Un intervento interessante sul lavoro unitario dei comunisti ...

PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA:

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Per una tutela della democrazia interna al Partito

di Bruno Steri

su redazione del 16/02/2008


Concordo con la relazione di Grassi e questo mi permette di concentrare il mio intervento fondamentalmente su di un punto. Ci troviamo in una congiuntura caratterizzata da una grande instabilità degli assetti partitici e istituzionali: sotto i nostri occhi mutano con grande rapidità formazioni, confini organizzativi sinora ritenuti praticamente immutabili. Noi guardiamo con attenzione a quel che succede nel Prc, ma anche fuori di esso. Puntiamo al rafforzamento di Rifondazione; e nel contempo non abbiamo problemi - a sinistra - a parlare con chiunque, fuori e dentro il Prc. In un tale incerto contesto, torna nei ragionamenti di molti compagni – ed anche oggi in qualche intervento – il riferimento all’ “unità dei comunisti“. Per certi versi, è naturale che in un frangente come questo si senta la necessità di ricorrere a tale formulazione, quale garanzia di stabilità e di identità. Si tratta appunto di una formula evocativa, che però ha bisogno di essere sviluppata, articolata nel dettaglio, poiché come ogni espressione sintetica – per quanto attraente – può contenere ipotesi politiche anche molto diverse. Se, ad esempio, con essa si intendesse alludere a tutto ciò che resta disponibile con quel nome a seguito dei processi di scomposizione e ricomposizione del quadro politico, se la si concepisse come una sorta di raccolta residuale e meramente nominalistica, priva dunque di respiro e coerenza politica, nonché di un vero progetto sociale – se fosse questo, non potrei essere d’accordo.
Quando, oltre un decennio e mezzo fa, mi sono iscritto a Rifondazione comunista, l’ho fatto insieme a tante altre e tanti altri scommettendo su di un obiettivo preciso: risalire la china, lavorare per la ricostruzione di un partito comunista con basi di massa. Faccio notare che quest’ultima specificazione – “con basi di massa” – non è un optional, ma è la connotazione di un proposta determinata, la sua condicio sine qua non. Non basta riconoscersi sotto un titolo; occorre un progetto politico che abbia l’ambizione di mordere la pancia di questa società, di reinnestare – nel concreto delle forze sociali – la possibilità di trasformare la società capitalistica e il suo iniquo dispositivo di produzione di ricchezza e miseria. Non insomma un residuo, ma un nuovo motore del cambiamento.
Tutti noi abbiamo vissuto la giornata del 20 ottobre dello scorso anno come un fatto politico di prima grandezza, questo sì un vero e proprio “evento costituente”. In questi giorni ci è spesso capitato di ricordare che quel giorno non tutta la sinistra di alternativa era presente. Facciamo bene a ricordarlo. Ma dobbiamo parimenti ricordare che quel giorno era assente anche Sinistra Critica, che era assente Ferrando. Io penso che non si sia semplicemente trattato di una valutazione errata; penso che alla base di tali assenze vi sia un differente progetto politico. Legittimo, ma differente. Promosso da compagni che si dicono comunisti, ma - ancora una volta - differente dal nostro.
Come area, siamo attenti a ciò che si muove attorno a noi; e, nel contempo, abbiamo deciso di investire sul Prc, di consolidare e rafforzare questo partito. Per la ragione che diceva un momento fa Aurelio Crippa: siamo convinti che il grosso del nostro partito è in sintonia con questa aspirazione di fondo. Se c’è qualcuno che lo vuole sciogliere o farlo lentamente deperire, ebbene si trova in netta minoranza.
Non torno qui sulla questione del simbolo: sto a quanto è stato detto nella relazione introduttiva e negli interventi che mi hanno preceduto. Constato che, in generale, non siamo stati messi nella condizione migliore; e il malessere che questa assemblea esprime non è affatto circoscritto all’area Essere comunisti o alle minoranze del partito ma, al contrario, è trasversalmente diffuso. Ciò purtroppo avviene nel quadro di una situazione politica già di per sè gravissima. Siamo in presenza di un preoccupante disegno involutivo e moderato, che si propone, in un contesto ormai dichiaratamente recessivo, di stringere ulteriormente il cordone consociativo, inasprendo le condizioni sociali e del lavoro; e, d’altro lato, pigiando l’acceleratore in direzione di un’esplicito assetto bipartitico: da questo punto di vista, il “coraggio” dell’ “americano” Veltroni nel correre in solitaria la gara elettorale è emblematico di tale orientamento ed è del tutto speculare al “coraggio” del suo antagonista di destra. Ancora oggi mi chiedo come il Presidente della Camera abbia potuto - e sulla base di quale mandato - assecondare una così devastante deriva, chiaramente finalizzata a tutto vantaggio dei due partiti maggiori.
Ora, dovendo andare ad elezioni con la presente legge elettorale, la scelta appare obbligata. La lista unica è l’unica strada che possa contemperare le nostre esigenze con quelle dei nostri alleati della sinistra di alternativa. Certo - come ha proposto il compagno Mantovani - sarebbe per noi ancor più vantaggioso promuovere, limitatamente alle liste per la Camera dei deputati, una coalizione di forze che, pur se coalizzate, mantengano la loro autonomia e il loro simbolo. Ma evidentemente, stanti le soglie di sbarramento previste per i singoli partiti e per la coalizione in quanto tale, tale ipotesi non potrebbe ricevere mai il consenso dei nostri alleati.
Dobbiamo quindi affrontare la contesa con l’anzidetto meccanismo e tra mille difficoltà: alcune di queste difficoltà ce le creiamo da soli. Qui sta l’anomalia, già segnalata dalla questione del simbolo. Pensate in effetti al seguente paradosso. Noi dovremmo star qui a sottolineare quel che ci unisce, a valorizzare i punti di accordo con Sinistra democratica: per rendere credibile una campagna elettorale già di per sé complicata. E invece, del tutto comprensibilmente siamo qui a rimarcare le differenze strategiche che ci separano da Mussi e Occhetto. Una tale anomalia non sussisterebbe se il gruppo dirigente avesse tolto di mezzo ogni ambiguità sul futuro di Rifondazione, se avesse adottato comportamenti lineari e non ambigui su tale fondamentale questione. Se il percorso unitario fosse stato sin dall’inizio concepito come l’unità d’azione di forze autonome e distinte. Anche questa anomalia va ascritta alla responsabilità di questo gruppo dirigente.
Per questo va riattivato quello che è uno dei principi fondamentali posto a tutela della democrazia interna di un partito: la verifica dei gruppi dirigenti.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=21801