebrei aumentò la produttività del paese e rese possibile una forte immigrazione di arabi (circa 400.000) dai paesi limitrofi, attratti dal livello superiore dei salari. Per cui buona parte di coloro che oggi si definiscono palestinesi non sono altro che figli e nipoti di immigrati recenti. Meno palestinesi dunque degli stessi israeliani che si erano insediati nelle prime fattorie alla fine del 1800.

    Silvia Adani
    Corriere della Sera del 23/07/82
    Un po' come dire che i messicani non possono rivendicare un proprio contesto storico, culturale, politico perché non hanno una propria lingua, non sono una nazione distinta dalle altre, bensì appartengono alla più vasta "nazione ispanica".
    Quindi espelliamo tutti i messicani da casa loro e insediamoci altri......

    Comunque qui ormai siamo arrivati a un vero e proprio bipensiero e si fa propaganda con la malafede dell'agit-prop di Stalin.

  8. #8
    Israele= Paese terrorista
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandokan80 Visualizza Messaggio
    Un po' come dire che i messicani non possono rivendicare un proprio contesto storico, culturale, politico perché non hanno una propria lingua, non sono una nazione distinta dalle altre, bensì appartengono alla più vasta "nazione ispanica".
    Quindi espelliamo tutti i messicani da casa loro e insediamoci altri......

    Comunque qui ormai siamo arrivati a un vero e proprio bipensiero e si fa propaganda con la malafede dell'agit-prop di Stalin.
    Figuriamoci gli ameri-cani, quelli che foraggiano i terroristi israelani, loro non hanno ne una lingua, ne una terra, ne una storia, questi israelani nello scrivere le loro cazzate antipalestinesi si danno la zappa nei piedi due volte,
    1) Con più scrivono le stronzate che scrivono più rimangono antipatici a tutti gli altri
    2) Quando scrivono le loro cazzate non si rendono conto che le stesse regole possono essere applicate anche agli altri.
    Chi sono i filosudici? Quelli che definiscono filoterroristi i difensori dei palestinesi.
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  9. #9
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    Sono proprio contento che esista gente sprovveduta come Vivalacacca. Non fanno altro che rendere Israele odiosa.
    Anche un australopiteco capisce che la sua è becera propaganda. La qualità miserrima della sua propaganda suona come un insulto all'orecchio di una persona minimamente a conoscenza delle problematiche. Chi non sa nulla invece si fa l'idea che i sionisti siano dei poveri pazzi esaltati.

    Ottimo, continua così.

    P.S.: comincia a venirmi il sospetto che questo troll sia in realtà un antisemita antisionista e che si comporti così per ridicolizzare Israele.

  10. #10
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    Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio e che lo occupava legittimamente da secoli.
    questa è una delle piú grandi cazzate storiche che ho mai letto
    nessun arabo si chiamava ''palestinese''. E non dava nessun nome al territorio. Anzi quando si arrivó al ''mandato per la palestina'' trovarono il nome pure quasi offensivo. Ma scherziamo? Si consideravano per prima cosa islamici e al limite siriani, e arabi.

    In piú se fossero discendenti di popolazioni che hanno abitato da sempre lí non parlerebbero arabo ma ebraico.............

 

 
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