Segnaliamo un articolo da Left di questa settimana (qui sotto, in allegato e sul nostro sito)
Avanti popolo, senza riscossa
da Left del 14/3/2008 (Giovanni Senatore)
Ma ti rendi conto di cosa significa?». Luciano Traversi, 82 anni, ex operaio dell’Ansaldo a Livorno, storico dirigente del Pci e oggi di Rifondazione comunista, ha gli occhi lucidi di commozione. Quella decisione di togliere la falce e martello dal simbolo del partito non riesce proprio ad accettarla. Nella sala riunioni della federazione Prc di Borgo Cappuccini, in quella che è stata la più forte sezione del Pci livornese, con lo storico acronimo in lamiera rossa ancora sulla facciata, nel cuore della città, una splendida foto in bianco e nero ritrae Pietro Ingrao davanti a una piazza gremita con migliaia di operai. «A Livorno il Pci prendeva il 53 per cento, anche il ceto medio votava per noi. All’epoca della Bolognina avevamo 34mila iscritti su 160mila abitanti» - ricorda Traversi, sguardo vivace e battuta pronta, nell’idioma caustico della
città labronica, roccaforte della Toscana rossa e ribelle. «Ora - spiega - si toglie la falce e martello dalla scheda. Questo si può interpretare come un segnale che Rifondazione comunista va verso lo scioglimento. Di fatto si pensa che l’idea stessa della rivoluzione, del cambiamento in senso socialista del Paese, sparisce». Malcontento e delusione. Si teme un’ulteriore perdita di identità. Spaventa la prospettiva di un isolamento estremo. «Qui a Livorno è stata una cosa dolorosa. Riceviamo quasi ogni giorno telefonate di rammarico, di rabbia, di minacce di non andare a votare, di mettere una falce e martello sulla scheda: c’è il rischio che molsocietàsinistra Luciano Traversi, livornese,nato comunista,nel partito dal ’44: «Perdemmo, nel ’48,quando rinunciammo alla falce e martello sulle schede» di Giovanni Senatore ti si allontanino dal partito». Gli iscritti sono 1200 circa, tanti i giovani. Alle politiche nel 2006 i Ds hanno preso il 35,4 per cento, il Prc il 13,72 per cento, oggi all’opposizione in Comune e Provincia, nella città dove il 21 gennaio 1921 nacque il Partito comunista d’Italia, poi diventato Pci. La scissione, sull’adesione alla Terza Internazionale imposta da Mosca, si consumò al teatro Goldoni durante il 17esimo congresso socialista: la frazione comunista di Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci abbandonò i lavori e si riunì nel vicino teatro San Marco, di cui oggi è conservata la storica facciata. Una lapide ricorda l’evento, nel nome di Marx, Engels, Lenin, Stalin, Gramsci, Togliatti.
Ogni anno il 21 gennaio c’è un corteo, si rinnovano l’alloro, le bandiere. «Il 1921 per noi ha un significato importante, questa data non è nell’oblio, anzi, lavoriamo perché sia sempre ricordata - spiega Traversi - Quest’anno l’abbiamo legata alla protesa contro gli omicidi
bianchi». E aggiunge con orgoglio: «Credo che Livorno sia l’unica città in cui i fascisti non hanno fatto mai una manifestazione: l’ultima volta, ci hanno provato a ottobre 2007, ma poi hanno rinunciato a venire qui, dopo la protesta generale di tutta la città». Dalla porta di un ufficio della federazione, si intravede sulla scrivania un piccolo busto in marmo di Togliatti, con gli occhiali; il Migliore è anche in un ritratto sulla parete.
In un’altra stanza spunta l’effige di Lenin. Bertinotti ha spiegato che non è la prima volta che il partito corre senza la falce e il martello: Togliatti e Nenni nel 1948 optarono per un’immagine di Garibaldi in una stella. «Ma si perse - risponde Traversi - e la Dc prese la maggioranza
assoluta». Al leader della Sinistra arcobaleno, i comunisti di Livorno rimproverano di non avere discusso il programma di governo con la base. Altro punto caldo, la questione del lavoro. L’ultima goccia: il protocollo sullo stato sociale. E ora l’idea di un fronte unico, senza simboli di appartenenza. «Se falce e martello resteranno nei nostri cuori? È proprio quello che ci dicevano i compagni che passarono al Pds all’epoca della Bolognina - obietta Traversi, nel partito fin dal 1944 -. Mi pare un grande sbaglio. Comprendiamo benissimo l’urgenza di un fronte unico a sinistra, ma è sul tipo di unità che non siamo d’accordo. L’autonomia è la forza del partito comunista e va salvaguardata, è essenziale per rafforzare l’unità stessa della sinistra.
Detto questo, sia chiaro che noi si combatte la posizione astensionista, liquidatoria del partito. Lavoriamo per l’unità, ma bisogna stare attenti:
avremo un distacco di tanti compagni che non capiscono queste scelte». Di famiglia comunista, padre operaio, poi esponente del Cln, Luciano Traversi, «allevato a latte rosso, invece che bianco», è stato negli anni della guerra del Vietnam segretario dell’altra sezione storica del Pci livornese, quella del porto, che i Ds hanno venduto. Ed è stato anche responsabile stampa e propaganda del partito. «Ero capocellula
di reparto in fabbrica - ricorda -, fui chiamato da Barontini, una figura di primo piano del Pci. Mi disse, c’è stata una critica del Cominform: nei
giornali comunisti, compresa L’Unità, ci sono pochi giornalisti che vengono dalla fabbrica. Mi propose di fare il corrispondente de L’Unità da Livorno. Io gli dissi: «Ma scherziamo?». «Sei un operaio e un operaio non si ferma davanti a niente», mi rispose. L’intellighenzia livornese consultava Traversi sugli ordini del giorno. «Me li portavano e mi dicevano: tu sei operaio, vieni dalla fabbrica, vedi e senti cose che noi
non si sentono e non si vedono. A me sembrava esagerato, per la verità, avevo un atteggiamento di una certa timidezza ». La mistica gramsciana dell’identità operaia. L’identificazione con il lavoro e con la fabbrica, a discapito dell’identità umana: è stata forse anche questa una
delle cause del fallimento del comunismo? «È una rappresentazione un po’ schematica, quella di Gramsci, penso che lo sviluppo della coscienza dell’uomo va di pari passo anche con la trasformazione della società: rispetto a 20 anni fa l’immagine dell’operaio è peggiorata,
indipendentemente dall’ideologia che mitizzava la classe operaia. Purtroppo oltre ad avere perso la battaglia sul pianoeconomico e politico, l’abbiamo persa anche sul piano culturale. È vero, il lavoro è un punto di riferimento, ma un punto di riferimento e basta - aggiunge Traversi - però c’è da conquistare tutto il resto, e invece poi il resto ha conquistato la fabbrica ». Egemonia culturale e politica, conquistare gli altri alle proprie idee: è questa per Traversi l’unica strada. «Non mi sembra però che sia quello che si vuole fare ora. Noi si rischia di eliminare un patrimonio enorme, mi dispiacerebbe se andasse perduto - conclude -, anche per trasmettere alle nuove generazioni questo senso della
necessità di un rinnovamento, in quella direzione, dove non ci sono più padroni, dove lo sfruttamento è destinato a sparire, dove esistono uguaglianza e libertà, che, adesso sappiamo, devono andare di pari passo».
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